21_Romeni Rom e altri

dopo il decreto (Prodi) sulla possibilità di espellere gli stranieri, anche comunitari
… e dopo le misure del governo Berlusconi

Rassegna stampa sugli incendi ai campi Rom di Ponticelli



Colorati, miti, deboli

26 maggio 2009

Repubblica - Napoli
Piazza Vittoria, assalto all´immigrato
Calci e pugni contro l´ambulante Mohamed. In azione branco di giovani
di Antonio Corbo

Ore 22.40 di domenica, piazza Vittoria. Il pianto di Mohamed, giovane ambulante del Bangladesh, strappa l´ultimo velo alle violenze della notte. Il razzismo del branco. Le aggressioni vili ai ragazzi di colore che tornano a casa.
Con pochi soldi e molta paura. Fenomeno che nessuno conosce, perché nessuno lo denuncia. «C´è una rissa in Villa comunale» è la vaga segnalazione delle 22.42 ai carabinieri. Non è stata una rissa. E Mohamed è già lontano, all´angolo opposto della piazza, difeso da sei ragazzi sui diciotto anni, con 4 motorini. Raccontano: «Lo picchiavano, siamo arrivati e quelli sono scappati». “Quelli” sono ormai confusi nel buio della Villa. «Ragazzi più piccoli di noi, quattro o cinque». Mohamed cede intanto ad un pianto disperato, ripete un gesto con la destra: botte. La tenerezza di un bambino. Con l´altra mano regge un fagotto di plastica azzurro, dentro avrà piccole cose che non è riuscito a vendere. C´è chi lo abbraccia. «Calmati, ti porto a casa io». Si è creato un gruppo. Lo confortano. «Ma come è diventata questa città?» lo sdegno si diffonde. Lui non capisce, non sa dire dove abita, si vergogna delle lacrime e fugge dietro un pullman. Sparisce con la sua paura, la sua dignità, il bus va alla stazione centrale.
Botte ad un giovane nero. Un caso isolato o cos´altro? Un rapido viaggio rivela le ordinarie vessazioni che subiscono dal branco gli immigrati di colore, i più miti, più deboli. Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh. Basta cercarli. Alla Pignasecca e ai Quartieri si sono integrati bene, in via Toledo e al Cavone rischiano.
«Ma succede sempre», reagisce Sugith che lavora allo “Spiedo d´Oro” di via Pasquale Scura. Consiglia: «Andate davanti all´ospedale Pellegrini, poi tornate qui». Appoggiato alla Pescheria Azzurra della Pignasecca un senegalese, maglia viola e la scritta Italia. Vende borse di griffe false. «Non capisco». I due pakistani accanto vendono occhiali. «Parlate con lui». Indicano uno che non ha paura. «Io sono alto e grosso, con me non succede. Con i piccoli e i buoni sì. Sapete che è successo venerdì?» e interviene Abo Hussain, pakistano di Guirat, regione Punjab, sposato con Silvana, ragazza della Sanità. È da dieci anni in Italia. «Ho portato io in ospedale quel ragazzo con il naso rotto. In tre presero gli occhiali, tre euro. Il mio amico voleva i soldi, l´ha detto una volta sola. Uno dei tre si è avvicinato e gli ha dato una testata». Sarà vero? Ospedale Pellegrini, meglio controllare. Pronto soccorso, il poliziotto dice che non sa niente. Grave, se vero. Non ha saputo e non ha segnalato niente in questura. La verità emerge subito. Mohamed Iousus, 35 anni. Soccorso alle 14 del 22 maggio. «Trauma facciale multiplo con frattura scomposta osso nasale e iperemia congiuntivale». Guarirà in 20 giorni. Dichiarazione: «Sono stato aggredito». Nessuno gli chiede da chi e perché. Sono amareggiati Paolo Cioffi, medicina d´urgenza e Giuseppe Sarnella, chirurgo. Dice: «Succede, purtroppo. L´altro giorno è venuto un ragazzo di colore. Due italiani erano scesi dal motorino. E gli hanno spaccato il labbro con un casco da moto. L´ho ricucito io, povero ragazzo». Si torna in strada. Alla salita Paradiso il Niranjola Phone. Qui si telefona a casa. Arriva Flavio, 28 anni chef: «Quando lascio il ristorante, rischio sempre. Vede il motorino? Mi bucarono una gomma. “Sei negro, tu vai a piedi”, e ridevano. E sputavano. Guadagno 800 euro, 250 per la casa, 300 per moglie e genitori, è difficile la vita per noi. Non solo botte e sputi». Si torna da Surgith. «Come dicevo io, visto? Tutto vero. Io vado svelto di sera, fanno paura i motorini alle spalle. A Piazza Dante mi spinsero contro il muro e mi presero a calci e sputi». Perché lo fanno? «Io sono solo e loro sono molti. Si divertono. Picchiano, gridano, ridono».
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Angelica Varga, ladra di bambini

6 maggio 2009

Repubblica - Napoli
Angelica Varga, la rom condannata per aver rapito una bimba a Ponticelli, scrive una lettera al Capo dello Stato
“Presidente Napolitano, aiutami”
di Cristina Zagaria

«Ciao, mi presento: mi chiamo Angelica, ho 16 anni e vengo dalla Romania. Il mio arrivo in Italia era per un futuro migliore per me e per la mia famiglia. Dopo due mesi che stavo in Italia un giorno di venerdì del 9 maggio stavo chiedendo elemosine e stavo a Ponticelli nella stessa strada dove mi hanno arrestata…». Una lunga lettera, spontanea, accorata per chiedere aiuto, scritta in un italiano traballante al presidente della Repubblica, alla vigilia della prima udienza in Corte d´appello, che si terrà domani. L´autrice è Angelica Varga, la rom condannata in primo grado, a 3 anni e 8 mesi, con l´accusa di aver tentato (il 10 maggio 2007) di rapire una bimba di sei mesi in un appartamento di Ponticelli. La condanna è per sequestro di persona. «Stavo vicino a un bidone di spazzatura con mio nipote — continua Angelica nella sua lettera-confessione a Giorgio Napolitano — Una signora mi ha dato 3 euro e mi ha chiesto se volevo dei vestiti e la roba per mangiare, io ho detto di sì. Il giorno dopo sono andata su quella strada che mi aveva detto questa signora e ho aspettato, ma dopo un po´ visto che non era arrivato nessuno. Sono andata in quel palazzo anche non sapendo dove abitasse questa signora. Stavo nelle scale e un signore mi ha chiesto più volte cosa facevo lì, mi ha picchiato e poi è arrivata una signora e gli ha detto di chiamare i carabinieri e questa signora è andata dentro, poi è arrivata una signora con i capelli biondi, poi il signore ha chiamato i carabinieri e mi hanno arrestato e mi hanno portato a Nisida». E conclude: «Io non so perché mi accusano di aver rubato un bambino, io non ho commesso questo reato e vorrei tanto abbracciare la mia famiglia e la mia bambina».
Dal processo in primo grado accanto ad Angelica si sono schierati padre Alex Zanotelli e la comunità di Sant´Egidio, ritenendo troppo severa la condanna e soprattutto temendo una deriva di intolleranza razzista, dopo gli incendi dei campi rom proprio a Ponticelli, lo scorso maggio. «Non ci siamo mai innamorati di quella leggenda popolare che guarda ai rom come ai ladri dei bambini, se questo è il sospetto. Anzi, eravamo così coscienti del rischio di avallare un tale pregiudizio che abbiamo messo in campo una cautela estrema, il massimo equilibrio, indagini svolte in ogni direzione», spiegò all´indomani del procuratore capo per i minori di Napoli, Luciana Izzo, proprio per arginare sul nascere le polemiche.
Oggi, alla vigilia del processo di appello, il confronto è quanto mai aperto. «L´udienza presso la Corte d´Appello — scrive in un documento ufficiale il Comitato Campano con i rom — ci sembra un´occasione per riflettere sulla drammatica vicenda, per interrogarci sulla potenza che gli stereotipi hanno sulla realtà, su come siamo oppressi dal crescente e sempre più violento razzismo».
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Dopo Kante. La fila

5 aprile 2009

Corriere del Mezzogiorno
Permessi di soggiorno, la fila del disonore
Napoli, convocazione in Questura via sms per 5.000 immigrati. Rabbia e caos
di Roberto Russo

Dovevano sparire già quattro anni fa le lunghe file davanti all’Ufficio Immigrazione della Questura di Napoli per il rilascio dei permessi di soggiorno. Nella città indignata per il caso della partoriente ivoriana segnalata alla polizia, la cronaca di un sabato bestiale
NAPOLI — Mai più code chilometriche. Mai più immigrati in fila per ore davanti agli uffici della Questura per ritirare il permesso di soggiorno. Quattro anni fa il questore di Napoli era Franco Malvano, attuale parlamentare del Pdl. «Ci aiute­rà l’informatica» spiegava. Una rivoluzione annunciata, sms sul telefonino dell’immigrato: prego, si accomodi da noi. Il suo permesso è pronto. Gentilezza e cortesia invece delle lun­ghe attese sotto il sole.
Quattro anni dopo gli sms sono arrivati, ma tutt’insieme. E gli immigrati sono tornati come al solito in fila. L’unica cosa azzeccata è (forse) il giorno, perché il sabato mattina via Galileo Ferraris, a due passi da piazza Garibaldi, non è soffocata dal solito traffico di auto e camion. Per il resto a Napoli, sulle procedure di consegna dei permessi di soggior­no, si continua a sbagliare tutto. L’è tutto da rifare, avrebbe detto Gino Bartali. Perché, se non c’è stupidità o razzismo, ci dev’essere per forza un briciolo di sadismo nel dare appunta­mento con un sms a 5.000 mila immigrati, tutti insieme, nel­lo stesso posto.
Sono passati due giorni dal caso della ivoriana Kante, se­gnalata alla polizia dopo il parto al Fatebenefratelli, ma l’on­data di indignazione provocata dalla vicenda sembra lontana anni luce dalla realtà di via Galileo Ferraris, dove davanti al­l’ufficio Immigrazione della Questura, dalle cinque del matti­no, c’è già una fila lunga più di trecento metri. Cinque ore dopo, alle dieci, il serpente umano multicolore e multirazzia­le è ancora lì, sul marciapiedi della ex zona industriale, tra i resti dei falò di copertoni bruciati dalle prostitute e sotto gli sguardi incuriositi dei napoletani che si trovano a passare. Ingabbiato e compresso dietro le transenne, tenuto a bada da alti e robusti poliziotti che gridano in continuazione, il ser­pente umano ondeggia e preme per conquistare spazio, avan­zando a fatica metro dopo metro. C’è tensione, come è inevi­tabile. Così, quando il cronista si avvicina alle transenne per farsi dare qualche testimonianza, un solerte poliziotto con i baffetti lo avvicina: «Lei chi è? Che sta facendo?». Risposta: «Sono un giornalista, mica c’è il divieto di parlare con le per­sone in strada?». Replica secca: «Mi faccia vedere il tesseri­no». Glielo mostriamo e lui finalmente decide che siamo libe­ri di parlare e si allontana di qualche metro, non prima però di averci raccomandato di «restare fuori dalle transenne».
Parlare con gli immigrati in attesa del permesso di soggior­no, significa raccogliere tanti sfoghi anonimi perché tutti te­mono rappresaglie. Così, mentre le transenne vengono aper­te e richiuse dagli agenti per far uscire dalla fila chi deve com­prare un po’ d’acqua o qualcosa da mangiare, una mamma del Burkina Faso con tre figlioletti racconta di essere lì dalle 8 e che non sa nemmeno se riuscirà ad avere il rinnovo del permesso. Tempo di attesa: nel suo caso sei mesi, ma si arri­va anche a un anno.
Al di fuori dal recinto un signore di mezz’età accompagna premuroso sua moglie, una ragazza ucraina che ha vent’anni meno di lui. Racconta una storia che sembra curiosa, ma che è comune a migliaia di napoletani non più giovanissimi. «Sia­mo venuti solo per chiarimenti — spiega lui — perché una volta abbiamo litigato, mia moglie si è allontanata da casa e io ho fatto l’errore di segnalarlo alla polizia. Ora che il suo permesso è scaduto temiamo che non ce lo rinnovino». Mo­glie e marito totalizzeranno quattro ore di attesa in fila prima di poter avere una risposta. Insieme a loro srilankesi, cinesi, ucraini, ghanesi e marocchini attendono pazientemente che la fila si muova. Le più organizzate sono le colf: ombrellini multicolori per proteggersi dal sole, cartellina con i docu­menti sottobraccio e botti­glina d’acqua minerale in mano. Ma anche l’acqua fi­nisce. I commercianti della zona fiutano il business e il prezzo delle minerali da mezzo litro passa in un lam­po da 50 a 80 centesimi.
Del resto non c’è traccia di volontari a dissetare l’esercito di immigrati in at­tesa. Non si vede la Caritas, non si vedono gli uomini della Protezione civile né quelli del sindacato. Per for­tuna c’è l’ambulanza per soccorrere chi proprio non ce la facesse. Verso mezzo­giorno un giovanotto distri­buisce curiosi volantini gialli, è il garzone della vicina pizze­ria «Gusto» che pubblicizza margherite a un euro. Un affaro­ne. Un africano ne approfitta e si allontana per comprarne qualcuna. Prima però si accerta che un amico fidato gli tenga il posto; lasciare la fila, anche solo per un minuto, può avere conseguenze fatali: si rischia di dover scivolare giù fino alla coda del serpente umano e ricominciare dall’ultima «casel­la », come in un drammatico Monopoli.
Un trentenne del Sene­gal, residente a Giugliano, con l’aria distinta e gli oc­chialini da intellettuale non nasconde l’irritazione: «Sia­mo in una situazione disu­mana. Io insegno lingue africane e ho sposato una ragazza di Giugliano e at­tendo inutilmente da sei mesi il permesso di soggior­no. Dovrebbe essere una formalità, invece con la Bos­si- Fini sta diventando tutto maledettamente difficile. Eppure basterebbe poco per evitare questa attesa. Perché invece di costringer­ci qui la Questura non ci fa pagare le spese di spedizione e invia i permessi ai commissa­riati di residenza?». Giriamo l’appello al nuovo questore Giuffrè. Ultima annotazione: perché inviare sms generici? Ti­po: «Presentarsi Questura Na-Immigrazione il giorno della scadenza del permesso, o se già scaduto, il primo giorno uti­le ». Il giovane bengalese mostra quel messaggio-beffa atte­so da un anno: quando lo ha ricevuto ha chiesto un giorno di ferie al datore di lavoro, si è presentato e dopo tre ore di attesa ha scoperto che il suo permesso non è ancora pronto. Nessuna spiegazione. Dovrà tornare ancora: il Monopoli del­l’immigrato continua.
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Il caso di Kante. Gli sviluppi

4 aprile 2009

Repubblica - Napoli
Bassolino: “Mai più un caso Kante”
La questura rilascia all´ivoriana il permesso di soggiorno
di Conchita Sannino

La madre sorride appena, il piccolo le si aggrappa alla veste e cerca rifugio in un ambiente “straniero”. Un mese dopo il suo incubo, Kante Kadiatou, la 25enne ivoriana segnalata alla polizia «per un´urgente identificazione» dall´ospedale Fatebenefratelli in cui era andata a partorire, è accolta letteralmente dalle istituzioni. Kante ha ritirato prima la sua ricevuta di permesso di soggiorno in questura. Poi è stata salutata a Palazzo Santa Lucia dal presidente Antonio Bassolino.
La polizia le ha infatti fornito il documento legato alla sua richiesta di asilo politico (Kante è vedova di un poliziotto di Costa d´Avorio, Coulibaly Dramane, ucciso nel 2005 da uomini delle milizie governative sotto i suoi occhi, sulla soglia della loro vecchia casa di Abidjan). E lo stesso governatore si è impegnato a «chiedere tempi più stringenti per l´esame e il buon esito della vicenda». Il titolo è valido per sei mesi, ma rinnovabile fino a quando non sarà compiutamente definita la sua posizione di aspirante “rifugiata”, per la quale pende il ricorso depositato dall´avvocato Liana Nesta al Tribunale di Roma. Una sensibilità che, naturalmente, non può esaurirsi su questo caso.
Dopo la polemica divampata per una puerpera “segnalata” a un commissariato, Bassolino assicura ieri che - «anche tenendo conto della vicenda della madre ivoriana - verrà divulgata una nuova circolare rivolta a tutte le Asl che escluda il rischio di ambiguità e difficoltà di interpretazione della normativa vigente». Mai più casi Kante, insomma. Da ieri emerge, infatti, un nuovo dettaglio inquietante che la Kadiatou ed il suo avvocato hanno raccontato durante il loro incontro in Regione, alla presenza del commissario della Asl Napoli 1, Maria Grazia Falciatore. «Il documento di identità e il permesso di soggiorno del padre del bambino, nonché convivente della donna, Traore Seidou, era valido il giorno del parto, il 5 marzo; è scaduto solo successivamente, il 31», sottolinea l´avvocato Nesta. «Eccone le fotocopie. Perché non è bastato agli operatori dell´ospedale?». Non solo. Kante, assistita ieri anche da un mediatore culturale, ha anche confermato di non avere potuto allattare il bambino per alcuni giorni: «Ho pianto, dicevano che il bambino doveva essere sottoposto ad accertamenti. Mi piegavo nel lavandino, mi premevo il seno per timore che, se non avessi fatto uscire quel latte materno, non avrei più potuto allattare Abou». Questa circostanza non emerge dalle cartelle cliniche.
Intanto la storia continua a tenere banco su Facebook. È nato un nuovo gruppo: 1100 adesioni. Si chiede anche la simbolica cittadinanza onoraria per Kante, o per suo figlio Abou, “petizione” inviata al sindaco Iervolino. Tra gli altri, scrive al primo cittadino di Napoli la docente Daniela Lepore: «Anche se fosse vero che la scelta di fare intervenire le forze dell´ordine è stata dettata da una interpretazione “stupida” delle norme, e non da razzismo o dall´ansia di applicare leggi non ancora (e si spera mai) vigenti, ancora una volta un pezzetto di città ha mandato un segnale indegno della comunità civile e ospitale che ci vantiamo di essere. A Kante si è detto, con i fatti, che le nostre strutture sanitarie debbono occuparsi delle “carte” più che delle persone. Ora proviamo a ad accoglierla».
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Corriere del Mezzogiorno
Il parto delle polemiche.
Bassolino incontra la ragazza africana. La commissaria della Napoli 1: faremo massima chiarezza nelle procedure
L’Asl: immigrate, stop segnalazioni alla polizia
L’ivoriana Kante ha finalmente ricevuto il permesso di soggiorno
di Simona Brandolini

NAPOLI — La signora Kan­te ha ricevuto il permesso di soggiorno: sei mesi perché ha partorito in Italia. La circolare, di cui abbiamo parlato ieri, in vigore nel territorio dell’Asl Napoli 1 dal 2005 e che solleci­ta la segnalazione alla polizia in mancanza di un documen­to, invece, sarà cambiata. Due buone notizie, dunque. Dopo giorni di caos, polemiche, rap­presaglie, chiusure. Lo spira­glio è sempre la chiarezza. A tutela dei minori la circolare manterrà intatto l’obbligo di riconoscimento da parte dei genitori, ma, a tutela delle donne immigrate, verrà chiari­to che non c’è alcun obbligo di segnalazione alle autorità di polizia perché non è in vigo­re alcun decreto che lo impon­ga.
A deciderlo è stato il gover­natore in accordo con il nuo­vo commissario dell’azienda sanitaria, Maria Grazia Falcia­tore, con la responsabile im­migrazione del servizio so­cio- sanitario Rossella Buon­donno. «Verrà divulgata una nuova circolare rivolta a tutte le Asl — annuncia Bassolino — che escluda il rischio di am­biguità e difficoltà di interpre­tazione della normativa vigen­te. Bisogna fare massima chia­rezza sulle procedure da segui­re nell’assistenza agli immi­grati irregolari e, in particola­re, alle madri che si rivolgono alle strutture sanitarie regiona­li per partorire e ai loro bambi­ni». Bene, una cosa di sinistra. La verità è che al di là del caso specifico il nodo non è tanto la burocrazia, quanto l’incapacità, spesso, dei servi­zi pubblici di adeguarsi ai cam­biamenti sociali. Nella vicen­da della signora Kante è man­cato un anello fondamentale della catena: il mediatore. Co­lui che, per esempio, comuni­ca nella stessa lingua d’origi­ne dell’immigrato. In questo caso il francese. Ebbene l’Asl Napoli 1 ha pochi mediatori e soprattutto molti concentrati all’Ascalesi. Ritenuto, in ma­niera errata, perché nel centro storico, il nosocomio degli ex­tracomunitari. Ebbene il posil­lipino Fatebenefratelli tiene in cura, attualmente, almeno 2500 pazienti stranieri. Sareb­be il caso o no di adeguare il servizio?
L’assessora provinciale An­gela Cortese, che ha manifesta­to nei giorni scorsi davanti ai cancelli del Fatebenefratelli, ne è convinta. Tanto che la Provincia di comune accorso con l’ospedale di via Manzoni che, dice la Cortese, «non de­ve essere considerata una struttura razzista perché non lo è», farà stampare dei modu­li informativi, questa volta in più lingue, per spiegare tutti i passaggi burocratici cui si va incontro alla nascita di un bambino. «Perché — dice la Cortese — se questa storia in­segna qualcosa è che ci vuole informazione. Non ci sono me­diatori culturali. Se la signora Kante avesse avuto due testi­moni e qualcuno che cono­scesse il francese non sarebbe successo niente. Di certo, cir­colare o non circolare, non si sarebbe ricorsi alla forza pub­blica».
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3 aprile 2009

Repubblica - Napoli
Sit-in davanti al Fatebenefratelli “Un abuso quel fax alla polizia”
L´assessore Cortese: commessa grave leggerezza
L´accusa del legale dell´ivoriana. Il faccia a faccia con i vertici dell´ospedale

di co. sa.

Un faccia a faccia teso e sincero. Anche doloroso. Confronto serrato, tra i vertici del Fatebenefratelli e il fronte della solidarietà a Kante ieri pomeriggio, per chiudere il sit-in organizzato dinanzi al presidio di Posillipo. Partecipano alcune centinaia di persone. Semplici cittadini ma anche Cgil e Giuristi democratici, giovani mamme del rione, Onda studentesca, esponenti di Libera, Dedalus, centri sociali, consiglieri.
Da un lato l´avvocato di Kante, Liana Nesta, l´assessore provinciale Angela Cortese, i mediatori culturali di associazioni antirazziste. Rivendicano: «C´era modo per completare con massimo scrupolo l´identità della signora. Quel fax inviato alla polizia è un abuso, nel migliore dei casi un eccesso di zelo, non ha precedenti e in questo clima rischia di impaurire gli immigrati che entrano in un ospedale come degenti e ne escono con l´ordine di comparizione in questura». Dall´altro, a rivendicare la linearità del suo operato c´è il quartier generale di un ospedale - che ogni anno cura circa 2500 extracomunitari - e che non ci sta a finire «sotto la gogna mediatica».
Dalla strada, intanto, arrivano dissenso e slogan del presidio. Sono in tanti. Il più piccolo ha 20 giorni, Manuel Hatuey, e madre napoletana precaria, Manila, che spiega: «Indigna la burocratizzazione dei rapporti, soprattutto se applicata alle fasce deboli». La famiglia più giovane è composta da Alia, 40 giorni, la madre Elvira, 35 anni, e il papà tunisino - nonché musicista apprezzato su molti palcoscenici italiani - Marzouk Mejri. «Deve scattare la sveglia sui comportamenti che scivolano sempre più velocemente dalla superficialità alla disumanità». Silvana Evangelista, associazione “3 febbraio”, dice: «Una donna che attende il suo asilo politico, vive in un paese straniero e affronta senza un lavoro un parto, in un paese civile meriterebbe una carezza. Un fax alla polizia per “l´identificazione urgente” che cos´è?». E ancora, Teresa De Pascale, ostetrica di 58 anni, vezzosa treccia di capelli candidi, commenta: «Faccio nascere i bambini. Da 40 anni. Ho partorito uno dei miei figli, Paolo, in Africa. Se mi avessero mandato polizia o carabinieri in reparto, avrei detto: “Ma che selvaggi”».
Dopo il confronto ai piani alti del Fatebenefratelli, l´assessore Cortese rivela: «Con tutta la stima per l´opera sempre svolta da questi medici, penso che ci sia stata una leggerezza grave, di cui gli stessi vertici sono consapevoli, tant´è che il primario ne era imbarazzato. In effetti, quel fax con la scritta di “urgenza” alla polizia è una modalità che colpisce». La Cortese aggiunge, amara: «Forse pesava anche la fretta di avere i documenti a posto prima di dimettere Kante. Avessero atteso un giorno e l´arrivo di altri testimoni, sarebbe stato meglio».
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L´assessore Montemarano: noi apparteniamo alla cultura dell´accoglienza
E il caso diventa scontro politico sulle norme del pacchetto sicurezza
Stamane la donna sarà ricevuta in Regione dal governatore Bassolino

La vicenda di Kante continua a suscitare reazioni nel mondo politico. Si acuisce lo scontro tra centrodestra e centrosinistra, soprattutto sul disegno di legge del governo sulla sicurezza e sulle controverse norme relative agli immigrati. Secondo il capogruppo di Rifondazione comunista al Comune, Raffaele Carotenuto, «prevale il razzismo leghista». Dice l´assessore provinciale al Turismo, Giovanna Martano: «Vogliamo capire sulle base di quali criteri sia stata applicata nei fatti una norma del pacchetto sicurezza non ancora approvata dal parlamento». Di parere opposto Luigi Bobbio, esponente del Pdl, il quale parla di «allarmismo» e di «sospetti di utilizzazione mediatica» della vicenda da parte di “Repubblica”, allo scopo di «tuonare contro una legge del governo di centrodestra, che però ancora non esiste». Insomma «un polverone assolutamente inutile su un ospedale benemerito», insiste Bobbio, senza ricordare che “Repubblica” ha semplicemente riferito una vicenda di cronaca. Infine l´assessore regionale alla Sanità, Angelo Montemarano: «La relazione richiesta al Fatebenefratelli esclude carenze assistenziali e questo è confortante, il neonato è stato affidato alla madre per l´allattamento al seno fin dalle prime ore di vita», premette. «Voglio però ribadire - aggiunge - che noi apparteniamo alla cultura dell´accoglienza. Qualsiasi donna ricca o povera, patrizia o plebea, indigena o straniera purché incinta bussi e le sarà aperto. Questa targa apposta 500 anni fa sulla facciata dell´ospedale Incurabili rappresenta meglio di qualsiasi discorso la nostra posizione - conclude Montemarano - nessuna pratica burocratico-amministrativa può cancellare la morale ed i principi fondanti di qualsiasi società civile».
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Kante avrà il permesso di soggiorno
La telefonata della questura: oggi la consegna del documento
di co.sa.

