27_In piazza (e non)



Gente che critica solo e gente che vorrebbe le primarie

3 dicembre 2008

Repubblica - Napoli
L´analisi
La società che critica senza impegnarsi
di Umberto De Gregorio

Ci sono due modi apparentemente antitetici d´intendere la politica: i cinici (pragmatici) la interpretano come “mero business”; gli idealisti (ingenui) la immaginano come un irrealistico mondo dei sogni. I secondi esistono perché esistono i primi e, tutto sommato, trovano molto comodo che i primi esistano. Ma, per fortuna, c´è anche un terzo modo, meno dogmatico, d´intendere la politica. In questa terza visione la politica è intesa come “il regno del possibile” e al suo interno convivono persone “diverse”, poco o molto diverse, per sostanza o per sfumature, ma comunque diverse. Uomini e donne che cercano di fare quello che possono, con più o meno passione, ma comunque con coinvolgimento personale. Un coinvolgimento tanto forte che può arrivare sino alla morte. Questo è evidentemente il senso del tragico gesto di Giorgio Nugnes, sul quale siamo invitati tutti a riflettere. L´emergenza del nostro territorio (e dell´inadeguatezza della sua classe politica dirigente) trova origine anche in questo: sempre meno persone credono che la politica sia il regno di un lecito e onesto possibile. Le persone cosiddette perbene si tengono fuori dalla politica e si gongolano nel parlar male di coloro che se ne occupano. La nostra città assomiglia sempre di più a quel condominio (tipicamente napoletano) dove i puri e i delinquenti non partecipano alle assemblee. I delinquenti perché se ne fregano altamente di tutto ciò che si delibera. I puri perché così si sentono liberi di criticare ogni e qualunque decisione venga presa in assemblea. E se chiedi al condomino assenteista il perché non partecipa alle assemblee, lui ti risponde comodamente che “tanto non serve a nulla”; e poi si sottrae metodicamente alla domanda (logicamente) successiva: ma come si forma allora una maggioranza assembleare alternativa che possa prendere le decisioni corrette e imporre a tutti che vengano rispettate?
Ecco, ritornando alla politica, nel nostro territorio siamo esattamente a questo punto. C´è chi opera faticosamente per favorire iniziative di sviluppo e mentre agisce e fa quello che può, i puri lo pongono sullo stesso piano dei suoi antagonisti: perché - sostengono - in realtà (e neanche tanto in fondo) i politici sono tutti uguali. Questo modo di ragionare ci lascia esattamente dove siamo e senza alcuna speranza. Questo non vedere le “diversità”, anche minime, tra Tizio e Caio, inibisce ogni possibilità di cambiamento e quindi di miglioramento.
Circolano opinioni illustri nei quotidiani locali secondo le quali, all´interno del centrosinistra campano (ma non solo) il nuovo che lentamente si forma (e forse avanza) è sostanzialmente uguale al vecchio; che, insomma, i volti che si presentano come nuovissimi sono in realtà noti e magari arcivecchi. Attenzione: è certamente corretto vigilare su operazioni di trasformismo, di camuffamento, di finte novità. Anzi, forse sarà bene abolire del tutto il termine “nuovo” dal lessico politico, per evitare un uso abusivo del termine. Il compito dei giornali e degli opinionisti chiamati a commentare gli scenari politici in evoluzione è aiutare a capire cosa si nasconde davvero dietro le parole (spesso poco o nulla); ma non è certo quello di confondere e di lasciar intuire che in fondo i politici “sono tutti uguali”: se passa quest´idea scoraggiamo l´opportunità dell´impegno politico onesto e distruggiamo il voto d´opinione e quindi lasciamo campo libero a che prevalgano definitivamente le visioni dogmatiche della politica.
Se scompare il voto d´opinione (quello che s´indigna e che trasforma l´indignazione in protesta e la “protesta” in “proposta” politica alternativa), non resterà che il voto d´appartenenza, malavitoso o meramente affaristico. Il malessere profondo della nostra città e della sua borghesia (e degli intellettuali che essa produce) nasce storicamente proprio dal qualunquistico criticare tutto per non impegnarsi in nulla. Troppo spesso i mass media incitano all´ideologia dell´antipolitica e favoriscono, appena se ne crea l´occasione, il tiro al bersaglio sul facile obbiettivo di turno. I cinici (coloro che intendono la politica come mero business) hanno la pelle dura; altri non reggono alla vergogna. Solo chi non agisce non corre il rischio di commettere errori: fare politica nel nostro territorio, come dimostra anche il caso Nugnes da qualunque lato lo si voglia prendere, è cosa terribilmente insidiosa e forse dovremmo iniziare a guardare, oltre che con sospetto, anche con maggior rispetto chi ha il coraggio di cimentarsi con essa.
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Corriere del Mezzogiorno
La crisi del centrosinistra
Ci vorrebbero le primarie
di Luciano Brancaccio

Siamo soliti figurarci la politica come una piovra che allunga bramosa i tentacoli verso la società civile, soffocandone l’autonomia. In realtà negli ultimi anni è accaduto esattamente il contrario.
La politica è evaporata e al suo posto si sono insediati nelle istituzioni gli interessi particolari di pezzi di società. Non gli interessi forti, che se esistessero nei nostri territori almeno garantirebbero un principio d’ordine, ma quegli interessi, a volte minuti, a volte occulti, che frammentano l’azione amministrativa in mille rivoli.
La mancanza di autonomia della politica è ben visibile nel lungo disfacimento del sistema di potere campano. Quel che viene in primo piano è un mosaico di notabilati locali, riconducibili a clientele pubbliche e pezzi di territorio anche assai circoscritti. Queste piccole centrali di potere si collocano laddove sono in grado di intercettare meglio i flussi di spesa pubblica: oggi nel centrosinistra, domani, semmai, nel centrodestra. E d’altronde, la distinzione tra i due schieramenti è sempre più sfumata nella prassi politica e negli accordi dietro le quinte, in una sorta di consociativismo di fatto che ha come principali interpeti il presidente del consiglio e il presidente della regione. Le cariche dirigenti dei partiti risultano completamente svuotate delle loro funzioni di elaborazione e proposta politica.
In questo quadro i vertici del Pd, nazionale e campano, si rivelano completamente inadeguati a fronteggiare la situazione. A parte qualche esponente tardivamente cooptato, la loro formazione è avvenuta nei grandi partiti di massa novecenteschi. È dunque naturale che essi non siano in grado di riformulare un profilo politico, intenti come sono stati per buona parte della loro vita ad allontanare da sé l’immagine del leader ideologico. Così le loro identità risultano deboli e poco credibili: il kennedismo provinciale di Veltroni, il realismo post-ideologico di D’Alema, il personalismo burocratico di Bassolino, il politicismo maternalistico della Iervolino. Ma è questa stessa debolezza della politica, all’ombra della quale si sono moltiplicati luogotenenti e aspiranti leader, a ostacolare il ricambio di classe dirigente. Al fine di preservare leadership ormai stantie, infatti, la competizione politica è stata tenuta sistematicamente ai margini: nell’elezione del segretario il meccanismo delle primarie è stato bilanciato dal sistema delle liste collegate ai candidati; le elezioni nazionali— e così probabilmente quelle europee, che per qualcuno rappresenteranno una poco onorevole exit strategy — sono state depurate dalle preferenze con la colpevole complicità di tutto il centrosinistra; nel dibattito locale sulle prossime scadenze elettorali, l’unica proposta in campo, sullo sfondo di un silenzio levantino, riguarda la formazione di una lista civica bipartisan formata non si sa da chi e con quale metodo di selezione.
C’è un disperato bisogno di politica e di nuova leadership. L’articolo 18 dello statuto del Pd prevede le primarie per selezionare i candidati alla Provincia, al Comune e alla Regione. Ci sarebbe il tempo sufficiente per promuovere una lunga campagna di confronto e di selezione di programmi e leadership. Ma può darsi che, in spregio alle norme statutarie, la direzione non sarà questa.
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Velardi, ancora

28 novembre 2008
Corriere del Mezzogiorno
Velardi: «Non vado via Resto qui fino al 2010 per una lista civica»
Intesa col Governo per la gestione dei siti archeologici
L’annuncio: «Il 5 dicembre Riccardo Muti sarà a Napoli per visitare il conservatorio di San Pietro a Majella»
di Simona Brandolini

NAPOLI — Una vera rivoluzione. Per la prima volta una Regione gestirà dei siti archeologici. È pronta, infatti, l’intesa con il governo grazie alla quale parte delle meraviglie campane saranno gestite direttamente da Santa Lucia e non più dallo Stato. Costi e ricavi per intenderci. La lista dei beni non è ancora completamente redatta. Ma si parla dell’area flegrea con il Castello di Baia, della Certosa di Capri, di Paestum e Velia, di alcuni scavi del Nolano. L’accordo sarà presentato l’11 dicembre in pompa magna a Roma con il ministro Bondi e il governatore Bassolino. E questo è un colpaccio. Il 5 dicembre, poi, il maestro Riccardo Muti sarà a Napoli per visitare il conservatorio di San Pietro a Majella, il San Carlo e per dare l’imprimatur al museo della Musica che verrà ospitato nel complesso di San Domenico Maggiore. Il regista delle due operazioni è sempre lo stesso, Claudio Velardi.
Che di blog in blog, di idee in idee, ha anche deciso di non andar più via nel 2009, come aveva annunciato all’indomani del suo insediamento.
«A febbario del 2009 finisco il mio compito di assessore regionale e me ne torno a Roma», ipse dixit nell’agosto scorso nella intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno in cui lanciava l’ipotesi di una lista civica per il comune di Napoli. Ebbene ha cambiato idea, stando a quanto dice a Norberto Gallo sul sito Napolionline.
E come mai ha cambiato idea?
«Molto semplice. Sono tornato a Napoli quando tutti sapevano che Bassolino sarebbe andato via nella primavera del 2009. Perciò dissi che avrei concluso anch’io il mio mandato in quel periodo. Ora la situazione è cambiata».
Insomma il governatore non se ne va più?
«Penso sia chiaro che la legislatura terminerà nel 2010, alla sua scandenza naturale. Se me ne andassi prima sarei scorretto. Non lo capirebbe chi sta lavorando con me. Mi trovo costretto ad allungare i tempi».
Costretto?
«Beh, piacevolmente costretto».
E i suoi soci romani?
«Non sono d’accordo. Ma ho spiegato loro che non ci farei una bella figura».
Ma è solo questo il motivo? Non fare una brutta figura?
«No, è chiaro. È un’esperienza che mi intriga, ci sono un mare di cose in ballo. Insomma voglio portare a casa il risultato».
Ripeto, è solo questo il motivo? Lei ha aperto i fronti politici più caldi. Cominciando da Palazzo San Giacomo, dalle dimissioni della Iervolino, dalla necessità di andare al voto subito.
«Indubbio che ci sia anche questo. Io voglio costruire una nuova esperienza civica che porti Napoli fuori dalle secche. E voglio dare una mano al concepimento di una lista civica».
Da tecnico a politico?
«Il mio impegno politico c’è in questo senso. Vorrei trovare i modi di organizzare meglio questo dibattito. Dopo la fine oggettiva delle coalizioni questa città deve partire da una dimensione civica. La stessa Iervolino è arrivata a questa conclusione. L’importante è parlarne».
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Elite mobili di qui (ancora)

21 novembre 2008

Repubblica - Napoli
Ecco il politico del futuro nuovo, nuovissimo, anzi vecchio
di Marco Lombardi

Cercasi classe dirigente campana di sinistra, max quarant´anni, possibilmente per bene, magari istruita, dotata di una particolare, ammirevole abnegazione per il pubblico interesse. La bramano da sempre coloro che non si rassegnano a morire bassoliniani, come non si rassegnarono, praticamente un´era geologica fa, a vivere pentapartitici. Se ne sono accorti persino Andrea Cozzolino ed Eugenio Mazzarella, che della gloriosa stagione del centrosinistra vincente sono stati protagonisti non proprio secondari: vedi gli accorati interventi su “Repubblica” di ieri. Una classe dirigente che lasci scorrere linfa fresca nel ramo disseccato del meridionalismo: giusti gli auspici di Alfredo Reichlin, nel suo splendido pezzo comparso su questo giornale martedì scorso.
Giusto, giustissimo, però? Come la vogliamo, questa classe dirigente? Simpatica, allegra, deliziosamente casinista, alla Velardi? Leggermente tetra, completamente dentro il palazzo, alla Cozzolino? Dubbiosa, cattolica, alla Mazzarella? Oppure anguillesca, temibilmente bipartisan, alla Villari? Credo che siano tipologie diverse, alle quali aggiungerei l´idealtipo tecnocratico come Nicolais, quello storicista come Emma Giammattei e via via allungando antropologie, stili caratteriali, tic, risorse umane e palle al piede. Forse, il centrosinistra regionale ha fatto troppa campagna acquisti nei consigli di facoltà e nei senati accademici, negli ordini professionali, nelle imprese e nel rutilante mondo della comunicazione, per immaginare oggi Frattocchie ammodernate, scuole quadri, naturalmente sprovviste di testi sacri su cui meditare: strutture decisamente fuori moda. E nel dotto disquisire sulla faccenda passa sotto relativo silenzio la chiusura di Emily, la lobby femminile di Annamaria Carloni e Franca Chiaromonte. Un´agenzia di collocamento, certo, per signore e signorine di ottima famiglia e discreto avvenire che, almeno, non si trincerava dietro i paroloni, funzionando da mediatrice tra domanda e offerta di potere. Perché di questo si tratta, del potere. Una stagione sta tristemente finendo e il centrosinistra si troverà costretto a vincere, per l´esibita inconsistenza che somiglia a un disegno scientificamente elaborato, degli avversari. Ecco spiegato il bisogno di facce pulite e biografie inappuntabili. Occorre gestire quel che rimane di un patrimonio di risorse europee e di credibilità elettorale consistenti, a dispetto degli scialacquatori e dei gufatori professionisti. I provini sono perciò aperti.
E il meridionalismo, la ripresa della tradizione intellettuale che tante volte non ci ha fatto vergognare di essere nati sotto il Garigliano? Suvvia, bisogna essere assolutamente contemporanei. E poi il meridionalismo porta sfiga, è faticoso, non si usa più. Presuppone una certa idea dell´Italia, seria fino all´antipatia; non ama la feste, i musei trasformati in discoteche, l´uso pubblico dell´arte, i capelli del governatore che cambiano improvvisamente colore.
Pare strano, anzi italiano, che a propugnare il ricambio siano quanti dovrebbero andare a casa, ovemai l´ipotesi si verificasse. Dal fronte di coloro che, invece, dovrebbero subentrare, nessun segnale. A quale santo votarsi? Non San Gennaro: anche lui è colluso, visto che continua a sciogliersi per chi comanda.
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Corriere del Mezzogiorno
Un network di fondazioni battezzate dal Presidente. La nuova sfida per Napoli
Il 2 dicembre Napolitano inaugura la sede
Pronto un prestigioso appartamento in via Santa Lucia per la «rete» formata da Italianieuropei, Astrid e Mezzogiorno Europa
di Simona Brandolini

NAPOLI — Claudio Velardi, in una lettera pubblicata ieri dal Corriere del Mezzogiorno, rispondendo a Paolo Macry parla dell’élite mobile. «E. m.» la ribattezza Velardi, tradendo le sue origini di comunicatore, prima ancora che di assessore. E si chiede cosa davvero possa fare, l’E.m., in che forma e quando.
Un dato non trascurabile, nemmeno per Velardi, è che negli ultimi anni e soprattutto negli ultimi tempi ciò che più è mancata a Napoli è la proposta politica, l’elaborazione di idee, forti o deboli poco importa. Ed è in questo spazio lasciato vuoto dai partiti che le fondazioni possono giocare un ruolo determinante per la città. Sulla carta le premesse sono eccellenti. È pronta, infatti, la rete di fondazioni che avrà cervello e gambe a Napoli. Proprio come desiderato dal presidente Giorgio Napolitano. Il 20 settembre scorso fu Andrea Geremicca, guida della fondazione Mezzogiorno-Europa (di cui Napolitano è fondatore), ad anticiparlo in occasione del lancio della partnership con la dalemiana Italianieuropei. «Parlando con il presidente Napolitano — disse Geremicca — mi ha espresso un desiderio: fare delle fondazioni un centro qualificato per il dibattito. E si augura che in prospettiva si realizzi un centro di eccellenza a Napoli. Una rete tra più centri di iniziativa politica». A neanche due mesi di distanza da quell’annuncio il network c’è. Oltre a Mezzogiorno-Europa e Italianieuropei, si è aggiunta Astrid di Franco Bassanini, presieduta da Massimo Villone. Lunedì 24 novembre, infatti, si insedierà l’Osservatorio della pubblica amministrazione. Inoltre sono in corso contatti con i centri di ricerca di Vittadini e di Enrico Letta, per allargare ancor di più gli orizzonti. Attenzione, però, non è una fusione a freddo né un matrimonio combinato. Non ci sarà un presidente unico, né un comitato allargato.
Ogni fondazione sarà autonoma. La sede, invece, sarà la stessa. A dispetto di qualcuno che pensava di poter utilizzare via Toledo, sede di proprietà degli ex Ds, alla fine si è scelto un prestigioso appartamento a Santa Lucia. Proprio per evitare che un’operazione molto trasversale sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista dei settori che aggrega (dagli intellettuali agli imprenditori) potesse, invece, caratterizzarsi con una sola parte.
L’obiettivo è chiaro: a Napoli manca un tink tank di riferimento, un centro di produzione scientifica e politica che formi soprattutto una classe dirigente nuova. E giovane. Un esempio? Enzo Amendola, scelto da Massimo D’Alema per dirigere l’associazione Red e Ivano Russo, che dirige Italianieuropei. Due under 40 che potranno utilizzare questo luogo per mettere in campo nuove idee per la città. Tra gli animatori Andrea Geremicca e Alfredo Mazzei.
Tappa fondamentale di questo percorso, oltre al 24 novembre, giorno della presentazione di Astrid a Napoli, la visita del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che inaugurerà la nuova sede il 2 dicembre.
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Segnali di fumo / il documento

Segnali di fumo per un’altra città

Negli ultimi mesi, attorno/dentro ad alcune questioni, si sono sviluppate esperienze positive di movimento dal basso e di costruzione di alternative al modello socio-economico dominante.
Si, tratta dei movimenti e delle comunità resistenti sui temi dei rifiuti e della difesa dei beni comuni, ad iniziare dall’acqua; delle migliaia di persone che hanno manifestato e consegnato spontaneamente le proprie impronte per autodenunciarsi come clandestini in netta opposizione alle scelte razziste del governo sulla questione rom e immigrazione; di quanti hanno caparbiamente portato avanti un ricco quanto concreto programma di richieste a favore dei tanti cittadini senza fissa dimora che popolano Napoli; dei tanti operatori e operatrici, delle tante esperienze del lavoro sociale che hanno provato a gridare che il “welfare non è un lusso”, ma sistema indispensabile per poter garantire legalità, sicurezza, aumento delle condizioni di benessere collettivo; non ultimi, dei tanti giovani, insegnanti, genitori che nel segno della lotta pacifica e con tanta creatività difendono il bene primario dell’istruzione. Esperienze e competenze che hanno anche sentito l’esigenza di incontrarsi nella comune ricerca di forme nuove di relazione, coordinamento e reciproca valorizzazione.
In tale direzione sono andate tutte le iniziative che hanno tentato di costruire ponti tra i tanti modi di fare una città diversa partendo dai diritti degli ultimi, e che hanno provato a stabilizzare, luoghi comuni, come i tanti comitati che si battono per l’acqua come bene pubblico, per un diverso ciclo dei rifiuti, per rinnovare le forme della partecipazione e della rappresentanza, per affermare e sostenere la democrazia della pace, in medio oriente, per il Tibet, in tutti i luoghi di guerra e di totalitarismo.
Così come sono coerenti a tale approccio tutte quelle realtà che provano a “ridisegnare a colori” le periferie, animando relazioni e spazi accoglienti per le bambine e i bambini, proponendo cinema, musica e cucina, organizzando carnevali di strada e occupando di, sorrisi strade e piazze. Ancora sono riportabili in tale contesto le reti basse e orizzontali di auto-mutuo aiuto e conciliazione, il commercio equo e solidale, i gruppi di acquisto solidale che vanno, finalmente sviluppandosi anche in città, insieme alle esperienze più consolidate dei movimenti pacifisti, delle culture di genere, del sostegno alle lotte di autodeterminazione dei popoli.
Esperienze che hanno percepito che uno dei limiti del passato, una delle criticità più forti che hanno depotenziato e limitato le diverse istanze, è stato quello di rinchiudersi nei propri specifici, di pensarsi ognuno come portatore di “verità assolute”, di far prevalere l’idea dell’altro non tanto come risorsa ma come possibile elemento contaminante e dannoso.
Insomma, tutti piccoli, deboli, ma bellissimi “segnali di fumo” di “indiani indipendenti” che si sono stufati di stare nelle loro riserve: uomini e donne che in questi anni, pur tra le mille contraddizioni e difficoltà quotidiane, hanno provato a sperimentare una città diversa, capace di, riconoscere le persone prima di tutto nei loro diritti e aspettative; di pensare al territorio come risorsa da tutelare e difendere dalle voglie onnivore e incontrollate del profitto e del mercato; di, praticare una legalità diffusa come unico strumento per produrre giustizia sociale e sicurezza diffusa.
Per questo ci pare urgente avviare un processo che, per tappe, sia in grado di dare contenuti ad un progetto per la città, un progetto che individui nella partecipazione di movimenti, di forme auto-organizzate di società civile, di quelle intellettualità che, pur non compromesse, continuano ad assistere silenti al degrado della città, di quella rete che pure esiste in città, e che si prende cura del “pubblico” e che vuole in prima persona elaborare il proprio futuro.
Per farlo realmente occorre che ciascuno di noi si senta parte, si metta in relazione attiva e costruttiva con le aggregazioni che si sono create nel territorio. Occorre che ognuno di noi si abitui ad abitare il dubbio e le contraddizioni come modalità per riconoscere e contestualizzare in alleanze
le differenze. Occorre che ognuno di noi viva come nemico il silenzio, la speculazione sui più deboli, il potere politico-economico-mafioso-mediatico che schiaccia e opprime senza alcuna legittimità, schiaccia gli ultimi, e noi tutti ultimi.
Solo in questo modo, peraltro, il percorso che si propone saprà parlare anche a quello che oggi non solo non è ancora movimento, ma che non ha forza alcuna per eccesso di degrado, di povertà, di dipendenza, di paura, di bisogno. Quello che non si sente e non si vede, la periferia silenziosa: la croce del lavoro, i precari, i cassintegrati, i senza lavoro, i lavoratori in nero, gli occupati a rischio, gli occupati a giornata; la dispersione sociale del sapere, vera dispersione scolastica, gli studenti, i minori, i giovani; le marginalità povere e sole, gli anziani, i disabili, i reclusi, i tossicodipendenti, i matti. Silenzi di cui sentire il peso e il dolore, non solo politico, a cui portare innanzitutto rispetto, e forse se ne udirà la voce lontana.
Insomma, va avviato un processo di scambio e di iniziativa comune e condivisa che provi, consapevole della sua urgenza e delle sue difficoltà, ad aprire un diverso ciclo politico, con l’obiettivo di costruire, senza salti in avanti, con tempi adeguati e con l’opportuna leggerezza, una forma solida e strutturata di organizzazione della cittadinanza responsabile. Un percorso rispettoso delle differenze e delle autonomie, un movimento a forte responsabilità sociale, trasparente e democratico nel suo evolversi, preciso nella definizione dei contenuti e dei suoi obiettivi., Un percorso chiaro nel segnare indipendenza, autonomia dai palazzi, lontananza dalle forme degradate della politica tradizionale. Intendiamoci, non radicalmente e ottusamente chiuso o qualunquisticamente apolitico, ma capace di continuare a privilegiare un’idea di politica centrata sull’interesse collettivo e non sull’uso privato della cosa pubblica.
Se vogliamo che Napoli rinasca deve avere vita una cittadinanza attiva e responsabile che prema sulle istituzioni cittadine e regionali. Si tratta di una rivoluzione sociale. Per questo noi proponiamo di provare insieme a costruire uno spazio comune e continuativo per le nostre esperienze. Uno spazio rispettoso delle autonomie, reciprocamente attento alla valorizzazione dei soggetti che vi partecipano, capace, senza abbandonare gli specifici, di cogliere i nodi che li legano per farli diventare terreno di cultura, politica, iniziativa comune e condivisa.

Hanno promosso l’iniziativa: Aldo Policastro, Alex Zanotelli, Andrea Morniroli, Angelica Romano, Carla Orilia, Elena Coccia, Geraldo Toraldo, Giacomo Smarrazzo, Giovanna D’Alonzo, Giovanni Laino, Gloria Sanseverino, Maria Pia Sanseverino, Nino Lisi, Paola Clarizia, Salvatore Romano, Sergio D’Angelo, Susi Veneziano, Tiziana Iorio



Liste (più o meno) civiche, e dintorni

16 novembre 2008

Repubblica - Napoli
Da Chiaia lista civica per Napoli
In campo il movimento del 2007: “Serve per una giusta società”

Una lista civica per le prossime elezioni comunali. Una lista civica per sconfiggere la cattiva politica e che, partendo dal cuore di Chiaia, faccia rete con i movimenti di tutti i quartieri. Una lista “per una giusta società”, come scrive Massimiliano De Francesco nell´ultimo numero di “Chiaia Magazine”. Slogan ripreso da Paolo Santanelli, Nino De Nicola e Giuseppe Marasco, i fondatori del movimento “Chiaia per Napoli” che ieri mattina, ad un anno dalla prima manifestazione, si sono riuniti al teatro Sannazaro per presentare il libro “I 3000 di Chiaia” (Iuppiter edizioni) in ricordo proprio della grande marcia del 10 novembre 2007: 128 pagine, 18 capitoli, gli interventi di autorevoli esponenti della società civile: dal giornalista Aldo De Francesco al notaio Giancarlo Laurini, che ha citato un pensiero di Matilde Serao dal “Ventre di Napoli”, un´appendice con i nomi di circa cinquecento dei tremila partecipanti alla manifestazione dello scorso anno.
Una manifestazione aperta con la proiezione di un video sulla marcia dello scorso anno curato da Massimiliano De Francesco, Laura Cocozza e Alvaro Mirabelli, e proseguita con gli interventi dei fondatori e dei sostenitori del movimento che ha portato in teatro lo striscione “È ora di dire basta” che un anno fa aprì il corteo contro il degrado galoppante della città.
È stato Paolo Santanelli ad annunciare l´obiettivo di una lista civica per le prossime elezioni comunali e a chiarire: «Siamo cittadini liberi. Noi non siamo con la destra e non siamo contro la sinistra. Siamo per la giusta società». In sala tra gli altri erano presenti esponenti di entrambi gli schieramenti: l´ex presidente della Regione Antonio Rastrelli, l´assessore regionale al Turismo Claudio Velardi, il consigliere comunale Luciano Schifone, il presidente della municipalità di Chiaia Fabio Chiosi, l´ex senatore Franco Malvano.
Sul palco, assieme ai promotori e ad esponenti della società civile di Chiaia, tra i quali l´imprenditore Ninni De Santis di “Napoli Puntoacapo” e l´avvocato Furio Francesco Stasi, c´erano anche rappresentanti di altro movimenti civici sorti in altri quartieri, dall´area orientale all´area flegrea, con i quali Chiaia comincia a fare rete: Gennaro Saldalamacchia, medico impegnato per la rinascita di Ponticelli, Antonio Rescigno dell´associazione “Bagnoli punto a capo”, Antonio Pariante del comitato di Santa Maria a Portosalvo, Gaetano De Masellis dell´associazione “Cambiamoci Napoli”.
Durante la manifestazione è stato anche ricordato l´ingegnere Antonio Guizzi, scomparso pochi giorni fa, che ha collaborato con un contributo al libro sulla marcia di Chiaia del 10 novembre 2007.
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Corriere del Mezzogiorno
Chiaia, ecco i tremila: saranno lista civica
Imprenditori, negozianti, docenti uniti nella protesta
di Anna Paola Merone

NAPOLI - «Non sarà un’avventura »… Le note della canzone di Lucio Battisti attraversano come un brivido la platea e i palchi del Sannazaro. E il popolo di Chiaia si scioglie in un applauso e si esalta in una «ola». Ieri mattina nel teatro di via Chiaia appuntamento per la presentazione del volume «I 3000 di Chiaia». Un libro che — a distanza di un anno — racconta la rivoluzione della borghesia napoletana che il 10 novembre dello scorso anno scese in strada manifestando. Tremila «rivoltosi» guidati da Paolo Santanelli e Giuseppe Marasco, del Comitato Chiaia per Napoli, e da Nino de Nicola, presidente delle Botteghe dei Mille. Una manifestazione cui aderirono decine di sigle e cittadini provenienti da tutti i quartieri della città. Una protesta «griffata», come venne definita, ma vibrante. Il libro e l’incontro al Sannazaro sono non solo un modo per ricordare, ma anche per dare significato a quella esperienza. Ed ecco il video del corteo che attraversa il quartiere elegante di Napoli — da piazza dei Martiri e piazza San Pasquale — con una colonna sonora ad effetto. Dopo Battisti ecco Irene Grandi con «Bruci la città» e poi, colpo ad effetto che scatena un battimani da stadio, «Magnifica gente», da Scugnizzi.
Poi l’annuncio prima del dibattito. Il movimento Chiaia per Napoli diventarà una lista civica per le prossime elezioni amministrative. Ed eccola, sullo sfondo, messa in un angolo, la politica dei partiti che «deve fare spazio — sottolinea Paolo Santanelli — ad un vero movimento spontaneo, che viene dal basso, dalla gente, da una vera insoddisfazione nei confronti di un modo di gestire la città che non ha dato alcun frutto».
Il dibattito si infiamma — in platea e sul palco, dove sono stati invitati a intervenire i rappresentanti dei comitati che aderirono al corteo della scorso anno — e l’Amministrazione della città ne esce davvero malconcia.
C’è il notaio Giancarlo Laurini, Ninni De santis che rappresenta una fetta di imprenditori (come Sergio Fedele) da sempre allineati con la protesta, in platea c’è l’architetto Nicola Pagliara, ma anche Franco Malvano, Carla Della Corte, Giulio Rolando insieme con Paola Franchomme, Aldo De Francesco, Antonio Pariante, Bruno d’Alessio … Ci sono tutti i commercianti di Chiaia che entrano ed escono dal teatro in una mattinata che serve a rilanciare il progetto del comitato. Ci sono belle signore con figli piccoli nel passeggino, coppie patinate, signori che hanno lasciato le mogli in giro per negozi e sono venuti a vedere che aria tira fra i rivoltosi.
Chiaia riparte così, ad un anno di distanza, dal teatro Sannazaro. Una mattinata che ha raccolto consensi numericamente inferiori a quelli del corteo, ma i coordinatori del Comitato sono pronti a scommettere su una lista civica che dirà quanto e se la protesta dello scorso novembre ha lasciato il segno.
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Repubblica - Napoli
Luigi Mascilli Migliorini, uno dei promotori del Manifesto che sarà presentato all´Istituto per gli studi filosofici
“Sinistra svegliati, la partita non è persa ma c´è una società civile da conquistare”
“Un riformismo di basso profilo ha evidenziato i limiti di un ceto politico inadeguato”
di Ottavio Lucarelli

«Siamo una fascia della sinistra che lancia un messaggio aperto perché ritiene che a Napoli, nonostante tutto, la partita con la destra non sia ancora chiusa». Il professore Luigi Mascilli Migliorini è tra i promotori del Manifesto “Sinistra svegliati” che sarà presentato il 29 novembre all´Istituto italiano per gli studi filosofici promosso da esponenti del mondo del lavoro, della cultura, dell´associazionismo. Manifesto a cui hanno aderito tra gli altri Gerardo Marotta, Adriano Giannola, Amato Lamberti, Vittorio Silvestrini, presidente Fondazione Idis di Città della Scienza, Andrea Amendola della Fiom-Cgil.
Professore Mascilli Migliorini, “Sinistra svegliati” come analisi delle ultime elezioni politiche o come scossa in vista delle scadenze amministrative?
«A livello locale la nostra idea è che tutti si stiano adeguando alla vittoria della destra come pedaggio da pagare per quanto accaduto negli ultimi quindici anni a Napoli e in Campania. Noi, invece, siamo convinti che risvegliando la gente dal basso la partita si possa ancora giocare e non sia affatto persa».
Bassolino e Iervolino, ancora ai loro posti, non complicano la vostra iniziativa?
«Il fatto che siano ancora alla guida di Regione e Comune non significa che bisogna impiccarsi alla vittoria della destra, annunciata ma ancora tutta da verificare a Napoli e in Campania».
Cosa c´è scritto nel vostro Manifesto?
«”Sinistra svegliati” non vuole essere un semplice manifesto di intellettuali sui mali della città perché ne fanno parte il mondo sindacale, il mondo del lavoro, i giovani precari. È il tentativo di attivare una discussione sulla situazione in cui ci troviamo, di parlare di Napoli ma in un contesto più vasto analizzando un riformismo di basso profilo che proprio ha evidenziato tutti i limiti dalla deindustrializzazione alla selezione di un ceto politico che si è rivelato inadeguato rispetto al ruolo che ricopre».
Perché il 29 novembre non avete invitato i politici?
«Non ne abbiamo invitati, ma non escludiamo qualche eventuale presenza. In questa fase lasciamo fuori le esperienze in senso stretto. C´è una società civile che si muove a destra e questo significa che bisogna muoversi anche a sinistra perché con le scelte tradizionali saremo travolti».
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Corriere del Mezzogiorno
La nuova classe dirigente
L’élite è mobile
di Paolo Macry

Le tessere cominciano a vedersi. Il disegno del mosaico no, o non ancora. Mentre quella che era la corazzata del centrosinistra campano scompare nelle nebbie invernali, il teatro cittadino si riempie di attori non professionali, personalità estranee ai partiti, amministratori defilati dai santuari del potere regionale, associazioni volontarie, club di interessi.
Messi da parte i tormentosi conflitti tra Bassolino e De Mita, archiviati i niet
di Pecoraro Scanio, dimenticate le Coppe America e le mille ubbie del passato, le cronache parlano piuttosto di Marino Niola, nuovo direttore del Mercadante, di Massimo Lo Cicero, presidente in pectore della Scabec, di Eduardo Cycelin, jolly mercatista dell’arte contemporanea, di Salvatore Nastasi e del suo San Carlo. I giornali si appassionano alle gesta dei nuovi tecnici, il manager senza cravatta Claudio Velardi, il carrarmato Mariano D’Antonio, il roditore Mario Raffa, il comandante dei vigili Luigi Sementa, gente decisa a dire la sua. Nel frattempo, gli imprenditori si dividono animatamente tra Paolo Scudieri e Antonio D’Amato, crescono i comitati di Sergio Fedele, Rossella Paliotto, Nino De Nicola, tessono la rete i blog di Norberto Gallo e Daniela Lepore, eccetera.
Iniziative e nomi molto diversi per qualità e peso, com’è evidente. Che tuttavia non rappresentano soltanto l’ultimo giro di poltrone, l’ennesimo ruggito della società civile o il puro riflesso dei mutati rapporti elettorali. Forse il fenomeno è meno contingente e casuale di quanto possa apparire. Nasce dalla crisi di leader storici, partiti e sindacati, non c’è dubbio, ma anche dal declino di una concezione ideologica e politicistica dell’amministrazione pubblica, la quale negli anni scorsi aveva legittimato il formarsi (per cooptazione) di coriacee e ristrette élites, a loro volta costruite sul criterio della fedeltà al Palazzo e dunque del conformismo. Non è un caso che quelle medesime cronache locali valorizzino oggi il lavoro di amministratori non sempre organici agli assetti di potere come Salvatore Vozza della Marina di Stabia o il Nino Daniele del Museo Archeologico Virtuale di Ercolano. Ma una citazione merita anche Domenico Auricchio, il sindaco di Terzigno che si dice ben lieto di ospitare una discarica da settecentomila tonnellate e ne parla come di «una fabbrica di confetti che produrrà oro». Zelo berlusconiano? Non è detto. Soltanto pochi mesi fa, nessun leader del centrosinistra avrebbe mai trovato una sponda simile in qualche municipio «amico».
Il fatto è che sulla scena pubblica stanno emergendo — o già esistevano, ma solo ora vengono legittimate — classi dirigenti più mobili, meno monolitiche, meno costrette dalle appartenenze, inusitatamente pragmatiche. Certo, il senso del movimento appare poco definito. Di queste élites in ordine sparso non è chiaro il profilo complessivo, e soprattutto se e quando indicheranno un’ipotesi di nuova amministrazione e di nuova città. Ma neppure è detto che serva davvero, un’élite dotata di profilo unitario, né che l’idea della città — ovvero il suo futuro — debba essere costruita dall’alto.
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Riparliamo del ‘68, e della politica

17 ottobre 2008
Repubblica - Napoli
Sessantotto politica per tutti
di Maurizio Zanardi

“È tutta colpa del Sessantotto?” è il titolo dell´incontro, cui parteciperanno Michele Prospero e Aldo Schiavone, organizzato oggi dal Centro iniziativa democratica degli insegnanti (ore 16,30, in via Trinità degli Spagnoli 41). L´iniziativa è tempestiva e intelligente: offre un orizzonte più vasto agli attuali discorsi e conflitti sulla scuola, riconducendo il senso delle politiche scolastiche che si avvicendano da qualche decennio in Italia all´idea e alla volontà politica che nel profondo le anima.
Gli interventi messi in opera dai governi che si sono succeduti in Italia presentano, infatti, un´aria di famiglia; sembrano mossi da una logica sostanzialmente comune: con toni più o meno accesi, con discorsi più meno liquidatori, il ‘68 viene individuato come la Causa non solo della decadenza della scuola ma anche delle “disfunzioni” della società italiana e delle sue istituzioni. L´accusa non è molto diversa da quella che le oligarchie politiche e intellettuali dell´epoca mossero all´avvento del ‘68. Oggi che i poteri oligarchici si fanno sempre più ristretti e aggressivi, non può stupire il ritorno della critica di quel movimento che, come tutti i movimenti politici, entrò in aspro dissidio con le oligarchie politiche e intellettuali del suo tempo. È pur vero che sul ‘68 capita di ascoltare anche discorsi non colpevolizzanti: si ritiene che il ‘68 abbia spinto verso l´affermazione di un “individualismo democratico”, libertario ed edonista, tipico dei paesi neo-capitalisti, attribuendo così un segno positivo a quel fenomeno di massa che per altri, Pasolini ad esempio, costituiva un processo distruttivo del “costume” popolare e solidale. Ma anche nel caso di questi discorsi non colpevolizzanti, il giudizio sul ‘68 appare una liquidazione della suo tratto specificamente politico, del suo carattere di insurrezione collettiva.
Recentemente sulle pagine di “Repubblica” Francesco Merlo, pur entrando in fiera polemica con le scelte del governo in materia scolastica, ha parlato delle idee del ‘68 sulla scuola come di un´ideologia giustamente morta, costituita di “corbellerie” elaborate da “cattivi maestri”, e della memoria del ‘68 come cosa da “vecchi istupiditi”. Ma se il ‘68 è cosa morta, perché il politico — e non solo quello italiano — si propone e si legittima ancora come l´avversario del ‘68? Perché mai il ‘68 torna a balzare nel discorso politico come una minaccia ancora incombente, una potenza corruttrice che non smette di produrre i suoi effetti devastanti, di cui il politico vuole sbarazzarsi una volta per tutte? Perché il ‘68 avrebbe un avvenire? Forse, proprio perché la sinistra è morta? Certo, si può sostenere che agitando lo spettro del ‘68 il politico nasconde i suoi veri obiettivi: si scaglia contro un mondo morto per meglio uccidere quelle esperienze che nella scuola sono ancora vive proprio perché si sono lasciate alle spalle le ideologie del ‘68. A mio avviso, una tale lettura non solo è troppo semplicistica, ma non coglie la ragione dell´attualità del disprezzo e del timore per il ‘68. Credo, invece, che la questione della lotta al ‘68, che risuona nel discorso politico generale, vada presa molto sul serio. Anche Sarkozy in Francia ha dichiarato di voler ingaggiare una lotta contro il ‘68.
La tesi che avanzo è che il politico vuole sbarazzarsi del ‘68, sradicarlo dalla scuola e dalla storia azionale, perché teme il ritorno della politica. Confessa, col suo disprezzo, che il ‘68 è stato, forse, l´ultimo evento politico — la politica è cosa rara! — nel nostro paese. E come ogni evento autenticamente politico, il ‘68 dimostrò, come già i greci sapevano quando inventarono il termine “democrazia”, che non c´è bisogno di titoli, meriti particolari o saperi specifici per agire politicamente; che la capacità di pensare politicamente non è proprietà di nessun gruppo, classe, ceto di tecnici, scienziati o filosofi della politica; che non ci sono soggetti destinati o legittimati alla politica, perché si diviene dei soggetti proprio facendo politica, ossia entrando collettivamente in conflitto col presunto ordine naturale delle funzioni, posti e parti assegnate dall´ordine sociale. Gli eventi politici “fanno male” agli ordini costituiti. Le azioni autenticamente politiche non sono mai politicamente corrette o misurate; presentano sempre una natura eccessiva, perché, come accadde nel ‘68, mettono in discussione gerarchie consolidate, tentano di realizzare l´uguaglianza nel mondo delle disuguaglianze. Che tali azioni siano temute dalle oligarchie che prosperano nel mondo delle disuguaglianze, non c´è da stupirsi. La politica rende insicure le oligarchie. Le oligarchie, invece, chiedono sicurezza per riprodurre se stesse.
Il politico sa che il suo vero avversario non è il politico d´opposizione, con il quale ingaggia risse all´interno di un medesimo linguaggio, ma la possibilità della politica come azione di “chiunque”. Se il ‘68 testimonia che la politica è possibile, che è possibile ciò che era considerato “impossibile” prima che il ‘68 accadesse, vale a dire, in quel caso, l´insurrezione di studenti e operai, la messa in crisi radicale delle gerarchie, il voler “far parte” di chi non aveva parte nei destini della società, della scuola e della fabbrica, è naturale che le oligarchie vogliano che il ‘68 venga dimenticato, sradicato, come un cattivo esempio. Il pessimo esempio di una politica che non voleva andare al governo, perché la logica del governo le pareva misera cosa rispetto al suo infinito desiderio di democrazia. Da questo punto di vista, ogni politica che voglia ricominciare è destinata a ereditare, nelle forme nuove e imprevedibili che si darà, la spinta del ‘68. Il politico sa che il ‘68 è finito, ma sente che esso testimonia quel “male” — l´eccesso democratico — che potrebbe mettere fine alla sua prepotenza e allo stato di cose che difende.
Che cosa c´entra tutto questo con la scuola? Da tempo l´istituzione scolastica viene immaginata come un´azienda, in cui si tratta di calcolare costi e benefici. Lo studente viene invitato, come anni fa fece Luigi Berlinguer, a considerare la propria vita come un capitale da ben investire. La trasmissione del sapere viene pensata come un servizio reso a dei “clienti”, che deve perciò tener conto innanzitutto delle aspettative delle famiglie, assumendo così, già nella scuola pubblica, la tonalità di un servizio privato. L´istituzione scolastica viene interpretata come un luogo in cui iniziare a selezionare i migliori, le nuove élite, ritenendo del tutto superata la questione della realizzazione dell´uguaglianza. In questo quadro, la trasmissione del sapere diviene questione che tende a decadere, perché alla scuola viene richiesta innanzitutto una funzione educativa.
Più che trasmettere il sapere, con la sua straordinaria storia di invenzioni, rotture e rivoluzioni, più che affrontare problemi, alla scuola viene chiesto di insegnare ai giovani dei modi d´essere. Insegnare a essere competitivi — la propria vita è pur sempre un capitale! — e disciplinati. Individualisti e obbedienti. L´insegnante è chiamato ad assumere una funzione “pastorale”, di controllo e cura delle sue pecorelle perché non si smarriscano tra le tentazioni di quel sistema sociale che viene pensato però come l´unico mondo possibile. Non è un caso che venga riproposto il maestro unico, classica figura del pastore. E la divisa, segno di un far corpo comune. Il controllo dei comportamenti — non dimentichiamoci che della scuola faranno sempre più parte i figli degli immigrati con le loro “pericolose” abitudini! — tende a sostituirsi alla pratica del sapere e alle sue avventure. Hegel intese per “polizia” la cura dei casi e delle “perturbazioni” della società per mantenere “l´equilibrio tra tutti”. In questo senso, non tende la scuola ad assumere tratti polizieschi? C´è da stupirsi allora, se si intende farla finita con il ‘68?
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Chi deve convocare gli stati generali della scuola?