Prima buona notizia, per Kante Kadiatou. La questura rilascerà stamane, in risposta a una vecchia richiesta, il permesso di soggiorno a Kante. La 25enne ivoriana è finita al centro di un caso politico-istituzionale, perché “segnalata” dall´ospedale Fatenebenefratelli - in cui era andata a partorire - al commissariato di polizia, con un fax che richiedeva alle forze dell´ordine «un vostro urgente interessamento per l´identificazione di una signora ivoriana».
Eppure le sue generalità, continuano a rilevare anche gli ispettori inviati dagli enti locali, comparivano sia su una copiosa documentazione legale, seppure esibita in copia; sia su un passaporto scaduto, ma non sospettabile di falso, presentato dall´immigrata. E, a quanto sembra, anche da alcuni testimoni. L´ospedale ribadisce di avere osservato una prassi dovuta, l´assessore Montemarano ammonisce che «la cultura dell´accoglienza deve contare più di qualsiasi pratica burocratica». Ieri sit-in dinanzi all´ospedale. Ma, a sorpresa, è la polizia a recuperare quel tempo perso in ospedale.
Dalla questura di Napoli hanno telefonato ieri mattina proprio al suo avvocato, Liana Nesta: «Venga a ritirare qui il suo permesso di soggiorno tra 24 ore, risolviamo la domanda». Si tratta del permesso che Kante attende, in quanto richiedente asilo politico, da circa un anno. Il ricorso alla prima bocciatura della sua istanza pende infatti dinanzi al Tribunale di Roma.
Da oggi, gli eccessi di zelo non dovrebbero ripetersi. Quella carta le consentirà di potersi sottoporre a visite mediche per lei e per il bambino. La donna, inoltre, incontrerà stamane il presidente Bassolino, accompagnata dal suo convivente Traore, e dall´avvocato. Intanto continuano gli accertamenti disposti dalla Regione e dal Comune di Napoli. E viene fuori anche la ricostruzione dettagliata di quell´intervento “anomalo”, così come ricostruito dalla questura e dalla prefettura di Napoli.
Quel fax della discordia, partito effettivamente dalla direzione amministrativa del presidio e ricevuto dalla polizia di Posillipo, fu poi “girato” attraverso la sala operativa - come avviene di prassi, per il controllo del territorio - a una pattuglia dei carabinieri a cui toccava, per la sera del parto sotto esame, il 5 marzo scorso, l´area di Posillipo tra i quartieri ripartiti con i colleghi della questura. Così l´informazione fu girata ai militari e quelli corsero al presidio per fare le domande di rito alla puerpera e notificarle un invito a comparire in questura, per regolarizzare la sua posizione. In sintesi: un semplice parto trattato ,malgrado tutte le buone intenzioni, come un evento traumatico o pericoloso.
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L´informazione
Le notizie vere del giorno prima e quelle false del giorno dopo
Dopo i fatti pubblicati su Repubblica, non c´era bisogno che a informare governo e Parlamento si scomodasse il prefetto, che la Regione e il Comune inviassero ispezioni, che la Asl disponesse accertamenti, che la pubblica opinione si mobilitasse, che l´ospedale raccontasse (anche su questo giornale, naturalmente, e con ampiezza) la sua versione dei fatti. No, per sapere con certezza com´era andata la vicenda di Kante divulgata dal suo avvocato, bastava rivolgersi al Mattino che con sicurezza afferma: “È tutto falso”. Dunque, le notizie vere il giorno prima su Repubblica, le notizie false il giorno dopo sul Mattino. Fate bene, fratelli?
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Tbc alla scuola Fiorelli

25 marzo 2009
Repubblica - Napoli
La caduta della ragione
di Marco Rossi-Doria

Ieri i genitori della succursale della Fiorelli si sono precipitati nella scuola. Sono entrati nella scuola, urlanti e incontenibili, a ritirare i loro figli perché una bambina era affetta da una malattia — la tbc o tubercolosi — allo stato iniziale, in forma non contagiosa e già in via di cura. E a nulla sono valse le spiegazioni di bidelli, dirigente e docenti né le argomentazioni dell´autorità sanitaria locale, né il fatto che i test della famiglia della piccola, dei docenti e dei compagni di classe siano risultati negativi e dunque tali da escludere ogni ipotesi di epidemia.
Ma ciò che è più grave è che la reazione violenta era rivolta contro una bimba di 9 anni - risultata positiva al test per il bacillo di Koch o batterio della tubercolosi — di cui si chiedeva l´espulsione per sempre.
L´episodio mostra innanzitutto una macroscopica ignoranza. Ed è anche il segno di come l´ignoranza crei inciviltà di comportamenti e incapacità di ascolto e ragionamento. Ma entrambe le cose hanno un´altra causa: il razzismo. Infatti alla base dell´assalto alla scuola c´è stato un semplice fatto: la bambina in questione è rom. E — francamente — dubito che mai vi sarebbe stata una simile reazione se la bambina in questione non fosse stata rom.
Lo scopo, infatti, dell´incursione non è stato solo quello di ritirare i figli da scuola — cosa che comunque mostra una incomprensione dei fenomeni e un rifiuto anche ad ascoltarne la spiegazione scientifica da esperti del settore — ma di espellere la bimba e anche i “suoi simili”. È, dunque, il razzismo che ha accecato la ragione, che ha fatto immaginare che il bacillo fosse trasportato presso i propri figli a causa di persone straniere e perciò nemiche. E, infatti, non ce l´avevano con la malattia ma con la bambina rom e con la scuola che la ha accolta, cosa prescritta dalla Costituzione italiana e dal diritto internazionale. E nessuno ha voluto neanche pensare al fatto che la Tbc è guaribile e che non è mai stata una malattia legata a una provenienza geografica né tantomeno viene contratta e diffusa dai rom. Tanto è vero che l´Italia — fino a quaranta anni fa — fu un paese con estese aree di tubercolosi, una malattia così comune che chi scrive, figlio di professore universitario allora abitante in via Posillipo, la contrasse all´età di quattordici anni. Come decine di migliaia di ragazzini italiani. Oggi la Tbc, dopo essere stata quasi debellata, è tornata a diffondersi, con 35 mila casi dal 2000, circa 6000 l´anno. Va, dunque, nuovamente combattuta — come molte malattie che stanno ritornando. Ma la malattia — tornata tra noi — che va ancor più combattuta è la caduta della ragione presso i cittadini, malattia tremenda, alimentata dal bacillo del razzismo.
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Nelle pieghe del ddl sicurezza

12 marzo 2009
Repubblica
“Vietato registrare i figli dei clandestini”
Spunta comma nel ddl. Medici in rivolta: no all´obbligo di denuncia. Maroni: rischio banlieue
di Mario Reggio

ROMA - «Non siamo spie, la misura è colma». Insorgono i sindacati dei medici: saremo obbligati - affermano - a denunciare l´immigrato clandestino che si presenterà in una struttura sanitaria per essere curato, e chi di noi non lo farà commetterà un reato penale. Il governo ha sempre sostenuto che l´abrogazione della norma che vietava la denuncia da parte del medico non avrebbe comportato sanzioni, e che in sostanza il medico avrà la facoltà, e non l´obbligo, di denunciare. Ma secondo gli uffici legali dei sindacati ciò è falso: il medico è pubblico ufficiale, l´immigrazione clandestina è reato, ergo - questa è la loro tesi - il medico è passibile di denuncia e condanna penale se non segnala gli irregolari. Tutto ciò come effetto del ddl sulla sicurezza passato al Senato ed ora all´esame delle commissioni alla Camera. Il ministro Maroni replica: «Non c´è alcun obbligo per i medici». E aggiunge che «esiste un rischio di violenza, un rischio banlieue in certe periferie delle città».
Ma da quel testo spunta un altro attacco alla dignità delle persone: stavolta tocca ai neonati figli di immigrati clandestini. In base ad un comma dell´articolo 45, senza la presentazione del permesso di soggiorno i bambini non potranno essere registrati all´anagrafe. L´effetto sarebbe il moltiplicarsi di un esercito di bambini “invisibili”, con genitori che non esistono e nessuna possibilità di essere curati. In più, il rischio del moltiplicarsi dei parti clandestini. Partiamo dal rischio dei “bimbi invisibili”. Attualmente è in vigore la legge del ‘98, primo governo Prodi, che esonera tutti i cittadini stranieri dal presentare il documento di soggiorno per compiere atti di stato civile. La segnalazione della soppressione di questa deroga arriva dall´Associazione dei giuristi per l´immigrazione, che ha scovato il codicillo nelle pieghe del ddl sulla sicurezza. «La norma si configura come una misura che scoraggia la protezione del minore e della maternità - affermano i giuristi - Una norma che appare incostituzionale sotto diversi profili». Le conseguenze sarebbero drammatiche: i bimbi resterebbero senza identità, c´è il rischio nel caso del parto in ospedale che non vengano consegnati ai genitori e siano dichiarati in stato di abbandono. Una situazione che porterebbe al proliferare dei parti clandestini.
Una scelta della maggioranza che fa il paio con l´emendamento, presentato dalla Lega Nord, approvato in commissione ed in aula Senato, che obbliga i 120 mila medici delle strutture pubbliche e convenzionate a denunciare il paziente senza permesso di soggiorno. Una misura che non esiste in nessun Paese europeo (salvo il Germania, dove però non sono previste sanzioni per il medico obiettore e quindi viene ignorata). I medici hanno annunciato che useranno tutti gli strumenti legali, «fino alla Corte di giustizia europea passando per la Corte costituzionale». E´ questa la posizione di tutti i sindacati medici. Massimo Cozza, segretario dei medici Cgil dichiara: «I 120 mila medici che rispetteranno la deontologia e la Costituzione diventeranno loro stessi clandestini».
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Dossier Europarlamento

18 novembre 2008

Corriere della Sera
Il caso. Domani voto sul dossier che critica Roma
L’Europarlamento: l’Italia odia i Rom. Il Ppe: provocazione
di Luigi Offeddu

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BRUXELLES — «Le azioni perpetrate contro i Rom ad opera delle autorità italiane violano un certo numero di obblighi assunti dall’Italia nel quadro della legge internazionale sui diritti umani… Perciò il governo italiano deve cessare immediatamente di diffondere commenti contro i Rom e di propagare l’odio verso di essi…».
Sono alcune fra le ultime righe del rapporto sulla situazione dei nomadi Rom in Italia, che sta oggi sui tavoli della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento Europeo. Domani, sarà discusso dalla stessa Commissione: e se, come sembra probabile, ne verranno confermate e ufficializzate le conclusioni, da «rapporto intermedio» qual è ora tecnicamente si trasformerà in una relazione su cui sarà chiamato a votare l’intero Parlamento.
E’ un documento severo nei toni e nella sostanza, basato su tre filoni di informazione: il viaggio compiuto in settembre a Roma da una delegazione della stessa Commissione (e «movimentato» da una accesa discussione con parlamentari italiani); le relazioni di varie Organizzazioni non governative; e infine, un elenco di episodi di cronaca, dai roghi nel campo di Ponticelli alle chiusure di altri campi a Milano o nel Lazio Alla fine, le conclusioni. L’Italia viene invitata «ad adottare una campagna nazionale antirazzismo per migliorare la percezione pubblica dei Rom», a «indagare su tutti i casi presunti di maltrattamenti da parte delle forze dell’ordine», «a condannare pubblicamente tutti i pogrom anti-Rom», «a cancellare senza ritardo tutte i provvedimenti che prendano di mira negativamente i Rom». Esempi: «i Patti per la sicurezza adottati a Napoli, Roma, Milano, Firenze»; le misure di emergenza decise in maggio per i campi in Campania, e «l’iniziativa da parte del ministro dell’interno Roberto Maroni di compiere un censimento dei Rom in Italia attraverso la rilevazione delle impronte digitali, fatto che viola ulteriormente le leggi sulla protezione dei dati personali».
Le prime indiscrezioni sui contenuti nel rapporto hanno già acceso la polemica nei saloni del Parlamento. Anche perché nella Commissione libertà civili, «governata» da una maggioranza composta da socialisti, Verdi e liberali, siedono molti deputati italiani. «Ho l’impressione che questo rapporto sia prima di tutto intempestivo — dice Mario Mauro, cattolico del Ppe e vicepresidente del Parlamento — perché bisognerebbe aspettare almeno sei mesi, per giudicare i risultati delle misure adottate dal governo. Ma poi, il testo ha più che altro il senso di una provocazione». In che senso? «Beh, pecca in parte di un approccio ideologico: vari colleghi sono andati in Italia con la voglia di applicare una lettura predefinita, piuttosto che di cercare la verità dei fatti. Che sono complessi, e antichi: perché il degrado dei campi durava da anni, non è iniziato tre giorni prima della visita della Commissione…. Poi, certo, il problema esiste: però ne parliamo oggi, solo perché questo governo ha deciso di affrontarlo. Dopo, diremo se ha agito bene o male: ma per favore giudichiamolo sui fatti, non in base ai pregiudizi».
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Svaniti nel nulla

15 ottobre 2008

Repubblica - Napoli
L´esodo dei rom, duemila sono andati via
Una pista per l´ultimo raid: i nomadi davano fastidio ai ras della prostituzione
di Cristina Zagaria

Duemila rom in fuga, da Napoli e dalla Campania. Si è chiuso il censimento del commissario Alessandro Pansa sui campi di rumeni e slavi in regione. Per la comunicazione ufficiale si attendono le ultime rilevazioni di Caserta, ma già dalle prime notizie informali, emerge un dato importante: solo a Napoli mancano all´appello 2000 rom. Quando, lo scorso giungo, la prefettura ha avviato il censimento aveva calcolato una stima di almeno 5000 presenze, sparse tra i grandi campi e i piccoli insediamenti intorno a Napoli. A conti fatti, invece, ci sono circa tremila persone, di cui il 60 per cento sono minori. Dove sono finiti gli altri 2000 rom, che risultavano dalle precedenti rilevazioni? Secondo i dati della Prefettura sono fuggiti da Napoli e dalla Campania. Sarebbero andati addirittura fuori regione. Un vero e proprio esodo, l´effetto lungo dei roghi di Ponticelli e della caccia allo zingaro della scorsa primavera. Anche i rom che in un primo momento avevano trovato rifugio nelle case protette del Comune sono spariti nel nulla.
L´ultimo atto di intolleranza è di due giorni fa: qualcuno ha dato fuoco alle baracche sotto il ponte dell´A3, in via Argine, dove si erano rifugiati una trentina di rom di origine slava. Un incendio doloso con numerosi focolai e fiamme altissime. Ieri la polizia Ha fatto nuovi sopralluoghi. Una delle piste investigative è che l´incendio sia legato al giro di prostituzione in via Gallileo Ferrarsi: i rom davano fastidio alle lucciole nordafricane e ai loro protettori. La convivenza era diventata difficile, perciò qualcuno avrebbe deciso di cacciare i rom con la forza. Una spartizione di territorio, anzi una rivendicazione. Il campo di via Argine dato alle fiamme era appena stato censito.
La squadra di polizia, tecnici e volontari, creata dal commissario straordinario per l´emergenza rom per la Campania, il prefetto Alessandro Pansa, ha passato al setaccio i due maxi campi di Secondigliano e Scampia e una ventina di micro campi sparsi in tutta la provincia. «Il censimento si è svolto con modi e metodi democratici - commenta l´assessore alle Politiche sociali del Comune, Giulio Riccio - Senza forzature sulle impronte. Ora dobbiamo però dare l´ultimo colpo di coda e creare dei villaggi di accoglienza strutturati e organizzati. Ogni municipalità dovrà dare il suo contributo». Due sono ora le emergenze: la casa e la scolarizzazione. E i tempi sono strettissimi, soprattutto per iscrivere i bambini a scuola. Ci sono circa 1000 rom in età scolare, solo nel capoluogo. Per la scolarizzazione, Riccio parla di un «ciclo di scolarizzazione completo, cioè dalle elementari alle scuole superiori, con mediatori rom». E il dirigente regionale scolastico, Alberto Bottino: «Ho dato la mia disponibilità totale a Pansa. Anche se i fondi non ci sono, sono disposto a creare nuove classi, se questi scolari dovessero iscriversi a ottobre o novembre. L´istruzione è un diritto di tutti, siamo pronti a fare l´impossibile». Ma chi sono proprio i rom a essere veramente in attesa degli esiti concreti del censimento. «Adesso ogni famiglia porta il proprio bambino a scuola, ma vorremmo un servizio di bus. Il ministro ci aveva promesso che il censimento era una buona occasione per tutti. Noi siamo qui» dice Nino, un capofamiglia del campo di Scampia. Nella periferia nord di Napoli tra Scampia e Secondigliano ci sono 600 bambini in età scolare. E Paola Romano, volontaria della Caritas di Ponticelli: «Avevamo iscritto 40 bambini al 70esimo circolo, ma dopo la diaspora dei roghi nessuno è andato a scuola. Aspettiamo la prefettura, ma siamo a ottobre e non si è mosso niente se non per le iniziative sparse di volontari e della comunità di Sant´Egidio. Tutto il nostro lavoro è andato in fumo, assieme ai campi, nell´indifferenza generale».
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Una soluzione torinese

11 ottobre 2008

Repubblica
La giunta presenta il nuovo regolamento. Dovrebbero pagare dai 4 agli 8 euro l´anno per ogni mq occupato
Torino, tassa sui campi rom “Chi vuol restare paghi l´affitto”
La spesa annuale per ogni famiglia potrebbe oscillare tra centosessanta e 320 euro
Via libera della sinistra. “Ma discutere il regolamento con le associazioni”
di Sara Strippoli

TORINO - Sei euro l´anno a metro quadro se vuoi vivere all´interno di un campo nomadi. Ma l´ingresso è vietato a chi ha un alloggio di proprietà o una casa popolare assegnata dal Comune. Il nuovo regolamento presentato ieri in una riunione di maggioranza dalla giunta comunale guidata da Sergio Chiamparino annuncia un cambiamento radicale nel rapporto fra l´amministrazione e le popolazioni di sinti e di rom che vivono nei quattro campi autorizzati della città: quella che prima era una “autorizzazione” ad occupare una piazzola si trasforma adesso in una “concessione”. L´acquisizione di questo «diritto» comporterà però il rispetto di alcuni doveri: primo dei quali l´obbligo per i bimbi dei campi di frequentare la scuola con regolarità.
Per la prima volta la richiesta di un affitto, per quanto simbolico. E non differenziato sulla base della situazione economica delle famiglie, ma un´unica somma uguale per tutti. Ancora da definire, a dir la verità. Dopo alcune riflessioni, fra le quali l´ipotesi che ai nomadi si potesse chiedere di versare la somma spesa per luce e gas, è invece prevalsa la scelta che il pagamento avvenisse sulla base dei metri quadri occupati. Una somma che potrebbe oscillare fra i 4 e gli 8 euro a metro quadrato, spiega l´assessore alle politiche sociali Marco Borgione. Considerato che di norma gli spazi attuali sono di venti, quaranta o sessanta metri quadri, la spesa annuale per una famiglia potrebbe oscillare fra i 160 euro (nel caso che si decida per 4 euro per 40 metri di spazio) e i 320 euro se la cifra dovesse salire a otto euro per lo stesso spazio.
Una prospettiva che anche la sinistra all´interno della coalizione che appoggia il sindaco ritiene «di buon senso». A condizione però, chiariscono i capigruppo di Sinistra democratica e del Prc Monica Cerutti e Luca Cassano «che il regolamento sia discusso con le associazioni e che sia applicato correttamente». Gli obiettivi sono chiari, spiega l´assessore comunale del Pd (area cattolica della Margherita) che firma la proposta: garantire un ricambio che adesso è praticamente assente «considerato che nella maggior parte dei casi la tendenza è quella di restare nei campi per anni» e garantire un principio di equità patrimoniale. Per questo partiranno i controlli e chi si rivelerà proprietario di un alloggio sarà allontanato. Stessa sorte per chi nei mesi scorsi si è visto assegnare un alloggio di edilizia popolare o si fosse macchiato di reati come istigazione alla prostituzione o sfruttamento di minori. La frequenza obbligatoria per i bimbi dei campi (circa ottocento persone in quelli autorizzati che salgono a duemila se si sommano i campi abusivi nascosti in città), dice Borgione «è una condizione indispensabile se puntiamo davvero all´integrazione». Nessun dubbio su un affitto uguale per tutti: «Mi basta guardare le auto parcheggiate nei campi per capire che la maggior parte di chi adesso ci abita può permettersi quella somma», è il commento dell´assessore. Le associazioni torinesi che da anni gestiscono progetti di integrazione delle popolazioni nomadi pongono però un interrogativo. Dice Oliviero Alotto, vicepresidente dell´associazione Terra del fuoco, legata a Libera di don Ciotti: «Siamo proprio sicuri che in questo modo non si rischi di aumentare il numero di nomadi che scelgono i campi abusivi?».
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Di nuovo gli scontri

1 ottobre 2007

Repubblica - Napoli
La situazione
Dopo gli insulti agli africani, prende corpo l´ipotesi di una manifestazione unitaria contro il degrado
Pianura ora cerca il dialogo “Corteo con gli immigrati”
La Iervolino insiste: “Indegno razzismo, la città fa passi indietro”
di Cristina Zagaria

Dopo gli scontri, le accuse, le aggressioni, la paura arrivano i primi segnali di distensione. Pianura, il giorno dopo: alle nove di mattina una ruspa del Comune rimuove i blocchi che chiudevano l´ingresso a via dell´Avvenire. È il primo segnale. Il secondo è un annuncio: «Vogliamo fare una nuova manifestazione contro il razzismo, ma questa volta congiunta, residenti e immigrati». Lo dicono gli extracomunitari e lo ribadiscono i residenti seduti sul marciapiede davanti al blindato della polizia, rimasto a guardia della strada contesa. E il terzo segnale è la scarcerazione di Michele Piscopo, residente di via dell´Avvenire, arrestato lunedì durante i tafferugli a Pianura e scarcerato ieri per non aver commesso il fatto, cioè per non aver aggredito nessun extracomunitario durante il corteo.
«La situazione è tranquilla - conferma Aboubakar Soumahoro, sindacalista di RdB e rappresentante degli immigrati, che occupano gli edifici di via dell´Avvenire - ma siamo spaventati, abbiamo il terrore di uscire e camminare da soli in strada». Poi aggiunge: «Molti residenti di Pianura lunedì hanno sfilato con noi e sono sempre stati dalla nostra parte. Noi chiediamo protezione da una piccola parte di persone che cercano di strumentalizzare e cavalcare la nostra situazione, per il resto siamo pronti a sfilare tutti insieme contro ogni forma di razzismo e per avere una casa degna, pulita, vera». Stessa dichiarazione di pace da quello che fino a ieri era considerato l´altro fronte: «La situazione è stabile - rassicura anche Fabiana Vanni, presidente del comitato “Centro storico di Pianura di serie B” - . Continuiamo a presidiare, ma stiamo lavorando a una manifestazione congiunta contro il razzismo e per sbloccare il piano di riqualificazione». Angelo Perfetto è seduto sul marciapiede di via Dell´Avvenire davanti alle case occupate: «È vero ci siamo arrabbiati e stiamo protestando, ma perché siamo in una situazione di degrado generale, con i furti di corrente e tutto il resto. Ma che c´entra questo con il razzismo?». E le parole di Angelo sono rafforzate da quelle di Salvatore, Mario, Pietro, Rosa tutti residenti storici di Pianura e tutti in prima linea da una settimana: «Basta strumentalizzazioni. Basta giocare con la parola razzismo. Risolviamo tutti insieme il problema di Pianura».
L´idea della manifestazione congiunta con un sit-in davanti alla chiesa di San Giorgio è dell´assessore Giorgio Nugnes (residente a Pianura) che ieri mattina ha guidato le operazioni di rimozione dei blocchi e ha trattato con gli extracomunitari e con i residenti. Ma anche Alleanza nazionale aderisce. «Aderiamo senza colori politici - dice il consigliere regionale Pietro Diodato - ma come residenti di Pianura, perché il dialogo è l´unica strada per risolvere il problema». E Pasquale Strazzullo dirigente cittadino di An: «Ora bisogna trovare una soluzione concreta». Nugnes ha un´idea per risolvere la questione di via dell´Avvenire e portare contemporaneamente avanti la riqualificazione del centro storico di Pianura, che presenterà oggi al sindaco. E Diodato ha scritto al prefetto Pansa suggerendo l´ipotesi di utilizzare, come soluzione temporanea «l´albergo di via Torino, recentemente sgomberato, con un finanziamento della Regione». Intanto il sindaco, Rosa Russo Iervolino ribadisce la sua delusione per gli episodi di «indegno razzismo» di Pianura e per «una città che fa passi indietro». Il sindaco ha parlato con Alessandro Pansa: «Ho detto al prefetto che troveremo in breve tempo un alloggio agli sfrattati di Pianura. Ritengo però che ci sia un assurdo contrasto tra la vocazione mediterranea, la nostra storia ed il modo in cui si comportano alcuni cittadini ed amministratori di municipalità». Il consiglio provinciale ha approvato un ordine del giorno in cui si condannano le violenze avvenute a Pianura durante il corteo degli immigrati.
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Corriere del Mezzogiorno
Dopo le aggressioni. L’assessore rinuncia alla scorta. Si cerca un alloggio per gli extracomunitari
Nugnes da solo nelle strade per calmare gli animi
di Lu. Mr.

NAPOLI — Mentre l’assessore Nugnes va a Pianura «per tentare di calmare gli animi» ma da solo, senza la scorta che lunedì lo ha accompagnato per tutta la giornata — ha ricevuto pesanti minacce e si è rivolto alla Digos — la sindaca approfitta della conferenza dell’Osservatorio Euromediterraneo a Procida per condannare i «gravi episodi razzisti» dell’altra sera, «constatando con dolore che la città sta facendo passi indietro: in tutta la città infatti — dice il primo cittadino — percepisco un rifiuto sistematico dei più elementari principi di tolleranza, ma il clima a Pianura è peggiore e tanto più inaccettabile perché dietro le manifestazioni violente c’è del razzismo che non è degno di una città ricca di storia e voglia di pace». Ma c’è dell’altro. Le denunce dell’assessore su una regia dell’opposizione e locale sui disordini, il sindaco le ha recepite. «Indignata e delusa» quindi stigmatizza «il comportamento di alcuni amministratori di municipalità e dei cittadini che manifestano anche in modo violento contro la presenza di extracomunitari ». E annunciando l’avvio di una collaborazione col prefetto per sistemare il pasticcio Pianura, afferma: «Non partecipo al comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza perché devo stare consiglio comunale, ma con Pansa ci stiamo adoperando per trovare in breve tempo un alloggio agli sfrattati e gli immigrati di via dell’Avvenire». Alloggio che resterà segreto fino all’ultimo momento. «Ritengo però — conclude la sindaca — che ci sia un forte ed assurdo contrasto insanabile tra la vocazione mediterranea, la preparazione al Forum delle Culture, il lavoro che facciamo sulla pace, la nostra storia ed il modo in cui si comportano alcuni cittadini ed amministratori di municipalità ». E qui il riferimento è soprattutto alla destra, dell’Avvocata come di Pianura, qui presente dal primo sgombero di ottobre scorso come ai disordini di lunedì. L’assessore alle municipalità Nugnes rinuncia quindi alla scorta: «Da stamane (ieri, ndr) dopo aver accompagnato i figli a scuola — precisa —. In via dell’Avvenire ho trovato fortunatamente disponibilità al dialogo, i residenti non ci stanno a passare per razzisti e si sono subito convinti a togliere i blocchi stradali per far passare le auto dell’amministrazione comunale. Vogliono che il quartiere sia riqualificato nelle strutture e nei servizi». Poi, più tardi, Nugnes incontra il sindaco con l’assessore al Patrimonio e con sé ha i progetti del Contratto di Quartiere e del cosiddetto terzo stralcio del piano di interventi della Ricostruzione post-terremoto, anche questi incompiuti: «Deve ripartire, anche per la gente di via dell’Avvenire, la riqualificazione del centro storico di Pianura almeno nella restante parte non destinata agli abbattimenti».
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27 settembre 2008

Repubblica - Napoli
Pianura, sassi su un giovane africano
Blocco stradale in via Salvatore Rosa: “Non vogliamo qui gli immigrati”

Il sindaco e l´assessore Nugnes in prefettura per cercare alloggi
di Roberto Fuccillo

Un nero ferito a sassate. Un gruppo di donne esasperate che occupa un cantiere. Un altro che paralizza la città bloccando via Salvator Rosa. Il sindaco che va a conferire col prefetto. Si estende, esce anche dai suoi confini territoriali il caso Pianura. La tensione per l´insediamento di extracomunitari in via dell´Avvenire ha provocato un ferito nelle notte fra giovedì e ieri: Yakuba, 28enne del Burkina Faso, è stato colpito da una sassaiola, non lontano dai muri su cui si legge «negri morti». La tensione in zona resta fortissima. Dopo le minacce ai tecnici dell´Arin, spediti a riparare la condotta che serve il palazzo occupato, ecco ieri sera l´assessore Giorgio Nugnes denunciare: «Incredibile. Lì abbiamo dei lavori in corso, anche per le condotte fognarie, ma i cittadini bloccano via dell´Avvenire e non fanno lavorare i tecnici».
Venti-trenta persone: questo il gruppo di manifestanti che, mentre Nugnes si sfogava in Comune, metteva anche dei cassonetti di traverso e cacciava dalla zona un giornalista. Lo stesso cantiere era stato occupato in mattinata da un gruppo di donne. Proprio mentre Nugnes era in prefettura, insieme al sindaco Iervolino, al collega assessore Di Mezza, al presidente della municipalità Tirelli e a esponenti delle forze dell´ordine per esaminare la situazione, ritenuta figlia non solo di spontanea protesta degli abitanti: lo stabile di via dell´Avvenire è certamente fatiscente, ma l´insediamento dura da vent´anni, e dunque ci si interroga sull´improvvisa accensione degli animi. D´altronde è di due mesi fa l´incendio al cosiddetto T1 in via Trencia, che ha fatto una ventina di famiglie di sfollati, solo in minima parte immigrati. «Negli ultimi mesi sono successe cose mai viste in venti anni», dice Tirelli. E i tempi sembrano coincidere con l´avvio dei cantieri per il «contratto di quartiere»: 8,5 milioni di riqualificazioni nel centro storico di Pianura. L´area di via dell´Avvenire non ne fa parte, ma potrebbe entrare in un successivo pacchetto di interventi a cui lavora il Comune. Comunque un pacchetto di opere che può stimolare appetiti speculativi.
In serata poi un centinaio di persone ha bloccato il traffico in via Salvator Rosa: era arrivata voce del trasferimento degli extracomunitari presso la ex scuola media “Mario Schipa”. Secco il comunicato di Palazzo San Giacomo: «L´ipotesi è destituita di fondamento (semmai si tratta degli sfollati ospitati a via Scura, ndr). È puramente strumentale il tentativo di fomentare gli animi». È evidente che Palazzo San Giacomo vede un disegno preciso dietro le proteste. Esponenti di An erano ieri a Salvator Rosa ed è alla luce del sole la presenza di Pietro Diodato e Andrea Santoro nelle vie di Pianura. Diodato ha chiesto a sua volta un incontro in serata con il prefetto. La sua versione: il nero «è stato ferito da quelli che li sfruttano per pochi soldi», la condotta idrica «è stata danneggiata da un camion di rom», la tensione si deve al fatto che «gli occupanti di via dell´Avvenire sono passati da 50 a 250, l´ho detto anche a loro, dobbiamo cercare insieme una sistemazione alternativa». Controcanto dell´assessore Giulio Riccio: «Il camion “di rom” era di una ditta edile. Anche a Castel Volturno la strage è stata fatta non certo per la cocaina, ma per progetti sul territorio, che interessano una camorra radicata nel movimento terra, proprio come quella di Pianura. Suggerirei a Diodato di togliersi da questo ginepraio».
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Corriere del Mezzogiorno
Quartieri in rivolta. Donne in prima linea. Extracomunitari asserragliati nelle case: è razzismo
Pianura e Salvator Rosa, esplode la rabbia contro gli immigrati
Blocchi stradali e violenza: «Noi qui non li vogliamo»

Yakuba, 28enne del Burkina Faso, ha denunciato di essere stato preso a sassate dagli abitanti
di Carlo Franco

NAPOLI - Piazza «Scuorno», a Pianura, non compare sullo stradario, ma c’è. E ieri ha ospitato una rivolta al calor bianco che ha strappato la prima pagina alla protesta clamorosa degli extracomunitari barricati nel palazzo fatiscente di via dell’Avvenire che è la loro casa: «Ce ne andremo solo se ci date un’altra casa». Questa richiesta ha scatenare una reazione da brividi che ha messo a ferro e fuoco il cuore della città. Un gruppo di abitanti ha bloccato ieri sera Salvator Rosa inferociti dalla voce, ritenuta infondata dal Comune, che gli immigrati sgomberati da Pianura potessero finire in via Conte della Cerra nell’ex scuola media Mario Schipa. L’onda xenofoba, però, monta e innesca una nuova bomba sociale. Il presidente della II Municipalità, Alberto Patruno, e gli assessori Wurzburger e Moresco hanno denunciato di essere stati aggrediti da alcuni manifestanti nella loro sede. «E’ un episodio di estrema gravità - hanno detto - ma invitiamo alla calma e garantiamo che l’ex scuola non sarà occupata». La calma, però, è uno stato d’animo che una parte della città ha del tutto rimosso. Da sinistra il capogruppo del Prc al Comune, Raffaele Carotenuto, chiede di proteggere gli immigrati: «Non possiamo tollerare che Napoli diventi una centrale di odio e xenofobia». A Aboubakar Soumahoro, sindacalisti degli extracomunitari, lancia un’altra accusa: «In piazza San Giorgio, a Pianura, hanno picchiato con i sassi il giovane Yakuba del Burkina Faso». Questa è la cronaca di un pomeriggio di rabbia e di cieca rivolta popolare. Ma torniamo a Pianura dove a scendere in strada, ieri mattina, sono state le donne di via dei Gracchi stanche di vivere in una situazione di degrado mortificante. Piazza Scuorno più che una piazza è un crocevia sconnesso, alla confluenza tra via Giorgio De Grassi e via Comunale Grottola realizzato praticamente sul vuoto, riempendo un terrapieno con i detriti delle costruzioni abusive e un leggero strato di cemento. Siamo nel cuore del quartiere vecchio, i casali sono a brandelli e da trent’anni si attende che il piccone faccia giustizia e si avvii un processo di riqualificazione urbana. Lo scenario è terrificante, il blocco stradale è stato fatto con i cassonetti della munnezza dopo che il «carico» era stato accantonato ai lati della strada.
Tutt’intorno incombono decine di case fatiscenti gestite dalla «Romeo» delle mille discordie dove, per assenza di manutenzione, le fogne sono perennemente intasate e lo spurgo viene effettuato non dai tecnici del Comune ma dagli stessi abitanti. Luigi Staiano, il capopalazzo, ci mostra come si fa dopo essersi munito dell’attrezzo giusto, un palo di ferro con la punta ricurva per fare da leva: un colpo ben assestato e zac il tombino salta, la fogna può essere svuotata. Questo angolo di quarto mondo che un pò somiglia a Korogocho la baraccopoli di Nairobi dove ha vissuto padre Alex Zanotelli, è diventata una zona di guerra nella quale comandano quattro donne che si chiamano Nunzia, Carmela, Dora e Enza. Quando siamo arrivati ci hanno squadrato da capo a piedi poi, fortunatamente, abbiamo superato l’esame. «Dovete scrivere bbuono, però»: promettiamo. Gli uomini ubbidiscono senza fiatare e se sgarrano le buscano pure: è successo davanti ai nostri occhi a due ragazzi che si erano arrampicati in cima ad un palazzo diroccato: «Scennite, siete minorenni e i poliziotti vi possono prendere». Sono scesi, ma non per paura della polizia, qui il rispetto per la «divisa» non esiste e gli agenti fanno fatica a mantenere la calma. Il posto di blocco è presidiato dall’alba a notte fonda e quando qualcuno tenta di forzarlo la reazione è pari all’offesa: tremenda. E’ successo ad una signora dai modi cortesi ma fermi. Con la sua utilitaria ha spostato un cassonetto ed è stata brutalmente bloccata. Il ragazzo che stava con lei, probabilmente suo figlio, tenta una reazione autoritaria, ma rischia il linciaggio. L’ordine è perentorio: «Se volete tornare a casa dovete cambiare strada». La signora risale in macchina e se ne va biasimando il comportamento eccessivamente neutrale dei poliziotti.
Così si vive a Pianura, che, ormai, con Scampia è il quartiere più sconquassato dell’inferno napoletano. I focolai di rivolta si rincorrono e prima o poi, come dicono i vecchi pianuresi, «qui ci scappa il morto e succede il finimondo». In principio fu la discarica, ma ora la situazione è degenerata. Giovedì a urlare la loro rabbia erano stati un centinaio di extracomunitari che abitano in un palazzo fatiscente e pericolante di via dell’Avvenire. Vengono dal Mali, dal Burkina Faso e dalla Costa d’Avorio, quasi tutti hanno chiesto asilo politico e vivono alla macchia perchè sprovvisti di documenti. I vigili del fuoco hanno intimato agli extracomunitari di andare via senza offrire alcuna alternativa e quelli hanno risposto: «Da qui non ci muoviamo». Il rifiuto ha scatenato la reazione dei loro dirimpettai napoletani che vivono in tuguri che stanno un pò meglio in piedi e ce l’hanno a morte con i «neri» colpevoli, dicono, di rappresaglie di ogni genere. Nanna Isso, un ragazzone di 32 anni, che fa il muratore e raccoglie i pomodori nelle campagne di Villa Literno, replica a muso duro: «Quelli sono razzisti, ci odiano e ci hanno anche tagliato la condotta dell’acqua lasciandoci a secco. Viviamo come le bestie, già non avevamo la luce ora non possiamo neanche lavarci». Una signora imbellettata ascolta e urla: «Non è vero, il tubo l’hanno rotto i rom. Questa è brutta gente, sono bugiardi, si ubriacano e si drogano, non li vogliamo perchè mettono paura ai nostri figli». La condotta, ad ogni buon conto è stata riparata dai tecnici dell’Arin che hanno lavorato protetti dalla polizia, ma a quanto dicono i neri, l’acqua da loro non è ancora arrivata.
Lo scontro etnico passa anche per un messaggio di morte inciso su una fotografia pubblicata dai giornali di ieri mattina. «Morte ai neri» è scritto nella foto e gli extracomunitari hanno utilizzato lo slogan come atto di accusa nei confronti degli odiati vicini. «Questa è la prova che ci vogliono morti», dice ancora Nanna Isso e i suoi compagni tutt’intorno confermano: «Stanno facendo di tutto per mandarci via, ma non l’avranno vinta. Non abbiamo dove andare e se pure trovassimo una casa non ce la darebbero perchè non abbiamo documenti». La risposta è di fuoco: «Quella foto l’hanno costruita per accusarci, è un falso, la vernice è ancora fresca». Chi dice la verità? Nessuno può dirlo, ma a cosa servirebbe scoprirlo se prima non si spegne l’odio che divide le due anime di Pianura, di Ponticelli e di tanti pezzi di città avvelenati?
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Che problema è il problema dell’immigrazione?

21 settembre 2008
Corriere della Sera
Il sociologo Bonomi
«Anche l’Italia alla prova banlieue»
di Dino Martirano

ROMA — «Il rischio c’è, eccome». L’incendio sociale delle banlieues è dietro l’angolo nella ricca Milano come nella disgraziata provincia di Caserta. La dinamica prevedibile — anche escludendo le punte di guerriglia viste nelle periferia parigina di Clichy-sous-Bois nell’ottobre del 2005 — è quella dei tanti «micro-conflitti molecolari»: una «guerra civile diffusa molto preoccupante» perché, argomenta il sociologo Aldo Bonomi, ormai le presenze degli immigrati in Italia hanno travalicato i due alvei protettivi, le famiglie e le imprese, che dai primi anni Novanta assicuravano una buona pace sociale. Oggi, invece, «lo scenario è cambiato radicalmente, si è incrinato un meccanismo di convivenza che pure aveva retto quasi 20 anni».
Davanti a gravi episodi criminali compiuti contro di loro, gli immigrati non si nascondono più. Si ribellano a viso aperto anche contro la camorra e, dopo la strage di Castelvolturno, si fanno riprendere dalle telecamere mentre devastano la Domiziana. Cosa è cambiato in questi anni di immigrazione massiccia?
«Noi abbiamo evitato quello che molti chiamano il rischio banlieue fino a quando l’immigrazione ha seguito il flusso del lavoro nelle famiglie e nelle imprese. Dai primi anni Novanta, da quando siamo diventati un Paese di immigrazione, questo è stato un fattore di coesione perché i nuovi arrivati si sono adattati alla nostra composizione tecnico-produttiva. L’immigrazione pur diffusa con alcune punte, e penso a Brescia e a Padova, non aveva mai provocato una fenomenologia da banlieue. L’equilibrio ha retto fin quando il codice del lavoro ha tirato».
Oggi, però, l’immigrato è meno estraneo alla società italiana. La scuola, i matrimoni misti, le seconde generazioni, la capacità di impresa: apparentemente c’è più integrazione, eppure, a Roma come a Milano c’è più odio nell’aria.
«Oggi non mi sentirei più di escludere il rischio di quella che io chiamo guerra civile molecolare dei mille conflitti diffusi. Non mi sentirei di escludere questo rischio perché il fenomeno non è più rinchiuso dentro le mura domestiche con le badanti o all’interno delle imprese con gli operai. I problemi dell’immigrazione sono tutti proiettati fuori da questi ambiti. Gli episodi di Milano e di Castelvolturno, seppure in maniera diversissima, evidenziano come si sia incrinato il meccanismo della convivenza con questioni aperte che se non si affrontano rischiano di degenerare».
La società italiana, dunque, è impreparata alla convivenza diffusa con gli immigrati emancipati?
«L’immigrazione non è più solo un problema giuslavorista. È una questione aperta che tocca tutti i nervi scoperti della società. Compresi quelli della camorra».
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La visita europea a Roma

20 settembre 2008

Repubblica
La visita guidata da Deprez, presidente della Commissione libertà civili: qui è offesa la dignità umana
Eurodeputati tra i rom nel fango e al buio. Borghezio chiama Alemanno: dagli la luce
Maroni annuncia alla Ue: sarà tolta l´aggravante della clandestinità per i comunitari

di Alberto Custodero

ROMA - Un bambino rom di 8 anni del campo nomadi Casilino 900 chiede all´eurodeputato leghista Mario Borghezio: «Come posso fare i compiti se il Comune ci ha tolto la luce?». Poi, al politico che ha fatto della crociata anti-islam il suo cavallo di battaglia, il piccolo Denis spiega di essere chiamato zingaro «perché sono sporco: ma come faccio a lavarmi se nella baracca non c´è l´acqua?».
È così che Denis, piccolo rom, diventa il protagonista della visita al Casilino 900, ieri sotto una pioggia battente, dei venti eurodeputati della Commissione libertà civili e giustizia ai quali il ministro dell´Interno Roberto Maroni ha annunciato la retromarcia del governo sulla aggravante di clandestinità per i comunitari. Di fronte alla denuncia di quel piccolo nomade che gli mostra i piedini che s´è ferito camminando nella discarica a cielo aperto della baraccopoli, il piemontese Borghezio - abituato a rispondere al telefono con un “qui Padania” da campione dell´orgoglio leghista - si trasforma in paladino dei rom romani. Prima recita un pubblico mea culpa: «Dobbiamo vergognarci tutti: è una situazione da quarto mondo». Poi, chiama in causa il ministro dell´Interno che poche ore prima aveva annunciato nuove strutture («condomini orizzontali») e «certificati di identità rilasciati dalla Croce Rossa ai nomadi». «Maroni - sbotta Borghezio - ci ha presentato un progetto di scolarizzazione: ma come fanno i bambini rom a studiare al buio?». Quindi, ospite in una baracca, telefona in viva voce, davanti ai nomadi, al sindaco di Roma Gianni Alemanno - ma gli risponde il capo di gabinetto - per chiedergli di «ripristinare subito acqua e luce». Infine, si vanta coi rom per l´elezione di una nomade sinti a miss Padania del Piemonte.
Fra le pozzanghere, una rissa fra lo stesso Borghezio e il leader no-global Vittorio Agnoletto è moderata, inaspettatamente, da un rom, Najo Adzovic, profugo dall´ex Jugoslavia, e autore del libro “Popolo invisibile”. Ad Agnoletto che urla «lo spreco dei 3 milioni di euro per il censimento di Maroni, visto che basta un medico igienista per capire che qui mancano fogne, acqua e luce», replica il leghista domandandogli «che cosa ha fatto Rifondazione durante il governo Prodi». Li calma Adzovic ricordando loro che «ai rom non interessano le risse fra politici, ma il nostro futuro». «Dove volete mandarci?», è la domanda, rimasta però senza risposta, del portavoce dei nomadi, preoccupato dell´intenzione del sindaco Alemanno di trasferire il campo. «Noi avevano dei generatori elettrici - denuncia ancora Adzovic - ma i vigili ce li hanno sequestrati come refurtiva perché non avevamo le ricevute d´acquisto. E così i nostri 300 bimbi sono rimasti senza luce per studiare».
La visita degli europarlamentari si conclude in serata con l´annuncio del presidente della commissione Libe, Gerard Deprez, che «la clandestinità in caso di reato non sarà un´aggravante per i cittadini comunitari», cosa invece attualmente prevista dal dl sicurezza convertito in legge il 23 luglio. «Il ministro Maroni - ha precisato il capo della delegazione di Strasburgo - ci ha assicurato che la misura scomparirà dal “pacchetto sicurezza” per i cittadini dell´Unione europea, dopo il parere negativo del servizio giuridico del Parlamento europeo. La norma non è compatibile con i diritti dei cittadini comunitari». «Resta da capire - ha chiosato Deprez - cosa accadrà ai cittadini extracomunitari, ma farlo non è competenza del parlamento europeo».
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Pianura, di nuovo

18 settembre 2008
Repubblica - Napoli
Pianura. I residenti accusano gli extracomunitari di provocare blackout rubando la corrente
Molotov contro gli immigrati
di Maria Pirro

Raid incendiario contro due immigrati in via dell´Avvenire a Pianura. È la seconda aggressione nelle ultime settimane. Gli extracomunitari parlano di «attacchi razzisti» e aggiungono: «Temiamo di fare la fine di Abdoul, il ragazzo di 19 anni ucciso a Milano. A Pianura sono comparsi manifesti contro di noi e ora sono passati dalle minacce alle violenze». Ieri mattina si è tenuta una riunione sulla vicenda in prefettura, e per il 27 settembre rete immigrati e sindacati hanno organizzato una assemblea pubblica nella sala Santa Chiara di piazza del Gesù.
Lanciano due molotov contro gli immigrati e scappano a bordo di un scooter. Una bottiglia piena di benzina si accende, l´altra no. Per i bersagli umani sono attimi di terrore. Cadono a terra, urlano: «Razzisti. Pianura è razzista». Chiamano le forze dell´ordine. Ma, raccontano le vittime, nessuno interviene sul momento, in via dell´Avvenire. Gli extracomunitari insistono: l´episodio è stato denunciato ieri mattina in prefettura. È l´ultimo raid nella guerra che va avanti da tempo tra residenti e immigrati nel centro storico di Pianura. Il raid incendiario nella notte tra lunedì e martedì.
Fino al giorno prima, la strada era sotto la vigilanza della “Security” di viale Kennedy. Per tre notti, infatti, due guardie giurate sono state pagate dai residenti proprio per garantire la sicurezza nella strada, per sorvegliare gli immigrati accusati di provocare improvvisi black-out, rubando la corrente. Alla quarta notte, però, quando la vigilanza è andata via, il raid è scattato contro gli extracomunitari. Nel mirino, un ragazzo del Burkina Faso, Bambara, e un suo amico. Hanno denunciato in prefettura nell´incontro di ieri: «L´odio contro di noi cresce».
Bambara è un conterraneo di Abdoul Guiebre, il 19enne ucciso a Milano e i fatti di Milano scuotono gli animi della comunità di extracomunitari che vivono a Napoli. «Abdoul, tra l´altro, è un parente di Honoré, un ragazzo che vive in via dell´Avvenire», spiega Aboubakar Souahoro, leader del comitato immigrati e sindacalista della Rdb-Cub. E Honoré afferma con un filo di voce: «Temiamo di fare la fine di Abdoul».
A Pianura sono già le due aggressioni gravi nelle ultime settimane. Domenica 31 agosto quattro giovani erano stati arrestati con l´accusa di aver tentato di investire con l´auto e lanciato un fumogeno acceso contro un extracomunitario nei pressi della Cumana. I quattro, tutti incensurati di Pianura, di età compresa tra i 19 e i 21 anni, dopo alcuni giorni agli arresti domiciliari sono tornati liberi, sia pure con obbligo di firma. Anche l´ultimo raid, secondo le testimonianze delle due vittime è stato messo a segno da una banda di giovanissimi. «Episodi simili non sono più tollerabili - protesta Aboubakar - A Pianura sono comparsi manifesti razzisti, ma ora sono passati dalle minacce alle violenze. Ecco perché abbiamo chiesto aiuto al prefetto e lui si è impegnato a intervenire per spezzare questa sequenza di attacchi razzisti, ma anche a contattare gli assessori comunali alla Protezione civile, Giorgio Nugnes, e alle Politiche sociali, Giulio Riccio, per affrontare il problema casa». La delegazione formata da 5 immigrati ieri ha parlato con il viceprefetto Gabriella D´Orso, responsabile dell´ufficio immigrazione, che ben conosce la situazione. In via dell´Avvenire vivono da anni 500 immigrati in condizioni disperate, favelas nel terzo millennio. Sugli episodi razziali e sulle loro condizioni di vita precarie sabato 27, alle 9, si terrà una assemblea pubblica nella sala Santa Chiara, a piazza del Gesù.
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Rom/Ponticelli. Tutto fermo

11 settembre 2008
Repubblica - Napoli
Campo rom, bonifica al palo
I rifiuti restano a Ponticelli. Il Comune: non ci sono discariche
La Municipalità teme una rivolta “Dopo il ritorno in via Malibran di nuovo minacce”
di Maria Pirro

Resta al palo la bonifica dei campi rom smantellati a Ponticelli. La ditta incaricata dal Comune di eseguire l´intervento non sa dove portare i rifiuti speciali, tossici e nocivi che sono ammassati nell´area. «C´è un problema nello smaltimento di questi materiali: non ci sono discariche disponibili», spiega l´assessore all´Igiene Gennaro Mola. «Dal 25 agosto - aggiunge - la società ci aveva assicurato sulla possibilità di conferire i rifiuti, ma a tutt´oggi non ha ancora avuto la disponibilità di portare i materiali nelle discariche speciali, tutte individuate fuori regione». Ecco perché i resti delle baracche sono ancora in via Malibran, accumulati e recintati con una rete di plastica.
L´abbandono dell´area ha spinto un centinaio di rom a tornare a vivere tra rifiuti e degrado, nei vecchi campi incendiati. La Municipalità teme una nuova rivolta anti-baraccopoli. «La situazione è diventata incandescente. I rom sono stati di nuovo minacciati. La gente li vuole cacciare, esasperata dalla mancanza di soluzioni», dice con preoccupazione il presidente della Municipalità, Anna Cozzino, che oggi ha convocato una conferenza dei capigruppo. «Riunirò a giorni un consiglio monotematico sulla questione - prosegue - ma ho scritto anche al prefetto che ha avuto l´incarico di occuparsi dell´emergenza nomadi: nulla è stato fatto finora per garantire una sistemazione dignitosa alle famiglie che si sono insediate nell´area Est». Non solo a Ponticelli, ma a Barra, tra via Mastelloni e via Cupa Cimitero, sono stati individuati nuovi accampamenti. «Anche l´ex stabilimento Ferrarelle di viale Umberto Maddalena è stato occupato abusivamente da decine di famiglie rom. Va sgomberato subito», aggiunge Carmine D´Esposito, del comitato Napoli Nord. «Serve, però, la collaborazione anche dei residenti e della Municipalità per trovare una sistemazione alternativa ai rom di Ponticelli. Un modello positivo è il progetto di accoglienza dei romeni realizzato nella scuola Deledda a Soccavo», sottolinea Enzo Esposito, segretario dell´Opera nomadi. E non c´è solo l´emergenza abitativa da affrontare: «I rom fuggiti dopo l´incendio dei campi - afferma Antonio Romano, responsabile della Caritas di Ponticelli - sono dispersi sul territorio, ma sono quasi tutti rimasti in zona. Abbiamo già rintracciato 60 ragazzi, che l´anno scorso frequentavano le scuole del quartiere. Chiediamo alla prefettura che possano riprendere gli studi».
Dalla prefettura assicurano che nei prossimi giorni si procederà ai controlli dei campi utili al censimento. Nel frattempo sono state già allertate le forze dell´ordine e anche il Comune. Intanto proprio ieri il ministero ha autorizzato con un decreto un progetto dell´assessorato alle Politiche sociali che prevede la creazione di 5 nuovi centri di accoglienza per i rom romeni, da 90 posti, nell´area Nord.
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Dopo gli sgomberi

31 luglio 2008

Repubblica - Napoli
Gli immigrati senza casa: “Viviamo nel terrore”
Gli sfollati di via Trencia ora temono violenze. E l´Onu annuncia una visita
di Maria Pirro

Vita difficile, quella degli immigrati di via Trencia. Un passato drammatico e un presente precario. Di loro si sta occupando l´Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), che annuncia una nuova visita in città. Gli sfollati dormono in un albergo a piazza Garibaldi 5 ore a notte. Escono quando è ancora buio, la stazione deserta. Raggiungono le piazze dei caporali con la speranza di essere reclutati per 4 all´ora come operai tuttofare. Gli immigrati, sfollati dal palazzo incendiato a Pianura, resteranno per un´altra settimana o forse più nelle stanze asettiche dell´hotel vicino alla stazione, in attesa che sia allestito un centro di accoglienza dal Comune.
Mussa Bourre, 34 anni, ivoriano, nel suo paese aveva un negozio. Ibraim Toure, fuggito 7 anni fa dalla Mauritania, non vede mai la luce: lavora in un garage. Ailton Docarmo, 24enne di Capoverde, ha iscritto la figlia all´asilo di Pianura. Ma il simbolo del gruppone di sfollati è Idris, un anno di vita. Un bambino dagli occhi neri come fuochi: è il figlio di Ibraim, e per 3 notti ha dormito per strada, un materasso sull´asfalto, accanto ai genitori. L´organismo dell´Onu ha chiesto spiegazioni dopo lo sgombero di venerdì, gli scontri di lunedì sul sagrato del Duomo e la segnalazione ricevuta da Less, l´associazione che gestisce il progetto Iara (Integrazione e accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo) del Comune. I volontari di Less hanno avviato in questi giorni un monitoraggio per individuare quanti sono e in quali condizioni si trovano gli sfollati di via Trencia e quelli che ancora risiedono in via dell´Avvenire, l´agglomerato di case fatiscenti attorno al quale i residenti di Pianura hanno alzato le barricate. «Hanno perso il senso della misura», la reazione sdegnata del sindaco Iervolino. Una delegazione del comitato, che l´altro giorno ha organizzato i blocchi stradali, ieri è stata ricevuta dal prefetto. Laura Boldrini, portavoce Unhcr in Italia, intanto annuncia: «Abbiamo programmato una visita in città, nel centro di accoglienza. Sarà l´occasione per parlare con gli sfollati e chiarire su cosa è accaduto, ma anche per interloquire con le autorità competenti e rilanciare la collaborazione». Per Boldrini le rivolte contro gli immigrati «dimostrano innanzitutto che tra la popolazione non c´è abbastanza informazione: tanti sono rifugiati che fuggono dalla guerra in atto nei loro Paesi e cercano solo un po´ di sicurezza». Adesso, gli sfollati di via Trencia hanno paura: «Molta, per le rivolte - dice Ailton - e le minacce. In questo clima di intolleranza crescente nessuno può prevedere cosa può succederci». Gli immigrati avevano chiesto protezione anche attorno all´albergo. Sono impauriti e non tornano a Pianura sui luoghi delle proteste. «Stiamo evitando - spiega Mohammed Goumbane - ogni contatto per non cadere nella trappola delle provocazioni». Moussa è in «forte stato ansioso», scrivono i medici dell´Ascalesi, ma nel referto non menzionano gli scontri al Duomo per i quali Cgil Campania chiede un´inchiesta della Procura. Insieme con Cisl e Uil, il sindacato annuncia una manifestazione anti-razzista a settembre. «La vicenda non deve lasciarci indifferenti», il monito dell´assessore alle Politiche sociali Giulio Riccio. E dopo le rivolte in tre quartieri, arriva un´offerta per la sistemazione degli sfollati: «Nell´ex sede della circoscrizione di Poggioreale. I residenti sono d´accordo», assicurano i consiglieri Salvatore Zarlengo e Armando Simeone. Il presidente della Municipalità David Lebro ha già dato al sindaco «piena disponibilità per qualsiasi sede».
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30 luglio 2008