11 ottobre 2008
Corriere del Mezzogiorno
A novembre gli stati generali
Le assise della scuola
di Ugo Piscopo

Il 16 settembre, su questo giornale, proponevo «un’assise sulla scuola nel Mezzogiorno », in risposta a Galli della Loggia ( Corriere della Sera, 14 settembre). Su tale ipotesi, nei giorni seguenti, ci si interrogava e si prendevano posizioni varie. C’era chi dissentiva, come Antonio Guarino, che temeva concessioni a riti retorici, o come Scotto di Luzio, che giudicava l’iniziativa una riesumazione di esperienze assemblearistiche del passato o giù di lì. C’era chi concordava, come Mirella Barracco, e spingeva verso un appello agli Stati generali.
Adesso, l’assessore Corrado Gabriele vuole dare attuazione all’assise sulla scuola nel Mezzogiorno, indicendola dal 7 al 9 novembre prossimi a Castel Volturno, dove ha invitato gli Stati generali. Hanno aderito le regioni Puglia, Basilicata e Calabria. Si attende la risposta della Regione Sicilia.
A questa iniziativa, che cosa deve rispondere la società civile? La tentazione è forte: «No, grazie», verrebbe da dire. E la ragione sta nella necessità di evitare mistificazioni, quelle che acquistano corpo e visibilità nelle proteste di disagio espresso al governo o alle amministrazioni regionali e locali da parte delle comunità, capeggiate curiosamente da ministri, dalle autorità e dalle massime cariche amministrative. Tra l’altro, l’assessore Gabriele è lo stesso che ha concesso finanziamenti a pioggia come nel caso dei Pas (percorsi alternativi sperim entali) che nel 2007-2008 hanno fatto un flop clamoroso. E la sua giunta è la stessa che ha varato il progetto «Scuole aperte», col motto «la scuola aperta a tutti e a tutto». Che è tutto un programma di incoerenza.
Nel caso della scuola nel Sud, voglio dire, è imprescindibile partire da una presa d’atto del disastro in cui essa versa, in autonomia da autorità, amministrazioni, partiti, organizzazioni sindacali, che sono i responsabili finora di quello che è accaduto, con concorsi taroccati, assunzioni prive di affidabilità, scambi di favori, divisioni dei lavoratori in due polarità contrapposte, i precari e gli strutturati. È venuto il momento che la società civile si liberi delle ingessature del paternalismo, dell’assistenzialismo, delle deleghe in bianco. Secondo, naturalmente, modelli partecipativi e di controllo propri delle società fondate sulla democrazia. La quale si costituisce sui rapporti dialettici, non sulle intese vischiose e opportunistiche.
All’assise sulla scuola nel Sud e per il Sud, ai fini della costituzione di una Consulta, bisognerebbe arrivarci su iniziativa popolare, con la partecipazione e nella piena intesa con giornali, riviste, associazioni culturali, centri di studio, fondazioni e tutte le agenzie che operano interessate vivamente al destino della cultura e del progresso della collettività.
Tuttavia, la situazione è tale che un primo confronto allargato, seppure sotto l’ombrello istituzionale, non può che essere meglio che nulla. L’importante è prendere questa iniziativa come un primo passo a cui far seguire presto molti altri. Nella direzione che ho appena cercato di indicare.
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Intellettuali, meridionali, chierici

21 settembre 2008
Corriere del Mezzogiorno
Gli intellettuali meridionali
Il tradimento dei chierici
di Paolo Macry

Camuffato dietro il solito convegno allstars, il progetto di Massimo D’Alema di «un network intellettuale per rilanciare Napoli» ripropone la vecchia cinghia di trasmissione tra partito e società, sia pure ridimensionata, rispetto alla mitica durezza togliattiana, a causa dell’attuale debolezza della politica. Nella sostanza, l’intellighentia cittadina viene resa partecipe — corresponsabile — del tentativo del Pd di mantenere il controllo elettorale (ormai precario) della Campania. Un’operazione che presenta aspetti culturalmente e moralmente discutibili, dal momento che si tratta di puntellare e imbellettare un sistema di governo amministrativo, il quale ha prodotto oltre dieci anni di malgoverno, inefficienza e clientele. Non è l’impegno di Sartre ma il tradimento di Julien Benda.
Nel Mezzogiorno degli ultimi decenni, il rapporto tra cultura e politica non è stato dei più proficui. L’ha denunciato Ernesto Galli della Loggia sul
Corriere della Sera. Lo ripeteva ieri Adolfo Scotto di Luzio su queste colonne, polemizzando con l’esperienza dell’Istituto Meridionale di Storia e Scienze Sociali. A dire il vero, gli esordi dell’Imes, nato nel 1986 per promuovere una nuova stagione di ricerche sul Mezzogiorno, erano sembrati promettenti. Da quell’alveo, emerse una quantità di studi di storici, economisti, antropologi, sociologi, i quali intendevano fornire analisi empiriche e lavori sul campo a un discorso pubblico meridionalista ormai tradito dalle pratiche assistenziali e dal voto di scambio. Fu allora, inoltre, che Franco Cassano inventò il pensiero meridiano, altro sasso nello stagno del vittimismo sudista. E fu allora che, nella serie einaudiana della Storia delle Regioni,
vennero pubblicati i volumi della Calabria, della Sicilia, della Puglia, forse i più interessanti dell’intera collezione. Scritti da decine di studiosi, quei grossi tomi testimoniavano l’attenzione vivace e innovativa che storici e scienziati sociali meridionali prestavano al Mezzogiorno.
Al tempo stesso, però, c’era chi trasformava l’iniziale tensione conoscitiva in tensione ideologica, sicchè il rifiuto di leggere il Sud nei termini ripetitivi dell’arretratezza e dell’alterità finiva per trasformarsi all’opposto nell’esaltazione di un Mezzogiorno moderno e modernizzante, che aveva fatto registrare nel passato e che prometteva in futuro progresso economico, imprendi-torialità, sviluppo dei mercati, associazionismo, eccetera. E, ad onor del vero, già negli anni Ottanta non mancò chi, come Giuseppe Galasso, se ne rese conto e denunciò i pericoli di quella deriva storico- ideologica. Ma, al tempo, il contesto del Paese aiutava i modernizzatori alla Donzelli o gli eretici alla Cassano. Quelli tra anni Ottanta e Novanta, erano i tempi della crisi progressiva della Dc, del controverso riformismo craxiano, degli smarrimenti di un Pci ormai sorpassato dalla storia. In quel clima vivace, aperto e conflittuale, gli intellettuali meridionali producevano buona ricerca scientifica e, insieme, entravano nel dibattito politico in modo critico.
Il che era reso possibile dal fatto che parliamo di una cultura di sinistra, la quale — nella Prima Repubblica — si collocava naturalmente all’opposizione.
E tutto, infatti, sarebbe cambiato con la grande svolta del 1992-93, quando cioè molti di quegli intellettuali furono letteralmente risucchiati nell’ambito dei nuovi poteri politici e amministrativi sorti dalle ceneri di Tangentopoli. Gli stessi che erano stati la coraggiosa coscienza critica del Sud, diventarono i corifei mediocri della stagione dei sindaci, i paladini acritici dei Bianco, degli Orlando, dei Bassolino. Ai loro occhi, i sindaci di sinistra incarnavano l’idea a lungo covata di un Sud che doveva soltanto scoprire i tesori nascosti sul proprio territorio. Fenomeni come il Rinascimento napoletano diventavano la conferma di un’ipotesi scientifica: la modernità era a portata di mano, anzi si stava realizzando. E del resto, con la sinistra politica ormai nel Palazzo, per la sinistra culturale diventava difficile se non impossibile mantenere un’attitudine critica. Riemergeva la vocazione alla sudditanza dell’intellighentia comunista. Per dirne una, come studiare il rapporto tra criminalità e poteri locali se ora quei poteri erano di sinistra?
È in questo snodo che le esperienze degli anni Ottanta sono naufragate, e il Sud ha finito per imbavagliarsi con le proprie mani. I suoi intellettuali hanno tradito il loro storico ruolo sociale e talvolta il loro stesso mestiere. Hanno taciuto, balbettato, tergiversato. O semplicemente si sono messi al servizio dei nuovi poteri, ottenendone gratificazioni al narcisismo o prebende per la famiglia.
Di questa fenomenologia, Napoli costituisce senz’altro il caso più macroscopico. In una città affollata di accademici, studenti, editori, scienziati, professionisti, cineasti, attori, neppure l’emergenza rifiuti è valsa a smuovere più di tanto il conformismo dei chierici. Ci sono voluti gli stranieri — i Bocca, gli Stella, le Gabanelli — per denunciare la grande sconfitta. E neppure sono mancati i salotti che allo scuorno autocritico hanno preferito l’invettiva antisettentrionale. È in questo quadro che anche la dalemiana «rete di cervelli» rischia di essere semplicemente incresciosa. Non foss’altro perchè i cervelli sono sempre gli stessi.
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Il Sud e le battaglie perse

19 settembre 2008
Corriere della Sera
Risposta a Galli Della Loggia
Il Sud non è una battaglia persa
di Carmine Donzelli

Caro direttore, contro il silenzio del Sud, Ernesto Galli della Loggia ha lanciato il suo grido, dalle pagine del Corriere del 14 settembre scorso. Di fronte ai dati delle indagini Ocse- Pisa, che rivelano un deficit di rendimento gravissimo della scuola nel Mezzogiorno, nessuno tra gli intellettuali del Sud — questa è l’accusa — ha sentito il bisogno di prendere la parola. Tutti a nascondersi dietro le facili critiche demagogiche al ministro Gelmini, o peggio dietro un silenzio assordante, che attesta la fine storica niente di meno che del Meridionalismo: «La cultura meridionale non si sente più tenuta a rappresentare quella coscienza esploratrice, quella funzione critica che dall’Unità in avanti avevano costituito un tratto decisivo della sua identità».
L’accusa è pesante. Il tono è perentorio. Mi sento chiamato in causa. Tra la metà degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta ho contribuito, insieme a un gruppo di intellettuali e di studiosi, a destrutturate l’idea di Mezzogiorno, così come ce la consegnava la tradizione del meridionalismo. Dalle pagine di Meridiana conducemmo allora una battaglia contro l’idea del Sud come un tutto unico, votato all’arretratezza. Ci rifiutammo di guardare al Mezzogiorno come a un altro mondo, e cercammo di studiarlo, con gli strumenti d’indagine più rigorosi, alla stregua di un qualunque pezzo di mondo. Tutto questo, ovviamente, non per negare l’esistenza dei problemi di quelle regioni, talvolta drammatici. Al contrario, per favorirne la soluzione. Sostenemmo che proprio il meridionalismo era parte integrante del problema; che la rappresentazione aggregata dell’arretratezza meridionale finiva con l’essere perfettamente funzionale alla perpetuazione della sua alterità. Soprattutto, che in quel modo il Mezzogiorno — unica, indistinta macchia nera — veniva inevitabilmente consegnato nelle mani di un ceto politico (di destra, di centro o di sinistra) che si dimostrava abilissimo nell’adoperare quella alterità come una risorsa mediatoria, costruendo su di essa le sue fortune.
La nostra battaglia era contro un approccio ideologico alla «questione meridionale», e insieme contro l’assistenzialismo, contro lo spreco delle risorse erogate solo per perpetuare l’esistenza dei problemi. Era una battaglia su due fronti. Da un lato l’autocommiserazione dei meridionali, e dall’altro l’opinione «settentrionale», sempre più insofferente nei confronti di ogni forma di solidarietà territoriale.
A un certo punto ci sembrò che la battaglia avesse dato i suoi frutti. Un approccio meno ideologico al Mezzogiorno cominciò a farsi strada nell’opinione e nel senso comune. Complice qualche dissenso interno, il gruppo di Meridiana si disperse. Fu un errore, abbandonare quel presidio? A leggere le cose che scrive oggi Galli della Loggia, mi verrebbe da dire di sì. Animato da una passione forte, che gli va riconosciuta, il suo ragionamento rischia di riportare la discussione indietro di trent’anni.
Prendiamo ad esempio proprio il tema della scuola. Il deficit di qualità nell’istruzione che in moltissime realtà del Mezzogiorno si realizza è una bella vergogna per l’intero Paese. E siccome nessuno, mi pare, sostiene che sia alle viste una scissione territoriale, questo si traduce in un danno gravissimo anche per le regioni più ricche. Ma perché la scuola «meridionale» funziona peggio, nel suo complesso, di quella «italiana»? Perché i suoi studenti sono meno dotati? Perché i suoi professori sono più ignoranti?
È evidente che, se si cercano spiegazioni un po’ più serie, subentrano altre risposte possibili. Perché le dotazioni scolastiche sono meno efficienti. Perché le disponibilità di beni per la cultura (biblioteche, librerie, ecc.) sono più scarse. Perché le famiglie non danno il valore dovuto all’istruzione dei loro figli, preferendo fare riferimento, per la loro «sistemazione», a risorse di tipo clientelare. Perché l’istruzione in sé ha un valore basso, nella scala delle cose che contano. Tanto, trovare lavoro è difficilissimo lo stesso, anche se ci si è diplomati a pieni voti. In questo quadro, tra l’altro, si inseriscono le esagerazioni in termini di valutazione che Galli della Loggia giustamente denuncia: alzare i voti finisce — a torto — col sembrare a molti professori meridionali un modo plausibile per abbassare le barriere d’accesso dei loro allievi all’università o al lavoro.
Tutte queste spiegazioni, nel loro insieme, potrebbero portare a sostenere che la battaglia per la riqualificazione della scuola meridionale è una battaglia persa in partenza. Solo quando fossero risolti tutti gli altri problemi strutturali di quelle regioni si potrebbe sperare in un miglioramento della scuola del Sud… Quindi, lasciamo perdere, risparmiamo un po’ di soldi, e aspettiamo tempi migliori.
Fuori dalle nebbie di tanti discorsi, sembra questo l’approccio vero del ministro Gelmini: qualche grembiule in più e qualche miliardo in meno. Mi chiedo: Galli della Loggia condivide questo approccio? Io penso che invece l’investimento nella scuola pubblica, ovviamente qualificato e controllato, sottoposto a rigorosi criteri di verifica e valutazione dei risultati, selezionato e mirato quanto più possibile, debba crescere e non diminuire. E non solo per rispettare i parametri di Lisbona. Ma perché altrimenti è lo Stato che rinuncia alla sua vitale funzione egualizzatrice delle opportunità. Cosa dovremmo fare allora, per continuare a «rappresentare la coscienza dei meridionali»? Dovremmo battere le mani al ministro Gelmini? Oppure dovremmo sciacquarci la bocca con un bel po’ di discorsi sulle tare ataviche del Mezzogiorno?
La verità è che il nodo essenziale sta ancora una volta in quel deficit di qualità della politica e del ceto politico, nazionale e meridionale, che è alla radice dei problemi di questo Paese. Farò un esempio che mi sembra emblematico. Tra i vecchi sodali di Meridiana vi è un economista che insegna all’Università di Arcavacata. Esperto di economia regionale, da un decennio a questa parte ha deciso di «sporcarsi le mani», di non stare più a guardare. Ha contribuito dapprima, nel ruolo di tecnico, a ideare quel Piano regionale della Calabria che ebbe nel 2000 una valutazione di eccellenza da parte dell’Unione europea. Successivamente, gli esponenti del centrosinistra — la sua parte politica — hanno messo più volte il veto al suo coinvolgimento in incarichi amministrativi e di governo. Solo l’incipiente disfacimento del sistema politico calabrese ha fatto sì che il veto si allentasse, e che gli fosse offerto l’incarico di vicepresidente della giunta regionale, con una delega alle politiche per l’istruzione. Naturalmente, a questo signore si è posto un dilemma difficile: stare lontano dal disastro della politica calabrese, continuando a sviluppare dall’esterno la sua (equanime) critica civile, o provare ad assumersi la responsabilità del fare?
Quel signore ha scelto la seconda strada. Il suo progetto si è trasformato in un serrato piano d’azione, che ha sortito, nei mesi scorsi, i seguenti effetti: 7.400 borse di studio assegnate ai ragazzi calabresi per l’apprendimento delle lingue all’estero; 28.000 buoni ai professori e agli studenti meritevoli per acquisto di libri; corsi di potenziamento delle competenze scientifiche, frequentati fin qui da non meno di 7.000 studenti universitari; 3.900 buoni per la partecipazione a campi scuola estivi. L’investimento complessivo per queste politiche ammonta a 101 milioni di euro. Una domanda a Galli della Loggia. Quel signore ha tradito la «coscienza del meridionalismo»?
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Spazi pubblici/spazi del pubblico

10 settembre 2008
Repubblica - Napoli
L´iniziativa. Pratiche virtuose per reagire alla penuria di strutture
I cittadini si riprendono gli spazi pubblici
di Luca Rossomando