Repubblica - Napoli
Il sindaco: non è bello scoprire i cittadini di Napoli improvvisamente intolleranti
E Iervolino chiede scusa “Educheremo gli incivili”
Centro sfollati, Malinconico contro Riccio
di Ottavio Lucarelli

«Ho detto ai centodue civilissimi immigrati di considerare Napoli come fosse la loro casa e chiediamo scusa per le intolleranze di Scampia e Pianura che seguono i gravi fatti di Ponticelli e Montecalvario. Io faccio il sindaco, non il questore o il prefetto, ma d´ora in avanti ci preoccuperemo anche di educare i nostri ragazzi a superare queste intolleranze». Rosa Russo Iervolino parla nel pomeriggio al secondo piano di Palazzo San Giacomo mentre al suo fianco c´è Josè Natividad Gonzales Paras, governatore dello stato messicano del Nuevo Leon, arrivato a Napoli per una ideale staffetta Monterrey-Napoli in vista del Forum delle culture 2013.
È bastato il sospetto di portare a Scampia gli immigrati sfollati da Pianura per far partire subito la protesta nell´area Nord mentre nella stessa Pianura gli abitanti sono tornati in piazza per chiedere lo sgombero di un altro “ghetto” per immigrati. Dopo l´intolleranza contro i rom di Ponticelli, nel mirino in città sono ora gli africani in seguito allo sgombero del palazzo a Pianura e agli scontri di lunedì con la polizia per l´occupazione del Duomo.
Un clima che la Iervolino cerca di stemperare: «Non è bello che cittadini di Napoli, tradizionalmente ospitale e da sempre sintesi di varie culture e razze, si scoprano improvvisamente, non voglio dire razzisti, ma intolleranti di fronte al vivere assieme a persone di colore diverso. Devo però anche dire che se c´è qualcuno, e purtroppo c´è e c´è stato a Ponticelli e Montecalvario, e ora a Scampia e Pianura, che protesta per la presenza di persone di colore, ci sono anche tantissime persone che sviluppano la logica dell´accoglienza. Se non vogliamo tradire il nostro passato, ma anche il nostro futuro, dobbiamo perciò superare ed emarginare con coraggio questi atteggiamenti di intolleranza».
Sul suo blog interviene anche il presidente della Regione, Antonio Bassolino, particolarmente amareggiato: «Leggere titoli che raccontano di proteste e intimidazioni contro gli africani mette i brividi. Chissà se quei manifestanti che a loro si contrappongono si sentono europei. Ogni nuovo episodio di intolleranza e di razzismo ci interroga comunque su quanto riusciamo a fare ogni giorno per promuovere la convivenza civile, il rispetto reciproco, la cultura dell´accoglienza e le giuste prospettive di crescita personale e di partecipazione».
Sostegno agli immigrati che arriva in dose robusta anche dai Giuristi democratici: «Denunciamo il perverso meccanismo secondo il quale ad azioni illegittime e violente a danno di soggetti deboli, ieri i rom e oggi i migranti, seguono azioni di polizia che nei fatti rischiano di legittimare queste stesse violenze. Criminali sono coloro che danno fuoco ai campi e non coloro che fuggono dal fuoco. Criminali sono coloro che assalgono gli immigrati e non gli stessi immigrati che protestano pacificamente. Ci opponiamo dunque fermamente a questa logica frutto di un progressivo imbarbarimento del vivere civile alimentato da politiche discriminatorie portate avanti dallo stesso governo della Repubblica».
Con gli abitanti di Scampia si schiera invece il presidente di circoscrizione Carmine Malinconico di Rifondazione che si pone dunque contro l´assessore Giulio Riccio del suo stesso partito. «Quella struttura che si vorrebbe assegnare agli immigrati - accusa Malinconico - è destinata a ospitare gli uffici del Bacino Napoli-5. Ci opponiamo, dunque, al cambio di destinazione d´uso e vigileremo perché non accada. Mi schiero accanto ai residenti che protestano, ma non per motivi razziali. Siamo ospitali con tutti, quella struttura però serve a noi per far decollare il progetto della raccolta differenziata che deve partire a settembre». E in serata passa la linea Malinconico. Niente africani. La struttura in via Fratelli Cervi resta al Bacino Napoli-5.
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Corriere del Mezzogiorno
Xenofobia in piazza: «Via i neri da Pianura»
Proteste anche a Scampia. Polizia al Duomo: scontro nel centrosinistra

Iervolino chiede scusa agli immigrati, mentre Bassolino dice che «leggere di intimidazioni contro gli africani mette i brividi»
di Stefano Piedimonte

NAPOLI — Da una parte la sindaca chiede scusa agli immigrati, dall’altra, a Pianura, i residenti minacciano una seconda Ponticelli. «Non è bello che i napoletani si scoprano, non voglio dire razzisti, ma timorosi e intolleranti. Vi chiediamo scusa — diceva ieri Iervolino agli immigrati — per le intolleranze che sono state dimostrate nei vostri confronti». Peccato che nella stessa mattinata a Pianura, in via dell’Avvenire, un folto gruppo di residenti fosse sceso in strada per protestare contro la presenza di extracomunitari nei ruderi già più volte sgomberati, bloccando con cassonetti dell’immondizia le vie di accesso a piazza San Giorgio. Manifestazione svoltasi interamente, tra l’altro, all’ingresso e sui gradini della chiesa di quartiere. Via dell’Avvenire come via Trencia, dicono i pianuresi: sgombero lì, sgombero anche qui.
«Se non sgomberano anche via dell’Avvenire prenderemo noi provvedimenti: gli immigrati faranno la fine dei rom a Ponticelli. Non ce la facciamo più, stiamo pieni di immigrati, ma è che siamo razzisti». Sono pieni di immigrati. E tendono, per ragioni che sfuggono ai più, ad associare la presenza dei migranti a quella dei topi. «Abbiamo dei topi sotto casa grandi così — grida una donna — Questi neri se ne devono andare, ci siamo scocciati di stare nella mer…». «La gente di Pianura è sempre stata accogliente con gli stranieri — dice il consigliere regionale Pietro Diodato (An), che ha appoggiato la protesta — Rom, Sinti ed africani di etnia varia sono stati sempre tollerati nonostante episodi quotidiani contrari alla pubblica morale. Negli ultimi tempi nuove ondate di immigrati hanno saturato ogni spazio utile a costituire una dimora, e il rischio epidemie e di crollo sono i pericoli più imminenti». «Non è razzismo — gli fa eco il consigliere comunale Andrea Santoro (An) — Ma è intollerabile far finta di non vederli, con allacciamenti abusivi di energia elettrica ed acqua. Bisogna trovare loro una sistemazione dignitosa e sicura». Dopo la pubblicazione, sul sito del Corriere del Mezzogiorno, dei video contenenti le interviste ai manifestanti, sia Diodato che Santoro hanno preso «nettamente le distanze da qualsiasi frase minacciosa o razzista proferita con estrema leggerezza da singoli manifestanti tra i tanti che hanno protestato in piazza San Giorgio. Non c’è mai stata violenza nei confronti degli immigrati a Pianura: non sarà mai una seconda Ponticelli».
Anche a Scampia, ieri si mangiava pane e razzismo. All’esterno del cantiere comunale di via Fratelli Cervi, tra le possibili soluzioni abitative prima individuate per gli sfollati di via Trencia, un gruppo di persone ha inscenato una protesta bloccando i lavori di sistemazione della struttura. In realtà l’ipotesi Scampia era già stata scartata, ma loro non lo sapevano: gli extracomunitari, per ora ospitati in zona stazione e a via Speranzella, andranno in un immobile di via Stadera. Monta, ad ogni modo, la polemica politica riguardante l’occupazione del Duomo di Napoli da parte degli sfollati di Pianura, con l’assessore alle Politiche sociali Giulio Riccio accusato di anticlericalismo da Fi, la Lonardo che difende il cardinale Sepe, e le distanze prese da Rifondazione nei confronti di alcuni esponenti Pd della seconda Municipalità, accusati dai rifondaroli di fomentare l’odio verso gli immigrati. Odio che secondo il governatore Bassolino «mette i brividi e ci interroga sul senso del nostro impegno. Per noi napoletani è troppo facile metterci al riparo di una sorta di predisposizione “genetica” all’accoglienza. Probabilmente quel-l’eredità c’è, ma non basta ad affrontare il nostro tempo».
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Gli sgomberi di Pianura

29 luglio 2008

Repubblica - Napoli
Gli sfollati occupano il Duomo scontri con la polizia, 3 fermati
Gli immigrati: caricati. La questura: noi aggrediti
Un ivoriano rischia l´espulsione. Sistemazione in albergo solo per donne e bambini
di Maria Pirro

Cinquanta immigrati, sgomberati dal palazzo incendiato di Pianura, dopo la terza notte all´addiaccio, occupano il Duomo per chiedere un alloggio. Ma quando arriva la polizia, la protesta degenera: urla, spintoni, tafferugli. Gli sfollati, appoggiati da no-global e attivisti dei movimenti, cercano di impedire i fermi. «Ci hanno malmenati e trattati come bestie. Questo è razzismo di Stato», accusa Abou Soumahoro, leader del movimento immigrati.
I funzionari dell´ordine pubblico sostengono il contrario, e cioè di essere stati loro aggrediti. Alla fine tre immigrati vengono accompagnati in questura, tra loro due sono rimasti feriti negli incidenti: dicono di essere stati picchiati dalla polizia. Medicati in ospedale, i due immigrati sono stati poi denunciati per resistenza a pubblico ufficiale. Uno di loro è ivoriano e non ha i documenti a posto: rischia di essere espulso. Gli altri, dopo i tafferugli, si barricano di nuovo nel Duomo. Restano seduti sugli scanni per otto ore, in attesa che i loro compagni, portati in questura, siano rilasciati. Alla fine escono, accolti dagli applausi e circondati da una catena umana. In corteo, raggiungono il Comune e vengono ricevuti dal sindaco. Per loro c´è una soluzione parziale: una sistemazione in albergo per le 25 donne, i 15 bambini e Daniel, il ragazzo ferito nell´incendio del palazzo. Per i 66 uomini si attrezza una struttura della Provincia in via Speranzella. È una soluzione temporanea nell´attesa che sia allestito un centro di accoglienza in via Stadera, nel centro storico, adeguato ad accogliere tutti i 107 senzatetto di Pianura.
La prima ipotesi del Comune, caldeggiata sin dalle prime ore del giorno, era infatti quella di sistemare gli sfollati nella scuola di via Pasquale Scura, a Montecalvario. La soluzione è sfumata per la seconda volta. «Ancora per motivi di ordine pubblico», dice l´assessore alla Protezione civile Giorgio Nugnes dopo una giornata ad alta tensione.
La giornata di tensione comincia alle 8.30 con il Duomo già occupato da una cinquantina di sfollati di Pianura. Sono quasi tutti uomini, africani, rifugiati politici. Sono sostenuti da altri immigrati che vivono in uno stabile fatiscente in via dell´Avvenire, a Pianura, e da connazionali del centro storico, oltre che da un gruppo di no-global e attivisti di associazioni, sindacati, rete antirazzista, centri sociali. Intanto altri sfollati protestano sotto le finestre di Palazzo San Giacomo, dove è fissato un incontro con il sindaco a mezzogiorno.
Alle 9 una delegazione di immigrati è ricevuta dal vicario della Curia Gaetano Romano. Subito dopo l´incontro, sale la tensione. I funzionari fermano prima due, poi tre immigrati. Musa Buaré, ivoriano, prova a sfuggire al controllo. Lo afferrano in quattro. È la miccia che accende la protesta. I suoi compagni si oppongono. Seguono spintoni, urla, tafferugli. I manifestanti escono in massa dal Duomo. Tra loro c´è Celeste Ramos, 50 anni, di Capoverde, da 32 anni in Italia, lavora come mediatrice culturale per la Cisl. Celeste viene fermata, insieme con Musa, 32 anni. Dice poche parole, ma nette: «Sono stato picchiato. Ora ho dolori ovunque. La nostra era una protesta pacifica». I due immigrati vengono trasferiti a bordo di un furgone, mezz´ora più tardi scatta il terzo fermo contro Francisco Ramos, 39 anni di Capoverde. Ma il controllo avviene senza forti tensioni.
La cattedrale intanto resta occupata. Sono sospese tutte le funzioni religiose. Dentro ci sono gli immigrati, fuori le forze dell´ordine che non lasciano passare nessuno. Intervengono assessori e consiglieri per cercare una mediazione. Ma soltanto alle 16.30 gli sfollati di Pianura escono dal Duomo, accolti da un applauso liberatorio. In corteo, con l´assessore alle Politiche sociali Giulio Riccio in prima fila, scandiscono lo slogan “Casa per tutti. No al razzismo” e raggiungono Palazzo San Giacomo. Ad attenderli il sindaco Rosa Russo Iervolino, dove viene trovata una soluzione per la notte. «Ma resta l´amarezza», aggiunge Jamal Qaddorah della Cgil immigrati. Gli sfollati di Pianura invocano l´arrivo degli ispettori dell´Onu e un´indagine su eventuali violazioni dei diritti umani.
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Il retroscena
La lacerazione nel centrosinistra
di Dario Del Porto

Dopo i roghi di Ponticelli, le barricate di via Pasquale Scura spargono altro sale sulle ferite che lacerano il centrosinistra. Nella gestione dei nodi legati all´accoglienza degli immigrati, lo schieramento appare ancora una volta diviso.
Da una parte la linea dettata da Palazzo San Giacomo, dall´altra il comportamento messo poi concretamente in atto dai rappresentanti in sede circoscrizionale. Prova ne sono sia le dichiarazioni dell´assessore alle Politiche sociali Giulio Riccio, di Rifondazione comunista, che lunedì a “Repubblica” aveva messo in guardia da «un pezzo di politica che soffia sul fuoco, come alcuni consiglieri di Municipalità appartenenti al Pd», sia il retroscena raccontato dal sindaco Rosa Russo Iervolino: «Qualche consigliere di municipalità è venuto da me a lamentarsi, gli ho detto di vergognarsi e l´ho messo alla porta».
Giovanni Wurzburger, esponente del Pd, assessore alla Vivibilità della II Municipalità, non si riconosce nell´identikit tracciato da Riccio: «Se qualcuno ha soffiato sul fuoco non siamo stati noi, ma il centrodestra. Anzi, ci siamo sforzati per trovare una soluzione, schierandoci in prima linea per aiutare i disagiati. Non vorrei che qualcuno stia tentando di strumentalizzare questa vicenda». Wurzburger invece conferma di aver incontrato il sindaco a Palazzo San Giacomo venerdì sera: «Ci disse di trovare vergognoso non il nostro comportamento, ma che ci fossero persone che bloccavano l´ingresso della scuola per non far entrare gli sfollati. Insieme all´assessore alla Dignità della Municipalità, Roberto Moresco (di Rifondazione n.d.r.) rispondemmo che la struttura andava liberata. Insieme siamo tornati in via Scura e abbiamo rischiato addirittura il linciaggio. “Toglietevi di mezzo”, gridavano. Abbiamo mediato per tre ore, il blocco è stato rimosso intorno alla mezzanotte».
Moresco aggiunge: «Con il sindaco abbiamo parlato solo cinque minuti, il tempo di ricevere rassicurazioni sul fatto che la scuola avrebbe riaperto a settembre. È vero, ha usato il termine “vergognoso”, ma non si riferiva a noi, bensì a chi impediva l´ingresso nella scuola agli immigrati. Per quanto ci riguarda, siamo andati appena possibile nella scuola per convincere la gente ad uscire. Avevano sfondato le porte, abbiamo cercato di bloccarli ma siamo stati anche spintonati. Non ho visto appartenenti al Partito democratico, è l´opposizione di centrodestra che sta cercando di strumentalizzare questa storia». Quali che siano stati i toni della discussione e i destinatari delle ire del sindaco, appare comunque evidente l´indignazione della Iervolino davanti a «un episodio gravissimo, che non fa onore alla città». Teresa Armato, deputato del Pd con alle spalle una consumata esperienza nelle istituzioni locali, invita però a non confondere le scelte del partito con i comportamenti dei singoli: «Il Pd si è sempre schierato a favore di leggi solidali ed è in prima linea contro la xenofobia. Questi sono i fatti, se qualcuno assume posizioni diverse, se ne assume la responsabilità».
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Corriere del Mezzogiorno
Il Comune teme disordini. Trasferimento segreto per le donne e i bambini
Iervolino: «Non daremo il nome dell’hotel»
La preoccupazione della prima cittadina: si temono episodi di intolleranza come quello ai Quartieri
di Paolo Cuozzo

NAPOLI — Sfollati da Pianura, rischiando di essere dati alle fiamme, e cacciati da via Pasquale Scura, dalla gente dei Quartieri che non li ha voluti. Napoli sembra essere inaccessibile per i 112 immigrati africani (36 rifugiati politici, 76 richiedenti asilo), che, ieri, prima hanno occupato il Duomo, poi sono stati ricevuti al Comune dalla sindaca Iervolino. Che alla fine, comunque, una soluzione-ponte l’ha trovata: «Donne e bambini dormiranno in albergo — ha detto la prima cittadina —, gli uomini, invece, per alcuni giorni alloggeranno nel centro interculturale della Speranzella, quello di proprietà della Provincia, poi avranno un nuova sistemazione perché non possiamo consentire che questa povera gente passi una quarta notte in strada. Mi spiace — ha aggiunto — ma non daremo il nome dell’albergo per evitare che vi siano nuove proteste». E’ a margine di una giornata ad alta tensione che la sindaca di Napoli riceve in sala giunta una delegazione di immigrarti africani. Il suo pensiero, però, va «soprattutto a quei quindici bambini che non possono assolutamente stare in strada». Una soluzione definitiva, insomma, ancora non c’è. «Ma arriverà», rimarca la sindaca, che spiega come «entro tre giorni il Comune troverà una sistemazione che però preferiamo non pubblicizzare, onde evitare che capiti quello che è accaduto in via Pasquale Scura, dove sembrava che tutto andasse bene e invece abbiamo visto com’è finita». Palazzo San Giacomo lavora dunque ad una soluzione che non crei problemi a nessuno. Per il fine settimana, dopo lo svolgimento di alcuni lavori, tutto il gruppo di immigrati dovrebbe essere trasferito in una palazzina di tre piani di proprietà del Comune di Napoli, in via Stadera. Ieri sera un gruppo di immigrati, insieme all’assessore alle Politiche sociali, Giulio Riccio, ha anche effettuato un sopralluogo nell’edificio. Soddisfazione per la soluzione trovata, è stata espressa da uno dei leader della protesta, l’immigrato Abou Soumahoro, della Costa d’Avorio, responsabile immigrazione delle Rdb (Rappresentanze Sindacali di Base). Sulla vicenda interviene Isadora D’Aimmo, assessore provinciale di Napoli, che rimarca «l’importanza di restare al fianco degli immigrati in questi momenti bui della democrazia italiana» Anche per affermare la mia contrarietà al decreto sicurezza che ha il solo risultato di alimentare un clima di intolleranza e di ostilità verso gli immigrati. Dichiarare lo stato di emergenza nazionale sull’immigrazione significa voler inserire misure eccezionali e antidemocratiche sulla base di un falso storico, perché solo il 14 per cento degli ingressi via mare è fatto da clandestini». «La Provincia di Napoli — ha poi concluso la D’Aimmo — appoggerà comunque con tutti i mezzi a sua disposizione qualunque soluzione il Comune intenderà mettere in campo in queste ore e contemporaneamente chiede alle forze di pubblica sicurezza di difendere gli immigrati dagli attacchi di cittadini razzisti e violenti piuttosto che fare cordoni fuori le chiese».
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Mediazione sempre assente
di Domenico Pizzuti

Barricate contro le discariche, barricate contro gli immigrati. Si tratti di rifiuti materiali o, per dirla con Bauman, umani, è una reazione alla invasione del proprio territorio.
Un effetto del localismo nella protezione del proprio habitat, per altri versi già disagiato; o, se si vuole, nella difesa del proprio cortile dall’invasione del non indigeno, quando questa assume dimensioni che destano allarme sociale più o meno giustificato. Secondo alcune testimonianze, le barricate ai Quartieri erano più che altro rivolte contro l’ipotetica presenza nel gruppo d’immigrati di zingari o rom temuti come ladri di bambini, secondo leggende metropolitane di facile presa nei ceti popolari. Su questo stigma che pesa acriticamente su un’intera popolazione bisogna concentrare l’attenzione, perché esso rafforza paure e produce chiusura e rigetto, fino ai roghi di Ponticelli, di cui ancora non sono state accertate le responsabilità, e all’individuazione di un «capro espiatorio» ciclicamente ravvisato nell’uno o nell’altro gruppo emarginato se non eliminato fisicamente.
Certo, a livello locale si richiedono mediatori politici, culturali e religiosi che contribuiscano a metabolizzare e orientare le reazioni dei cittadini sulla presenza di estranei e indesiderati. Spesso, però, la mediazione rimane nella mani non sempre illuminate di presidenti o consiglieri di municipalità che cavalcano gli umori delle popolazioni. Dalla chiesa ci si aspetta che, se non è in grado come in altre diocesi di mettere a disposizione di immigrati e senzacasa proprie strutture, almeno non impedisca l’accesso alla casa di Dio di chi è rimasto senza tetto ed è costretto a dormire all’aria aperta. Ma siamo convinti che richieste sacrosante, come quella di un tetto, vadano primariamente rivolte al Comune, che è sempre in affanno rispetto a emergenze come quella di homeless non solo occasionali ma duraturi.
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28 luglio 2008

Repubblica - Napoli
Dopo le proteste a Montecalvario contro l´arrivo degli immigrati sgomberati dal palazzo incendiato a Pianura
Barricate contro gli immigrati, indaga la Digos. Iervolino: rivolta indegna di una città tollerante
di Dario Del Porto

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27 luglio 2008

Corriere del Mezzogiorno
Il caso. Sgomberato il palazzo T1, sistemati solo i senzatetto napoletani
Pianura, c’è un assessore per i bianchi e uno per i neri
Dopo l’incendio intervengono Nugnes e Riccio
Protezione civile per i bianchi, Politiche sociali per i neri. I primi hanno dormito al coperto, i secondi in strada con i bambini
di Stefano Piedimonte

NAPOLI — Un assessore per i bianchi, un altro per i neri: è così che al Comune si sono divisi i compiti dopo lo sgombero del «T1», il palazzo pericolante di via Trencia (Pianura) incendiatosi nella notte tra mercoledì e giovedì, occupato abusivamente da napoletani ed extracomunitari.
Assessori diversi, risultati diversi: quello dei bianchi, il titolare della Protezione civile Giorgio Nugnes, non ha avuto particolari problemi nel trasferire i senzatetto napoletani all’interno delle strutture individuate dal Comune (centro Eta Beta di Bagnoli, centro Eta Beta di Pianura, Municipalità di Pianura). Quello dei neri, invece, l’assessore alle Politiche sociali Giulio Riccio, ha dovuto vedersela con un manipolo di residenti dei Quartieri Spagnoli i quali, contrari alla sistemazione degli immigrati all’interno della scuola Pasquale Scura — per intendersi, la stessa in cui vennero sistemati gli sfollati del posto, pochi giorni fa, dopo il crollo dell’edificio in via Portacarrese — hanno incendiato cassonetti e riversato masserizie in strada in segno di protesta.
Risultato: i senzatetto bianchi hanno trascorso la notte con un tetto sulla testa, mentre quelli di colore l’hanno passata sui materassi stesi in strada, con bambini e neonati al fianco (per vedere le foto scattate di notte, http://napoli.indymedia.org/node/4899). «Avevamo pensato alla scuola Pasquale Scura come posto idoneo a ospitare gli immigrati — spiega Riccio — in gran parte richiedenti asilo o rifiugiati politici, soggetti a cui lo Stato riconosce, dunque, una serie di diritti. Poi la gente del posto, aizzata da esponenti della municipalità e dei disoccupati di destra, ha innalzato barricate all’ingresso della scuola creando forti tensioni. In tutto ciò, anche avendo informato già dalle 17 la Questura di Napoli del fatto che intendevamo fare questa manovra, e che quindi poteva rendersi necessario il loro intervento, la polizia è restata a guardare come se l’incendio dei cassonetti e il sovvertimento dell’ordine pubblico fosse una cosa normale. Nessuno degli individui che hanno creato disordine, infatti, è stato identificato. Mi auguro che nei prossimi interventi di trasferimento la polizia sia presente, se non altro per dare il segnale che qui le leggi si rispettano». L’associazione Less, che gestisce lo Sportello immigrazione per la Provincia di Napoli, si dice ugualmente indignata per il comportamento discriminatorio di cittadini e forze dell’ordine: «Sono in buona parte rifugiati e richiedenti asilo, quindi hanno diritto a particolari forme di protezione, a forme di accoglienza dignitose, e non certo a essere messi per strada assieme a mogli, compagne e bambini. Invece, mentre a Pianura venivano dispiegate ingenti forze dell’ordine per sgombrare la struttura, analogo spiegamento veniva rifiutato dalla Questura per liberare l’ingresso della scuola Pasquale Scura e consentire la sistemazione di 98 persone disperate, con i loro 13 minori». Agli extracomunitari è stata proposto, in serata, di trasferirsi in una struttura di Scampia utilizzata dai dipendenti del Bacino Napoli 5. Questo, però, a condizione che si separassero dalle donne e dai bambini: le condizioni ancora precarie dell’edificio non avrebbero consentito il trasferimento immediato di questi ultimi. Il ricongiungimento sarebbe avvenuto a breve, dopo gli ultimi lavori di sistemazione, con le donne e i bambini temporaneamente in un’altra struttura cittadina. Soluzione accolta ovviamente con scetticismo dai senzatetto, prevalentemente africani, che hanno annunciato uno sciopero della fame. «Comune, Provincia e Regione devono farsi carico con urgenza del dramma dei cento immigrati — dice il coordinatore regionale della Sinistra democratica, Raffaele Porta — la cui metà composta da donne e bambini. Esistono nella municipalità di Soccavo- Pianura numerose scuole attualmente vuote, dove ospitarli temporaneamente». Tra le comunità di immigrati fervono inoltre i preparativi per una manifestazione da tenersi domattina. Ma con lo stato di emergenza in tema di immigrazione, proclamato dal Governo nazionale, pochi spiragli si intravedono per la contrattazione.
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La scheda
Il «T1» di via Trencia, a Pianura, è stato costruito abusivamente negli anni ‘80. Occupato altrettanto abusivamente prima che ne venisse ultimata la costruzione, è sempre stato pericolante. Dopo il sequestro da parte del Comune di Napoli, la struttura è stata più volte sgomberata, ma mai definitivamente. L’altra notte un incendio è divampanto all’interno dell’edificio: gli occupanti dicono che ad appiccarlo è stato uno dei residenti con disturbi psichici. Ieri gli ingressi agli alloggi sono stati murati. Un capitolo chiuso, sembrerebbe.
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Repubblica - Napoli
Gli abitanti di via Pasquale Scura: “Ci hanno detto che tra loro ci sono gli zingari”
“Non ce l´abbiamo con loro diciamo no soltanto ai rom”
di Lilly Viccaro Theo