Nel parco Ventaglieri, a Montesanto, alcune mamme con figli piccoli, due architetti, un fabbro e un pittore hanno costruito nel corso di alcuni mesi due giochi in legno e ferro, che poi sono stati abbelliti secondo i “suggerimenti” disegnati dai bambini durante i laboratori tenuti in corso d´opera. A luglio i due giochi - una parete per le arrampicate e un ponticello - sono stati installati nel parco durante una festa all´aperto. Il materiale per la costruzione è stato acquistato con duemila euro, stanziati dalla Municipalità, con la quale è avviata da tempo una collaborazione per migliorare la vivibilità del parco. A maggio, alcuni abitanti del rione Sanità sono entrati nel parco comunale davanti all´ospedale San Gennaro, completato ma abbandonato da un anno e mezzo senza il collaudo e senza le rifiniture; hanno cominciato a pulirlo, hanno organizzato una festa, delle proiezioni all´aperto.
Poi sono andati dall´assessore e hanno ottenuto la riparazione di una ringhiera, una fontana, la rete intorno al campo di calcetto. Da luglio il Comune ha messo un guardiano; adesso il parco chiude prima e non si può andare a prendere il fresco la sera, ma le persone continuano a riunirsi una volta alla settimana, a prendersi cura del parco e a prodigarsi affinché resti aperto.
Nello spoglio cortile dell´edificio di via Forno Vecchio, sede di alcuni dipartimenti di Architettura, un gruppo di studenti aveva sistemato alcuni arredi fatti con materiale riciclato, tavolini e poltrone mobili, spostabili da un punto all´altro a seconda della posizione dell´ombra e del sole, grazie alle quali lo spazio si era trasformato in una piccola piazza dove incontrarsi. Poi, all´inizio di luglio, l´università ha sostituito gli arredi informali con delle panchine fisse, con buona pace di coloro che sul cortile stavano ragionando non in termini di decoro ma in relazione alle modalità umane di vivere lo spazio.
E ancora, a Scampia è in corso da un anno il recupero di un´area verde nel rione dei cosiddetti Sette palazzi, avviato su iniziativa di una famiglia che abita lì e che con il tempo ha coinvolto decine di bambini, adolescenti e adulti della zona; a poca distanza, la creazione prima dell´estate di un campetto di calcio in uno dei campi rom del quartiere, accanto a una baracca-ludoteca già costruita, si inserisce all´interno del lavoro di coinvolgimento e di scambio che alcuni gruppi di attivisti attuano in quel posto da anni.
Sono esempi recenti, ancora in corso, di come parti di questa città vengano utilizzate dai suoi abitanti, di come questi si organizzino per piegare alle proprie esigenze, più o meno urgenti, gli spazi disponibili, cioè gli spazi pubblici; di come reagiscano alla penuria di strutture e all´indifferenza delle istituzioni: tu non mi dai una palestra, noi ci mettiamo in strada; tu non mandi a pulire, a tagliare l´erba, noi diventiamo giardinieri, netturbini; tu non riesci ad aprire il parco, allora lo apriamo noi. Sono pratiche virtuose, che non cancellano quelle viziose, che come sappiamo sono altrettanto diffuse e aggressive, e per gli stessi motivi: l´abbandono, l´incuria sistematica, l´assenza di un governo del territorio; ma qui abbiamo elencato alcune di quelle positive e proviamo a capire che cosa ci dicono.
Innanzitutto che la “vivibilità” non è qualcosa che debba essere concesso, elargito dall´alto. Le persone sono capaci di “pensare” un luogo e di trasformarlo di conseguenza. Questo accade, spesso, se c´è qualcuno capace di prendere l´iniziativa, di accendere una scintilla, di mettere in moto una voglia. Ogni storia è differente, ma in molti casi salta agli occhi una caratteristica: chi si organizza lo fa al di fuori del proprio ruolo, al di là di ogni specializzazione, attivando risorse latenti, assopite, che nessuno gli aveva richiesto fino a quel momento. Gli amministratori, per definizione, dovrebbero limitarsi a creare le condizioni di questo risveglio: tenere in ordine la città, far funzionare i servizi. In qualche caso, raro, si instaura una collaborazione, ma il più delle volte nessuno risponde, o al massimo arrivano i vigili o la polizia. Si tratta pur sempre di esperienze incontrollabili, che mettono in subbuglio luoghi e persone, rischiano di alterare interessi e competenze fossilizzate. La manutenzione ordinaria è uno dei problemi cronici, la vera emergenza delle amministrazioni napoletane. Ma qui nessuno sembra in grado di porsi in ascolto; di dialogare senza strumentalizzare; di migliorare, senza riserve mentali, insieme a chi ha deciso di darsi da fare.
Negli ultimi tempi i governi locali, facendo leva sulla sponda di quello centrale, cercano di uscire dall´angolo in cui si sono messe, ponendo l´accento su due modi di governo: quello dell´emergenza, quando sono sulla difensiva, e quello dei grandi eventi, quando cercano di passare al contrattacco. Entrambi sono modi che mettono tra parentesi la gestione ordinaria della vita quotidiana, eludono l´esigenza di partecipazione dei cittadini, glissano sulla trasparenza delle procedure, scavalcano la possibilità di sperimentare le riforme, di verificarne l´efficacia. Nei grandi eventi si mette in piedi una consistente burocrazia di sedicenti esperti, si assegna loro un campo d´intervento, si concentra un investimento cospicuo in un tempo limitato e per interventi effimeri o affrettati. Durante queste manifestazioni i cittadini diventano pubblico, a volte pagante a volte no; la sostanza è che non devono far altro che assistere, fidarsi, lasciarsi guidare. I grandi eventi sono il contrario dei piccoli e sudati episodi che ci mostrano il modo in cui le persone acquistano autonomia, resuscitano la socialità, rivendicano l´uso creativo dei luoghi in cui vivono.
Il modo di governare attraverso l´emergenza è da anni in Campania sotto gli occhi di tutti, anche qui in sostanza ci si affida a una ristretta cerchia di autoproclamati specialisti, i quali sotto il riparo di un garante posto al vertice della struttura, si dedicano a fare e disfare ignorando vincoli e regole, o - come ha spiegato con convinzione il commissario Bertolaso per legittimare il suo operato - ritengono di non doversi fermare ai semafori rossi. Anche in questa modalità di governo non è previsto il contributo dei governati, se non sotto forma di obbedienza e cieca approvazione. E invece nei mesi scorsi la popolazione ha reagito, e lo ha fatto occupando fisicamente e ri/creando spazi pubblici che hanno attirato, spingendole a manifestarsi, anche componenti della società di solito sorde a questo richiamo.
Nelle strade di Pianura, nella Manifattura Tabacchi di Gianturco o alla rotonda Titanic al confine tra Chiaiano, Marano e Mugnano - spazi pubblici di emergenza, nati contro le politiche dell´emergenza - si sono affacciate le donne e i ragazzi delle periferie, alcuni con prepotenza, mostrando le insegne in cui si riconoscono, altri timidamente, alla spicciolata, ma tutti si sono esposti, hanno preso la parola sul destino del proprio territorio, hanno mostrato coraggio e organizzazione. Sono stati accusati di fare il gioco dei camorristi. E di certo non sono mancate ambiguità. Ma i ragazzi di Pianura, alzando le barricate hanno impedito che si riaprisse una discarica che nei mesi successivi è stata unanimemente riconosciuta come una bomba di rifiuti tossici; le donne di Gianturco hanno mostrato a tutti come un´enorme struttura destinata al quartiere rischiasse di diventare un deposito di immondizia senza alcuna utilità per la crisi in atto, ma solo per mostrare alla provincia che il capoluogo stava facendo la sua parte. A Chiaiano, infine, è andata come sappiamo. E, ad ascoltare la voce dei comitati, i giochi non sono del tutto chiusi.
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Sventurata la terra che ha bisogno di eroi (B. Brecht)

2 agosto 2008

Repubblica - Napoli
Il personaggio
La quarta vita di Bassolino
di Marco Lombardi

Antonio Bassolino ha iniziato la sua quarta vita. Berlusconi ripulisce Napoli, spolverando l´icona del governatore, sporcata da critiche parecchio contumeliose. Gli intellettuali sono silenziosi, affascinati da chi possiede insospettate risorse, dopo mazzate tremende. Gli avversari, da De Mita a Mastella, hanno oramai il profilo di ras provinciali.
Il quarto Bassolino non è, ovviamente, l´operaista degli esordi, benché continui a governare e a dialogare con quella sinistra. L´Ulivo è stato coltivato nel laboratorio campano e le primazie non hanno un puro valore simbolico, vieppiù in periodi di rimescolamento delle carte: quando idee sperimentate e voti sicuri gettano sul tavolo la possibilità di altri accordi elettorali, giocabili anche grazie al tesoretto dei consensi sul nostro territorio. Non è neppure il sindaco demiurgo, un ibrido tra San Gennaro e Masaniello nei cui abiti da capopopolo può spuntare la bombetta per viaggi d´affari nella City, che brevetta il cesarismo metropolitano. Il decisisionismo tarato per una realtà a cui occorre promettere solo civismo, bellezza, orgoglio: beni immateriali, più abbordabili della ricchezza espressa in maggiore occupazione e aumento del reddito. Della seconda esistenza, forse rimane la sofferta solitudine, la convinzione che il destino di un leader è uccidere nella culla tutti gli aspiranti delfini, riassumendo nella propria figura l´ebbrezza e il dolore del comando, e la ghiotta possibilità di interloquire personalmente con chi prevale a Roma. Ma il Bassolino attuale non veste neanche, agli occhi dell´opinione pubblica, i panni del satrapo, asserragliato nelle stanze dei bottoni, dai denigratori immaginate altrettante sedi per pratiche da basso impero. I guai giudiziari equivalgono, certo, a una spada di Damocle: però remota, neutralizzata dalle annunciate, giuridicamente dubbie, dimissioni nel 2009, prima della naturale scadenza del mandato. Epoca in cui il lodo Alfano estensivamente inteso, diventato cioè senso comune immunitario, potrebbe far considerare deprecabile accanimento prendersela con un vecchio protagonista, candidato all´esilio nello scranno europeo.
Sbaglierebbe chi ritenesse tante incarnazioni un angusto fenomeno di trasformismo meridionale. La vicenda di Bassolino parla alla platea italiana, raccontando una storia paradigmatica di quella Seconda Repubblica, che proprio lui ha contribuito a inventare e a smontare. La storia di un paese che desiderava la normalità. Che voleva sostituire la logica ferina amico-nemico con l´ingentilita contrapposizione tra avversari, reciprocamente legittimati. Che ai dirigenti forgiati nelle tempeste novecentesche e nelle efficienti scuole quadri del Partito, dove democrazia e libertà erano tappe provvisorie verso l´avvenire, dove l´Etica assegnava la parte giusta da interpretare nel dramma della Storia, chiedeva l´abbandono del termine compagno per i più laici consulente, esperto. Che, insomma, anelava a barattare con il piatto di lenticchie dell´ordinato svolgimento istituzionale la speranza di un mondo migliore. Senza quelle profonde divisioni che seguitano a tagliarci in due, non solo in senso geografico: vecchi contro giovani, precari contro garantiti. Faccende alla cui risoluzione, o almeno al contenimento delle disuguaglianze da esse indotte, non saprei chi debba dedicarsi, se non una sinistra minimamente degna del nome.
Le grisaglie sfoggiate come divise dai quattro Bassolino sono una metafora perfetta per il compito, onorato, di farci sentire finalmente normali. Figli di un luogo in cui risuona, e si propaga, la sentenza dell´eterno moderatismo, dell´impossibilità, presente passata e futura, del cambiamento.
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Corriere del Mezzogiorno
L’intervista. Il filosofo Maurizio Ferraris
«Il Cavaliere come Maradona: È tornato a far sognare i napoletani»
di Ugo Ferrero

NAPOLI — «Ha presente cosa accade con un bimbo orfano? È debole, vulnerabile, bisognoso d’affetto. E se non entra in una gravissimo silenzio interiore, è pronto a buttarsi tra le braccia di un adulto che gli dia sicurezza. Napoli, attualmente, è un po’ così: orfana di un re, bisognosa di una guida. E Berlusconi, come lo erano stati a loro tempo Bassolino e Maradona, incarna il simbolo del riscatto con la città che risorge dopo aver toccato il fondo».
Il filosofo Maurizio Ferraris, autore di una trentina di pubblicazioni che spaziano dalla storia all’ermeneutica, ha le idee chiare sul momento che vive la città. E a chi gli chiede un’opinione sulle ragioni che hanno spinto il premier a legare il suo nome a Napoli, risponde sicuro: «Perché il capoluogo campano, in questo momento, rappresenta il simbolo dell’affrancamento, della politica decisionista che vince sull’incertezza».
Decisionismo, certo. Ma non mancano i paradossi, a partire dallo strano rapporto con le istituzioni locali. Il Cavaliere da un lato attacca l’assenteismo del centrosinistra, dall’altro non fa mancare il suo appoggio istituzionale, con l’aumento, ad esempio, dei fondi della legge Obiettivo.
«Certo: e questo è soltanto uno dei tanti paradossi che contraddistinguono questo governo. Ma il vero nodo, secondo me, è l’atteggiamento di Bassolino che a Napoli ha prima dato e poi tolto la speranza. Altri uomini politici, di spessore senz’altro superiore, sarebbero andati via già da tempo».
E a proposito di Bassolino: come giudica l’atteggiamento del governatore e della sindaca di Napoli che, di fronte alle critiche del premier, restano in silenzio? Qualcuno, pensando a questa circostanza, ha ricordato la gag in cui un signore schiaffeggia Totò chiamandolo Pasquale, e più lo schiaffeggia e più Totò ride.
«In effetti è proprio così, Bassolino e Iervolino stanno in silenzio. E non potrebbero fare altrimenti. Mi viene in mente, al riguardo, un’altra immagine: quella dei luogotenenti sconfitti che si mettono al servizio del generale che ha appena conquistato la città. Per i luogotenenti non è una bella figura, certo, ma ormai c’è poco da fare. Si doveva intervenire prima, semmai. Ma la frittata, ora, è fatta».
Seguendo la sua metafora, il generale Berlusconi avrebbe conquistato Napoli e Bassolino e Iervolino sarebbero passati dalla sua parte, un po’ come avviene col capitano Renault nel film «Casablanca». Ma, all’interno della città, non mancavano e non mancano gli alleati del premier. Quegli stessi alleati che oggi si dividono e lamentano uno scarso coinvolgimento nelle decisioni.
«La ragione di tutto questo è abbastanza semplice. Perché con la crisi rifiuti non ha perso solo il centrosinistra, ma l’intero arco politico locale. Sbaglia l’opposizione a credere che l’emergenza abbia affossato solo Bassolino e Iervolino: le immagini del disastro diffuse dalle televisioni di mezzo mondo hanno dato un colpo senza precedenti alla politica nel suo complesso, anche quella nazionale. D’altronde, con Napoli si vince o si perde tutti insieme. E questo, nella tragedia, è un bene».
Da dove ripartire, allora, dopo i rifiuti?
«Può sembrare una banalità, ma occorre ripartire dalle regole. Napoli uscirà dal tunnel quando riuscirà a impedire il parcheggio in terza fila, quando costringerà i suoi scooteristi a indossare il casco in centro come in periferia, quando non vedremo più girare quattro persone sullo stesso ciclomotore. Ai tempi di Bassolino sindaco c’erano stati importanti passi avanti in questo senso, poi c’è stata una regressione di cui il governatore è responsabile almeno in parte».
E la borghesia? Anche lei, come Panebianco, pensa che la società civile non senta su di sé tutto il peso morale dell’emergenza Napoli e non si dia da fare di conseguenza?
«Le dirò di più: leggendo Gomorra, ho avuto più volte l’impressione che la borghesia sia addirittura complice di certe azioni criminali, che in una maniera o nell’altra le promuova o le incoraggi. Certo, non bisogna fare di tutta un’erba un fascio e da questo rischio me ne guardo bene. Non penso, però, che una manifestazione di piazza risolva i problemi. Anzi: al fastidio dei rifiuti si aggiungerebbe, in questo modo, quello del blocco stradale. E in una città alle continue prese con le manifestazioni nessuno ci farebbe caso».
Qualche mese fa, nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Reale, Tremonti ha pronunciato una battuta che ha fatto tanto discutere: «Una grande capitale è diventata una prefettura».
Condivide questa lettura?
La condivido, ma solo in parte. E questo perché, nella rassegna degli episodi storici che hanno segnato il destino della città, l’annessione al Piemonte del 1861 ha rappresentato un beneficio per Napoli e l’intero Mezzogiorno. Certo, non sono mancati gli errori: e sarebbe inutile tornare ad elencarli. C’è un altro fatto, invece, che a mio parere ha segnato Napoli, la sua borghesia e la sua storia.
Quale?
Mi riferisco alla distruzione della cultura locale provocata dalla repressione della Repubblica Napoletana nel 1799. In questo senso sono d’accordo con l’interpretazione che ne dà l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici fondato da Gerardo Marotta e di cui spesso sono ospite. A seguito della soppressione degli uomini di cultura che avevano aderito alla Repubblica Napoletana, l’Europa e il Sud persero la memoria del grande patrimonio dell’Umanesimo meridionale. Uno shock politico e culturale senza precedenti ».
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La normalità dell'’indifferenza

29 luglio 2008

Corriere del Mezzogiorno
Le bimbe morte a Torregaveta
Quando l’indifferenza diventa abituale
di Vincenzo Galgano *

Questa sventurata città dall’Occidente, in cui sarebbe appena rientrata per essere state ripulite le strade sommerse dai rifiuti, sarebbe uscita di nuovo per l’insensibilità di alcuni suoi cittadini. I quali hanno continuato a prendere il sole sulla spiaggia «libera» di Torregaveta accanto ai cadaveri di due fanciulle annegate. L’essere quelle sventurate di etnia rom è stata causa di maggiore attenzione dei media e di più intensa deprecazione, perché segno di quel razzismo, di cui si vogliono notare ed elencare episodi molteplici. «Le foto della vergogna hanno fatto il giro del mondo»: così uno dei più diffusi quotidiani di Napoli. I Napoletani dovrebbero arrossire, quando fossero consapevoli dell’immagine di sé, così come percepita nel resto d’Italia, in Europa, ovunque. Ed è possibile che alcuni siano arrossiti, appartenenti alla Napoli superiore, esigua minoranza che non va certo a fare il bagno a Torregaveta sulla spiaggia libera.
L’«altra Napoli» non arrossisce. Conosce fin troppo bene la morte, perché con la morte è a contatto continuo, vera e propria ordinaria frequentazione. E non solo per il notevole numero di morti ammazzati sulle pubbliche vie, ma anche per i frequenti incidenti sul lavoro in danno di muratori, di imbianchini e di lavoratori di ogni genere; per le vittime degli incidenti stradali; e così via. Tutte morti avvenute in mezzo alla gente, tra la folla. I morti restano dove sono caduti per parecchio tempo, per il tempo, cioè, occorrente alla cosiddetta formalità di legge. Intorno ad essi si forma subito un cerchio di curiosi; poi qualcuno li copre con stoffe di fortuna; quasi un ossequio ad un generale e condiviso pudore. I morti devono essere in qualche modo sottratti, sia pure in parte, a sguardi indiscreti. E poi basta; la vita continua. I traffici riprendono ed anche il fluire e rifluire del moto finalizzato dei pedoni, come liquide correnti che si aprono attorno ad un ostacolo. Le correnti si adattano a corsi obliqui e indiretti e dell’ostacolo non avvertono, nel fluire, la resistenza e neppure la presenza. Così ai morti sciamano intorno gli affacendati nelle attività usuali: casalinghe, operai, studenti e scolasti; e li guardano appena. È bene? È male? Certo la folla conosce il destino del corpo dopo che la vita è finita. Quel corpo, che ha sentito e provocato emozioni, è solo una misera cosa destinata a corrompersi in fretta. E questi non sono tempi che consentono la generalizzata pietà per tutto ciò che attiene ai defunti. Perché, quindi, essere così colpiti dal fatto che i poveri bagnanti di Torregaveta hanno continuato a prendere il sole nei pressi dei corpi delle fanciulle annegate? Avrebbero dovuto rivestirsi ed andare via? Avrebbero dovuto vistosamente mostrare la compunzione dei professionisti del lutto? L’«altra Napoli» in queste cose non sa mentire e va presa per ciò che è: questa volta meno criticabile di quanto si è voluto far ritenere.
* Procuratore generale, Napoli

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Altre piazze

11 luglio 2008

Repubblica
Libertà e Giustizia: momento difficilissimo. Gli ex presidenti della Consulta: uguaglianza violata
Il monito di Onida e Zagrebelsky “Così viene forzata la Costituzione”
di Rodolfo Sala

MILANO - Mentre la Camera approva il lodo Alfano, a Milano due presidenti emeriti della Corte Costituzionale demoliscono i provvedimenti sulla giustizia targati Berlusconi. Per Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky il modo in cui quella norma è stata appena licenziata dall´aula di Montecitorio non trova tracce nel nostro ordinamento: «Lo si potrebbe anche approvare - spiega Onida - ma solo con una procedura di modifica costituzionale». Conclusione: «Non è serio, non è possibile che una classe politica agisca in questo modo». E Zagrebelsky, a proposito della sentenza con cui l´Alta Corte nel 2004 bocciò il lodo Schifani: «Non pensavo che dopo quella sentenza l´argomento sarebbe tornato all´ordine del giorno, anche se nel dispositivo non si parlava di modifica della Costituzione, che è la cosa fondamentale».
La reprimenda dei due costituzionalisti arriva in una saletta della Camera del lavoro di Milano, dove l´associazione Libertà e Giustizia cerca di fare il punto sul «momento difficilissimo che stiamo vivendo», come dice la presidente Sandra Bonsanti. Prima di entrare, i due professori si fermano a un banchetto per lasciare le loro impronte, il tutto verrà mandato al ministro Maroni. Poi l´affondo: «Lo status delle alte cariche dello Stato - dice dal palco Zagrebelsky - è definito dalla Costituzione, che afferma il principio dell´eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge». Dunque per bloccare i processi che li riguardano bisogna cambiare la Carta, non si scappa. «Putroppo - aggiunge - chi ora governa ha aperto un conflitto tra due principi, legalità e legittimità: il primo è improntato al rispetto delle leggi, il secondo viene usato dal premier per dire “mi hanno votato anche sapendo che avevo quei processi in corso”». La conclusione è amara: «La premessa per cui tutti accettano i principi della Costituzione oggi non è più condivisa nel Paese». C´è Alessandro Amadori, il sondaggista, a confermarlo, gettando lo sconforto in platea: ha ragione Berlusconi, i consensi per lui sono saliti ancora, ora è al 60 per cento della fiducia. Certo, il suo pacchetto giustizia ha indici di gradimento assai meno elevati (tra il 50 e il 55 per cento), ma questo non influisce affatto sul giudizio complessivo dato al premier. Forse, insinua la Bonsanti, c´è qualcosa da obiettare ai leader del centrosinistra «che mi sembrano un po´ assenti». O forse - ma questo lei non lo pensa - hanno ragione quelli di piazza Navona?
Umberto Eco lo esclude, e nella sua lettera parla addirittura di «esito circense di quella manifestazione». Corrado Stajano scuote la testa: «Se il Pd avesse aderito, non sarebbe finita così». Ma qualche cenno autocritico sui mali della giustizia, arrivano pure dai due ospiti d´onore. Soprattutto da Onida: «Alcune delle reazioni del centrosinistra a questa situazione criticabile hanno lo stesso difetto di chi la prodotta: la faziosità; in piazza Navona mi è sembrato che fosse così». Per non essere faziosi, servirebbe riconoscere che «il modo in cui la giustizia ha funzionato in Italia non è sempre stato corretto». Un paio di esempi: l´indagine su Sandra Mastella, o anche gli «abusi» commessi nel perseguire il reato di abuso d´ufficio, che «è stato giustamente ridimensionato dal Parlamento». Insomma: «Non sarebbe male fare una riflessione sul giustizialismo».
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Rinascite (forse)

6 luglio 2008

Corriere del Mezzogiorno
Cadute e rinascite napoletane
Il camaleonte e la fenice
di Paolo Macry

Che sia lo scaltro camaleonte o l’eterna fenice, Napoli mette in scena uno spettacolo tutto nuovo. Se due mesi fa l’obiettivo era puntato sui rifiuti maleodoranti, le strade incendiate dalla guerriglia, i sindaci del no, il Palazzo chiuso e sprangato, oggi l’immagine appare trasformata. Berlusconi ha tenuto il suo show all’interno dell’inceneritore di Acerra e tutti hanno potuto vedere che la mitica struttura — il mostro vuoto e ostile di mille servizi televisivi — conteneva invece qualcosa e qualcuno, brulicava di ministri giornalisti occhi elettronici, sembrava un grande loft in attesa di arredi minimalisti, un manufatto di cui andare perfino orgogliosi. Pochi giorni dopo, è arrivato il trionfo di piazza Plebiscito, affollata da un pubblico attento, orgogliosamente diversa dalle spianate dei neomelodici e delle veline, lontana dalla cultura trash di Gomorra, piazza d’élite e non di plebe per una volta. Come se la borghesia cittadina, massacrata per mesi dalla grande stampa, avesse deciso una sorta di marcia dei quarantamila. Ma tutti ordinatamente seduti a sentire la Nona di Beethoven. E Il Mattino
ha potuto riesumare la parola-simbolo della magia e poi dello scherno: Rinascimento.
Un camaleonte, una fenice? E chi ha tanto sangue nelle vene da crederci davvero a questo cambio repentino, quasi beffardo? Eppure, è successo: qualcuno ha convinto il Nord a prendersi un po’ dei rifiuti campani, altri stanno per aprire discariche come fossero Re Mida, la sindaca vara l’inceneritore urbano, l’immondizia open air diminuisce e il Cavaliere dichiara che svanirà in due settimane. Nel frattempo, si discute di arte e non più di diossina, i riflettori si spostano da Chiaiano agli scavi di Pompei, il martello Velardi agita visionari progetti di privatizzazione museale e c’è perfino un nuovo comandante dei vigili che promette tabula rasa, ora si lavora tutti, avverte, si scende per strada, si evita di far salotto agli incroci. Per non dire del neosegretario del Pd, quel Nicolais che intende puntare sui giovani, voglio una squadra di trentenni, dichiara, e srotola i primi nomi.
Napoli torna ad essere il camaleonte di cui parla una plurisecolare letteratura di viaggio, l’animale da circo che d’un tratto si traveste in altro, cambia le carte in tavola, strappa l’applauso a una platea indulgente, furbescamente assecondandone i pregiudizi e il paternalismo. Poco male, si dirà, questo pure è marketing. Ma Napoli è anche fenice, ecco il vero rischio. Rinascere dal proprio corpo è un atto incredibilmente vitale e però terribilmente autoreferenziale, è il ciclo della conservazione, nulla si crea e nulla si distrugge. È possibile fidarsi di ceneri che tornano miticamente a respirare? Dopo tutto, nessun posto al mondo sembrerebbe aver bisogno, come Napoli, di discontinuità radicali più che di rinascita, di stirpi straniere più che di catene genealogiche riverniciate, di leader a tal punto nuovi da non avere scheletri nell’armadio, code di paglia, autocritiche in sospeso, patetici album di foto ingiallite, e neppure quel corpo ingombrante a cui dar fuoco per l’ennesima rinascita.
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5 luglio 2008

Corriere del Mezzogiorno
Se è di tutti «’O sole mio»
di Francesco Durante

Un milione e mezzo di persone, per uno share del 7% (cifre molto alte, quasi inaudite per la musica classica), hanno seguito mercoledì sera la diretta di Raitre da piazza del Plebiscito, dove Zubin Mehta dirigeva orchestre e cori del San Carlo e del Maggio Musicale Fiorentino nell’esecuzione della Nona di Beethoven. Ed è interessante notare che la fetta più grossa dell’audience è stata registrata nelle regioni del Nord, fatto non certo scontato (tanto meno in questo periodo) per trasmissioni che recano un «marchio» sudista. A quanto pare, la Rai è rimasta tanto soddisfatta del risultato da affrettarsi a rilanciare subito per l’anno prossimo, sicché quello del Plebiscito si appresta a diventare un appuntamento fisso, un po’ come il concerto viennese di Capodanno.
E come lì, nella capitale della «Felix Austria», il concerto puntualmente si conclude con il pubblico che accompagna la marcia di Radetzky battendo ritmicamente le mani, qui da noi potrà ripetersi quanto è già accaduto l’altra sera: che cioè, nel finale, il pubblico si metta a cantare insieme al coro sulle note di ‘O sole mio che oltretutto, come ha giustamente scritto Stefano Valanzuolo sul Mattino di ieri, è pure una melodia più bella.
Evidentemente non la pensa così Mariella Pandolfi, che ieri sul Corriere del Mezzogiorno
ha invece trovato un po’ corriva e vagamente autoassolutoria la scelta di quel bis, con ciò provocando, tra l’altro, la reazione sorpresa di alcuni lettori del nostro giornale (si veda per l’appunto la pagina delle lettere e opinioni). Forse l’analisi dell’antropologa, peraltro interessante e provocatoria, è un po’ troppo «politica», e tende a trascurare il lato più semplice e spontaneo della faccenda. Mehta che dirige ‘O sole mio, insomma, non dovrebbe apparirci come un semidio che graziosamente butta un osso di consolazione a una mortificata popolazione di poveracci, ma piuttosto come un grande protagonista della scena internazionale che, riconoscendo il valore di una grande tradizione culturale (la nostra), sprona chi ne è l’erede a onorarla come si deve. In quest’ottica, ‘O sole mio non è dunque un modo per dimenticare, piuttosto l’esatto contrario.
Del resto, è la storia stessa di quella fatidica canzone a ricordarcelo con estrema abbondanza di occorrenze. Come racconta Paquito Del Bosco — il «biografo» di ‘O sole mio — nel 1920 venne suonata da una banda militare alle Olimpiadi di Anversa nella convinzione che fosse l’inno nazionale italiano. E negli anni Trenta veniva regolarmente eseguita da sparse bande di ottoni alle dipendenze di vari maharaja indiani. Le sue note sono piaciute a un numero infinito di illustri personalità — da Giovanni Paolo II a Hugo Chávez a Michail Gorbaciov — che le hanno scelte come colonna sonora nelle più curiose occasioni ufficiali.
‘O sole mio ha insomma le carte in regola per non essere considerata soltanto una scoria di color locale, bensì un inno di pace per tutto il mondo. Tale, per dire, dovette sembrare agli allibiti ingegneri spaziali sovietici allorché, nel 1961, la sentirono accennare dalla voce dell’astronauta Yuri Gagarin mentre, primo uomo della storia, orbitava incantato intorno alla Terra.
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Interventi e Repliche

Alla penombra preferisco la luce
di Barbara Palmieri (Napoli)

Caro direttore, le scrivo perché ieri, leggendo il Corriere del Mezzogiorno, ho avuto una brutta sorpresa: l’articolo di fondo di Mariella Pandolfi. Io ero al concerto in piazza del Plebiscito l’altra sera, e l’idea che me ne sono fatta è lontanissima da quella che viene fuori dall’articolo della signora Pandolfi. Dire di Napoli cose originali, mi rendo conto, è oramai difficile: è stato detto tutto e il contrario di tutto, ci si è accusati e assolti, si è cercato l’aiuto delle istituzioni e se ne è denunciato l’abbandono, si è fatto appello alla cosiddetta società civile e si sono a tratti deposte le armi. Quella in questione è una posizione già sentita, che non solo non aggiunge niente di nuovo al panorama delle discussioni sulla nostra città, ma è per giunta disfattista più di qualunque altra. Se le cose non si fanno, giustamente non va bene; se si fanno e la gente non partecipa, ancora non va bene; ma adesso anche se la gente partecipa, e numerosa, e interessata, non va bene.
Io — come molti altri — non sono arrivata in ritardo al concerto, non sono stata irrequieta né chiassosa, non sono stata spinta ad andarci perché era una serata «social glamour», e, soprattutto, non ho visto in quell’evento un momento «per dimenticare». Tutt’altro: un momento per ricordare. Per ricordare, ammesso che ce ne sia bisogno, quanto vale Napoli, quanto sia bella, quanto risvegli negli animi di chi pure non le appartiene emozioni, sentimenti appassionati, la voglia di darle una mano a riprendere quel corso di normalità che tutti desideriamo. E, per tornare più specificamente al concerto, devo dire anche che ho trovato l’intervento di Renzo Arbore delicato e partecipe; e la scelta di ‘O sole mio bella, giusta, e profondamente in sintonia con la nostra cultura e la nostra anima. A Napoli non c’è affatto bisogno di penombra. C’è proprio bisogno di luce.
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Splendida serata
di Francesco de Goyzueta di Toverena (Napoli)

Caro direttore, ho letto le riflessioni di Mariella Pandolfi sulla festa in piazza Plebiscito e condivido quasi tutto di quello che ha scritto. Ma non mi trovo d’accordo che la scelta nazional-popolare di ‘O sole mio possa essere «stonata», perché induce il popolo ad un facile ottimismo e ad un autoassoluzione. Anche Mariella Pandolfi fu colpita in Canada, dalla risonanza, tanti anni fa, del rinascimento e dal miracolo-Napoli. Non si preoccupi perciò la Pandolfi del popolo, bensì rivolga la sua apprensione nei confronti dei governanti che erano lì sotto il palco ad applaudire.
Abbiamo tutti goduto una splendida serata per quella che è stata, senza significati altri; è stato fuori posto solo un Arbore tra il serio e la macchietta, mentre un grazie forte va al San Carlo di Nastasi che ha dimostrato che il Teatro, se ben diretto, funziona bene, con la risposta felice della gente.
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4 luglio 2008

Corriere del Mezzogiorno
Dopo il concertone
L’eccezione senza regola
di Mariella Pandolfi

Non c’è dubbio che il concerto del Plebiscito con la partecipazione delle orchestre del Maggio musicale fiorentino e del San Carlo sarà ricordato come l’evento che ha reso possibile il riavvicinamento di Napoli alle grandi capitali della cultura. Zubin Mehta con il commissario del San Carlo, Nastasi, ne resteranno i protagonisti. Il maestro Mehta, prima dell’inizio del concerto, ha dato una grande lezione di etica pubblica: intervistato dalla Rai, ha difeso con passione l’importanza del San Carlo, sottolineando che la sua presenza a Napoli per dirigere la Nona di Beethoven voleva lanciare un appello in difesa del teatro. Ha sollecitato i cittadini a un impegno preciso per contribuire alla rinascita del Massimo; un impegno da parte della comunità che non può attendere l’aiuto delle istituzioni. E poi ha aggiunto che, certo, i governi devono favorire l’impegno dei cittadini, ma è la comunità intera che deve sentirsi responsabile della vita artistica e culturale di una città.
Si può essere allora ottimisti dopo la serata del 1? luglio 2008?
Difficilmente.
Nel guardare la folla piuttosto irrequieta, un po’ chiassosa, molti arrivati in ritardo con il conseguente fastidioso brusio per trovare i posti, il chiacchiericcio di chi si salutava, mi sono chiesta in quanti avrebbero risposto all’appello di Mehta… Ovviamente il San Carlo è metafora di altri impegni forse più complessi, ma non meno necessari.
Mi sono domandata se chi ha partecipato all’evento ne ha tratto la consapevolezza che la serata di mercoledì meriti un patto d’onore con la città e non il solito social glamour di un evento per dimenticare, per nutrirsi di «eccezione». Mehta ha regalato una frase di forte stimolo alla città, subito dopo la fine dell’Inno alla gioia: stasera sullo stesso palcoscenico ci sono la Toscana e la Campania, il Maggio fiorentino e l’orchestra del San Carlo; tutti appartengono alla stessa cultura, alla stessa terra. Grazie, Maestro, peccato che abbia concluso con ‘O sole mio: Napoli ha bisogno di penombra per pensare, riflettere, agire. E anche l’apparizione di Renzo Arbore, che di solito non è retorico, mercoledì era in sintonia con la scelta di ‘O sole mio: il suggerimento di togliersi il cappello davanti alla città è risultato un gesto consolatorio e assolutorio.
E, come sappiamo, è pericoloso consolare i napoletani: aumenta nella maggior parte di essi la possibilità di spostare sugli «altri» le responsabilità individuali. A Napoli si tende in modo pericoloso a considerarsi perennemente perseguitati (dalla cattiva sorte o dai politici poco importa), malguidati, male amministrati. Il risultato? Temo che molte delle recenti iniziative che legittimano la presenza militare o l’intervento di psicologi sono possibili solo perché per troppi anni non vi è stato alcun progetto comune nella società civile. Eventi eccezionali, momenti eroici, iniziative frammentarie. Non vorrei che i prossimi eventi, quelli che avranno come protagonisti Bolle e Daniele, diventino avvenimenti di eccellenza per produrre assoluzioni e catarsi. La città non ne ha bisogno. L’evento eccezionale e l’evento nell’emergenza non sono poi molto distanti: possono essere il prodotto, ancora una volta, di un non diritto\dovere alla normalità.
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Sinistra non regressista cercasi

26 giugno 2008

Corriere del Mezzogiorno
Il tema delle decisioni scomode
La sinistra «regressista»
di Marco Demarco

Da una parte il decisionismo di Berlusconi, dall’altra il conflittualismo del movimento. Da un lato il premier che ribadisce il suo no pasaran:
non passerà chi blocca i servizi, non passerà chi occupa binari e strade, non passerà chi si oppone a polizia e carabinieri. Dall’altra il popolo dell’effetto
nimby, che ormai tutti sanno che cos’è, ma che sempre di più va trasformandosi nel popolo dell’effetto banana, ovvero build absolutely nothing anywhere near anything, non costruirai nulla, ma proprio nulla, da nessuna parte.
Ieri, per la prima volta a Napoli, si è fatto ricorso a una nuova forma di protesta civile: la chiamano soft walking, già sperimentata con successo a San Sebastian, nella Spagna del Nord, per impedire la costruzione di un inceneritore. Oltre cento auto ad andatura minima hanno di fatto bloccato la tangenziale. Obiettivo: boicottare la discarica a Chiaiano. È una svolta nell’ambito del conflittualismo, il salto dallo scontro frontale, esposto alle infiltrazioni camorristiche, alla provocazione semilegittima. Ed è contro questa protesta che, consapevole, ha tuonato Berlusconi. Se si considera che proprio da Napoli, con la costituzione del «gip» collegiale e con la Procura unica per i reati ambientali, si è avviata la miniriforma giudiziaria di Berlusconi, risulta chiaro che siamo al centro di un fenomeno degno della massima attenzione.
Non è la prima volta che la democrazia italiana si misura con il grande tema delle decisioni scomode, quelle che nessuno vorrebbe prendere, ma ora c’è una novità: lo Stato ha deciso di confliggere per garantirsi il diritto alla decisione. Il dato che ci riguarda è che Napoli, per quindici anni simbolo di un potere che non decidendo è riuscito a fare il pieno di consenso, si sta trasformando nell’esatto contrario: la capitale del nuovo conflitto democratico.
Questa partita, per il momento, la stanno giocando solo Berlusconi e i movimenti. Le istituzioni e i partiti locali si limitano ad accodarsi, senza alcuna originalità. Ora da una parte, ora dall’altra. L’intera sinistra di governo è qui «fuori campo», senza coraggio e senza idee. L’altro giorno, dialogando con lo storico Piero Bevilacqua, Bassolino ha meritoriamente criticato la sinistra «regressista », quella, per intenderci, apocalittica ed ex progressista, ma per il resto, nel vivo dell’azione, il governatore non sembra saper fare molto di più che tallonare il premier di turno: ieri Prodi, oggi Berlusconi. Anche alla sindaca Iervolino va riconosciuto il merito di aver finalmente deciso dove localizzare il termovalorizzatore napoletano. Lo ha però fatto senza coinvolgere il consiglio circoscrizionale di Bagnoli. Anzi, rispondendo con perfida ambiguità alle sollecitazioni che da lì venivano. Si è dunque appurato che quel parlamentino non ha alcuna ragione di esistere, perché se non consultato adesso, quando lo sarà? E allora, perché non scioglierlo del tutto insieme con gli altri?
Chi crede in una democrazia partecipata, diversa, come dice qualcuno, da quella «militarizzata», è ora che dovrebbe parlare. In campo, altrimenti, resterebbe solo la sinistra «regressista».
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Opinioni pubbliche (due)

8 giugno 2008

Corriere del Mezzogiorno
A proposito di Nord e Sud
Le responsabilità collettive
di Paolo Macry

La crisi di Napoli sta facendo riemergere una fra le peggiori idee politico-giuridiche prodotte dall’Europa razzista del Novecento: la responsabilità collettiva, ovvero l’attribuzione di colpe non a singoli individui ma a tutto un popolo. Come dire che i rom sono una comunità delittuosa perché alcuni di essi hanno commesso dei crimini. Qualcosa del genere rischia di accadere con l’emergenza rifiuti, le cui responsabilità vengono sempre più spesso addebitate non già a specifici imprenditori, amministratori, politici, eccetera ma — di volta in volta — a due presunte popolazioni: i «meridionali» e i «settentrionali». Una deriva che riesuma i peggiori stereotipi, spacca il paese, confonde le acque.
Basta tornare al dibattito delle ultime settimane. Da una parte, la Lega ha puntato il dito contro i «meridionali», incapaci perfino di pulire casa propria, grettamente familisti, facili alle molotov, collusi con la camorra. Dall’altra, stampa locale e politici napoletani hanno accusato i «settentrionali» di aver usato la Campania come sversatoio di scorie industriali, di essersi accaparrati i ricchi appalti legati all’immondizia, di aver costruito impianti truffaldini.
E il peggio è che non si tratta del solito battibecco tra camicie verdi e plebe, visto che al ritorno in grande stile delle due Italie hanno contribuito personalità al di sopra di ogni sospetto. Dal Corriere della Sera a Repubblica, illustri opinionisti hanno insistito sui cosiddetti caratteri storici del Mezzogiorno, sulla debolezza culturale della sua società, sul silenzio morale della sua borghesia. Confermandone un’immagine poco meno che etnica. Per parte sua, con l’autorevolezza della carica, Giorgio Napolitano ha voluto ricordare che, nell’attuale emergenza, il Nord ha le sue gravi responsabilità. Parlando addirittura di «nordisti».
Ora qual è il problema? È che queste tesi sono divenute al tal punto popolari — senso comune — che diventa difficile anche soltanto discuterne. Alzi la mano chi non pensa, al Nord, che la crisi dei rifiuti sia l’ennesimo segno dei vizi dei «meridionali». E chi non pensa, al Sud, che sia colpa dei «settentrionali» se la Campania è inquinata dalle scorie tossiche. L’idea della responsabilità collettiva ha contagiato l’intera opinione pubblica. Peggio, sta costruendo due opinioni pubbliche contrapposte.
Naturalmente, l’emergenza è responsabilità politica, morale e forse penale di chi aveva gli strumenti per governarla. L’enorme maggioranza dei napoletani non ha alcuna parte in questa tragedia, né può far altro (e l’ha fatto) che sfiduciare con il voto i colpevoli. Né ovviamente c’entrano nulla i «settentrionali» con i reati commessi dalle imprese che hanno sede al Nord. Ma nessuno sembra ricordarsi di simili banalità. Dopo tutto, è più facile e più utile usare il linguaggio etnoculturale delle due Italie. Più facile perché sollecita demagogicamente l’opinione pubblica che si ritiene vittima degli «altri». Più utile perché cancella con un tratto di penna le responsabilità individuali. Che naturalmente (anche questa è una banalità) sono politiche.
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Repubblica - Napoli
Lettere /Mi vergogno di Marano
di Paolo Russo (Marano Napoli)