«Non li vogliamo: qua già siamo povera gente, viviamo in maniera disagiata, non è possibile che ci mandino altri disperati…». Dopo ore di concitazione, si respira aria tranquilla a Montecalvario anche se ci sono ancora i segni della protesta messa in piedi per evitare l´arrivo degli sfollati di Pianura. Ma gli abitanti di via Pasquale Scura non si oppongono all´arrivo degli immigrati: circolava la voce che tra quelli rimasti senza tetto ci fossero anche i nomadi e sono questi ultimi i non graditi. «Noi non siamo razzisti: ma i rom non troveranno mai accoglienza da parte nostra - racconta una signora - perché quella gente fa paura». Il no secco degli abitanti di via Scura è rivolto proprio ai nomadi. «Questo è un quartiere pieno di bambini - racconta un´altra - Ce ne sono centinaia e ci terrorizza quello che è successo a Ponticelli (il tentativo di sequestro di una bambina da parte di una nomade, non ancora provato dagli inquirenti, ndr): no, dei rom proprio non ci fidiamo. Non ci fanno paura gli immigrati: a Montecalvario ce ne sono tanti, lavorano e sono persone perbene». Le fa eco la sua vicina di casa: «Se abbiamo bruciato le gomme e bloccato la strada è solo perché qua c´è già troppa delinquenza e non ne possono aggiungere altra». La protesta è stata cavalcata soprattutto dalle donne del quartiere, tutte coalizzate nella difesa, come tengono a sottolineare, della sicurezza dei loro bambini. «Quando ci hanno detto che venivano gli zingari ci siamo mobilitati - racconta un´anziana ma vispa signora, proprietaria di un minimarket - quella gente è capace di tutto. I neri, gli indiani, tutti gli altri sono brave persone. Vengono spesso a spendere da me e sono gentilissimi». Inoltre, i residenti lamentano anche la scelta dell´edificio come rifugio: «È l´unica scuola materna del quartiere: a settembre i bambini dove li mandiamo?».
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Repubblica - Napoli
Barricate contro gli immigrati
Per 93 sfollati un´altra notte in strada. “La questura non ci aiuta”
Gli sgomberati “Trovata una soluzione solo per gli italiani”. Domani in corteo al Municipio
di Maria Pirro

Dormono da due notti per strada. E domani protesteranno davanti palazzo San Giacomo. Sono 93 sfollati, tutti immigrati, che sono stati sgomberati dal palazzo incendiato di Pianura per motivi di sicurezza. Gli stranieri, non avendo alternative, dormono nella seconda traversa di via Trencia, con i materassi adagiati per terra, all´addiaccio, davanti al portone murato dell´edificio 52 bis. Sono quasi tutti africani, e accusano il Comune e la città di «ritorno all´apartheid». Alcuni hanno cominciato lo sciopero della fame. La rabbia esplode dopo la protesta di un gruppo di residenti che, a Montecalvario, nella notte tra venerdì e sabato, ha bloccato il loro trasferimento in un centro di accoglienza.
Gli immigrati avrebbero dovuto sistemarsi nella scuola comunale di via Pasquale Scura, dopo lo sgombero del palazzo di via Trencia. Invece sono stati costretti a fare dietrofront, tra lacrime e fiamme, urla e ingiurie. Ieri mattina il Comune ha indicato un´altra struttura da adibire a centro di accoglienza, nella periferia di Scampia. Ma il trasferimento è sfumato in serata dopo un sopralluogo. «A questo punto non c´è soluzione», la resa dell´assessore alle Politiche sociali Giulio Riccio, che accusa: «La questura non ci ha garantito l´aiuto necessario per trasferire gli immigrati, né ha individuato i residenti che hanno rovesciato cassonetti, alzato le barricate e acceso bottiglie incendiarie in via Scura».
La rivolta di Montecalvario scatta nella notte tra venerdì e sabato. Finisce così che gli immigrati accendono un falò e trascorrono la notte davanti al palazzo sgomberato. Dormono per terra donne, bambini, uomini: tutti e solo immigrati. Per gli sfollati italiani sono state trovate diverse sistemazioni. «Perché c´è un assessore per i bianchi - accusa Aboubakar Soumahoro, portavoce del movimento immigrati - e un assessore per i neri. Qui prevalgono discriminazione e malgoverno». Ma a Pianura «si è andati anche oltre: si è tornati all´apartheid», la rabbia di Mohammed Goumbane, sfollato e coordinatore dell´associazione immigrati di Pianura.
Mohammed e altri suoi connazionali cominciano al mattino lo sciopero della fame. «Ci hanno abbandonati», dice Ailton Decarmo, 24 anni, di Capoverde che ieri ha incontrato il console del suo Paese. Tanti altri sfollati vengono da Burkina Faso, Ghana, Costa d´Avorio. Hanno chiesto asilo politico e hanno il permesso di soggiorno, i loro figli frequentano le scuole del quartiere. Ma non trovano solidarietà: in due giorni ci sono state due rivolte in due diversi quartieri contro i senzatetto di Pianura. Prima in Contrada Pisani, poi a Montecalvario. E in entrambi i casi è prevalsa la linea della violenza, mentre per gli immigrati di Pianura continua l´odissea.
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il manifesto
Arrivano gli immigrati, rivolta ai Quartieri spagnoli
di Ilaria Urbani

Un altro episodio di xenofobia nel popolare rione napoletano. La destra aizza la protesta, e 80 migranti restano senza casa Pilotati da un ex leader di Forza Nuova ora in Fi, un gruppo di cittadini si oppone all’arrivo degli sgomberati di Pianura. Che dormono in strada

NAPOLI - Vedendo dormire in strada i figli dei migranti sfrattati dallo stabile in via Trencia a Pianura venerdì pomeriggio, viene da chiedersi qual è lo stato di emergenza nazionale cui fa riferimento il governo quando parla di pericolo immigrazione. Addentrandosi in quello che nel linguaggio comune non può che definirsi ghetto, ci si domanderà se non sono forse questi richiedenti asilo che vivono in Italia da anni e i loro figli bambini nati sul suolo italiano la vera emergenza. I migranti, quasi ottanta, la maggior parte burkinabe, capoverdiani e polacchi, sono rimasti in strada l’altra notte, a nulla è servito preparare in tempo le proprie cose pensando di essere sistemati in un centro di accoglienza come gli altri residenti italiani dello stabile accolti nella municipalità di Pianura. Per loro infatti non c’è stata nessuna soluzione. Per meglio dire l’edificio ai Quartieri Spagnoli - una scuola in via Pasquale Scura individuata dal Comune di Napoli - è stato reso inaccessibile dalla protesta razzista di militanti di destra che insieme con alcuni residenti del posto hanno alzato barricate contro la possibile «invasione» degli stranieri. A guidare la cacciata sembra che ci fosse anche un consigliere municipale, Salvatore Lezzi, ex di Forza Nuova ora tra le fila di Forza Italia. Quando tutto era pronto e i pulmini stavano per portare i migranti al centro d’accoglienza improvvisato, anche la Questura è dovuta intervenire perché in quelle condizioni non si poteva garantire l’ordine pubblico. Ma nulla è cambiato. Ormai si era già sparsa la notizia che gli immigrati si sarebbero impossessati della scuola.
«Siamo al paradosso: il Comune non può entrare in un locale di sua proprietà - spiega l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Napoli Giulio Riccio - una trentina di persone bloccano l’assistenza a quasi un centinaio di immigrati bisogni d’acqua, cibo e letti. Azioni del genere rientrano in pieno nella carrambata approvata l’altra notte dal governo sull’immigrazione. Ora stiamo provvedendo ad allestire un nuovo stabile dove contiamo di trasferire a breve i migranti». L’edificio in questione dovrebbe essere nella zona di Scampìa all’ombra delle Vele, probabilmente in via Fratelli Cervi, anche se non è escluso che il Comune di Napoli potrebbe sistemare una parte dei malcapitati temporaneamente a Ponticelli, in locali utilizzati dai lavoratori del Consorzio di Bacino Napoli 5. I migranti oramai esasperati da questo tira e molla denunciano un clima di discriminazione non solo da parte da parte della popolazione, ma anche da parte delle istituzioni che hanno preferito gestire la vicenda dello sfratto separando gli italiani dagli stranieri.
«Non si capisce perché per i napoletani è bastato l’intervento dell’assessore alla protezione civile - spiega Mohamed, da dieci anni residente dello stabile T1 - per noi è stato necessario anche quello dell’assessorato alle Politiche Sociali. Per di più gli italiani sono stati sistemati, per noi chissà quanto ancora ci vorrà. Questa è un’altra vera e propria discriminazione e se ne capisce anche il motivo: gli italiani servono perché hanno il diritto di voto, noi invece no». La notte all’addiaccio degli sfrattati di via Trencia è trascorsa lenta, tra venerdì e sabato mentre la città si preoccupava a trascorrere i bagordi dell’ultimo venerdì di luglio. Alla dura vita di stenti e degrado, venerdì sera per gli immigrati si è aggiunta l’ennesima mazzata.
Tutto è iniziato mercoledì in tarda sera quando nello stabile T1 di via Trencia, quartiere Pianura con un incendio in uno scantinato. Lo stabile, un raro caso di melting pot con 44 le famiglie italiane (sedici di queste in attesa di una casa, pare, sin dal lontano terremoto dell’80) e il resto oltre 80 persone migranti, è diventato più pericoloso di quanto non lo fosse già. E’ ormai nota da tempo che la palazzina di quattro piani è fatiscente, anche ad ottobre scorso la campagna di manifesti anti -immigrati di An per cacciare gli “stranieri” dal quartiere pose all’attenzione il problema. Ma se allora per gli ex missini si trattava solo di una questione di convivenza, il dramma dell’abbandono è rimasto. La città di Napoli ha a disposizione pochissimi centri di accoglienza ed è sembrato azzardato, o almeno inopportuno, procedere ad uno sgombero senza aver approntato prima una soluzione -paracadute.
«Come è possibile che il Comune di Napoli abbia pensato di risolvere una situazione così difficile in pochi giorni - si chiedono gli attivisti della Rete Antirazzista di Napoli - sono ormai dieci anni che non si trovano soluzioni per quel posto». I migranti di Pianura, quartiere con una delle più grandi comunità di immigrati soprattutto africani, intanto rivendicano il diritto alla casa per tutti senza confini e differenze e hanno già annunciato una manifestazione domani mattina alle ore 9 davanti al Comune di Napoli in piazza Municipio. «E’ assurdo arrivare a questo punto - spiega Aboubakar Soumahoro del Comitato Immigrati di Napoli - qui ci sono delle responsabilità istituzionali gravi, bambini di due o tre anni di vita hanno dormito di notte in strada senza avere una colpa. I responsabili di questa vicenda farebbero bene a pensare a dimettersi».
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Le bimbe affogate a Torregaveta

20 luglio 2008

Repubblica
Si erano tuffate in mare dalla spiaggia di Torregaveta
Due bimbe rom annegano a Napoli i bagnini riescono a salvare le amiche
di Stella Cervasio e Maria Pirro

NAPOLI - Quattro bambine rom vanno al mare per vendere tartarughe e braccialetti. Hanno caldo e fanno un tuffo vestite, perché non indossano i costumi. Sono sole, non c´è a nessuno a dir loro che non si fa il bagno appena dopo mangiato, quando il mare è agitato e non si è capaci di nuotare. Violetta e Cristina Ebrehmovich, dodici e undici anni, muoiono annegate mentre la spiaggia è affollata e le onde crescono sul litorale flegreo, a Torregaveta. Le altre due, Manuela di quindici anni e una bambina di otto, vengono invece salvate dai soccorritori. Ma la spiaggia volta le spalle alla tragedia: mentre i corpi senza vita delle bambine sono ancora sulla sabbia, c´è chi continua a far colazione e a prendere il sole a pochi metri.
È sabato mattina, ci sono un centinaio di bagnanti. Molti evitano di tuffarsi, gli stessi bagnini consigliano di non allontanarsi troppo dalla riva e di tenere i bambini sotto l´ombrellone. Quando il mare è agitato a Torregaveta le correnti non perdonano e, se non si è nuotatori esperti, si corre il rischio di essere ingannati dalle secche.
Le quattro ragazzine hanno preso il treno che dal centro storico di Napoli porta i bagnanti sulla costa flegrea che va da Pozzuoli a Monte di Procida. Mangiano i loro panini, ma il caldo è troppo forte. Non resistono alla tentazione di tuffarsi. Lasciano le borse e le scarpe sul pontile e vanno in acqua. L´ipotesi è che si siano sentite male. Il mare forza due le travolge. Fanno appena in tempo a chiedere aiuto. Le grida vengono sentite da terra da due bagnini delle vicine spiagge private, che si lanciano subito verso le piccole. Due di loro vengono raggiunte e portate in salvo a riva. Si tenta inutilmente di raggiungere le altre due. Ma i corpi scompaiono tra le onde. C´era stata anche una telefonata al 118: alle 13.46 una donna che vede la scena chiede l´intervento dei soccorritori. Che arrivano quando le prime due bambine sono in salvo. La Capitaneria di porto spedisce i suoi uomini su un gommone mentre i vigili del fuoco cercano di avvicinarsi a bordo di una motobarca. Ma le bambine vengono trascinate lontano e solo il mare, più tardi, restituisce i corpi senza vita. Inutile il tentativo di rianimarle, una volta recuperate a 150 metri dalla battigia.
L´autista del 118, Pasquale Desiato, racconta le operazioni di recupero: «All´improvviso ho notato i corpi in lontananza, mi sono avvicinato e ho afferrato la più piccola per un braccio, ma mi è sfuggita ed è scomparsa di nuovo. Quando le abbiamo portate a terra non c´era più niente da fare. Avevano bevuto tanta acqua». Sulla spiaggia le altre due bambine piangevano disperatamente. Sono state loro a fornire le generalità dei genitori delle annegate: il padre e uno zio, di origini slave ma con documento di identità italiani, sono stati rintracciati nel campo rom di Secondigliano e accompagnati alla Capitaneria di Porto di Pozzuoli, dove hanno riconosciuto i corpi.
La Procura ha aperto un´inchiesta sulla morte delle piccole. Violetta e Cristina vivevano nell´accampamento di Secondigliano, il primo in Italia dove è iniziato il censimento ordinato dal ministero dell´Interno anche per i rom minorenni dai quattordici anni in su. Sorprendente la reazione dei bagnanti: «Abbiamo recuperato i corpi tra l´indifferenza generale», dice l´autista dell´ambulanza.
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Corriere della Sera
Napoli. Le bare delle due rom di 13 e 15 anni sono state portate via tra le persone stese al sole
Bimbe annegate, i corpi tra i bagnanti
Alcuni ragazzi cercano di salvarle. Restano un’ora sulla spiaggia

Vendevano piccoli oggetti, forse non sapevano nuotare ed erano sole sul lungomare
di Biagio Coscia

NAPOLI — I corpi delle due ragazze annegate, coperti dagli asciugamani, sono rimasti per un’ora tra i bagnanti stesi al sole di Torregaveta, il litorale a nord di Napoli. Quando si è capito che nonostante i soccorsi, per Viola e Cristina Ibramovitc, due ragazzine rom di 15 e 13 anni non c’era più nulla da fare, le attività balneari sono tornate alla «normalità». Chi ha ripreso a spalmarsi la crema, chi al telefono raccontava in diretta a parenti e amici quello che era accaduto, qualcuno ha cominciato a pranzare. Le due rom annegate ieri su una spiaggia libera della zona Flegrea purtroppo erano sole. Non c’era nessuno a disperarsi per loro e le chincaglierie che dalla mattina cercavano di vendere tra i numerosi bagnanti, sono rimaste abbandonate sulla spiaggia. Il capannello di curiosi che si era formato attorno ai corpi delle ragazze si è sciolto come si era formato.
Pochi hanno abbandonato la sabbia e le sdraio. Quando, dopo un’ora, è arrivata la polizia mortuaria con le casse, le due ragazze sono state portate via a spalla tra i bagnanti stesi al sole. Ieri il mare era molto agitato. Sulla lunga «spiaggia romana» ci sono alcuni dei lounge bar più esclusivi del litorale. La notte cocktail e acid jazz, la mattina colazione al sacco. I ruderi romani che affiorano tra gli scogli e un lungo pontile sono la scenografia surreale per centinaia di bagnanti che ogni mattina arrivano anche dal cuore di Napoli grazie un treno che termina la corsa a pochi metri dalla sabbia partendo dalla Pignasecca, nel centro storico. Lo stesso treno che rom e ambulanti di tutte le etnie prendono nella stagione estiva per andare a racimolare qualche spicciolo tra i turisti «da un giorno» nella spiaggia di Torregaveta.
Ma quello di ieri per Viola e Cristina è stato un viaggio di sola andata. Poco dopo le tredici un’onda più forte delle altre ha prima risucchiato e poi spinto con violenza le due ragazzine su un gruppo di scogli. Le due non hanno avuto scampo. Dalla spiaggia si sono accorti che qualcosa non andava e sono stati chiamati i carabinieri e un’ambulanza.
I vigili del fuoco che avevano provato ad avvicinarsi con un motoscafo non sono riusciti a farlo. Quando l’ambulanza è arrivata, i corpi delle ragazze erano già stati portati a riva da alcuni bagnanti. Ma c’era poco da fare. I tentativi di rianimarle sono stati inutili. «Sono stato richiamato dalle grida e mi sono lanciato in mare — ha raccontato uno dei ragazzi che hanno recuperato le due rom —, ho capito che la situazione era grave. Le due ragazze forse non sapevano nuotare e comunque erano state sbattute violentemente sugli scogli. Ne ho vista prima una e l’ho riportata a riva, poi ho capito che ce n’era un’altra e sono tornato indietro a prenderla». I paramedici delle ambulanze hanno fatto il possibile, ma era troppo tardi. Così una mano pietosa ha coperto i cadaveri di Viola e Cristina con dei teli da mare e qualcuno ha posato un mazzo di fiori bianchi.
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I precedenti
Trieste
L’8 agosto 1997 a Trieste, un uomo annega e il suo corpo, in attesa del carro funebre, viene lasciato sulla spiaggia nell’indifferenza dei bagnanti (foto sotto).
Claudio Magris commentò il fatto sul Corriere
Roma
Lo scorso aprile sul marciapiede di Porta Pia giace il corpo di Angelo Galante, 51 anni, il portiere dello stabile precipitato da 30 metri pochi istanti prima.
Numerosi passanti lo hanno scavalcato
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Corriere del Mezzogiorno
Torregaveta. Chiedevano l’elemosina. I corpi sul bagnasciuga e qualcuno ha continuato a prendere il sole
Onde alte, annegano due bimbe rom
Bagnanti si tuffano e le riportano a riva, ma non c’è nulla da fare

Le ragazzine non sapevano nuotare, ma non hanno resistito alla tentazione di entrare in acqua
di Vincenzo Esposito

NAPOLI - Le due ragazzine rom hanno iniziato ad urlare: «Aiuto, aiuto, stanno affogando». Nel mare agitato di Torregaveta altre due ragazzine rom scomparivano e ricomparivano tra le onde che le sbattevano più volte sugli scogli. Alcuni bagnanti si sono tuffati, hanno raggiunto le giovani nomadi e con difficoltà le hanno portate a riva. Qualcun altro con il cellulare ha chiamato il 118 e i vigili del fuoco. Altri ancora hanno tentato di rianimare le ragazzine. Ma non c’è stato nulla da fare: oltre all’ingente quantità di acqua ingerita sono stati fatali gli urti contro la scogliera. Sono morte così, ieri intorno allle 13.30, le sorelline Viola e Cristina Ibramovitc di 15 e 13 anni. Una tragedia avvenuta davanti agli occhi di centinaia di persone che in quel momento affollavano la spiaggia romana di Torregaveta. Un luogo famoso più per i bar e i locali che di notte si accendono con le proiezioni di luci sui resti romani, che per la purezza del mare. Il fondale è basso, ma per chi non sa nuotare può essere pericoloso ugualmente in una giornata di piccola burrasca come quella di ieri.
Viola e Cristina probabilmente non sapevano nuotare ma non hanno resistito alla tentazione di tuffarsi in mare per fare un bagno. Le due ragazzine nomadi vivevano nel campo rom di Secondigliano, ed erano lì per chiedere l’elemosina e vendere qualche cianfrusaglia. Ma è facile per chi vive in una baraccopoli cedere al fascino del sole e del mare. Le due incoraggiate dal fondale basso si sono tuffate. Ma un’onda, secondo la testimonianza di alcuni bagnanti, più alta delle altre ha fatto cadere la più piccola, Cristina. La risacca l’ha poi trascinata un po’ più a largo. Viola è andata verso di lei, ma non sapeva nuotare, e le onde hanno trascinato via anche lei. Le urla delle loro due amichette nomadi hanno attirato l’attenzione dei bagnanti ed immediato è stato il tentativo di salvarle. A riva sono state riportate dopo qualche minuto ma è stato tutto inutile. Quando sono arrivati i vigili e il 118, i corpi delle piccole erano già coperti da due asciugamani. Qualcuno ha anche messo accanto a loro un piccolo fascio di fiori di campo, raccolti poco lontano. I curiosi sono accorsi ma qualcuno, in una spiaggia così grande, ha continuato anche a prendere il sole.
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La testimonianza. Un soccorritore: ferite anche dagli urti contro gli scogli
«In tanti ci siamo gettati in acqua»
di v.e.

NAPOLI - Marco è stato tra quelli che si sono tuffati subito, appena hanno capito che c’era qualcuno in difficoltà in acqua. «Sono stato chiamato da una ragazza mentre ero sul pontile. Era una piccola nomade, ma non ci ho fatto caso. Era agitata. Mi chiedeva se avevo visto due ragazzine che facevano il bagno». Poi cosa è successo? «Il mare era grosso ed ho capito subito che era successo qualcosa. Sono sceso in spiaggia e mi sono arrampicato sugli scogli. A quel punto le ho viste. Prima una soltanto di loro. Ma è bastato. Mi sono tuffato in mare e l’ho trascinata a riva dove già c’era l’ambulanza del 118». Anche altri si sono tuffati per salvare le bambine. «Sì, nessuno ha esitato. Il mare era veramente agitato ma in pochi minuti le abbbiamo portate sul bagnasciuga». Erano già morte? «No, sono sicuro di no. Qualcuno ha tentato di rianimarle ma avevano molte ferite sulla testa, le onde le hanno sbattuto sugli scogli. Purtroppo non ce l’hanno fatta». Le due ragazzine nomadi che hanno dato l’allarme sono poi state condotte in questura dove hanno raccontato l’accaduto. Le due piccole vittime del mare portate via con due bare. Sulla spiaggia i corpi sono rimasti quasi un’ora.
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Censimentiello

2 luglio 2008
Repubblica - Napoli
Tra i nomadi per l´operazione impronte “Niente paura, è un censimento all´italiana”
Napoli, nei campi tra rabbia e rassegnazione: torneremo alla solita vita
di Cristina Zagaria

A Napoli le impronte digitali ai minori le prendono, ma solo a chi ha almeno 14 anni. Per i più piccoli basta un certificato di nascita o la tessera sanitaria. La protezione civile e gli uomini della Prefettura hanno scelto come base per le operazioni una baracca sotto il cavalcavia dell´asse Mediano, lo stradone che collega Napoli con i comuni della provincia nord, a trecento metri dalle Vele di Scampia.
Non c´è rabbia tra i rom. E non c´è tensione da parte degli uomini in divisa. Anzi la divisa non la porta nessuno. E gli stessi rom collaborano, chi perché spera («magari così troviamo un lavoro» dice Daniel 17 anni, aspirante muratore) e chi perché crede che sia «il solito censimentello all´italiana», come dice Nenat, 27 anni, da 17 in Italia. Che significa censimentello? «Che c´è un vento politico per cui noi nomadi siamo un problema, e per mettere a tacere l´opinione pubblica ci schedano. Noi li assecondiamo, perché non ci conviene creare un clima di tensione. Tra qualche mese tanto sarà passato tutto. Voi italiani avrete il vostro bel censimento e noi la solita vita. Servisse davvero a qualcosa, io sarei il primo a dare le impronte digitali dei miei bambini, anche della piccola… ma tanto è tutto inutile» e Nenat, un ragazzone biondo con lavoratissime basette che gli coprono le guance, tra cinismo e noncuranza, alza nel vuoto, in direzione dei poliziotti, la piccola Erica, nata da due mesi.
Sotto il cavalcavia di Scampia, a 30 gradi all´ombra e con umidità tropicale che spezza il respiro, i circa 700 rom (soprattutto serbi e iugoslavi) collaborano con la polizia silenziosi e ordinati, sperando che tutto finisca presto. «Mi sono truccata per la foto» confessa Manuela, mentre continua a strofinare i polpastrelli della mano destra a un fazzolettino di carta per togliere anche le ultime tracce d´inchiostro. «Alla fine ho avuto tanta paura per niente. Mi hanno chiesto se vado a scuola e io non solo ci vado, ma sono anche brava, soprattutto in Italiano. Stamattina prima di venire qui avevo una strana ansia e stanotte non ho dormito, ma ora è fatta». Manuela ha terminato da pochi giorni il primo superiore all´istituto Tecnico “Guglielmo Marconi”, a Giugliano. «I miei compagni di classe mi hanno mandato un sacco di sms, sapevano che qui al campo stanno facendo il censimento. E loro facevano il tifo per me. Erano incuriositi. Ma non è una novità, loro sono incuriositi per tutto ciò che riguarda la mia vita. Mi hanno fatto un sacco di domande, ma anche tanti in bocca al lupo». Manuela da grande vuole fare la stilista. Indossa una gonna larga, sopra il ginocchio, ma con un cinturone: «È un mix, come me che sono italiana e zingara». Zingara serba. «I miei genitori vengono da Kostolac, nel distretto di Branicevo».
Mentre Manuela racconta il “censimento” come la sua prima avventura da grande, attorniata dalle sorelle e da una ventina di bimbi, dalla baracca dove si è insediata la Prefettura di Napoli, con computer e attrezzature, escono ed entrano decine di persone. L´atmosfera è serena, quasi annoiata. Molte donne stringono i bimbi in braccio. Roxana non ha ancora 16 anni e un bimbo di 9 mesi: «Lui è nato in Italia. Per lui nessun problema», dice e alza la mano ancora sporca di inchiostro, nascondendosi il viso. E anche a Napoli, dove le operazioni di censimento scorrono tranquille, le polemiche non mancano: «Il prelievo delle impronte digitali ai minori - dicono i padri Alex Zanotelli, Fabrizio Valletti e Domenico Pezzutti - è discriminante e inutilmente vessatorio e serve solo per tranquillizzare alcune aree del paese alla ricerca di un capro espiatorio. Lavoriamo invece per l´integrazione e la prevenzione».
Secondo le prime stime degli uomini del prefetto Alessandro Pansa sono circa 5.500 i rom che vivono tra Napoli e provincia e il 60 per cento sono bambini sotto i dieci anni. «Siamo consapevoli che se ci sono degli irregolari o qualcuno con i precedenti penali sarà espulso - dice Nino, uno dei capi famiglia - Ma siamo pronti anche a questo se vuol dire tutelare tutti gli altri».
A Scampia, tra il campo di via Cupa Perillo, la piccola Svizzera e la Rotonda A, gli agenti e i tecnici della scientifica sono tutti in borghese. Gli unici gradi che si vedono, sono quelli di una volontaria della croce rossa italiana. Le operazioni durano 12 ore, dalle otto del mattino alle 20 di sera. «Abbiamo fatto un lungo lavoro preparatorio - spiega in tarda mattinata, un poliziotto, che ormai conosce uno per uno i bimbi del campo e ha promesso a tutti una partita di calcio a fine operazioni - Indubbiamente questo è un campo tranquillo, ma abbiamo iniziato proprio da qui, per capire eventuali margini di errore». Le impronte digitali ai minori? «Attenzione nell´ordinanza del ministero c´è scritto che dobbiamo identificare con certezza tutti i nomadi presenti nei campi - interviene un altro poliziotto, che si toglie i guanti di lattice e si accende una sigaretta sulla porta della baracca-campo base - Questo non significa fotosegnalare i bambini a tappeto. Andiamo per gradi. Moltissimi sono nati in Italia e hanno certificato di nascita e tessera sanitaria. Se dovessimo trovare un bimbo senza documenti decideremo cosa fare».
Il poliziotto torna nella baracca e fa capolino sull´uscio Nando, un uomo magrissimo, sulla sessantina, con una cartellina sotto braccio e troppi denti d´oro in bocca: «Li aiutiamo noi i poliziotti a fare il censimento. Non scappa nessuno. È tutto sotto controllo».
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Cie