Io abito a Marano. E me ne vergogno. Lavoro a Napoli, ogni sera torno a casa, ma mi vergogno di dirlo. Io vivo tra tre discariche: quella di Villaricca, da anni sversatoio a cielo aperto i cui miasmi arrivano fino a casa mia, in collina a dieci km di distanza. Dall’altra parte della collina c’è Pianura, un’altra grande discarica. Da lì non arrivano puzze o fumi. Ma cartelle cliniche, dati, foto di giovani morti di malattie incurabili. Io mi vergogno ancora. Per non aver mai voluto sapere niente. E per non aver fatto nulla per evitarlo. Al limite del Comune e al confine con Napoli vogliono fare un’altra discarica, la vogliono fare come fanno da vent’anni e più. Trovano un buco, lo riempiono di monnezza finché possono. E poi passano appresso. Nel terzo millennio, una vergogna.
A Marano qualche migliaio di persona (su oltre 60 mila) ha tenuto in ostaggio una città. Hanno abbattuto alberi, inchiodato e saldato barricate, divelto segnali stradali, incendiato autobus (tutti beni pubblici) in nome della salute e della qualità della vita futura. Una vergogna internazionale, grazie alle telecamere di tutto il mondo. Invece di dire: noi vogliamo la discarica, ma alle nostre condizioni: carotaggio serio, impermeabilizzazione, controllo dei materiali in entrata e tempi certi per bonificarla dopo l’emergenza. Io vivo a Marano, dove chi ci vive come me si vergogna di viverci. E ha ben ragione. E pensa che debba nascere un comitato contro i comitati della vergogna.
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Altre proposte (non-borghesi)

6 giugno 2008

Repubblica - Napoli
Togliere i rifiuti e osservare la legge
di Antonio Risi e Marco Rossi-Doria

Le misure di governo possono aprire la strada a un piano regionale con un sistema elastico di impianti e discariche che in trenta mesi può portare la Campania fuori dalla crisi. Al contempo, come tutte le attività umane, anche le misure del governo sui rifiuti possono contenere cose che non si condividono o errori. E non è peccato dirlo: siamo in democrazia. Dibattere non equivale a essere poco propositivi o poco disponibili a dare soluzione alle cose. Alcune parti del piano presentato, per esempio, appaiono davvero problematiche in tema di diritto costituzionale. Molti lo hanno notato. E pensiamo che sia un errore parlare di “discarica per rifiuti tal quali”, categoria negata dalla normativa nazionale ed europea. Per essere coerente con le direttive europee e gli obiettivi di Kyoto, infatti, i rifiuti possono essere conferiti in discarica solo dopo essere stati vagliati, pretrattati e campionati e comunque la discarica deve prevedere un sistema di recupero del biogas o un impianto di stabilizzazione della frazione organica all´ingresso, soluzione - secondo tanti - preferibile.
Tuttavia, nel governo e anche presso le autorità locali, spesso si afferma, più o meno, che prima si risolve l´emergenza e poi si può pensare a Kyoto ma soprattutto che Napoli, con i suoi bassissimi livelli di raccolta differenziata, non può permettersi di avanzare sottili ragioni ecologiche per contrastare la discarica di Chiaiano e che “i rifiuti tal quali” meglio metterli in una discarica che tenerli per strada.
Ma è possibile essere propositivi e, al contempo, dare dei segnali che vanno finalmente nella direzione della legge e delle indicazioni europee in materia?
Noi pensiamo di sì. E pensiamo anche che i cittadini se lo attendono, che lo reclamano quasi. E che si può subito aprire un forte fronte di impegno civile. Proprio contro l´idea di “rifiuti tal quali”. Infatti i diffusi sentimenti di esasperazione, ipersensibilizzazione e frustrazione che si vivono nella nostra città sono tali che se venisse emanata un´ordinanza che proibisse dal primo luglio, su tutto il territorio comunale, il conferimento di rifiuti indifferenziati e imponesse che tutti i rifiuti fossero conferiti separatamente e solo nei sacchi e nei contenitori forniti dal Comune stesso, il risultato potrebbe essere piacevolmente sorprendente. Non pensiamo, evidentemente, che in un mese a Napoli si possa organizzare la raccolta differenziata vera e propria, quella “porta a porta” che il Consiglio comunale ha pur deciso di sperimentare in alcune aree campione e che deve continuare. Proponiamo un passo più deciso in tale direzione. E che a partire dal primo luglio, per rispondere all´emergenza, tutti i cittadini debbano obbligatoriamente conferire i loro rifiuti organizzandoli in casa in tre sacchi forniti dal Comune: uno piccolo (verde) dove mettere il materiale organico, ovvero quello che puzza, marcisce e non si può tenere a lungo in casa; uno, che può essere anche una scatola (bianca con croce rossa) dove conservare i rifiuti pericolosi (pile, medicinali, acidi, solventi, vernici) e uno grande, traslucido (rosso) dove mettere il resto (imballaggi, carta, cartone, lattine).
Ovviamente questo non entrerebbe in contrasto con tutte le iniziative volontarie attivate o da attivare (campane per il vetro e per le plastiche, raccolta di cartoni e imballaggi commerciali, raccolta porta a porta in quartieri pilota, isole ecologiche, convenzioni con le scuole o con le parrocchie). Ma si tratterebbe di un´azione di emergenza, di salute e decoro pubblico ben più larga, in vista dell´estate, una vera e propria “raccolta differenziata emergenziale”.
Quali i vantaggi? Partiamo dal vantaggio minimo. I cittadini napoletani rispondono bene all´ordinanza, ma il sistema di raccolta e smaltimento non è ancora in grado di svuotare le strade. I pochi turisti e le molte televisioni potranno almeno vedere, invece degli immondi cumuli di rifiuti indifferenziati e disordinati, cumuli di sacchetti tricolori, un´immagine, dato che ci si tiene tanto, che manifesterebbe ancora tanta inefficienza ma anche un commovente segnale di avvio di qualcosa di civico.
Ma passiamo ai vantaggi più seri. Con un´operazione del genere la probabilità che il sistema di raccolta e smaltimento collassi comunque si riducono. Spedire i sacchi rossi in Germania o anche in impianti più vicini sarà più facile e più economico. I sacchi verdi saranno trattati con maggiore efficacia e senza produrre ecoballe dagli impianti ex Cdr giustamente dedicati da Bertolaso alla stabilizzazione della frazione organica. I rifiuti pericolosi sono quantitativamente limitati e comunque il loro conferimento differenziato ne favorisce il corretto smaltimento.
Con questa azione potremo convincere il governo che a Chiaiano si fa prima a costruire e mettere in funzione un impianto per il trattamento della frazione organica che a condizionare la cava e allestire una discarica, e comunque che le due azioni non sono per forza in contraddizione, anzi, se necessario, potrebbero entrare in sinergia e sventare almeno il pericolo di una discarica per “rifiuti tal quali”.
Se Napoli compirà questo piccolo miracolo sarà forse più facile anche trovare un accordo con le altre località individuate per realizzare presto un sistema di discariche di standard europeo, localizzate con criteri razionali in aree a bassa densità abitativa e buone condizioni idrogeologiche. E l´irrazionalità geologica e urbanistica della discarica di Chiaiano, a queste condizioni, forse è ancora evitabile.
Forse ci saranno zone della città che non rispetteranno l´ordinanza, o forse no, ma, se daremo già queste istruzioni semplici e comprensibili, la stragrande maggioranza dei cittadini napoletani sarà felice di partecipare a una azione di riscatto civile. Perché non ne possiamo più della puzza e dei roghi, perché tutti temiamo l´estate e perché vorremmo in tanti potere avere la possibilità di un´attivizzazione concreta, fatta con strumenti semplici, operativi che, a oggi, non abbiamo avuto.
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E ancora

5 giugno 2008

Corriere del Mezzogiorno
L’intervista. Lo storico
Piero Craveri: «La borghesia non deve scendere in piazza»
di Gimmo Cuomo

NAPOLI — Piero Craveri, storico e preside della facoltà di Lettere dell’Università suor Orsola Benincasa di Napoli, ha da pochi minuti finito di ascoltare l’intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione dell’intitolazione di un’aula dell’ateneo al giornalista Giancarlo Siani.
Come giudica il passaggio dedicato all’emergenza rifiuti e, in particolare, il riferimento alle scorie tossiche arrivate in Campania dal Nord?
«Ho imparato a leggere tra le righe dei messaggi dei presidenti della Repubblica che non possono effettuare forzature rispetto ad altre istituzioni dello Stato. Ebbene, il presidente Napolitano ha usato parole di una chiarezza assoluta, sia sulle responsabilità che sulla necessità di far presto. Ed ha anche insistito sul raccordo fondamentale con l’attività della magistratura e del governo per dare corso alle opere indispensabili per garantire il ritorno alla normalità. Credo di non aver mai sentito da un Capo dello Stato parole così chiare».
Eppure il sottosegretario Roberto Castelli della Lega ha subito polemizzato affermando che il riferimento ai rifiuti tossici del Nord è stata la premessa per chiedere al Nord di accogliere i rifiuti campani.
«Piano. Il Presidente ha solo detto che c’è una corresponsabilità del Nord. Non ha detto che il Nord deve risarcire la Campania. Ha ricordato che alcune industrie settentrionali, con la complicità della criminalità organizzata, hanno sversato rifiuti tossici in Campania. Ma ha anche precisato che le responsabilità primarie dell’emergenza sono da ricercare qui in Campania. Castelli non avrebbe dovuto lanciarsi nella polemica come un toro sulla muleta».
Sul «Corriere della Sera» Angelo Panebianco ha invitato la borghesia napoletana a scendere in piazza, l’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato invece ha teorizzato la «rivoluzione silenziosa». Qual è il modo più efficace per dare un contributo civile di fronte al disastro dei rifiuti?
«Spero quel che dice D’Amato sia vero. Ho letto molti libri sulla trasformazione avvenuta in questi anni nel sistema industriale del Nord. Non ci sono altrettanti studi sul Sud. Mi auguro che abbia ragione lui».
E l’invito di Panebianco?
«Lo interpreto come una provocazione.
Il compito della borghesia non è scendere in piazza, ma svolgere un ruolo dirigente nelle iniziative economiche e intellettuali. Che su questo terreno sia mancata consapevolezza, che ci sia stata una rincorsa eccessiva alla supplenza dello Stato non c’è dubbio. Sarebbe senz’altro positivo se anche da noi, come sta avvenendo in Sicilia, riemergesse un ceto produttivo consapevole, capace di muoversi nell’ambito della legalità e del mercato».
A cosa si riferisce quando cita il modello siciliano?
«Penso alle iniziative della Confindustria di quella regione che esprimono la consapevolezza della necessità di opporsi al crimine organizzato e di affrontare il mercato internazionale su un piano di parità con il sistema delle imprese europee. Da questa consapevolezza nasce una borghesia».
Mentre ci si impegna per far nascere una nuova consapevolezza, non ci sarebbe bisogno, come ha auspicato Panebianco, di un gesto forte che, quantomeno, testimoni la volontà di reazione?
«Certo, ma le marce non servono a molto».
Cosa propone in alternativa?
«Visto che in Campania, a sinistra come a destra, non c’è ricambio politico, immaginerei una lista civica per le regionali. Ma non so se si avrà il fegato per farla. Se esiste un establishment borghese e produttivo, delle professioni liberali, si potrebbe tentare. Attualmente emerge solo la Napoli di Gomorra. Ebbene, l’altra Napoli, se c’è e se non si sente rappresentata dalle attuali classi dirigenti di entrambi gli schieramenti politici, faccia sentire direttamente il proprio peso, introducendo questioni forti nel dibattito politico».
La borghesia ci ha provato alle scorse comunali di Napoli con Marco Rossi Doria. Non è finita bene.
«Quella non era la borghesia. Rossi Doria è un maestro di strada. Ci vorrebbe un establishment che cominciasse a porre interrogativi pressanti alle forze politiche e di lì far crescere una forza alternativa».
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Repubblica - Napoli
Lettere/il dibattito su Napoli

Una parte della città scarsamente significativa
Antonio Bonifacio e Giulio Corbo (Napoli)

Ci riferiamo alle considerazioni espresse sulla nostra città su Repubblica da Giuseppe D’Avanzo e Aldo Schiavone nonché alla risposta di Aurelio Musi “Esiste una Napoli che non è l’inferno”. Per dire del nostro forte e sostanziale disaccordo su quanto sostenuto da quest’ultimo autore in merito alla esistenza di una parte della città (sia pure «non troppo numerosa») che, attraverso i propri virtuosi comportamenti e la vivezza intellettuale delle proprie idee, non ha «accettato l’infernale integrazione politica né il “blocco storico” bassoliniano né una qualche forma di contiguità al “sistema” e con Gomorra», alimentando così fiducia e speranze per il futuro, ma soprattutto per il presente. In realtà, l’analisi non corrisponde al vero: oltre agli illustri pensatori indicati nell’articolo come «moralisti», altri uomini d’ingegno hanno espresso desolate perplessità su questa prospettiva; per tutti Benedetto Croce, che di fatti napoletani se ne intendeva parecchio, esprimeva ad esempio nel suo “Paradiso abitato da diavoli” questa malinconica e indignata disillusione.
Il fatto è che, in primo luogo, questa parte della città è, al contrario di quanto afferma Musi, scarsamente «significativa» proprio per essere assoluta minoranza rispetto a una parte purtroppo prevalente di un «popolo che si fa i fatti suoi ed è rassegnato al peggio, provvedimenti eccezionali» compresi. Inoltre la parte «proba» della città finisce inevitabilmente col non trovare ascolto da parte dell’intellighenzia locale che al chiuso di eleganti ville e preziosi salotti, da anni è intenta a filosofeggiare sui «come e perché» delle vicende che attraversano Napoli, scambiandosi però alla fine solo affettuosità e raffinati calembours, questi sì insignificanti. E dunque, l’inerzia e la mollezza della città rende inutile il contributo di quanti, solo Naples born , non vorrebbero condividere siffatta cultura che è lontana le mille miglia da ipotesi e prospettive di modernità e di civile convivere, non riuscendo a violare la cortina di colpevole isolamento in cui si sono cacciate le istituzioni rispetto alle sacrosante esigenze dei cittadini (quelli «veri») né a superarne l’ipocrita silenzio. Risulta allora incomprensibile come ci si possa lamentare (anche se qui la lamentazione, senza alcun seguito attivo, appare come la forma dominante di protesta) se chi ne ha la competenza e più ancora l’obbligo istituzionale giunge a concepire provvedimenti in luoghi e contesti diversi definibili «eccezionali», ma che hic et nunc appaiono più che «normali». Per queste ragioni, pur schematicamente espresse, ci sentiamo di condividere quanto, sia pur severamente, sostengono D’Avanzo e Schiavone. Se ne potrà ragionare? Certo, ma con tutt’altri moventi e determinazione.
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No alle immagini stereotipate e omologanti
di Gabriella Corona (Direttore Global Environment Cnr Napoli)

Con grande sollievo ho letto l’articolo di Aurelio Musi di sabato 31 maggio “Esiste una Napoli che non è inferno”. Il sollievo, quasi una gioia, derivava dal potermi riconoscere in un ragionamento pubblico intorno ai problemi di cui si discute da mesi a Napoli e che sono emersi con drammaticità con l’emergenza rifiuti. C’è un passo in particolare su cui occorre soffermarsi: «C’è una parte della città, forse non molto numerosa, ma sicuramente significativa, che in tutti questi anni non ha accettato né l’omologazione infernale della politica, né l’integrazione nel “blocco storico” bassoliniano, né una qualche forma di contiguità col “sistema” e con Gomorra, né l’abdicazione ai valori della civiltà e della convivenza». Mi piace leggere nelle parole di Musi la rabbia silenziosa di chi assiste attonito e impotente non solo alle vicende dell’emergenza, ma anche al riaffermarsi di immagini stereotipate e omologanti e che Musi assimila a forme post-moderne di moralismo classico. Alla fine dell’articolo, Musi si chiede se esse possano aiutare questa parte della città a emergere e a fare sentire la propria voce, e propone di ragionare su questo. Stiamo vivendo un’emergenza ambientale di dimensioni inedite che appare come la manifestazione evidente di una crisi della politica, di un degrado profondo della vita civile e dello spirito pubblico, di una incapacità delle istituzioni locali di muoversi verso obiettivi comuni. Ma le dinamiche che hanno caratterizzato i processi che hanno condotto a questo non ci sono ancora del tutto chiare. Prendiamo in considerazione l’emergenza rifiuti. Di che si tratta? Quali sono le ragioni storiche? Qual è la sua reale dimensione? Qual è la strada più giusta da imboccare per il futuro? Solo un processo serio e reale di conoscenza può in questo momento «aiutare questa parte della città a emergere e a fare sentire la propria voce». Occorre dunque partire da questo, rendendo visibili e concreti i fenomeni che stiamo vivendo.
La prima questione la sottoporrei ai presidenti di provincia, a tutti i sindaci della regione, ai responsabili dei consorzi che pur essendo dei protagonisti di tutta questa vicenda hanno mantenuto sempre profili bassi e voci sommesse. Come vi ponete di fronte al Piano regionale dei rifiuti le cui linee sono state delineate a partire dall’aprile del 2007, e che tutti possono vedere scaricandolo da Internet? Si tratta di un piano serio e corposo, ricco di dati che oltre a mostrarci quanto sia eterogeneo e composito il quadro campano (la vera emergenza riguarda, si sa, l’area metropolitana di Napoli), individua e traccia i percorsi da seguire per uscire dall’emergenza e per transitare da un regime straordinario a uno ordinario. L’interconnessione e la possibilità di interagire con altre attività di pianificazione (piani paesistici, regionali) che il piano propone, poi, chiama in causa anche i territorialisti, e coloro che operano nei diversi ambiti pianificatori e che sembrano aver dimenticato che l’emergenza rifiuti si colloca all’interno di una più ampia emergenza territoriale e ambientale. Ci sono concretezza, soluzioni possibili, un universo molto lontano dalle immagini infernali e diaboliche dei facili moralismi, dalle insopportabili manipolazioni politiche e giornalistiche. Ma questo piano richiede anche molta umiltà e molta fatica per i poteri locali, perché è sulle loro gambe che il piano può camminare. Vorremmo sapere che ne pensano.
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Corriere del Mezzogiorno
Lettere.
Le voci dissonanti ci sono state E siamo anche scesi in piazza
di Vincenzo Scotti Raffaele Celentano Sergio Fedele Pellegrino De Santis Rossella Paliotto

Caro direttore, nel condividere l’analisi che fa Angelo Panebianco della situazione napoletana, ci permetta di dissentire sull’assenza di voci non dissonanti dal sistema di potere consolidatosi in Campania.
Nella nostra città esiste una parte della società civile che è avulsa da questo sistema e che ha tentato in ogni modo di far sentire una voce alternativa e chiedere un cambiamento radicale di metodo e di forze politiche. C’è stato ad esempio l’iniziative degli incontri «I lunedì per Napoli» ai quali hanno partecipato alcuni esponenti del mondo universitario, del mondo della giustizia e di altre istituzioni pubbliche e del mondo associativo del volontariato. È stato fatto un disperato tentativo di «gridare» quello che stava avvenendo sotto gli occhi di tutti nella indifferenza generale e nell’assoluto silenzio degli organi di informazione da anni attenti solo al «rinascimento» della città da essi stessi inventato e fatto percepire come tale dalla opinione pubblica nazionale e internazionale.
I non rassegnati, quelli che hanno gridato come hanno potuto, «basta» avevano preso atto che il sistema di potere aveva ormai omologato la gran parte degli intellettuali che avevano costruito anche una associazione «culturale» di supporto al Principe, e che le associazioni rappresentative delle categorie produttive e sindacali erano ormai anche loro parte del sistema di governo della città e della regione, dal quale ottenevano benefici e assicuravano consenso. I salotti, espressioni di questi mondi, erano stati affascinati da Bassolino e dal suo stile di governo, ricevendone in cambio cariche presidenziali e gestionali dell’arcipelago delle società di tutti i tipi consulenze le più diverse.
Ma nonostante il magma del sistema di potere, il silenzio connivente della informazione, i non rassegnati sono scesi in piazza insieme ai sindacalisti della Cisl con il loro segretario generale e in numero rilevante dinanzi al palazzo della regione hanno gridato il loro sdegno.
La gravità della situazione ha alla fine scosso il mondo dei media e come se venissero da un pianeta lontano hanno scoperto che esisteva non una emergenza ma una realtà stratificata negli anni, molto più di un decennio, di fronte alla quale non si poteva chiudere gli occhi e continuare ad ignorarla.
Oggi anche Panebianco scopre il vuoto della società. Ma davvero crede che l’immondizia, il degrado urbano, la deindustrializzazione, l’assenza di ogni seria progettualità, l’occupazione del territorio, dell’economia e delle istituzioni da parte della camorra siano delle emergenze improvvise e non il frutto di un malgoverno che dura da oltre quindici anni?
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4 giugno 2008

Corriere del Mezzogiorno
«Questa città è il caso nazionale e il Governo si sta impegnando al massimo»
D’Amato: siamo indignati ma io dico no alla piazza
«La borghesia faccia una rivoluzione silenziosa»
di Paolo Grassi

NAPOLI — Il messaggio, in pieno stile kennediano, suona più o meno così: la borghesia o società civile che dir si voglia («ma prima o poi dovremo chiarire il concetto») deve mettere in atto «una rivoluzoone silenziosa » del fare. «Non serve continuare a credere e sperare nella cultura dell’emergenza, che va avanti ininterrottamente dal colera, o inseguire il miracolo chiamato grande evento (Coppa America o G7…): qui c’è da lavorare sodo ognuno per le sue responsabilità. La bacchetta magica non ce l’ha nessuno e sarebbe sbagliato insistere con la logica dello scaricabarile: c’è bisogno di una vera unità di intenti, approfittando dell’attenzione eccezionale che il governo sta dedicando alla città». Solo così si può spingere la classe politica a recuperare un «primato con la p maiuscola», sviluppando iniziative «finalmente capaci di garantire condizioni di vita civile, di dignità e legalità». Antonio D’Amato, ex leader di Confindustria e oggi alla testa del gruppo Sud dei Cavalieri del Lavoro, presentando gli imprenditori meridionali insigniti nelle scorse ore della prestigiosa onorificenza, spiega che il caso Napoli — ma più in generale le condizioni in cui versa il Sud — meritano un attento ragionamento. E lui, con il solito piglio deciso, parte dalle stilettate firmate Ernesto Galli della Loggia e Angelo Panebianco. «Hanno avviato un importante dibattito al quale è impossibile sottrarsi», precisa il predecessore di Luca di Montezemolo a viale dell’Astronomia. «La nostra città è a tutti gli effetti l’emergenza nazionale ma sono convinto che il senso di indiganzione è così forte che pur senza arrivare a manifestazioni di piazza si possono portare avanti scelte serie. Napoli e il Sud si salvano solo se tutti fanno bene il loro mestiere. Noi ovviamente monitoreremo la classe dirigente, che ha le sue chiare responsabilità; ma ripeto, bisogna che ognuno faccia del proprio meglio per garantire un buon ordinario. La logica straordinaria ci allontana ancor più dall’uscita del tunnel». Poi riferendosi ancora ai problemi del Mezzogiorno, affronta il tema dell’emigrazione «dei cervelli». «Oggi chi può va via, noi abbiamo superato una selezione darwiniana…». L’ex presidente di Confindustria ha quindi ricordato «che molto spesso i problemi del Sud e della città all’ombra del Vesuvio hanno anticipato questioni nazionali, e questo significa che tutta Italia deve sentirsi responsabile per quello che sta accadendo al Sud».
D’Amato — come detto prima — ha presentato ieri mattina alla stampa, all’hotel Excelsior di Napoli, Orazio Boccia, Costanzo Jannotti Pecci e Onofrio Spagnoletti Zeuli (assente la sola Angela D’Onghia): ossia i quattro neocavalieri del lavoro che saranno inseriti nel Gruppo Sud. Con loro c’era anche il produttore cinematografico Aurelio De Laurentiis, insiginito dal Quirinale dell’onorificenza per la sua attività principale (in quota Lazio), ma napoletano di origine e presidente della squadra azzurra di calcio (vedere servizio a parte nelle pagine sportive).
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Panebianco: non basta, alzate la voce
di Patrizio Mannu

NAPOLI — «Al punto in cui si è giunti, non è possibile non far sentire la propria voce. L’idea di un “silenzio del fare” propugnata da Antonio D’Amato è condivisibile. Ma ora non basta. Non al punto in cui Napoli è arrivata». Angelo Panebianco, uno degli editorialisti più noti ed ascoltati del Corriere della Sera,
rafforza l’appello ad una mobilitazione «sonora» della borghesia napoletana, appello per altro lanciato sabato scorso proprio delle colonne del quotidiano di via Solferino. Un fronte aperto qualche giorno prima da Ernesto Galli della Loggia. «Trovo strano — scriveva Panebianco — che essa (la borghesia, ndr) non sia stata in grado di portare in piazza mezzo milione, o più, di persone con lo scopo di solidarizzare con chi, da De Gennaro a Bertolaso, ha tentato e tenta l’impossibile per rimediare all’emergenza rifiuti».
Far sentire la propria voce ora è l’unica strada, professore?
«Certamente. Anche perché altrimenti si rischia di lasciare l’immagine di Napoli solo alle voci di chi ha organizzato quel tipo di protesta. Gruppi ristretti che impongono la loro verità».
Soffiare su animi già surriscaldati è operazione più facile che mettere insieme professionisti, professori, magistrati e giornalisti.
«Indubbiamente c’è un problema di organizzazione dell’azione collettiva, come si dice. Ma è l’unica cosa da fare. Anche perché la borghesia ha gli strumenti culturali per farsi sentire. Non mi importa cosa faranno, ma spero che alzino la voce. Non lo hanno mai fatto e non mi interessa neanche sapere perché ma ora cambino strategia».
Non l’hanno mai fatto. Un problema di coscienza sporca?
«Sicuramente c’è stato anche questo. Mettersi contro il potere politico non dà frutti. Parte di questa classe borghese è stata complice, nelle piccole e nelle grandi cose. Ma adesso occorre abbandonare ogni remora e farsi sentire».
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L’editoriale
Noi colpevoli. Ma il Nord?
di Enzo Giustino

Le amare argomentazioni di Ernesto Galli della Loggia ( Corriere della Sera del 29 maggio) per spiegare i motivi che hanno ridotto il Sud a «non avere voce» sembrerebbero aver trovato una qualificata eco nel successivo articolo di Angelo Panebianco ( Corriere della Sera del 31 maggio). Secondo l’autore «in tutto il Sud, non solo a Napoli, è da sempre radicata l’idea che tocchi agli altri (…) risolvere i problemi della società meridionale». È la prima volta che mi capita di registrare una certa sintonia con alcune delle valutazioni nate proprio qui, a Napoli e nel Mezzogiorno, in anni non sospetti, ad opera proprio di meridionali. «La sindrome del Principe » fu lo slogan con cui si indicava la consolidata tradizione di affidare sempre ad un «Principe» esterno la cura dei propri problemi. La stessa Cassa del Mezzogiorno, si sostenne anni fa, una felice intuizione di un illuminato meridionalismo, si trasformò poi in un «moderno Principe» «che tutto prevedeva e a tutto provvedeva ».
E quando il paese si decise ad attuare la regionalizzazione prevista dalla Costituzione, (non il federalismo) — l’assemblea costituente «scoprì il tema del Mezzogiorno proprio in occasione del dibattito sul regionalismo (Piero Barucci), due facce di una stessa medaglia, sembrerebbe di capire— non si mancò di sostenere che con le Regioni, con il decentramento politico e amministrativo, era ormai giunto il momento per il Mezzogiorno di affrancarsi dalla straordinarietà, dalla cultura della dipendenza. Di acquisire finalmente quella di governo, imparando ad immaginare, progettare e realizzare il proprio futuro.
È vero, tutto questo non è avvenuto, per incapacità di noi meridionali, anche con il concorso determinante, bisogna dire, di una certa componente culturale intrisa di snobismo e conservazione.
È vero, siamo affetti dal «morbo dell’inconcludenza », non siamo stati capaci di essere determinati nel tracciare prospettive ai nostri giovani. Non vi sono scusanti, è tutta colpa nostra. Anche della questione rifiuti, questa gigantesca goccia che ha fatto traboccare il fatidico vaso, siamo noi i responsabili. Alle minoranze che si opponevano alla realizzazione di quel progetto, che ci avrebbe inserito nel circuito del progresso, non fummo capaci di reagire. Anche qui colpa nostra. Nessuna attenuante.
Ma il Nord, in tutto questo, siamo sicuri che abbia le carte in regola? Non vuole essere questo un maldestro tentativo di scaricare sugli altri le proprie responsabilità, quanto meno di ricercare delle corresponsabilità. Sarebbe deviante e comunque stupido, nelle attuali contingenze. Ma ricordare alcune cose per indurre tutti noi meridionali a riflettere — e, possibilmente, a reagire con quel «sussulto di orgoglio», che oggi ci viene ad ogni piè sospinto sollecitato, ma a cui per anni noi stessi ci siamo spesso ma vanamente richiamati — potrebbe fungere quanto meno da sprone.
Sin dall’inizio, già dalla costituzione della Cassa del Mezzogiorno, fu chiarito che l’intervento straordinario (aggiuntivo si disse, ma non lo è mai stato) sarebbe stato utile al Sud, ma avrebbe fortemente contribuito a rilanciare, consolidare e sviluppare l’economia industriale del Nord. Basterebbe leggere gli atti parlamentari del tempo per rendersene conto.
E nei fatti è quanto accadde. La prodiga redistribuzione degli incentivi; le grandi commesse nelle opere pubbliche; l’invasione del Sud delle Partecipazioni Statali per localizzare le industrie di base (poi cancellate più che privatizzate); gli sprechi di risorse nella petrolchimica; il Mezzogiorno come mercato di consumo nelle avverse congiunture internazionali; sono tutte politiche in cui è stata prevalentemente l’economia del Nord ad avvantaggiarsene. Per non parlare degli oltre otto milioni di «braccia» che, insieme a centinaia di migliaia di «cervelli», negli anni Cinquanta e Sessanta emigrarono nel Nord per cercare lavoro. Facendo così le fortune di quelle regioni. E non solo l’intervento straordinario. Negli anni Ottanta anche la 219, la legge per il terremoto, sia per le infrastrutture che per l’industrializzazione, per oltre il 70% fu appannaggio del Nord. Così come appannaggio del Nord, nella stragrande maggioranza dei casi, sono state le delusioni di quel progetto anche industriale per le aree interne.
In realtà, già con gli anni Settanta e Ottanta le cose cominciarono a cambiare. L’espandersi dell’indebitamento statale a valle della cosiddetta «consociazione», adottata prevalentemente per sciogliere i nodi del Nord, sconvolse tutti gli equilibri. Di qui il conflitto sulla spesa pubblica, conseguentemente l’ostracismo per tutto ciò che riguardava il Sud, ordinario e straordinario. Salvo utilizzare le aree meridionali come luogo per liberarsi dei rifiuti tossici.
Ma anche di tutto questo siamo comunque responsabili.
Oggi, contrariamente a quanto talvolta viene sostenuto nei convegni, anche di recente, il Nord per il suo sviluppo non ha bisogno del Mezzogiorno, non più. Con l’ampliamento dell’Unione europea, le aree metropolitane del Nord guardano a quelle del centro dell’Europa. La concorrenzialità tra le aree territoriali nata con l’Europa allargata e con la globalizzazione lo impone.
È che l’industria settentrionale, specie la media, sia nelle condizioni di affrontare e vincere questa sfida, lo dimostra la capacità con cui ha conquistato i mercati, anche senza l’ombrello protettivo della ormai preistorica svalutazione della moneta. Di qui anche l’insorgere e l’acuirsi delle questione settentrionale. Noi potremmo inserirci solo se fossimo in grado di assumere un ruolo attivo con l’Europa e per l’Europa nel Mediterraneo.
«Cerchiamo di recuperare la voce», dunque, come ci esorta a fare Galli della Loggia; proviamo a sradicare e buttare via l’idea «che tocchi ad altri» risolvere i nostri problemi, come ci ricorda Panebianco. Tentiamo di dimostrare che Napoli non è «docilmente rassegnata» a diventare lo «scarto del paese», e che non è più dedita «a giocare con i propri vizi per non affrontarli», come ha amaramente denunciato un napoletano doc, Giuseppe D’Avanzo ( la Repubblica del 27 maggio).
Ed è proprio in relazione a questa prospettiva (una determinazione più che una speranza), che vorrei concludere con un episodio meritevole di essere raccontato. Il nuovo Banco di Napoli, perseguendo nella sua politica intesa a ripristinare il tradizionale rapporto anche culturale con il territorio, ha tra le altre assunto una lodevole iniziativa. Quella di stimolare l’impegno dei ragazzi napoletani bandendo un concorso tra gli alunni delle scuole medie. Invitandoli a presentare elaborati contenenti spunti e riflessioni legati alle varie forme di «risparmio». L’impiego consapevole non solo dei mezzi economici, ma anche dell’energia, dell’acqua, dell’ambiente; e, poi, il riutilizzo, il riciclo.
Vi hanno partecipato 600 alunni di dieci scuole, sono pervenuti 300 lavori, ne sono stati premiati 100. La cerimonia si è tenuta nel salone di via Toledo. Tra gli altri partecipanti, un ragazzo cieco dalla nascita. Gli è stato chiesto di leggere una sua poesia scritta in caratteri Braille. Eccola:
Non è necessario avere troppa luce per essere felici come me / Non è necessario avere troppo calore per essere felici come me / Non è necessario avere troppa acqua per essere felici come me / Non è necessario avere troppo cibo per essere felici come me / Sono felice perché ho tante persone che mi vogliono bene ed ho una famiglia che ogni giorno s’impegna duramente per procurarmi un po’ di calore, acqua e cibo. / La luce, no. Non è possibile. / Ma non è neanche troppo necessaria per essere felici come me.
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Repubblica - Napoli
La polemica
La società civile non ingombri le piazze
di Fulvio Tessitore

Due diversi interventi, due diverse diagnosi, due diverse peregrinazioni hanno trovato ascolti diversi nei giorni scorsi, specialmente qui a Napoli, ormai oggetto costante di simili messaggi, quelli seri e quelli convenzionali, vecchi e stravecchi, inutili. Il primo è quello di un noto editorialista del “Corriere della Sera”, che non ha trovato di meglio che ripetere - sarà già un miliardo di volte - l´appassionata rampogna per la «borghesia», la «società civile» di Napoli, che non scende in piazza, non si fa sentire, tace, si nasconde, e via di questo passo. Naturalmente, come d´incanto, il solito coro dei soliti corifei s´è esercitato sulla stessa linea, quasi mai nascondendo vanità e frustrazioni. Ma smettiamola con simili retoriche, alle quali cedo anche io, ripetendo quanto vado dicendo e scrivendo da qualche decennio: la “società civile”? Non l´ho mai incontrata per strada, se esiste è a mia insaputa.
Il secondo intervento è quello del governatore della Banca d´Italia, sobrio, stringato, fatto di dati, senza “filosofia” (pardon, senza “retorica”), con una conclusione severa: «I protagonisti della ripresa devono essere coloro che hanno in mano il futuro: i giovani oggi mortificati da una istruzione inadeguata, da un mercato del lavoro che li discrimina (…), da una organizzazione produttiva che troppo spesso non premia il merito, non valorizza le capacità». «La stabilità della politica, la forza delle istituzioni sono le fondamenta su cui costruire l´intervento risanatore». Se fossi ancora rettore, farei stampare queste parole e affiggerle alle porte di tutte le aule universitarie.
Vorrei provarmi in un piccolo commento, cercando di seguire il rigore, l´antiretorica del governatore. Il che non posso fare se non dopo aver ricordato che, il giorno dopo l´intervento del responsabile della Banca d´Italia, il ministro dell´Economia (per compensare il taglio dell´Ici) non ha trovato di meglio che tagliare di 15 milioni il fondo di finanziamento delle università e di abrogare tutti i contributi della legge finanziaria per gli enti di ricerca, anche quelli (udite, udite) per il 2008, quando cioè gli impegni di spesa sono già stati adottati (e la misura ha riguardato anche l´unico centro di ricerca di Napoli, il Ceinge, giustamente premiato per la propria operosità).
Certo, la nostra “istruzione” è “inadeguata”. Ma lo è non solo per deficienza del sistema e dei docenti, lo è anche perché con assoluta continuità, i governi, quali che ne sia il colore politico, non sanno fare altro che tagliare i fondi all´università e alla scuola. Abbiamo dimenticato i 90 milioni sottratti per placare la rivolta eversiva dei camionisti? E potrei continuare. Del resto il ministro Padoa-Schioppa teorizzava che i soli soldi che potevano arrivare all´università erano quelli derivanti dai risparmi, vista la cattiva gestione, a suo giudizio (molto poco giudizioso), praticata dalle università: un bello esempio di ottuso monetarismo in un ambito che richiede “fantasia” (non quella dei comici, bensì quella della vichiana “metafisica fantasticata”, una cosa certo sconosciuta ai ragionieri). Ma andiamo avanti, per non restare angosciati dalla pochezza di simili discorsi.
Voglio fermarmi solo, brevemente, su Napoli e la sua “società civile”. Sono convinto da sempre, o meglio, da quando, sessant´anni fa, lessi per la prima volta il “Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli” (quella del 1799) di Vincenzo Cuoco, che lì si trova la più lucida diagnosi della condizione socio-civile di Napoli e, forse, del Mezzogiorno. «La Nazione napoletana si potea considerare come divisa in due nazioni diverse, per due secoli di tempo, e per due gradi di clima». Che voleva dire? Voleva sostenere che la condizione della società napoletana è caratterizzata da una frattura non dovuta a ragioni razzistiche, come un destino fatale e ineluttabile, ma a ragioni storiche (i «due secoli di tempo») e a ragioni ambientali (i «due gradi di clima»), comprendendo in ciò la strutturazione sociale. In altre parole il «popolo» era schiacciato tra due «morbosi tumori del corpo sociale», come diceva, introducendo il Progetto di costituzione per la Repubblica, Mario Pagano: «una plebe assopita nell´ignoranza e degradata nella schiavitù» e la «cancrenosa parte aristocratica» (col che Pagano intendeva la “società civile”). Per Cuoco la rivoluzione fallì non perché inutile o utopica, ma perché non s´era saputo guidarla, ossia non s´era suturata la frattura sociale («i due popoli»).
Ebbene, domandiamoci, che cosa s´è fatto, dopo Cuoco e il ‘99 per suturare la frattura? La risposta è sconsolante. E la ragione sta, principalmente, nella “società civile”, che ha saputo vivere sempre e soltanto sulla frattura, ossia sul nesso politica-amministrazione-affari, ossia non ha mai voluto operare la sutura, perché incapace di fondare altrimenti il soddisfacimento dei propri interessi legittimi, in uno con quelli di tutti. È una diagnosi severa, unilaterale, ingiusta? Chi lo crede, ne presenti un´altra, confortata dai fatti della storia, non dalle favole della malafede, dalle allucinazioni della retorica, dalle astrattezze dei dottrinari.
E allora ha ragione il rettore della Federico II quando dice che non serve ingombrare le piazze con gli “intellettuali” e la “società civile” (basta già l´ingombro sulla carta stampata o nelle sale da salotto per chiacchiere e convenevoli). È necessario l´assolvimento del compito quotidiano, da parte di tutti (che significa professionisti e lavoratori, forze dell´ordine e organizzazioni politiche, governanti e governati), dando mano e pretendendo, questa volta sì, la presentazione e la realizzazione di progetti precisi, con precise scadenze che li rendano effettivi, perché si realizzi anche a Napoli il sistema integrato, che serve come il pane. Se non fosse pericoloso dirlo, oggi, dopo l´abuso retorico della formula, direi: si può fare!
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Ancora su Napoli “perduta”

2 giugno 2008

Corriere della Sera
Risposta a Panebianco
Napoli, l’abulia della borghesia
di Raffaele La Capria