14 giugno 2008
Corriere della Sera
Clandestini. I primi sei luoghi dove sorgeranno i «Cie»: «Non siamo stati consultati». Solo il Veneto non protesta
Nuovi Cpt, la rivolta delle Regioni
No di Toscana, Umbria, Marche, Liguria e Campania al progetto di Maroni
di Mariolina Iossa

ROMA — «Non siamo stati consultati». Di più: «Siamo stati completamente ignorati ». Ancora: «Ci spieghino i contenuti». E soprattutto: «Siamo assolutamente contrari ». Non ha fatto i conti con le realtà locali il ministro dell’Interno Roberto Maroni, che ieri ha identificato le prime sei regioni che entro settembre ospiteranno i nuovi Cpt. E forse non si aspettava i no di Toscana, Umbria, Marche, Liguria e Campania. Tutte contrarie, o perlomeno critiche. Fa eccezione solo il Veneto, guidato da una giunta di centrodestra.
I Cpt, adesso, si chiamano Cie, Centro di identificazione ed espulsione degli immigrati clandestini. Ma il fatto che abbiano cambiato nome non fa cambiare idea a chi li ha sempre avversati. Ieri appunto le bocciature. «Siamo contrari a realizzare nella nostra Regione un Cie — ha detto l’assessore regionale dell’Umbria Damiano Stufara. E in ogni caso abbiamo letto tutto sui giornali, aspettiamo che il governo ci faccia conoscere i dettagli». Il presidente della Regione Maria Rita Lorenzetti condivide. Il vicepresidente della Toscana Federico Gelli ricorda che «non siamo mai stati consultati». «La nostra regione è sempre stata contraria ai Cpt, che sono un modello considerato fallimentare in ogni angolo d’Europa — ha spiegato Gelli —. Se poi oltre a cambiare nome volessero cambiare anche modello saremo pronti a discuterne». Il vicepresidente nega che ci sia polemica con il sindaco di Firenze Leonardo Domenici, che è anche presidente dell’Anci, l’associazione dei comuni d’Italia. Domenici però ha espresso un pensiero meno intransigente. «Non abbiamo una posizione di rifiuto pregiudiziale — sottolinea il sindaco —. Ma il centro dovrebbe essere qualcosa di più vicino ad un luogo dove l’attesa è breve, prima del rimpatrio, e dove vengano rispettati i diritti delle persone».
Anche dalla Campania arriva un no, che è netto. «Non siamo stati convocati nè ascoltati nel merito — afferma l’assessore alle politiche dell’immigrazione della Provincia di Napoli Isadora D’Aimmo —. Se il governo vuole davvero combattere l’immigrazione clandestina deve iniziare a cambiare le leggi, sia quelle del centrodestra, sia quelle del centrosinistra. È sbagliato giocare sulla pelle degli immigrati».
Nessuna convocazione da parte del ministro Maroni anche per le Marche. Quanto alla Liguria, «prima di dire dove, si dica cosa», stigmatizza il sindaco di Genova Marta Vincenzi. «Se i Cie sono luoghi d accoglienza e informazione è un conto, se sono come gli attuali Cpt o peggio, è un altro. E allora sono contraria». Via libera, invece dal Veneto. Per l’assessore regionale Elena Donazzan c’è «bisogno di una più stretta azione di controllo di questi soggetti».
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1 giugno 2008

Repubblica
Lo stato, la società e il rischio xenofobo
di Walter Veltroni

Caro direttore,
mentre la destra italiana si appassiona ai tatuaggi di chi compie violenze, nel resto del mondo l´Italia è sotto la lente d´ingrandimento come Paese a rischio xenofobia.
Giornali liberali (e persino conservatori) inglesi o tedeschi, francesi o spagnoli scrutano e trovano nelle vicende italiane i segnali di un nascente razzismo sottovalutato e non combattuto - quando non letteralmente alimentato se non altro dal punto di vista del clima politico - dal governo che si è insediato in queste settimane. Confesso che il dibattito sui tatuaggi (fuor di metafora, la discussione sulle appartenenze politiche dichiarate da chi compie i raid contro i negozi cingalesi) mi appare del tutto inutile o meglio gravemente dannoso. Non essere allarmati davanti a quello che accade è un pessimo segnale: il mito della giustizia fai-da-te è già un problema politico, l´aggressione a cittadini per la loro nazionalità o etnia è già l´annuncio di un rischio xenofobo. E´ stata Famiglia cristiana a porre la domanda più provocatoria e imbarazzante: perché, se c´è tanta voglia di ronde, in questi anni nessuno le ha fatte contro i camion della camorra che portavano i rifiuti nelle discariche criminali?
Credo che, se la politica vuole essere all´altezza della sfida, le domande da porsi siano ancora più radicali. Quali radici ha quel senso di paura che attraversa la società italiana? E quali risposte bisogna dare per evitare che la paura prenda la direzione della violenza e dell´irrazionalità? Mi è capitato di dire più volte che il bisogno di sicurezza non è né di destra né di sinistra, ma che è un diritto inalienabile dei cittadini. Ma quando parlo di diritto alla sicurezza (fateci caso, questa parola sta sostituendo altre che in passato avevano maggiore circolazione come legalità e giustizia e anche questo non è ininfluente) mi riferisco a quel diritto ad un perimetro, individuale e sociale insieme, di certezza e di tranquillità. Le paure assediano oggi questo perimetro e, nella percezione di molti, hanno già aperto qualche falla quando non abbattuto ogni difesa.
Zygmunt Bauman, che più acutamente di tutti ha cercato di indagare questo universo, ha indicato tre tipi di paure e non per amore di catalogazione ma per indicarci quanto complesso e intrecciato sia questo universo individuale e sociale. Ci sono paure - dice il sociologo - che minacciano il corpo e gli averi, quelle che insidiano la propria collocazione nel mondo e la propria identità, esponendoci alla possibilità di essere umiliati ed esclusi a livello sociale e quelle di natura più generale, che riguardano la stabilità e l´affidabilità dell´ordine sociale. Tre livelli diversi, quasi dei cerchi via via più larghi. Il primo (il corpo e gli averi) è quello più evidente, il più sensibile ed esposto a quella che chiamiamo microcriminalità. Il secondo tocca la propria collocazione sociale, la posizione all´interno del mondo, la sorte del proprio reddito, del proprio lavoro, della considerazione diffusa che il mondo ravvicinato ha di te e, come in uno specchio, anche la percezione di sé stessi rispetto agli altri. Il terzo, il più largo e forse il meno avvertito ma insieme quello più condiviso, è la percezione dell´efficienza complessiva del sistema all´interno del quale si vive.
Ebbene credo che oggi siano a rischio contemporaneamente tutte e tre questi livelli, o almeno, per una gran parte dei cittadini, tutti e tre mostrino una sorta di febbre: il sistema non dà certezze di affidabilità, la stabilità (o magari il potenziale miglioramento) del proprio ruolo sociale è messa in discussione per larga parte della società italiana da un processo di impoverimento che non è solo materiale ma anche di ruolo. E contemporaneamente i fenomeni di criminalità fanno apparire minacciata anche la zona più ravvicinata, quasi letteralmente la nostra pelle. Mi è capitato di dire che in una società impaurita, quando avvengono dei traumi anche soltanto vicini, questi vengano vissuti come una invasione insopportabile.
E´ sempre Bauman a dire che la questione della sicurezza sia oggi al centro del marketing politico: i programmi elettorali - afferma il sociologo che ha inventato la formula della “società liquida” - sono spesso costruiti attorno a questo tema, così come le vendite dei giornali o gli indici dell´auditel salgono quanto più si parla di questo. Paure fondate e paure indotte, realtà e percezione possono apparire in contraddizione. Eppure le due cose convivono si mescolano. La sicurezza è un problema reale e negarlo è un errore drammatico (certamente le forze della sinistra radicale, che lo hanno fatto, hanno pagato un prezzo salato a questo errore), ma è stato contemporaneamente un elemento fondamentale del marketing politico. Era, nella campagna elettorale, l´ingrediente più consistente usato dalla destra, cominciando dalla Lega che lo ha maneggiato con straordinaria abilità e improntitudine. L´uso della paura aiuta a vincere le elezioni, ma non aiuta a governare. Queste paure bisogna allora disinnescarle attraverso risposte, sociali e culturali. Ecco, disinnescarle è probabilmente la parola giusta. Non si possono negare o rimuovere come non si possono cavalcare o alimentare. Tutto può stare nello stesso contenitore della paura, non importa quali siano le vere cause dei singoli fenomeni sociali. Tutti diventiamo potenziali vittime. Ma la vittima è un soggetto debole e passivo. Tende ad accettare protezione in modo acritico, fino a giustificare la violenza come forma di difesa. E il rischio, oggi davvero ravvicinato, è quello della giustizia sommaria, dell´imbarbarimento dei rapporti civili. Perciò quel contenitore dobbiamo saperlo aprire e, con pazienza e coraggio, svuotare. E lo possono fare solo, insieme, lo Stato e la società. Lo Stato con un maggior controllo del territorio e con la severa certezza della pena. E poi la scuola che deve servire a formare cittadini consapevoli. E poi la televisione che deve educare alla coscienza critica e alla consapevolezza delle molteplicità del mondo. E poi nuove sicurezze sociali per chi sente drammaticamente di impoverire. E per quei ragazzi che vivono la drammatica condizione della precarietà.
E poi io sento il dovere, etico prima che politico, di contrastare l´insopportabile clima di “egoismo sociale” riaffermando la cultura della solidarietà come il migliore antidoto all´imbarbarimento del presente.
E´ un impegno politico, ma credo sia anche, per ciascuno di noi, un pezzo del nostro “lavoro” di essere umani. Con quella consapevolezza che ci permette di agire per affrontare i rischi che si pongono di fronte a noi. Con quello sguardo agli altri, e al futuro, che è l´unico modo per squarciare il buio della paura e fare luce sul cammino che ci attende.
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Corriere del Mezzogiorno
Nomadi. Nomina del Governo: valuterà i vari insediamenti
Rom, il prefetto Pansa diventa commissario
Gestirà fondi per un milione di euro
di Stefano Piedimonte

NAPOLI — I prefetti anti-rom sono pronti ad agire: sul sito della Gazzetta ufficiale sono state pubblicate le ordinanze che conferiscono gli incarichi di «commissario straordinario all’emergenza nomadi» ai prefetti di Napoli, Roma e Milano. Alessandro Pansa, quindi, come i suoi colleghi, riceverà dallo Stato un milione di euro, e potrà — anche in deroga alle disposizioni vigenti in materia ambientale, paesaggistico-territoriale, igienico-sanitaria, di pianificazione del territorio — individuare gli insediamenti abusivi, identificare e censirne gli abitanti, adottare «le necessarie misure, avvalendosi delle forze di polizia» nei confronti di chi dovesse risultare destinatario di provvedimenti di allontanamento o di espulsione, individuare siti idonei per l’allestimento di campi autorizzati, disporre lo sgombero e il ripristino delle aree occupate dagli insediamenti abusivi. Un’area da ripristinare, in effetti c’è. E’ forse l’unica, a Ponticelli, risparmiata dalle fiamme. Prima della cacciata dei rom, quando le catapecchie di questo campo erano ancora abitate, le condizioni igieniche non erano certo ideali. Ora, però, da quando il tempo s’è fermato, con le tavole ancora imbandite e i cani che aspettano vanamente il ritorno dei padroni, il campo di via Argine, a quattro passi dall’Itis Marie Curie, è diventato una bomba batteriologica il cui potenziale aumenta ogni giorno di più. Per evitare che le molotov piovessero anche qui, gli accampati sono fuggiti via in fretta e furia, lasciando sparsi in giro quelli che sembrano i segni di una nuova Pompei romena: patate appena sbucciate, spicchi di pizza mezzi mangiati, videocassette del «Taglierbe» e del «Fantasma dell’opera», un vangelo in romeno: «Psalmi, proverbe si indrumari». Fino a pochi giorni fa l’insediamento era presidiato dai carabinieri, e potevano entrarci solo i topi. Per fortuna, ai giustizieri della strada non è venuto ancora in mente di appiccare il fuoco. Pochi centimetri al di sopra delle baracche c’è il ponte della tangenziale: sarebbe un disastro. Qualcuno — non certamente i teppisti — deve pensare necessariamente a bonificare la zona. C’è ancora qualcosa da saccheggiare, un’antenna parabolica montata sul tetto di una baracca, un paio di statuine e qualche mobile in buono stato. Poi resteranno solo i topi.
Il rame è sparito tutto: si possono passare in rassegna le catapecchie una ad una, non se ne troverà un solo filo. Radio, tv, asciugacapelli, sono stati sventrati dagli avvoltoi che hanno portato via gli avvolgimenti di rame. Perfino i fili elettrici sono stati strappati via dalle apparecchiature. E’ la razzia perfetta, messa in atto, dopo la fuga precipitosa degli accampati, da chi saprebbe scovare un filo di rame anche col fiuto.
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Repubblica - Napoli
Rom, scontro sul superprefetto
L´assessore Riccio: “Problema irrisolto, soldi sprecati”
di Cri. Z.

Anche a Napoli un Commissario straordinario per i rom, con super-poteri e un milione di euro di budget, per i primi interventi. Il governo l´aveva già annunciato, anche per Roma e Milano. Ieri la pubblicazione dei provvedimenti sulla Gazzetta ufficiale. Sarà dunque il prefetto Alessandro Pansa a fronteggiare l´emergenza rom in Campania. La nomina non piace al Comune di Napoli: «È un atto che ha un forte contenuto discriminatorio, come ha già denunciato l´Unione europea», insorge l´assessore alle Politiche sociali, Giulio Riccio. Più morbida la Regione: «Il commissariamento sarà un periodo di transizione. Il Commissario aiuterà proprio la Campania a superare i gravi problemi di ordine pubblico legati all´intolleranza verso i rom-rumeni», commenta l´assessore Lilli De Felice. «Io ho ancora negli occhi i roghi di Ponticelli».
Pansa avrà il potere di monitorare i campi autorizzati in cui sono presenti comunità nomadi, individuare gli insediamenti abusivi e identificare e censire le persone, minorenni compresi. Inoltre il prefetto, come i colleghi di Milano e Roma, potrà adottare «le necessarie misure, avvalendosi delle forze di polizia», nei confronti delle persone che risultino destinatarie di provvedimenti di allontanamento o di espulsione. Secondo Riccio, però «questo è l´ennesimo commissario per Napoli e, come gli altri, sarà sostanzialmente inutile. Non risolverà un problema che poteva essere gestito per le vie ordinarie e servirà solo a gettare un po´ di denaro pubblico». Per Riccio, poi, «un milione di euro non basterà neanche a risolvere il problema dell´accoglienza dei rom cacciati da Ponticelli dieci giorni fa», con le baracche in fiamme e le rivolte dei cittadini. In Regione, dopo le vicende di Ponticelli, è stato istituito un tavolo tecnico. Vi siede anche un rappresentante della prefettura, ricorda l´assessore De Felice. «Perciò credo che le istituzioni ordinarie debbano collaborare lealmente con il commissario e continuare a riunirsi e a lavorare autonomamente per rafforzare lo spirito di accoglienza e inclusione che la Campania ha nel suo Dna, ma che forse per un attimo, e per mano di pochi cittadini, ha smarrito». E proprio per «il superamento delle barriere tra diverse culture», mercoledì prossimo (ore 15) gli studenti del liceo artistico “Largo Santissimi Apostoli” dialogheranno con Barbara Pierro, presidente dell´associazione “Chi rom e chi no” sul tema “Convivenza civile e rispetto delle diverse culture”.
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4 dicembre 2007

Repubblica
Quei muri alzati dai sindaci del Nord
di Gad Lerner

Dall´ordinanza contro i lavavetri del sindaco di Firenze, all´ordinanza antisbandati del sindaco di Cittadella, il passo era purtroppo fatale e prevedibile. Non poteva bastare a impedirlo, nei due mesi che le separano, il decreto governativo che autorizza i prefetti a espellere gli immigrati di riconosciuta pericolosità sociale. Approvato, come è noto, sull´onda dello sdegno popolare per l´omicidio di Giovanna Reggiani commesso da un rom. Siccome poi gli effettivi accompagnamenti alla frontiera si contano nell´ordine delle centinaia e non delle migliaia, com´era inevitabile a meno di organizzare incivili deportazioni di massa, l´allarme sociale ne risulta enfatizzato a prescindere dalle statistiche sulla criminalità straniera.
Così ora tocca fare i conti con il movimentismo di decine di sindaci del lombardo-veneto, scatenati nella gara a chi s´inventa il provvedimento più spettacolare contro gli stranieri. Ha un sapore antico il loro prodigarsi nella costruzione di una solida diga della rispettabilità, tale da separare i cives dagli infames. Da una parte il popolo titolare della dignità civica, dall´altra gli estranei che la insidiano. Adopero non a caso il linguaggio del diritto medievale riproposto dallo storico Giacomo Todeschini in un libro dai richiami purtroppo attuali: “Visibilmente crudeli. Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all´età moderna” (Il Mulino).
Ha fatto scuola Massimo Bitonci, sindaco di Cittadella, con l´ordinanza che prescrive un reddito minimo di residenza. Vale la pena di ricordarne i termini: iscrizione all´anagrafe comunale vietata per chi non dimostri un´entrata minima di cinquemila euro l´anno.
obbligo di esibire un´assicurazione sanitaria; sopralluogo dei vigili per verificare che l´abitazione sia decorosa; creazione di un´apposita commissione municipale per ravvisare eventuali sospetti di pericolosità sociale.
Quando poi la Procura della repubblica di Padova ha avviato un´indagine per verificare che non sussista un´usurpazione di funzioni competenti ad altri organi dello Stato - come il prefetto o il questore - è scattata la solidarietà degli altri primi cittadini: “10, 100, 1000… Bitonci”, si leggeva sullo striscione esibito domenica 25 novembre nella piazza di Cittadella. E già quaranta sindaci veneti hanno seguito l´esempio di Bitonci, appigliandosi alla direttiva 38 dell´Unione europea segnalata sui giornali italiani dal commissario Franco Frattini con un´enfasi distorsiva tale che gli è valsa, il 15 novembre scorso, una mozione di censura del Parlamento di Strasburgo. Tale direttiva afferma, all´articolo 7, che il diritto di soggiornare per un periodo superiore a tre mesi nel territorio di un altro Stato membro è previsto a condizione di disporre “di risorse economiche sufficienti”. Può bastare tale richiamo a cancellare un diritto fondamentale come la libera circolazione dei cittadini dell´Ue? Il diritto può essere limitato sulla base del censo?
Sono domande che appaiono oziose ai sindaci di centrodestra del lombardo-veneto. E poco importa loro che Gianantonio Stella segnali come un´ordinanza stile Bitonci avrebbe impedito lo sbarco in America di centinaia di migliaia di poveri emigranti dalle tre Venezie.
Scatta infatti tra i loro concittadini impauriti un paradossale rovesciamento di ruoli che Julia Kristeva descrive efficacemente a partire dall´antica dialettica fra lo schiavo e il padrone. Benché l´immigrato sia povero e giunga fra noi sospinto dal bisogno –disponibile a farsi carico di attività subalterne e mal retribuite - è pur sempre il vecchio abitante di quel territorio a sentirsi indebolito dal suo arrivo. Ha bisogno della manodopera immigrata, ma nello stesso tempo prova il rimpianto sintetizzato nello slogan leghista: non mi sento più padrone in casa mia. Spiega la Kristeva che quel “sentirsi stranieri” nella relazione col nuovo venuto “fa sorgere nell´indigeno soprattutto un sospetto: sono veramente a casa mia? sono proprio me stesso? non sono forse loro padroni dell´avvenire?”.
Risultato: “Il ‘padrone´ si trasforma così in schiavo che caccia il suo conquistatore”. Fa impressione rileggere in questa luce l´esortazione scritta sabato scorso dal sindaco di Montegrotto Terme, rinomata e prospera località del turismo sanitario, sui display municipali: “Cittadini, emigrate! Vivrete meglio da immigrati in un´altra nazione che da cittadini nel vostro paese”. Un invito che ovviamente nessun montegrottese raccoglierà, ma che alimenta la percezione di un´Italia troppo generosa con gli stranieri. Poco importa che si tratti di un rovesciamento della realtà, visti i nostri clamorosi ritardi nell´integrazione dignitosa e nel riconoscimento di cittadinanza agli immigrati che lavorano fra noi da molti anni.
Così l´offensiva antistranieri scatenata dai sindaci non si limita a individuare i clandestini come bersaglio. E´ il caso del primo cittadino di Caravaggio che d´ora in poi rifiuterà di officiare matrimoni in assenza di permesso di soggiorno, benché la normativa vigente lo consenta per favorire le regolarizzazioni e combattere la clandestinità. Certo, vi sono nazioni che hanno saputo trasformare anche l´immigrazione illegale in motore della crescita economica. Come gli Stati Uniti, che erigono una forte barriera all´ingresso. Ma, una volta che il clandestino sia riuscito ad aggirarla, gli viene consentito di conseguire la patente di guida e alcune banche gli forniscono pure speciali carte di credito.
La sindrome da invasione, alimentata dagli imprenditori politici della paura, da noi si manifesta viceversa in vero e proprio accanimento nei confronti degli stessi stranieri regolarizzati. Retrocessi nelle graduatorie per le case popolari, là dove la Lega è al governo della regione. Discriminati nei giorni scorsi a Romano d´Ezzelino (Vicenza) nell´assegnazione dei bonus istruzione, quand´anche risultassero meritevoli, dopo che già gli erano negati gli assegni per i nuovi nati: bell´incoraggiamento all´integrazione!
La rivendicazione identitaria si manifesta –in mancanza di meglio- escogitando rituali patriottici, padani o tricolori. Come a Loria, nel trevigiano, dove il sindaco farà cantare l´inno di Mameli prima delle sedute del consiglio comunale.
E´ un progetto culturale che, combinandosi con la selezione sulla base del censo e con la discriminazione nazionale, mira a ristabilire nei confronti degli immigrati una sorta di gerarchia etnica. Prospettando loro un futuro circoscritto nella condizione dei paria. Ospiti forse necessari, ma ingrati. Costretti a sentirsi sempre provvisori. Minacciati di espulsione. Minoranza ghettizzata, indegna di contrarre matrimonio con i nativi: il sindaco di Morazzone (Varese) ha deciso due mesi fa di segnalare alla polizia tutte le pubblicazioni di nozze fra italiani e stranieri.
Rassicurati dalla constatazione che in Italia i partiti xenofobi hanno raccolto finora consensi inferiori ad altri paesi europei, forse ci siamo lasciati cullare dall´illusione. La politica si è accontentata di inseguire le paure dei cittadini con sgomberi e retate scarsamente efficaci. E ha derogato invece a uno dei suoi compiti fondamentali: affermare i valori di civiltà e le regole inderogabili della convivenza anche di fronte alle circostanze più drammatiche. Col risultato che la deriva razzista ha tracimato dalle pagine dei giornali ai provvedimenti discriminatori degli amministratori, tra gli applausi di una cittadinanza esacerbata.
Il governo di centrosinistra rischia di pagare a caro prezzo la titubanza rivelata in questa battaglia culturale che l´avrebbe costretta a sfidare l´impopolarità. Da questione di ordine pubblico, la necessaria repressione della criminalità straniera sta degenerando in Veneto e Lombardia sotto forma di politiche locali discriminatorie, legittimate da una diffusa ideologia xenofoba. La corsa per conquistare il consenso dei cittadini si è trasformata in gara a chi mostra la faccia più feroce agli immigrati.
E allora serve poco recriminare sulle politiche dissennate del passato: dall´incapacità di selezionare qualitativamente i flussi migratori in base al fabbisogno, agli ostacoli burocratici opposti all´integrazione e alle naturalizzazioni, fino alla sanatoria resa indispensabile da una legge ideologica come la Bossi-Fini. Di fronte al movimento antistranieri capitanato dai sindaci nordisti bisogna assumere finalmente la priorità dell´allarme razzismo, se vogliamo preservare una civile convivenza sul nostro territorio.
Altrimenti la riduzione a paria dello straniero rischia di produrre esiti drammatici, già anticipati dalla corrente di violenza sotterranea – non più solo verbale - che serpeggia nella nostra società.
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17 novembre 2007

Corriere del Mezzogiorno
L’intervista. Il giornalista: per cambiare servono anni
Merlo: clan e illegalità, il Sud è come un suk
«Nel Sud manca anche l’intolleranza etnica, la povertà non produce xenofobia e i clan sono attenti ai grandi affari»
di Rosanna Lampugnani

ROMA Francesco Merlo, lei sostiene che nel Sud ci sono pochi delitti commessi da extracomunitari perché “in un posto di lupi nessuno può imporre logiche di lupi”. Quindi non è vero che quella meridionale sia una società migliore come dice il rettore napoletano Guido Trombetti?
«Non è un problema d’essere migliori o peggiori, se si è razzisti oppure no. Più semplicemente il sud è un suk e come si fa ad essere razzisti in un suk? Lo sono, invece, coloro che difendono il benessere raggiunto».
Quindi non è diffusa la xenofobia?
«No. Chi ha scoperto il concetto della diversità delle razze? I tedeschi. Noi meridionali siano già una razza inferiore, saremmo già arabi e questo è un dato, come essere scuri di capelli».
La Caritas dice che nel 2006, dei 3 milioni censiti, solo 354mila immigrati erano al sud: pochi immigrati pochi delitti?
«Nel sud non si registrano delitti etnici, o comunque il numero dei reati di questo tipo non è significativo. E’ un dato interessante, perché ci segnala anche che la povertà materiale non produce razzismo. Quindi, per tornare all’inizio, non è un problema di merito, non c’è un lievito morale che rende i meridionali migliori, perché altrimenti ci troveremmo a discutere di una forma di razzismo all’incontrario».
Al sud pochi gravi delitti commessi da extracomunitari perché le mafie non vogliono concorrenti?
«Le mafie si occupano dei grandi patrimoni, certamente non degli scippi. Quanto agli immigrati questi non commettono delitti feroci perché la povertà ha un codice diretto. Se al sud il lavavetri è aggressivo otterrà una reazione altrettanto aggressiva, dunque l’immigrato è molto attento a questo codice. Quando la manodopera straniera lavora in nero, anche se sottopagata, sa che intorno non ci sono grandi ricchezze e non cova rabbia inconsulta».
Marco Demarco sostiene che lei usa uno schema antropologico. Ha ragione il direttore del nostro giornale?
«Certo. Ma per risolvere le questioni del Mezzogiorno non è sufficiente un solo buon governo, ci vogliono decenni per modificare le cose, anche se è importante cominciare da qualche parte. Antonio Bassolino è stato un buon sindaco di Napoli, come Enzo Bianco è stato un buon sindaco di Catania, ma la loro azione non ha risolto la questione meridionale. E comunque l’antropologia è importante».
Ma la politica è o non è specchio della società?
«Il problema dell’Italia è l’inefficienza della politica. Un esempio: quando si è saputo che il parrucchiere di Charie Blair è costato più degli aerei di Stato è stato scandalo in Inghilterra, ma non rivolta antipolitica come sarebbe accaduto in Italia, perché lì la politica risponde ai bisogni primari della popolazione. Nel Sud c’è un problema in più, il clientelismo: il medico rumeno sa di non poter ottenere un posto di infermiere se questo è destinato ad un italiano raccomandato dal politico di turno. All’immigrato si lasciano i lavori pesanti, pagati in nero, aggiungendo illegalità ad altra illegalità. Alla fine si creano persino rapporti feudali: il proprietario siciliano del campo di carciofi al termine della raccolta non licenzierà l’immigrato, gli farà fare il cameriere. E questi sono rapporti economici, non razzisti».
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16 novembre