A un attento onesto e sottile politologo come Angelo Panebianco l’ambiguità non conviene, non può permettersela. Ma uno scrittore, certo meno esperto di politica e spesso costretto ad occuparsene per forza maggiore, l’ambiguità — specie in un caso in cui entrano in ballo anche i sentimenti — a uno scrittore l’ambiguità a volte può essere consentita. E non tanto perché lui stesso è ambiguo ma perché è la realtà a essere ambigua. A proposito della mia risposta all’articolo di Galli della Loggia «Perché il Sud è senza voce» io ho voluto contestare il fatto che fosse senza voce perché quella voce ce l’ha ed è disperata e ha attraversato tutta la storia del Mezzogiorno. La voce dunque c’è, non c’è la società. Questo anch’io lo so e lo deploro, l’ho deplorato ogni volta che ho preso la penna. Io so che la società della «napoletanità», che ha retto fino alla fine della prima guerra mondiale, era una società fondata su un mito, ma bene o male esisteva. Si è man mano sfaldata nel secondo dopoguerra. E quando tra società civile e società illegale il confine è diventato labile, ed è arrivato il sindaco Lauro, la speculazione edilizia e il terremoto, lo sfacelo è stato generale.
Ora certo anch’io desidero che l’ultimo flagello, quello dei rifiuti, agisse come un colpo di frusta. Ma detto questo non credo che se la borghesia napoletana scendesse in piazza contribuirebbe a far nascere quella società civile che non c’è, e a risolvere il problema della monnezza che in quattordici anni i pubblici amministratori non sono riusciti a gestire. È vero ci sono problemi terribili nel mondo, come fame e sovrappopolazione, che sembrano insolvibili. A volte mi pare che il problema di Napoli appartenga a questa categoria, solo che è più piccolo e dunque forse risolvibile nel tempo. Non in breve. E non con una manifestazione in piazza.
La «storia lenta» che ha determinato la scarsa presenza della borghesia nelle regioni meridionali non può diventare all’improvviso «storia rapida» con una pur auspicabile mobilitazione della classe borghese della città. La «storia lenta» ha a che fare con i miti, gli archetipi, le sopravvivenze, il linguaggio, le superstizioni, le tradizioni, con tutto ciò che concorre a formare la mentalità. La mentalità è più forte della cultura ed è più forte della ragione, fa parte di quel mistero nascosto di cui parla la Ortese ne «Il mare non bagna Napoli». Il mare, cioè la felicità, non tocca Napoli a causa della mentalità.
Dal prevalere della mentalità, dal conflitto di tante mentalità separate, nasce l’incapacità tutta italiana di percepire un interesse comune superiore all’interesse particolare, e lo si vede bene in questi giorni in cui tutti non vogliono la monnezza che essi stessi producono. È questa della mentalità la vera arretratezza di un paese malato di populismo, che ha confuso la democrazia con un pluralismo inconcludente gridato nelle piazze e ampliato dalla televisione.
Solo dove non c’è libertà si ha un destino, solo chi se lo è voluto ha un destino. Il destino è una delle tante forme dell’immobilità, ed è nella natura del destino di non poter trovare in sé il proprio correttivo. Un destino è immutabile perché la natura (arcaica) che lo ha determinato non sa produrre al proprio interno gli anticorpi del cambiamento, e cioè «non sa criticarsi». La corruzione delle mentalità venute di colpo in contatto con la modernità ha rafforzato nel Sud mafie e camorre di vario genere e nel Nord la degenerazione della logica del profitto (tangenti). È sul terreno delle mentalità che la cultura deve affrontare il Nemico. Ma per farlo la cultura dell’intero Paese anziché idealistica (e ideologica) avrebbe dovuto essere pragmatica.
È perché ho questo paesaggio davanti a me, che agli occhi di Panebianco posso apparire ambiguo. Se un politologo vede le cose dal punto di vista politico, uno scrittore le vede dal punto di vista dell’esistenza. L’esistenza è «tutto quello che accade». Ma non c’è dubbio che dal punto di vista morale sono anch’io colpito dall’abulia della classe borghese della mia città, la condanno e la giudico negativamente, e soprattutto non voglio scaricare su altri responsabilità che sono nostre. Ma non posso nemmeno impedirmi di vedere le cose come stanno, e dire che se ora si riconosce che la storia dei rifiuti fa fare una brutta figura a tutto il Paese, il Paese questa brutta figura l’ha già fatta da più di cent’anni a questa parte, da quando nacque la Questione Meridionale.
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Repubblica - Napoli
Abbiamo perso la nostra civiltà
di Nicola Pagliara

C´era una volta una città che ho scoperto nel ‘47, diversa dal luogo della mia infanzia vissuto durante la grande guerra. Venivo da Trieste con il cuore spezzato per l´abbandono dei miei compagni di scuola e di giochi rischiosi: Rebez, Milosevich, Covacic, Zerial, nomi che non avrei più cercato anche nei miei veloci rientri per le occasioni felici e tristi legati ai miei nipoti, alle mie sorelle rimaste lassù.
Nel ‘47 Napoli l´avevo trovata diversa da come si raccontava, con il Vesuvio senza pennacchio e le strade lucide per i getti d´acqua che le idrovore rovesciavano con energia dall´angolo dei palazzi. Scoprii qualche tempo dopo che il mio quartiere poteva considerarsi privilegiato, vicino al mare, di fronte alla Villa comunale; Posillipo e Mergellina sulla destra; Castel dell´Ovo proteso a sinistra e al centro lontana quell´isola come una sagoma ritagliata nel cartone, che chiudeva il perimetro del golfo. Tutt´altro dei moli protesi sul mare, spesso battuti dalla bora, aperti in un golfo con, per fermare lo sguardo, soltanto il Castello di Miramar bianchissimo di pietra.
Fu tuttavia amore a prima vista e, come capita nella vita, della memoria resta una nostalgia struggente, con qualche accenno di un motivo fischiettato e il primo amore che si chiamava Xenia, se non ricordo male, con molte efelidi e capelli rossi.
Di quella città che mi si svelò nel ‘47, non rimane più nulla; solo forse il nome di una gelateria “Augustus” aperta in fondo a via Roma che sostituì presto quella della mia infanzia del cavalier Zampolli. La strada era attraversata da una umanità che non avevo mai visto prima: storpi, madri con i figli aggrappati a seni così smunti e svuotati da far straziare l´anima; strilloni di giornali dai titoli scomparsi mentre bizzarre ragazze sempre incinte che urlavano una cantilena che considero ancora oggi un piccolo capolavoro, declamavano le sei o sette marche di sigarette americane con una filastrocca. Un giovanotto ben vestito all´altezza di Upim, vendeva i Rayban originali in dotazione agli ufficiali americani.
Fino a Lauro, le cose non cambiarono granché e l´unica grande felicità era per me remare in compagnia del mio bel cane, dalla rotonda Diaz, fin sotto Palazzo Donn´Anna. Il sacco della città cominciò in quegli anni e la svolta del suo destino e della sua immagine fu definita in quegli anni. Rosi intuì questa svolta e la fissò con “Le mani sulla città”. Non fu una novità, ma in quegli anni l´affare rappresentato dalla gestione del territorio fu una gran bella scoperta: con la connivenza della politica mentre l´acquiescenza di una borghesia scellerata pose le basi per il dramma che questa città vive ancora oggi.
L´ultimo piano regolatore duro e marxiano, volendo porre un freno alla distruzione del territorio, senza volerlo e sperando in una società sensibile, non ha valutato nel ‘93-´94 l´enorme movimento di capitali che, dopo aver distrutto Posillipo, il Vomero Alto e Fuorigrotta, non avendo più possibilità di investimento, si sarebbe rivolto a una gestione più tragica e diabolica della precedente, orientando un nuovo giro di affari verso la gestione organizzata dell´immondizia: la tragedia che stiamo vivendo in questi ultimi mesi era già annunciata da almeno quindici anni. Ma non era possibile frenarla o correggerne la gestione perché, fatte salve alcune iniziativa sane, intorno al nuovo affare ruotava una “new economy”, con un suo mercato, una sua borsa, un suo listino e soprattutto una buona opportunità di investimento.
Le società, il loro contenuto etico, si riconoscono come ci insegna ogni buona sociologia, dai contenuti etici del proprio lavoro. Nel nostro caso, morti i vecchi valori ai quali bene o male si era fatto riferimento, è restata tragicamente la nostra cruda realtà: i fenomeni di degrado, di corruzione, di miseria morale, ci piaccia o no, sono nati dai nostri riferimenti, sui quali si fondano oggi le regole del nostro vivere.
Di quella Napoli della quale conservo ancora una lucida memoria e al cui destino ho legato indissolubilmente il mio, non restano che poche tracce, come graffiti sui muri di una civiltà perduta.
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Rifiuti. Chi manifesta contro, e chi no

1 giugno 2008

Repubblica - Napoli
La polemica
Ci hanno condannati ad essere il territorio delle mega-pattumiere regionali, solo perché siamo deboli. Il Formicoso paga per tutti, agli altri hanno dato impianti e lavoro
Due distinti cortei in Irpinia: i paesi scelti per le discariche protestano da soli
Drappi neri contro i rifiuti ma il fronte del no si spacca

di Pierluigi Melillo

Bandiere nere, drappi a lutto che scivolano giù persino dal balcone del municipio in piazza Plebiscito. Un paesaggio spettrale per un giorno ad Ariano Irpino con la protesta simbolica che ha coinvolto anche i cittadini e gli amministratori di Savignano Irpino e Sant´Arcangelo Trimonte. Sulle cantonate cittadine manifesti funerari. «Siamo il triangolo della morte», dice Felice Vitillo, ambientalista del circolo arianese “Hirpus”. E accusa: «Ci hanno condannati a essere il territorio delle megadiscariche regionali. Solo perché siamo deboli: noi non mettiamo le bombe come a Chiaiano. E ci hanno condannati a morte». A mezzogiorno i comuni delle discariche sono rimasti in silenzio, i commercianti hanno abbassato per dieci minuti le serrande. Drappi neri sono stati sistemati anche nel centro storico, davanti all´abitazione di Anselmo La Manna, il leader della protesta ancora agli arresti domiciliari: «Grazie per aver difeso questa terra», gli hanno scritto su uno striscione, naturalmente nero. Nel giorno del lutto cittadino Ariano ha finito per spaccare il fronte della protesta antidiscarica. Nessuno dal Tricolle e dalla Valle del Cervaro è sceso a Pianodardine per partecipare alla marcia di protesta dei sindaci contro il piano discariche che, ieri mattina, ha bloccato il passaggio dei compattatori davanti al Cdr. «A noi hanno dato le discariche, agli altri gli impianti e l´occupazione», accusano gli ambientalisti arianesi. Tra i manifestanti c´era, invece, la presidente della Provincia, Alberta De Simone («Ma sono qui in forma privata», ha chiarito), reduce dal vertice con Berlusconi, che ha voluto lanciare un preciso segnale: «Se diciamo no a tutto è una posizione sbagliata e perdente. Dobbiamo essere bravi a dimostrare di saper smaltire i nostri rifiuti e di garantire una quota di solidarietà per Napoli. Lo stesso, però, dovranno fare anche le altre province della Campania. Solo così saremo inattaccabili». L´Irpinia non ci sta a diventare «la pattumiera della regione»: in cinquecento, guidati da una ventina di sindaci con la fascia tricolore, hanno riaffermato il «no» all´ipotesi di una seconda discarica regionale ad Andretta, dopo che De Gennaro ha portato a termine la missione a Savignano, dove tra una decina di giorni aprirà lo sversatoio alla località “Pustarza”: qui si punterà a smaltire almeno 700mila tonnellate di rifiuti. «La provincia di Avellino ha già pagato un prezzo altissimo con Difesa Grande, il Cdr di Pianodardine e ora con la discarica di Savignano. Non ci possono davvero chiedere nulla di più», ha sottolineato il senatore del Pd, Enzo De Luca, unico parlamentare che ha percorso i circa due chilometri della marcia della protesta, partita dalla stazione ferroviaria di Avellino e conclusa davanti al Cdr di Pianodardine. «Chiediamo il rispetto del territorio e insistiamo per la provincializzazione del ciclo dei rifiuti in una provincia che raggiunge il 40 per cento di raccolta differenziata», ribadisce il sindaco di Avellino, Giuseppe Galasso, in piazza ma senza fascia tricolore. Non è stata certo una prova di forza: tra i gonfaloni dei comuni molte defezioni, ma i messaggi lanciati dal palco, improvvisato su un camion parcheggiato a pochi metri dal sito delle ecoballe, sono stati inquietanti. «Sarà un bagno di sangue se pensano di venire sul Formicoso con la forza», preannuncia Franco Arminio, scrittore e paesologo, diventato leader della protesta dell´Irpinia d´oriente che sul web ha mobilitato migliaia di cittadini. Lui ha lanciato la proposta di un parco al posto della discarica, ma ha segnalato anche un´ipotesi alternativa: puntare su Grazzanise per un impianto dei rifiuti di Napoli e Caserta al posto dell´aeroporto. Nel corteo della protesta anche il parroco barricadero, don Vitaliano della Sala, e l´ex parlamentare comunista, Francesco Caruso. Il pugno di ferro confermato da Berlusconi non fa paura ai sindaci, che ieri mattina hanno indossato la fascia tricolore mettendosi alla testa del corteo di protesta. «Ci arresteranno? E perché mai?», chiede con tono di sfida Marcello Arminio, primo cittadino di Bisaccia, tra i più agguerriti nella battaglia anti-discarica. «Noi - aggiunge - indossiamo la fascia tricolore perché siamo stati eletti dalla gente e difendiamo il nostro territorio. Certi politici parlano dell´emergenza rifiuti e sparano sentenze senza aver preso mai nemmeno un voto». Dall´Alta Irpinia sono scesi con i pullman: c´erano anche anziani, donne e bambini. E molti contadini. Il sindaco di Andretta, Angelantonio Caruso, è preoccupato di quello che potrà accadere sull´altopiano del Formicoso, dove si ipotizza la realizzazione di una piattaforma che dovrà inghiottire almeno due milioni di immondizia, compresi i rifiuti speciali. Si costituirà un comitato ambientale per aprire una vertenza unica sulle discariche in Irpinia. La lotta continuerà, nonostante polemiche e divisioni.
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Repubblica - Napoli
La polemica
Io non partecipo a questa protesta
di Luigi Merola

È da una settimana che qualcuno a Marano si è divertito ad aizzare la mia gente contro di me e la mia famiglia dicendo: «Don Luigi è a favore della discarica a Chiaiano», attaccando piccoli manifesti con la scritta: «Ecco chi dovrebbe insegnare la verità..!!!», sotto una foto con un articolo di giornale con il titolo: «I clan gestiscono la protesta». Eppure, lo ripeto, è la mia gente. Sì, perché a Marano ho fatto il vice-parroco per tre anni.
Proprio nel territorio dominato e controllato dai Nuvoletta e dai Polverino, due clan che hanno fatto alleanza e soldi sul calcestruzzo e sulla vendita di materiali edili. E lì è iniziata la mia battaglia contro la criminalità che ha fatto sciogliere il Comune di Marano ben due volte e dove per anni amministratori disonesti hanno gestito il malaffare. Case costruite senza licenza, poi condonate, zone intere lottizzate per investire soldi illeciti e dove lo Stato per molto tempo ha fatto finta di non vedere. Ma andiamo ai fatti: quando meno di un mese fa è stata indicata la cava di Chiaiano come una possibile discarica per la città di Napoli, anch´io ho cercato di capire se quel sito era idoneo o no. Poi le parole del cardinale ai parroci della zona di «non entrare nel merito perché non è compito della Chiesa decidere su tale argomento». Così, anche se abito in zona e ho interesse a che non si realizzi, ho accettato e ho creduto nella correttezza dello Stato. Ma, poi, gli scontri nella settimana scorsa contro la polizia e carabinieri definiti “assassini” e poi molotov e pullman messi di traverso per ostruire il passaggio alla cava. Mi sono chiesto: perché?
Non potevo più stare a guardare come qualcuno invece vorrebbe. Allora ho approfondito le ragioni di tale rivolta e mi sono accorto che molti cittadini onesti erano manipolati e guidati nella lotta alla discarica da affiliati ai clan egemoni sul territorio. Ancora mi sono chiesto perché: e la risposta è arrivata dalla magistratura: «Vogliono lottizzare quel polmone verde costruendo altre case». Tutti lo sanno e nessuno però ne parla. La mia colpa è stata quella di rendere nota questa verità. Non ho paura né ritiro le mie parole, oggi sono più deciso in questa lotta per la verità perché nel pomeriggio di venerdì una donna anziana, contadina, è venuta da me piangendo perché «quegli uomini brutti, quei delinquenti, vogliono il mio terreno per costruire». Lo rendo noto affinché le forze dell´ordine e lo Stato facciano la loro parte. Come dice il capo del governo, «lo Stato faccia lo Stato» e non faccia neppure un passo indietro. Ogni volta, infatti, che lo Stato è arretrato, la camorra è diventata la padrona della città. E ai cittadini di Chiaiano e di Marano dico con le parole del presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano: «Sostenete lo Stato, la cosa peggiore è lasciare che i rifiuti marciscano nelle strade».
Davvero la catastrofe ambientale non è la discarica qui o lì, ma è tenere i rifiuti sotto il sole per settimane. Oggi il problema più grande è la mancanza di credibilità della classe dirigente che ha causato questo disastro. E che soprattutto ha mentito più volte ai cittadini, non ha mantenuto gli impegni. L´unico che finora, secondo me, è riuscito a essere credibile e affidabile è proprio il sottosegretario Bertolaso. Il solo che mesi fa, quando la cattiva politica ha tentato di fermarlo e di coinvolgerlo nel disastro, ha avuto il coraggio di dimettersi, cosa che altri avrebbero dovuto fare. A lui ci affidiamo, perché lo Stato riacquisti credibilità e perché noi tutti, cittadini di Chiaiano e Marano, dove anche io abito con la mia famiglia e le mie nipotine, possiamo avere certezza del diritto alla salute e a un futuro diverso per tutta la nostra Campania.
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Corriere della Sera
La reazione di Napoli L’invito di Panebianco alla «borghesia» della città
Società civile in piazza? L’appello tormenta gli intellettuali
Mirella Barracco: siamo disperati, ma non troviamo l’intesa. Il rettore Trombetti: facciamo il nostro dovere di cittadini
di Enzo d’Errico

MILANO — Disorientata, priva di punti cardinali. Oppure scossa, delusa, ma attraversata da un fiume carsico di energie destinato presto a tornare in superfice. Napoli si dipinge così nei suoi giorni più duri, quando l’emergenza rifiuti sembra un nodo inestricabile e la città resta sospesa in bilico tra rabbia e rassegnazione. Le parole di Angelo Panebianco sul Corriere di ieri, il suo stupore dinanzi all’apatia degli intellettuali e, più in generale, della società civile, hanno lasciato il segno: perché la borghesia continua a tacere? Perché non riesce a trascinare in piazza chi è stufo di vivere sepolto dall’immondizia?
«La spiegazione, forse, è nel fatto che manca un punto solido su cui poggiare la leva — confessa Mirella Barracco, presidente della Fondazione Napoli Novantanove, protagonista di quella stagione culturale che una decina d’anni fa accese tante speranze —. Il tessuto sociale non è torpido: ci sono decine di associazioni che si muovono sul territorio, elaborano progetti, ma alla fine di questo gran discutere non rimane granché. Siamo tutti disperati, ma non tutti vogliamo le stesse cose. È difficile trovare un’intesa sui tre punti nodali della crisi: fare diventare legale ciò che è illegale; rendere pulito quello che è sporco; dare credibilità a chi non è più credibile. L’unico modo per risollevarci dal baratro è accettare queste condizioni? Può darsi, ma è difficile digerirlo. Io credo che per venirne fuori, dobbiamo guardare l’abisso in cui siamo precipitati».
Un abisso nel quale, spesso, annegano gli ostinati tentativi di non cedere all’immobilismo. «Abbiamo trasformato la rete di scuole che partecipava all’iniziativa “Adotta un monumento” in un laboratorio dove sperimentare la raccolta differenziata — racconta Barracco —. Per mesi gli studenti hanno chiesto invano al Comune di avere i contenitori per dividere i rifiuti e, quando sono stati costretti a costruirseli da soli, non sapevano dove andarli a depositare. Un paio di giorni fa, a Bagnoli, abbiamo fatto un bilancio desolante di quest’esperienza. Un ragazzo ci ha detto: “È tutto inutile, il futuro è contro di noi”. Ecco, mi sento sconfitta come lui».
Lo sgomento di Panebianco colpisce al cuore lo scrittore Maurizio Braucci, uno degli sceneggiatori di Gomorra, il film tratto dal romanzo di Roberto Saviano. «È sacrosanto sollecitare i napoletani a ribellarsi— dice —. Ma sono molti quelli che già lo fanno. Dietro le proteste di queste settimane ci sono tante persone oneste, che nulla hanno a che fare con la camorra e i particolarismi. Sono pezzi di società che invece di pronunciare soltanto un “no” elaborano proposte alternative e sono pronte al dialogo. Penso, per esempio, alle Assise di Palazzo Marigliano, un cenacolo di intellettuali che ha presentato progetti di grande valore scientifico. Ma chi li ascolta? Nessuno, perché la rete politico- affaristica che lucra sull’emergenza avvolge l’Italia intera, come i fatti dimostrano».
Guido Trombetti, rettore dell’Università «Federico II», sostiene che c’è già una mobilitazione civile, anche se non passa per le piazze. «La vera “rivolta” è fare il proprio dovere di cittadini ancora più di prima: così possiamo davvero aiutare Bertolaso. Portare in strada cinquecentomila persone significherebbe soltanto aumentare il grado d’anarchia e confusione. Napoli è tutt’altro che rassegnata. Siamo alle prese con la tragedia dei rifiuti, ma raggiungiamo pure livelli d’eccellenza in moltissimi settori: queste risorse rappresentano il nostro futuro, non vanno dimenticate ».
Meno ottimista, invece, è il musicista Roberto De Simone. «La rampogna di Panebianco non mi riguarda — esclama —. Io in piazza ci sono da anni. Ma da solo, purtroppo. Dove erano gli altri quando denunciavo l’operazione d’immagine che occultava i guasti della città? Davo fastidio e sono stato messo da parte. Mi auguro che questo clima di connivenza si stia sgretolando, ma non mi faccio soverchie illusioni».
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