Repubblica - Napoli
Sud e immigrati
di Gabriele Mazzacca

Le tesi di Francesco Merlo sulla via meridionale alla integrazione, pubblicate su “La Repubblica” di qualche giorno fa, sono discutibili, nel senso letterale della parola, ma di una provocatorietà stimolante. Ho letto la riflessione di Merlo e ho maturato questo convincimento. Le tesi che esponeva meritano attenzione e confronto, sereno, propositivo. Purtroppo la replica di Guido Trombetti, rettore dell´università Federico II, comparsa sabato 10 novembre sulle pagine locali de “La Repubblica”, appare, da questo punto di vista, deludente, venata com´è da insofferenza per le argomentazioni di Merlo. Questa è la mia opinione e voglio adesso spiegare meglio il senso delle mie riflessioni, alla luce degli interventi che stanno comparendo sulle pagine di questo giornale.
Credo che il punto di partenza del confronto con le tesi di Merlo debba essere il riconoscimento che, piaccia o non piaccia, sussiste una storica differenza, quanto a orgoglio di appartenenza alla propria comunità, tra nord e sud del Paese. Questo orgoglio in qualche modo si coglie nel centro-nord di Italia, mentre è assai carente nel meridione.
Si tratta di differenza storica, nel senso che diversa è la storia che è alle spalle del centro-nord e, rispettivamente, del sud d´Italia.
Il senso dello Stato non è certo ben radicato, nel complesso, in Italia. Ma mentre nel centro-nord in qualche misura lo Stato è ancora percepito dai cittadini, nel sud la sfiducia verso lo Stato e le istituzioni è pressoché totale.
Tant´è che nel sud la penetrazione nella società cosiddetta civile dell´antistato, quale rappresenta nella sostanza la malavita organizzata, è ben più antica e diffusa che nel centro-nord. Come peraltro documentano anche le cronache quotidiane di giornali e televisione.
Il razzismo, che in qualche modo permea nel nord il rapporto con gli immigrati assai più che nel meridione, nasce da questa differenza. Perché il razzismo altro non è che la degenerazione perversa di quel sentimento, in sé importante sul piano civico, che è l´orgoglio di appartenenza alla propria comunità.
È la sovrapposizione, sulla consapevolezza razionale di questo sentimento, della sua ottusa involuzione viscerale.
L´atteggiamento discriminatorio, razzista, è l´elemento che fa scattare nell´immigrato la reazione aggressiva, violenta nel nord più frequentemente che nel sud.
Nel Mezzogiorno d´Italia, questa almeno è la mia convinzione che qui sto provando ad esporre, la discriminazione dell´immigrato è diluita in un milieu povero di lievito civico, per cui ogni individuo si atteggia istintivamente verso chi non si conosce con diffidenza, timore, ostilità, concittadino o meno che sia.
Il solidarismo verso il diverso è elemento del tutto irrilevante nel determinismo del fenomeno. Ci gioca, invece, un ruolo significativo il controllo territoriale della malavita organizzata e della microcriminalità.
Gli intellettuali che vivono nel Mezzogiorno farebbero bene a riflettere su tutto ciò. E a riconoscere che il loro dovere è innanzi tutto quello di dare esempio irreprensibile di comportamento nelle istituzioni in cui operano, innanzitutto la scuola e la università.
Isolando i tanti, troppi colleghi, che traggono profitto dalle insufficienze complessive di queste istituzioni, badando assai più ai propri personali interessi, piccoli o grandi che siano, che a quelli dei giovanissimi e giovani studenti.
Il futuro dell´Italia, del meridione in particolare, è legato, anche e soprattutto, al recupero del prestigio e della efficienza del suo sistema educativo. Questo recupero implica, indubbiamente, una ben maggiore sensibilità del ceto politico per i problemi della scuola e della università. Ma implica, almeno in egual misura, che i docenti facciano tutto intero il loro dovere.
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15 novembre

Repubblica - Napoli
Immigrati e Mezzogiorno
di Enrica Amaturo, Enrico Pugliese

Ci sono due tematiche in Italia sulle quali tende solitamente a scatenarsi l´immaginario del pubblico in generale e degli opinionisti in particolare. Esse sono la realtà culturale e sociale di Napoli e la realtà dell´immigrazione. Il recente articolo di Francesco Merlo su “Repubblica” è riuscito a saldarle riproponendo con grande accuratezza alcuni degli stereotipi correnti riguardanti l´una e l´altra realtà. Ciò che scrive Merlo ce lo sentiamo dire continuamente, a volte anche con una punta di cattiveria, il che non è il caso dell´articolo di Merlo, i cui giudizi e le cui insultanti considerazioni sembrano essere semmai accompagnate da una certa simpatia verso il contesto oggetto della sua analisi. Secondo Merlo, nel Mezzogiorno e a Napoli si verificherebbe tra immigrati e locali una sorta di integrazione sullo fondo della cultura della illegalità, una naturale alleanza tra marginali devianti che non può che perpetuare il malessere esistente.
Il termine insultante riferito alle considerazioni di Merlo può sembrare strano a chi non ha letto l´articolo, al quale per altro ha risposto con la chiarezza di un matematico il rettore della Università Federico II, Guido Trombetti. Raccomandiamo la lettura di entrambi gli articoli. Quello di Trombetti parte proprio da una delle affermazioni più sorprendenti di Merlo, che merita di essere qui riportata: «Un mondo illegale, come quello astuto dei meridionali trova familiare l´illegalità degli immigrati, il loro commercio senza regole, l´uso predatorio del territorio». La presunta illegalità astuta dei meridionali e la presunta illegalità predatoria degli immigrati meriterebbero qualche elemento di chiarimento sulla situazione effettiva degli immigrati a Napoli e sulla città in generale.
Ma forse sull´astuzia illegale meridionale - di lombrosiana ascendenza (anche se per Lombroso la razza dei meridionali, la razza maledetta, non era costituita da astuti, ma solo propensa all´illegalità) si può lasciar correre.
Passiamo perciò ai predatori, ai poveri immigrati. Sono passati più di venti anni da quando cominciammo a condurre i primi studi sull´immigrazione. E ci sfuggì l´illegalità delle domestiche eritree tanto amate dalle bambine e dai bambini della borghesia napoletana (che sono oggi già mamme e padri). E lo stesso si può dire delle filippine che per lungo tempo hanno rappresentato la comunità più numerosa. Sempre all´inizio c´erano i commercianti ambulanti maghrebini che giravano per tutti i paesi dell´entroterra campano. Certo non rilasciavano la ricevuta fiscale, in generale, e non avevano neanche la licenza. Infatti non potevano averla. Effettivamente non ci parve così grave: forse perché partecipi anche noi di quella pericolosa tolleranza che come un virus infetta i meridionali e produce sottosviluppo. Oppure perché all´epoca si discusse tra gli studiosi di immigrazione di queste tematiche e la rivista “Studi Emigrazione” (la più autorevole in materia) propose di parlare di alegalità in riferimento alla situazione di questi lavoratori, irregolari per definizione giacché mancava ancora in Italia una legislazione che ne regolasse la presenza e perciò non potevano avere né licenza né rilasciare ricevuta. Cosa grave? Forse. Certo è però che c´erano anche a Ravenna a Pisa e a Trento. Astuzia illegale anche dei trentini?
Soprattutto - negli anni successivi, quando l´immigrazione divenne un fenomeno ancor più di massa - non ci accorgemmo della propensione all´illegalità di coloro i quali cominciarono a lavorare nell´edilizia e soprattutto in agricoltura, lavorando di nuovo senza permesso di soggiorno e per salari di fame. Anzi di un´illegalità frequente ci rendemmo conto - una illegalità poco sanzionata dalle leggi e dalle prassi dello stato italiano - che è quella del lavoro nero subito soprattutto nel Mezzogiorno dai lavoratori - immigrati e non - a tutto vantaggio dei datori di lavoro. E qui la camorra non c´entra nulla. Il lavoro nero, il super sfruttamento, le condizioni di lavoro inaccettabili esistono del tutto a prescindere dalla presenza della camorra sul territorio, che ovviamente c´è ed è pesante, ma che con questo c´entra poco. Si tratta di un grosso capitolo, ma di un altro capitolo. E naturalmente c´entra poco anche la “cultura meridionale”. Se gli immigrati hanno trovato da subito un´occupazione nel lavoro nero è perché si sono trovati in strutture produttive per molti versi arretrate in situazioni dove i rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori sono assolutamente impari. Non erano predatori, erano semmai prede di datori di lavoro nero come ce ne sono al Nord e al Sud.
Il “buttarla sull´antropologico” facilita il compito dell´osservatore. Tutto si spiega con la cultura dei napoletani, tra i cui difetti ormai primeggia - nelle gratuite e disinformate geremiadi su Napoli - la tolleranza (intendiamoci: tolleranza verso la illegalità), quale espressione di un più generale spirito accomodante che impedisce di uscire dal degrado: in questo degrado si collocherebbero splendidamente gli immigrati. Non si può chiedere a un giornalista di condurre una analisi sociologica o antropologica accurata. Ciascuno fa il suo mestiere. Ma di non partire da pregiudizi lo si può pretendere. I commenti insultanti sugli immigrati sono spesso espressione di un processo psicologico e culturale complesso, che è al contempo frutto di scarsa conoscenza ma anche di atteggiamento particolare. Il processo mentale che spesso capita di osservare quando si leggono cose strambe sugli immigrati è quello della “reductio ad unum”, operazione ipersemplificativa tipica della personalità autoritaria, come la descrive Adorno. Si generalizza così a tutti gli immigrati delle province napoletane ciò che si vede a Piazza Ferrovia. Non si pensa che gli immigrati hanno modelli migratori diversi, diversa composizione per genere e per età a seconda delle diverse nazionalità, diversi mestieri, con un forte etnicizzazione dei mestieri stessi, come dappertutto nel paese: gli immigrati perdono nazione, sesso, mestiere, cultura nazionale ed etnica, morale, abitudini e quant´altro. C´è una cultura unica degli immigrati, nella quale primeggia lo spirito predatorio, così come c´è una lingua unica: evidentemente lo “stranierese”.
Il gusto morboso - per altro espresso anche da autori partenopei - per l´eclatante porta a riferire tutto quel che succede a fattori culturali. E così mentre la realtà sociale e culturali dei cinesi a Prato o a Campi Bisenzio entra nel campo degli studi migratori, a Napoli, dove i cinesi fanno gli stessi mestieri, diventano oggetto mirabolante di perversi intrecci tra culture dando luogo a leggende metropolitane che si autoalimentano.
Non che manchino i problemi o che manchi l´effetto di un impatto, magari irritante, per chi gira per qualche zona di Napoli. Le frange più marginali della immigrazione - predatorie no - vivono, agiscono e si mostrano in condizioni di maggior degrado. Ed è noto che la visibilità tra gli immigrati è massima proprio tra coloro i quali vivono in condizione di maggiore marginalità: insomma, proprio chi sta peggio dà di più nell´occhio (anche se non preda un bel nulla). E neanche gli altri se la passano gran che bene in generale, come per altro una buona parte della gente dei quartieri popolari di Napoli, come ormai di dati Istat sulla concentrazione meridionale e napoletana della povertà mostra in maniera chiara. In questo contesto si determina quella solidarietà tra poveri (che non è affatto collusione tra rappresentanti di culture illegali) notate da Guido Trombetti. E a noi, come a lui, sembra una fatto positivo. E siamo d´accordo sul fatto che se questa integrazione, basata sulla tolleranza e sull´accettazione reciproca, è l´integrazione meridionale, che ben venga. Possibile - sembra suggerire Trombetti - che neanche quando si osservano fatti positivi - l´assenza di violenza a sfondo razziale, la solidarietà tra immigrati e locali - bisogna ricercarne una spiegazione in fenomeni negativi?
Con questo né lui né noi riteniamo che a Napoli si viva nel migliore dei mondi possibili. E per quel che riguarda le condizioni degli immigrati, c´è indubbiamente una carenza delle politiche sociali a tutti i livelli e in tutti gli ambiti territoriali, con responsabilità a tutti i livelli. Per di più in una situazione aggravata dalle più svantaggiate condizioni del mercato del lavoro e quindi dell´occupazione e del reddito. Ma questa è un´altra storia.
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10 novembre 2007

Repubblica - Napoli
La tolleranza non è illegale
di Guido Trombetti

Francesco Merlo esamina su “La Repubblica” il rapporto tra il Sud e l´immigrazione. Partendo da un´osservazione. Nel Mezzogiorno il fenomeno della xenofobia è quasi assente. Né ci sono «significativi, ripetuti e violenti delitti commessi da stranieri come avviene nel Centro-Nord». Questa l´amabile spiegazione. «Un mondo illegale, come quello astuto dei meridionali, trova familiare l´illegalità degli immigrati, i loro commerci senza regole, l´uso predatorio del territorio…».
«Anche le baraccopoli sono in fondo una vecchia tradizione locale che adesso si rinnova. Il mondo degli immigrati, mondo di disintegrati, è brodo di coltura per tutti quelli che non hanno legami… Ma è integrazione questa? O invece è una fusione naturale di disintegrati…».
Questa la conclusione: «Eccoci arrivati al nocciolo del paradosso: se è vero che nel resto d´Italia la speranza è che gli immigrati diventino come noi, forse nel Sud la speranza è che noi diventiamo come loro».
Beh! Un mondo illegale, come quello astuto «dei meridionali»… Non facile da deglutire!
Intanto non è chiaro se siamo di fronte ad una classifica (italiani del Centro-Nord - immigrati - italiani del Sud). Oppure a due poli di attrazione (nord e sud del mondo, con i meridionali attratti dal Sud). Francamente non condivido l´analisi. Men che mai le conclusioni. Certamente nelle aree più povere del Mezzogiorno resistono talvolta le baraccopoli. Vecchia piaga locale. Che è irridente definire «tradizione» (c´erano anche al Nord e al Centro). Non è questo che genera tolleranza verso le baraccopoli degli immigrati. Il fenomeno è più complesso. Non vi è dubbio, ad esempio, che anche per effetto di successive dominazioni straniere, nei napoletani sia presente una forte capacità di integrarsi con il diverso. Perché trascurare questo aspetto? La tolleranza verso il lavavetri non è assimilabile ad una forma di solidarietà tra umili. Ma piuttosto ad una forma di ammiccamento tra propensioni criminali. Come si fa a trasformare in negatività anche elementi positivi? Enunciando sentenze apodittiche. La verità è che si tende ormai a sopprimere in modo artificiale la questione meridionale. Cercando, altrettanto artificialmente, di dar corpo alla questione settentrionale. Magari accreditando l´idea che il Mezzogiorno sia lo “scarto” dell´Europa. Una palla al piede per il decollo di una Italia operosa. Un mondo di disintegrati del tutto affine ai disintegrati del sud del mondo. Da abbandonare al proprio destino criminale. Eppure, non vi è niente di più falso dell´estraneità del Mezzogiorno ai destini dell´Italia. Nel bene e nel male. Quando si cita Gomorra è facile enfatizzare le efferatezze della bande criminali che appestano il territorio campano. E fare silenzio su altri quesiti angoscianti. Da dove provengono i rifiuti tossici che la camorra sversa a caro prezzo nelle discariche illegali? Chi acquista la merce di contrabbando prodotta nelle fabbriche clandestine? Quale sistema finanziario ricicla i miliardi della camorra, della mafia, della ndrangheta? Perciò, non forziamo i ragionamenti oltre misura. Fondando su una raffica di affermazioni superficiali. È un´anima tollerante verso l´illegalità a generare tolleranza verso gli immigrati. È la paura di ritorsioni a generare comportamenti meno aggressivi che al Nord da parte degli immigrati. Ma come si fa a tagliare la realtà con l´accetta in tal modo? È vero in fondo che la delinquenza organizzata di importazione si radica più facilmente su territori dove non ha la concorrenza delle organizzazioni locali. Questo, però, non ha nulla a che vedere con la solidarietà tra gli umili. O la tolleranza verso i lavavetri. Per caso su questi versanti non conta anche la maggiore solidità delle reti relazionali? Un tessuto sociale umanamente più denso rispetto ad altre aree?
Il vivere in ville isolate - dove più spesso avvengono rapine ed aggressioni - non indica per caso un modello di vita che tende a ridurre al minimo i rapporti? Per semplificare, più ti tratto con umanità più è probabile che tu faccia altrettanto. E forse possiamo anche convivere. Ed integrarci. Se questa è la via meridionale all´integrazione, come titolava l´articolo di Merlo, sia la benvenuta. Sulle radici del fenomeno si può anche riflettere. Con pacatezza. Senza trascurare, con acre disinvoltura, le riflessioni scientifiche disponibili in tema di immigrazione, sia in campo antropologico che sociologico, che certamente non mancano.
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8 novembre

Corriere della Sera
La via meridionale all´integrazione
di Francesco Merlo

E´ difficile trovare le parole giuste, ma bisogna pur raccontare che al sud, a Napoli, a Bari, in Sicilia, nella terra delle mafie e dei quartieri criminali, non ci sono significativi, ripetuti e violenti delitti commessi da stranieri – stupri e ferocia omicida – come avviene nel Nord e nel Centro d´Italia.
Al punto che il prefetto di Catania, la signora Annamaria Cancellieri, mi dice: «Paradossalmente quando rientro a Catania io mi sento più sicura e percepisco subito che la gente ha meno paura qui che a Bologna o a Milano o a Verona». Tra le tante nefandezze locali, infatti, nel Sud non ci sono, per strada, le aggressioni sessuali di disperati e rabbiosi immigrati che sfogano contro le nostre donne gli eccessi che covano dentro. E la cronaca nera non racconta l´arancia meccanica di extracomunitari africani, slavi o rumeni.
Il solo assalto in villa che si conosca è avvenuto a Taormina nel settembre del 2005: nove banditi extracomunitari spararono e uccisero il proprietario.
Ma da allora nessuno ci ha mai più riprovato.
Nel centro di Palermo, anche i mendicanti e i lavavetri non sono così aggressivi come qualche volta a Firenze e a Milano, certamente non come sul Périphérique, al semaforo della Porte de Saint-Cloud, a Parigi, dove ho visto dei lavavetri incarogniti aggrapparsi alle vetture in movimento per estorcere qualche euro.
A Lampedusa e a Caltanissetta, dove ci sono due enormi centri di accoglienza, e dove si capisce come la disperazione degli immigrati possa diventare una piaga purulenta, un´infezione che ci tocca e ci contagia tutti, si percepisce disagio ma non paura, certamente non ci sono state violenze contro la popolazione locale né ronde razziste contro gli stranieri. A Palermo, al Circolo del golf, molto frequentato dai professionisti, al giovane cameriere romeno che teme, probabilmente senza motivo, gli effetti del pacchetto-sicurezza, tutti offrono conforto e promettono “protezione legale ´´.
Poi si alza un signore, l´avvocato Zappulli, «apolitico», e dice che «qui la gente ha paura dei picciotti dello Zen e non di romeni e rumene che fanno i lavapiatti, le badanti, i muratori, i braccianti, le cameriere e, mi creda, tra loro e Palermo c´è più tolleranza e civiltà di quanta ce n´è tra i palermitani».
Eppure, ormai anche il commercio ambulante nella celebre Fiera di Catania ha assunto l´aspetto di un suk multirazziale e la grande piazza del Carmine ogni mattina diventa un´ecclesia di naufraghi, la mecca dei dannati della terra. E´ dunque difficile credere che proprio qui, che solo qui, nel Sud indiavolato, l´abbattimento dei confini geografici abbia abbattuto anche i confini etnici di cui si compone l´identità degli uomini. Si sa che la dignità umana si difende anche con i confini, che ogni uomo è un´isola di identità e che un uomo senza confini non ha profilo, è un concetto filosofico, un´esercitazione teologica. Deve dunque esserci un segreto che regola la convivenza interetnica alla fiera di Catania, dove, a pochi passi gli uni dagli altri, cinesi, senegalesi, mauriziani. e siciliani trafficano tutti in cd pataccati, cinture in similpelle, camicie e cappotti, ciascuno con l´identica merce del vicino, sempre e comunque «made in China» anche quando è stata fatta a Prato, in competizione certo, ma senza aggressività reciproca.
Chiedo dunque ad un malandrino di un quartiere caldo, dentro una macelleria dove si vende carne di cavallo, come mai a Roma e a Bologna ci sono violenze e stupri commessi da stranieri e qui no. Ecco la risposta: «Siamo lupi. E in un posto di lupi nessuno può imporci logiche di lupi». E vuole dire che c´è un codice di violenza locale che è vincente. Dunque, se un lavavetri si permette di insistere sino a infastidire, la reazione non è razzista, ma è senza mezzi termini: «A calci in culo e non col codice».
E aggiunge: «Se io vado in trasferta a seguire la squadra del Catania, da Firenze a Milano non ho inibizioni, non nascondo la mia sciarpa rosso azzurra e il mio entusiasmo, ma da Roma in giù, anche quando il Catania segna, io per prudenza non mi scompongo, perché so che quelli lì sono come me e li rispetto».
Ecco: i rumeni, i polacchi, i cingalesi che vengono nel Sud fanno lo stesso ragionamento e così i meridionali d´Italia diventano africani, cinesi e rumeni come loro.
Analogamente a Marsiglia, per esempio, un anno e mezzo fa non c´è stata, se non marginalmente, la famosa rivolta delle banlieues che ha coinvolto tutte le altre città francesi che ospitano la globalizzazione. Come tutti sanno, l´epopea di Marsiglia, quella raccontata per esempio dallo scrittore Jean - Claude Izzo, ha per protagonisti gli immigrati che, arrivati adesso alla terza generazione e diventati francesi, sanno come tenere a bada i nuovi immigrati. Allo stesso modo nel Sud d´Italia niuru ccu niuru non tingi, il nero non colora il nero: i simili solidarizzano. Per tradizione molti meridionali si sentono estranei all´unificazione nazionale che già sulla linea battesimale venne rifiutata con il brigantaggio e il banditismo.
L´unità d´Italia è un fenomeno relativamente recente e dunque al contrario del mormorio del Piave – «non passa lo straniero» – qui c´è un silenzio ammiccante e passa lo straniero.
Il paradosso meridionale è che il pacchetto-sicurezza viene vissuto con angoscia proprio dalla parte più ricca della popolazione che rischia di perdere servizi a buon mercato, spesso in nero: dai lavoratori domestici a quelli rurali. Nella Piana di Catania la produzione agrumicola e ortiva è affidata agli stranieri, soprattutto rumeni, e così la serricoltura ragusana, e le imprese vitivinicole del Siracusano. Anche la potente flotta peschereccia del Trapanese ha ciurme di stranieri. Come si può far mormorare il Piave? E la sera a Catania, in quel corridoio schiacciato tra la ferrovia e il mare che si chiama «Passiaturi», proprio ai margini del centro storico, battono le giovani prostitute polacche, colombiane, slave, nigeriane, pronte a catturare la preda e a trascinarla nei bassi del vecchio san Berillo, un immondezzaio di case nelle antiche viuzze con il pavimento rifatto. Anche l´immaginario sessuale del brancatismo ha cambiato forme e colori, e pure i magnaccia che tranquillamente controllano, accanto al chiosco delle bibite, sono di tutte le razze ma non più italiani, e non solo perché la mafia e la magnacceria non vanno troppo d´accordo, ma anche perché, come tutti i lavori pesanti, questo è stato appaltato ai parvenu, ai nuovi arrivati. Purché rispettino il codice. Perché qui basta uno schiaffo per ricomporre gerarchie e ridestare le strategie di controllo del territorio.
Un mondo illegale, come quello astuto dei meridionali, trova familiare l´illegalità degli immigrati, i loro commerci senza regole, l´uso predatorio del territorio, l´abusivismo, la vita di espedienti. Anche le baraccopoli sono in fondo una vecchia tradizione locale che adesso si rinnova.
Il mondo degli immigrati, mondo di disintegrati, è brodo di coltura per gli apocalittici, per tutti quelli che non hanno legami, per i dominatori degli spazi vuoti che sono gli spazi della marginalità. E´ dunque vero che, in generale, nel Sud non c´è xenofobia da parte di chi accoglie e non c´è violenza etnica da parte chi è accolto. Ma è integrazione questa? O invece è adiacenza tra disintegrati, una fusione naturale di disintegrati, come un´acqua che si insinua nella sabbia, un liquido che non trova paratie, resistenza, muri, ma carta assorbente? E´ vero che a ribadire l´identità c´è la religione, le feste di san Gennaro, o di sant´Agata, o di santa Rosalia. Ma si sa che non c´è nulla di più pagano di una festa religiosa nel Sud. E dunque durante queste esplosioni collettive dell´anima antica e oscura della città, gli extracomunitari vendono caramelle e sanguinacci, palloncini e santini, magliette della squadra di calcio e petardi. Un tabaccaio mi racconta che molti immigrati del suo quartiere vengono dallo Sri Lanka e sono tutti grandi consumatori di sigari: «Li lasciano bruciare mentre officiano riti incomprensibili». Non so se è vero. Ma è vero che i tremila Tamil che vivono a Palermo si sono convertiti in massa a santa Rosalia quando – raccontano – la santa ha fatto il miracolo di guarire la bimba della cameriera srilankese di una signora palermitana devotissima. Con il risultato che, da qualche anno ormai, la notte del 4 settembre gli srilankesi vanno in processione lungo la salita del Monte Pellegrino, tre chilometri a piedi come vuole l´antico precetto. Anche i palermitani ci vanno. Ma hanno modernizzato la devozione e dunque prendono la macchina. Eccoci arrivati al nocciolo del paradosso: se è vero che nel resto d´Italia, la speranza è che gli immigrati diventino come noi, forse nel Sud la speranza è che noi diventiamo come loro.
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7 novembre

Corriere del Mezzogiorno
Cittadini «invisibili» in assemblea
Rom a Scampia la nostra sfida
di Domenico Pizzuti

Di ritorno, come residenza, nel quartiere di Scampia, ho partecipato l’altra sera a un’inusuale assemblea degli abitanti dei vari campi dell’insediamento non autorizzato, convocata per affrontare insieme le tensioni e le paure del difficile momento che si vive a livello nazionale ma non solo. Più di settanta abitanti (nomadi si fa per dire: sono lì da più di vent’anni), uomini, donne e bambini, s’erano assiepati attorno a un lungo tavolaccio sotto la veranda di un’abitazione delle cosiddette «case rosa» — i volti preoccupati e impauriti per la caccia al romeno ma più in generale per l’ostilità avvertita nei confronti di nomadi e simili — sotto la guida dei volontari del gruppo «Chi rom… e chi no» e di componenti del Comitato cittadino pro Rom di Napoli. Si intendeva con quest’assemblea dare la sveglia a un’inerzia di anni, con la presa in carico della propria situazione e l’elezione dei rappresentanti dei vari campi per interloquire con le istituzioni e la cittadinanza.
Il sentimento comune era la preoccupazione per il futuro, che si esprimeva in vari modi. Mi diceva L.: «Sono venuta in Italia a 14 anni. Ora ne ho 43, con figli e nipoti. Perché un’intera categoria deve pagare per il delitto di uno che condanniamo?». E un’altra anziana: «Mio suocero è morto qui, mio marito e io siamo malati tutti e due, e lui è invalido, siamo stati curati da un medico dell’Asl. Che cosa vogliono fare di noi?». E un altro: «Sono qui da 29 anni, non ho avuto il permesso di soggiorno forse perché non sono bravo. Nel nostro paese non ci accettano più, sono chiusi per noi. Dove andiamo?». È incombente la paura di sgomberi forzati dopo anni di permanenza in Italia da «invisibili»; d’altro canto, in molti parlano della difficoltà di ottenere opportunità lavorative, ciò che dipende anche dalla loro ghettizzazione nei campi, uno stigma che non favorisce assunzioni ufficiali. C’è anche, a nostro avviso, un non detto che deriva da anni di vita precaria nei campi con difficili equilibri più o meno cristallizzati, e fondamentalmente dalla mancanza di uno status giuridico riconosciuto in seguito alla fuga dalle guerre balcaniche; una mancanza cui non si è voluto o potuto provvedere da parte di burocrazia e istituzioni.
L’assemblea però fa un passo avanti, perché concorda su alcuni comportamenti da adottare e su impegni cui dar seguito per facilitare l’accettazione da parte dell’ambiente circostante e partecipare responsabilmente al miglioramento della propria condizione anche secondo i progetti del Comune di Napoli sul campo non autorizzato di Scampia. Le famiglie s’impegnano a mandare i propri figli a scuola, anche se non sono ancora disponibili i pullman di accompagnamento del Comune. S’impegnano a depositare l’immondizia negli appositi cassonetti benché distanti dalla propria abitazione; e a evitare i fumi che disturbano gli abitanti del rione, derivanti dai fuochi per ottenere il rame che viene da loro smerciato. Viene anzi avanzata la proposta di chiedere al Comune un luogo separato per queste operazioni tradizionali che danno un reddito.
Gli impegni e le richieste per un miglioramento della propria situazione confluiranno in un documento che sarà approvato dall’assemblea nella prossima settimana e comunicato alla stampa. In esso si esprimerà la volontà di operare insieme, superando divisioni di clan, etniche e religiose, ed eleggendo a questo scopo cinque rappresentanti che siano interlocutori con le istituzioni e la società civile.
È stato proposto un incontro con il prefetto di Napoli perché non si dia corso a sgomberi forzati, senza alternative, e ad espulsioni immotivate. Ed è stata pure proposta una festa rivolta alla cittadinanza, allo scopo non soltanto di esibire prodotti folkloristici, ma anche di illustrare il proprio modo di vivere al di là degli stereotipi diffusi.
È l’inizio di un cammino comune con il supporto di volontari di gruppi e associazioni che operano sul campo; un cammino che richiede continuità nel tempo, e che si deve incontrare con i progetti di accoglienza e inclusione sociale messi in campo dal Comune di Napoli, non solo per Scampia, in sedi convocate per favorire la partecipazione degli stessi soggetti di questi interventi pubblici. In ogni caso — preme sottolineare — guardando al futuro non si può trascurare la generazione che è nata in questi campi, alla quale bisogna saper offrire opportunità degne di una città sociale, come le borse di studio per i percorsi teatrali assegnate a cinque giovani di questi campi che avevano partecipato come attori al fortunato spettacolo «Arrevuoto».
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6 novembre 2007

Repubblica
La metà del Paese ostaggio della paura
di Ilvo Diamanti

In Italia si aggira uno spettro inquietante. È l´insicurezza. Tanto densa e tanto acuta da sfiorare la paura. Dell´altro. Una indagine condotta nei giorni scorsi da Demos per la Fondazione UniPolis delinea queste tendenze in modo inequivocabile.
Secondo l´indagine (in corso di svolgimento: verrà presentata nelle prossime settimane), cinque persone su dieci oggi ritengono che, nella zona di residenza, la criminalità sia cresciuta negli ultimi anni. Si tratta di un dato superiore di sei punti percentuali rispetto a cinque mesi fa. Ma di quasi venti rispetto a due anni addietro. Inoltre, quasi nove persone su dieci (praticamente tutti) pensano che la criminalità sia cresciuta in Italia. Cinque punti percentuali in più rispetto allo scorso giugno; otto rispetto a due anni fa. La paura, quindi, è diffusa, sul territorio. Influenzata da fattori che, in parte, trascendono l´esperienza personale, visto che la percezione dell´illegalità è maggiore quando si fa riferimento a contesti più distanti da noi. L´Italia piuttosto che il nostro quartiere. Tuttavia, l´insicurezza è cresciuta soprattutto in rapporto alla realtà locale. Insieme, è montata anche la paura dello “straniero”. Ormai, il 47% degli italiani considera gli immigrati un pericolo per l´ordine pubblico e per la sicurezza personale. Si tratta del dato più elevato dal 1999 ad oggi. Nel 2003 la pensava in questo modo il 33% della popolazione, due anni fa il 41%.
Fra insicurezza e immigrazione c´è un legame stretto. Il peso di quanti ritengono cresciuta la criminalità (sia locale che nazionale), infatti, è massimo tra coloro che considerano gli immigrati un pericolo.
In parte, questi sentimenti si spiegano con l´effettivo incremento degli immigrati e dei reati commessi dagli immigrati. Però, appunto: solo in parte. Rammentiamo, per analogia, lo scenario del 1999, quando la percezione del pericolo raggiunse indici molto simili ad oggi. Influenzata, più che dalla realtà, dall´immagine. Dalla rappresentazione offerta dai media. Episodi criminali cruenti rilanciati, in modo martellante, da giornali e tivù. Insieme agli sbarchi dei disperati, che abbordavano le nostre coste. L´insicurezza salì. Anche se la criminalità, nel corso degli anni Novanta, si era notevolmente ridimensionata. Tuttavia, l´enfasi mediatica contribuì ad accentuare la sfiducia nei confronti del governo di centrosinistra. Ritenuto, allora come ora, meno adeguato ad affrontare la sfida dell´insicurezza. Così, nel 2001 la CdL vinse le elezioni. E la paura, all´improvviso, si ridimensionò. E l´Italia apparve, per qualche anno, meno insicura. Oggi, l´emergenza sembra tornata. Come e più di allora. Le “carrette del mare” hanno ripreso a sbarcare sulle nostre coste il loro carico di disperazione. Peraltro, a dispetto delle apparenze, una frazione limitata dell´immigrazione clandestina. Ma gli sbarchi sono spettacolari. Come i delitti. Soprattutto se atroci. Come quello, orribile, commesso a Tor di Quinto. Ai danni della povera Giovanna Reggiani. L´orrore, la pietà, la rabbia: sui media, fanno ascolti eccezionali. Ma l´onda dell´indignazione rischia di trasportarci lontano dalla “normalità”. E dalla realtà. Domenica, Repubblica ha pubblicato una lettera di Romano Prodi, che raccontava un episodio di vita quotidiana. Qualche ora passata agli uffici comunali di Bologna, per rinnovare la sua carta di identità, scaduta. In mezzo a numerosi immigrati, di diverse nazionalità. A parlare di cose quotidiane. Un pezzo di realtà quasi irreale. Uno spaccato di vita normale che urta contro la rappresentazione iperbolica dell´immigrazione, a cui siamo avvezzi. Eppure testimonia di un´impresa quasi eccezionale, nella sua normalità. Rammenta che, in pochi anni, siamo divenuti un Paese ad alta presenza di stranieri (oltre il 6% della popolazione). Come Francia, Germania e Gran Bretagna. Dove il fenomeno ha una storia assai più lunga della nostra. Senza venirne travolti. Grazie alla capacità di integrazione della società, delle reti di solidarietà, dell´associazionismo cattolico, ma anche laico; al lavoro quotidiano degli enti locali. Anche quelli governati dalla Lega: “cattivi” a parole, ma “buoni” nei fatti. Ma il dibattito politico generale, invece di valorizzare la capacità di adattamento espressa dal nostro tessuto sociale e locale, pare ispirato da preoccupazioni elettorali. Trainato dalla narrazione truce dei media. Così, come nel 1999, è tornata la sindrome dell´assedio. Dovunque, romeni e rom, pronti ad assalire i cittadini inermi. Come ieri gli albanesi, l´altro ieri i cinesi, prima ancora i maghrebini. La Padania suggerisce, per assonanza, anche i Romani. E, già che ci siamo, anche Romano.
Nel buco nero dell´indistinto, d´altronde, ogni pregiudizio trova conferma e ogni paura risposta. Di certo, non soluzione.
Meglio, allora, provare a distinguere. Aggiungere qualche informazione. (Che attingiamo dal prezioso lavoro di documentazione condotto dal Caritas/Migrantes). Utile, comunque, a evitare le trappole del luogo comune.
1. I Rom non sono i romeni. I quali, in Italia, oggi sono circa 600mila. Il primo gruppo nazionale, per entità. Hanno un alto livello di scolarità. Sono in larga misura occupati. Perlopiù nelle costruzioni e nei servizi. In Italia operano circa 15 mila aziende romene (soprattutto edili). Quanto basta per contrastare le immagini che rappresentano i romeni come una “folla criminale”.
2. Sotto il profilo delle statistiche giudiziarie, i reati commessi dai romeni rappresentano circa un sesto sul totale delle denunce ai danni di stranieri. Il che coincide con il loro peso sul totale degli immigrati. Nel Lazio pare vi siano un terzo dei romeni denunciati in Italia. Ma i dati disponibili non permettono di esprimere stime precise, al proposito. Sufficienti, però, a consigliare prudenza prima di esprimere giudizi poco fondati, oltre che indecorosi, sulla vocazione criminogena dei romeni.
3. Il flusso dei Rom è effettivamente cresciuto, negli ultimi tempi, anche in seguito alle pressioni esercitate su di loro dalla Romania. I Rom. Stanno ai margini della nostra società e delle nostre città. In Italia, come ha mostrato Renato Mannheimer sul Corriere della Sera, suscitano diffidenza in otto italiani su dieci. Ma lo stesso avviene in Europa. In Romania, peggio che altrove. I Rom, nella “normalità”, sono autori di illegalità diffuse. Reati piccoli, che suscitano grande insofferenza. Ma, sicuramente, non sono attori di “grande criminalità”. L´autore dell´orrendo crimine di Roma è un “deviante”, marginale perfino tra i Rom. Non a caso a denunciarlo è stata una donna Rom.
4. Non è vero che i Rom rifiutino ogni tentativo di integrazione. Dove sono state effettuate politiche locali finalizzate a questo obiettivo, come a Pisa, Venezia, Napoli, i risultati si sono visti. Come ha rammentato, benissimo, ieri, Barbara Spinelli, sulla Stampa. Sceglierli come bersaglio, su cui scaricare la riprovazione e l´indignazione generale, però, è facile. Sono gli ultimi degli ultimi. Senza uno Stato o una lobby (magari criminale) a difenderli.
5. La “grande criminalità” straniera, ovviamente, esiste. E si è sviluppata profondamente, nel nostro Paese. Ma non ha radici Rom (né Sinte). È, invece, gestita da bande organizzate (in questo caso sì) “romene”. Ma anche senegalesi, albanesi. Collegate ad altre bande, italiane e straniere (sudamericane). Gestiscono, soprattutto, il traffico della droga e la prostituzione. Migliaia di ragazze e di bambine, spesso romene, comprate oppure rapite a casa loro, per essere trasferite sulle nostre strade. Dove la clientela (italiana) è abbondante.
Il dibattito di questi giorni non sembra in grado, ma neppure preoccupato di spiegare, distinguere, affrontare questi fenomeni. È scosso da sussulti mediatici, avvenimenti tragici. Così, la destra indossa la maschera più dura. Per professione. La sinistra moderata risponde con lo stesso linguaggio, per paura di mostrarsi debole. E la sinistra (cosiddetta) radicale, “perplessa”, grida contro il nuovo razzismo. Per riflesso condizionato. Solidarietà, rigore, legalità, tolleranza/zero. Parole brandite come armi. Da ciascuno, per difendere la sua quota di mercato elettorale. (Alla fine, come in passato, l´unico a guadagnarci sarà il centrodestra).
Ridurre una realtà così complessa al tema dell´insicurezza rischia, però, di alimentare altre preoccupazioni. Di moltiplicare i “nemici”. E di imprigionare noi stessi, dentro alle nostre paure. Stranieri anche noi. Abitanti feroci di una terra feroce. Il Paese della “tolleranza zero”. A parole. Nel quale, personalmente, troviamo difficile - e un po´ umiliante - vivere.
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Repubblica - Napoli
SCAMPIA/Contro il rischio espulsioni chiesto un incontro in prefettura
Riunione al campo Rom eletti i portavoce dei nomadi
di Viola Sarnelli

Tutti i Rom di Scampia riuniti intorno a un unico tavolo, per decidere come affrontare le tensioni di questi giorni che rischiano di coinvolgere i membri della loro comunità. E´ accaduto per la prima volta ieri, al “campo delle case rosa”, dove sono arrivati anche i rappresentanti dei campi circostanti. Una riunione dalla quale è scaturito un documento comune, che sarà messo a punto in questi giorni, in cui i Rom da una parte si dichiarano pronti a collaborare con gli altri abitanti della zona e con le istituzioni, e dall´altra si propongono come coprotagonisti, tramite alcuni portavoce per la prima volta eletti nei campi, delle decisioni che li riguardano.
La prima richiesta è quella di un incontro pubblico con il prefetto, per opporsi agli sgomberi forzati e chiedere chiarimenti sui progetti che li riguardano: «Prima dell´estate l´assessore Riccio incontrò alcuni di noi e ci disse che finalmente sarebbero arrivati progetti concreti per rendere più vivibili i campi, ma non ne abbiamo saputo più niente», spiega Duchan. Ma sull´altro versante la comunità Rom si impegna a portare i bambini a scuola in maniera più costante, anche se manca l´accompagnamento che il Comune aveva promesso. E a smaltire i rifiuti nei punti di raccolta più funzionanti anche se lontani, poiché da sempre non vengono raccolti nelle aree vicine ai campi; evitare i falò che accendono per estrarre da materiali di scarto il rame. Una soluzione proposta è quella di richiedere al Comune un ruolo deputato allo smaltimento accessibile a tutti loro, per diminuire i motivi di attrito con i napoletani residenti.
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4 novembre 2007

Repubblica
Razzismo, allarme dell´Europa
Dall´Independent a Le Monde: ora anche l´Italia a rischio xenofobia
di Enrico Franceschini

LONDRA - L´Europa, o almeno una parte d´Europa, quella che l´America di Bush chiamava con dispregio «old Europe», la vecchia Europa, si rispecchia in quello che sta accadendo in Italia: e ciò che vede non le piace. Non piace, perlomeno, ad alcuni dei maggiori organi di stampa dell´Europa progressista, in Gran Bretagna, in Francia, in Spagna, che si chiedono in tono preoccupato se la reazione italiana all´omicidio di Giovanna Reggiani segnali l´avvento di un´ondata di xenofobia etnica, in questo caso anti-rumena ma in generale contro tutti i nuovi immigrati, nell´intero continente o meglio nei suoi paesi più ricchi.
“Reietti” titola a tutta prima pagina l´Independent di Londra, sopra una foto di immigrati senzatetto lungo le rive del Tevere, «le prime vittime del brutale giro di vite italiano», costretti a lasciare le loro baracche di cartone. «E la città di Roma gode delle loro sfortune», scrive il corrispondente Peter Popham. Nel giro di poche ore dopo la tragica morte di Giovanna Reggiani, continua l´articolo del quotidiano inglese, «l´Italia stava facendo quello che milioni di persone in tutta Europa vorrebbero veder fare ai loro governi: prendere misure rapide, drammatiche e draconiane per insegnare agli immigrati una lezione che non dimenticheranno». L´Independent nota che la nuova legge sulle espulsioni di immigrati è applicabile «senza processo», citando quindi una statistica che solleva qualche dubbio su quanto pesi l´immigrazione sul crimine: a Londra, per esempio, gli immigrati sono il 27 per cento della popolazione ma sono responsabili solo del 20 per cento dei crimini. «Stiamo entrando in una nuova era di intolleranza attraverso l´Europa» si chiede il giornale, dando la parola, in un editoriale, a Simona Farcas, presidente dell´Associazione Italia-Romania, che afferma: «La giustizia deve fare il suo corso e i responsabili devono pagare. Ma penso che il problema qui non siano i rumeni in Italia, quanto l´ignoranza degli italiani».
Parole simili su Le Monde. «L´Italia vuole espellere migliaia di rumeni», titola il quotidiano francese, osservando che in virtù dei nuovi provvedimenti applicati dal governo Prodi «i prefetti potranno espellere, senza processo né possibilità di fare ricorso, dei cittadini dell´Unione Europea» che contravvengano alla dignità umana, ai diritti fondamentali della persona o alla sicurezza pubblica: una definizione abbastanza vaga, scrive il corrispondente da Roma, «per inglobare ogni piccolo delinquente, autentico o anche solo sospetto». Si avverte nel nostro paese, conclude Le Monde, «una tentazione di xenofobia» in qualche modo simile alla reazione di altri paesi europei quando si sono trovati di fronte a casi eclatanti. Titolo analogo su El Pais: la morte di Giovanna Reggiani «dà il via alla xenofobia in Italia», e un articolo osserva che a questo punto gli immigrati rumeni «hanno sostituito gli albanesi» nelle paure degli italiani.
Di cacciare gli immigrati molesti si parla molto anche nel Regno Unito, in Francia, in Spagna, in Germania, in Olanda, insomma nella nazioni europee più invase dall´ondata di immigrati dai nuovi paesi entrati nell´Unione tre anni fa. «Ma l´Italia», conclude l´Independent, «è passata dall´essere il fanalino di coda della Ue per quanto riguarda la linea dura, a essere di colpo all´avanguardia».
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Corriere della Sera
IL SONDAGGIO/ L’Italia che non ama i rom. «Antipatici» per otto su dieci. In classifica dopo gli albanesi
di Renato Mannheimer

Il tragico assassinio di Roma ha scosso fortemente la popolazione. Al di là della reazione immediata e della comprensibile richiesta di fermezza e di rigore nella punizione di questo ennesimo fatto di criminalità, l’episodio si colloca, dal punto di vista delle relazioni tra gli italiani e gli immigrati, specie quelli di origine romena e/o di etnia rom, in un contesto già molto problematico e tormentato.
Non a caso, la gran parte dei cittadini sovrastima la presenza nel nostro Paese degli uni e degli altri. In particolare, la numerosità dei rom in Italia risulta o ignorata (dal 56%) o fortemente ampliata: l’80% di chi sostiene di sapere quanti sono, li ritiene, esagerando assai, in due milioni ed oltre.
La scarsa conoscenza è confermata anche dalle risposte sulla nazionalità degli zingari oggi presenti nel nostro Paese: più del 50% ritiene che sono quasi tutti stranieri, mentre solo il 20% sa che essi sono in larga misura italiani.
Come di consueto, le poche informazioni portano ad un atteggiamento fortemente negativo verso i rom. Il 61% degli italiani dichiara di avere «molta» antipatia nei loro confronti. E un altro 20% afferma comunque di provarne «abbastanza». Si tratta di valori di gran lunga superiori a quelli rilevati nei confronti degli immigrati in generale: verso costoro l’insieme di «molta» e «abbastanza» antipatia non raggiunge il 40%.
Non a caso, gli zingari costituiscono, tra le varie tipologie di immigrati (anche se non sempre sono tali), quella meno apprezzata. Essi sono ultimi nella graduatoria dell’accettazione, subito dopo gli albanesi e, non a caso, i romeni. Al riguardo, se si domanda agli italiani «qual è la prima cosa che le viene in mente se le dico la parola “rom”?», la risposta più frequente (la dice più di un intervistato su quattro) è «ladri», seguita, subito dopo, da «nomadi».
Di fronte a questa situazione, non sorprende il fatto che il 70% degli italiani ritiene difficile, se non impossibile, una convivenza con i rom: per il 34% essa non è del tutto proponibile, mentre per il restante 36%, comunque, è assai problematica. I perplessi alla possibilità di convivenza con i rom (e con i romeni) sono in misura molto maggiore presenti tra gli elettori del centrodestra, ma si trovano in misura significativa anche tra i votanti per le altre forze politiche e, specialmente, tra gli indecisi e gli astenuti.
Secondo la maggioranza relativa della popolazione, nemmeno la buona volontà dell’una o dell’altra parte, degli italiani e dei rom, può migliorare la situazione: il 37% ritiene che, infatti, «è impossibile conciliare culture così differenti». E a costoro vanno, forse, aggiunti quanti (34%) affermano che comunque, «gli zingari non fanno abbastanza per rendere possibile la convivenza».
Si tratta, dunque, di un conflitto assai aspro che, dopo quest’ultimo drammatico episodio e certe reazioni che ha scatenato, rischia di diventarlo ancora di più. Per sanare il quadro, le pur condivisibili misure restrittive decise sull’onda dell’emozione non sono sufficienti.
Esse dovrebbero essere comprese in un progetto di carattere più generale e, specialmente, contenente anche caratteri di inclusione: ve ne sono, per la verità, in molti aspetti del provvedimento messo a punto in questi mesi dal ministro Amato.
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Corriere della Sera
L’INTERVISTA/ Il sindaco ds di Salerno: con vigili e manganelli ho cacciato loro e i cinesi
di Fulvio Bufi

SALERNO — Dice Vincenzo De Luca che «in tema di sicurezza il problema della sinistra è non aver avuto il coraggio di mettere nel proprio vocabolario parole come ordine e repressione, o un’espressione sacrosanta come principio di autorità. Se l’avesse fatto non saremmo arrivati a questo».
Lui l’ha fatto. Lui, sindaco di Salerno targato ds ma eletto con una lista propria, senza l’appoggio dei Ds e nemmeno della Margherita, ha messo la questione-sicurezza in cima alle priorità della sua amministrazione e secondo una ricerca pubblicata dal Sole 24 Ore questa politica gli valse già nei primi quattro mesi di governo (tra il giugno e il novembre 2006) un incremento di consenso tra i salernitani pari al 9 per cento.
Dopo aver dotato di manganelli i vigili urbani («in certi casi chi dovrebbe ubbidire alle loro disposizioni reagisce aggredendoli, e quindi è bene che possano difendersi al meglio»), ha reso sempre più frequenti i controlli della polizia municipale nelle zone della città dove maggiore è la presenza di attività illegali gestite da extracomunitari, dagli accampamenti abusivi ai mercatini ambulanti. Iniziative alle quali quasi sempre partecipa in prima persona.
Si è messo alla guida di ronde istituzionali, sindaco?
«Non si tratta di fare ronde ma semplicemente di far rispettare la legge».
Giovedì sera lei e i suoi vigili avete dato la caccia a prostitute romene e parcheggiatori abusivi, ieri avete sgomberato un accampamento abusivo. Non bastava la polizia municipale, era necessaria anche la sua presenza?
«Ritengo che partecipare personalmente a queste azioni sia il miglior modo per dare ai miei concittadini un segnale forte e concreto di come chi hanno scelto per rappresentarli si interessi a loro e alla città. E poi è giusto che io sia con gli uomini che debbono operare, anche per incoraggiarli».
Che risultati ha ottenuto finora con questi blitz anti-immigrati?
«Non direi che sono blitz contro gli immigrati: sono contro gli illegali».
E a cosa hanno portato?
«Per esempio dal lungomare sono sparite le decine di bancarelle che c’erano una volta. Marocchini e cinesi occupavano abusivamente tutta la strada, che adesso invece è stata restituita ai salernitani».
E che fine hanno fatto gli ambulanti?
«Quelli in regola adesso possono vendere tranquillamente in un mercato etnico che abbiamo organizzato e realizzato a spese del Comune. Per chi non è in regola, invece, qui non c’è spazio».
Con i rom come va?
«Avevano fatto un accampamento abusivo davanti all’Arechi (lo stadio della Salernitana, ndr), e li abbiamo mandati via».
Che cosa ha pensato dopo l’episodio della donna uccisa a Roma?
«Che non so se si riuscirà a evitare altre tragedie come questa».
È troppo tardi?
«Non lo so. Ma so che il finto solidarismo e il finto democraticismo fanno soltanto danni, e questa ne è la dimostrazione. La sicurezza si ottiene anche con la repressione di ciò che è illegale, imponendo l’ordine e facendo valere il principio di autorità. Ma la sinistra ha sempre avuto paura di queste parole e di questi concetti. E adesso si trova a fare i conti innanzitutto con una tragedia che poteva essere evitata, e poi con una richiesta forcaiola e razzista che non fa certamente onore al nostro Paese».
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Corriere del Mezzogiorno
Dalla Provincia D’Aimmo assicura: vigileremo, siamo noi che lavoriamo con gli immigrati
«Rom, niente espulsioni facili»
L’assessore Riccio avverte la prefettura: pronto a trasferirmi a Scampia
di Stefano Piedimonte

NAPOLI — Espulsioni generalizzate? «Se al prefetto dovesse venire in mente una cosa del genere, sono pronto a trasferire il mio assessorato nel campo rom di Scampia», sbotta l’assessore comunale alle Politiche sociali Giulio Riccio. Ora che la competenza per l’emissione dei decreti di espulsione è passata dalle mani del ministro a quelle dei prefetti, le paure (e i rischi) sono due: «L’effetto che questo decreto può avere sull’opinione pubblica: è questa la mia preoccupazione principale. L’idea di alimentare una caccia al rom è una cosa preoccupante, come dimostra l’episodio di Roma. Napoli si è dimostrata fino a oggi una città molto tollerante, che ha saputo costruire dei legami con le comunità presenti sul territorio. Il rimbalzo mediatico scatenato dal nuovo decreto, può stimolare in chi ha già un orientamento xenofobo l’impulso ad aggredire fisicamente le comunità romene presenti. Le espulsioni, poi, verranno comminate a seconda di come si regoleranno i prefetti. Questo vuol dire che da una parte si agirà in un modo, e da un’altra in un altro. Si avranno così grandi trasferimenti da una città all’altra, o da una regione all’altra». Alcune città — ed alcune regioni — sono più intolleranti di altre. Il rischio che Napoli debba accogliere i flussi provenienti da altre zone, è più alto di quanto non si pensi. «La sindaca scrisse nel proprio programma elettorale che ogni municipalità avrebbe dovuto accogliere i rom presenti sul proprio territorio. Lo fece proprio per evitare copiosi flussi migratori verso le zone più accoglienti, e il crearsi di tensioni sociali. Scelte come quella del Governo, non fanno altro che determinare uno spostamento verso i confini regionali e cittadini ».
Anche la Provincia dice no alle espulsioni. L’assessora Isadora D’Aimmo si dice chiaramente «contro questa misura. Perché dovrebbe essere il prefetto a prendere decisioni del genere, quando ci sono gli enti locali che lavorano congiuntamente sulla questione rom? Il decreto è un passo indietro, e soprattutto una messa in discussione del lavoro svolto fino ad ora da tutti noi».
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