21_Rom_il caso Ponticelli



Non ritornano a scuola, però

15 settembre 2008
Il Napoli
Sui banchi. I piccoli nomadi cacciati dopo l’incendio dei campi: promossi ma senza poter piu frequentare
Ponticelli, beffa per i bimbi rom: non possono entrare in classe
di Arnaldo Capezzuto (arnaldo.capezzuto/@/epolis.sm)

A Ponticelli oggi sessanta banchi resteranno vuoti. All’appello mancheranno gli alunni rom che fino a metà maggio scorso frequentavano con merito le classi materne e elementari del 70esimo circolo didattico del quartiere alla periferia Orientale di Napoli. Nessuno di loro riabbraccerà i compagni e seguirà le lezioni. Nella città distratta si consuma l’ennesima violenza, l’ennesima vergogna.
Non sono bastati gli sforzi di Caritas, dell’associazione di Sant’Eligio e dell’opera Nomadi per riportare con l’inizio del nuovo anno i piccoli nomadi dietro i banchi di scuola. Niente di nulla.
Dagli uffici della Prefettura di Napoli dove risiede il commissario straordinario per l’emergenza rom Alessandro Pansa sembrano proprio non capire.
Inutile sollecitare oppure chiedere udienza. Sembra che i nomadi in quanto nomadi non hanno alcun diritto allo studio da esercitare. È una constatazione.
I piccoli rom - prima dell’ignobile attacco a colpi di molotov e delle nuove e discutibili norme d’identificazione impartite dal Viminale - frequentavano regolarmente e con profitto le lezioni nelle classi del 70esimo circolo didattico. Una scuola che con un manipolo di bravi insegnanti sostenuti da educatori e volontari della parrocchia Santa Maria delle Grazie al Felaco sono riusciti a fare veri e propri miracoli. Un modello educativo nato dal basso e fondato sull’integrazione e arricchimento culturale, sullo scambio, sul riconoscimento dell’altro e della sua conoscenza.
Un’esperienza tranciata con la violenza dei “pogrom” e dell’intolleranza in salsa camorrista. «Quando le fiamme hanno raso al suolo i campi di via Argine, via Malibran - spiega Paola Romano, educatrice e volontaria della Caritas - molti nuclei familiari che non sapevano dove andare sono stati smistati in alcune case famiglie. Purtroppo quella che doveva essere una sistemazione temporanea e legata all’emergenzialità si è trasformata in una deportazione».
«Ci sono oltre 60 bambini rom - continua - che vorrebbero andare a scuola, tornare ad incontrare i loro compagni di classe e indossare il grembiule. Questo diritto a Napoli è negato. Le istituzioni che potevano fare non hanno mosso un dito. Una manifestata indifferenza che inquieta». E aggiunge: «C’è Luminita, 8 anni che ha pronto lo zaino e chiede di andare a scuola. Una voce non isolata. C’è Maria, 7 anni, c’è Cristian, 8 anni, e poi c’è Daniel, 9 anni e ancora c’è Fiorin, 8 anni loro non sono figli di un Dio minore. Hanno gli stessi diritti dei nostri figli perchè le istituzioni non lo capiscono?».
Una denuncia forte, vibrante che grida al Re che è sempre più nudo ma lui fa finta di nulla. E mentre il ministro dell’interno Roberto Maroni alla festa padana di Venezia minaccia: «I campi nomadi, quelli abusivi, li chiuderemo tutti» a  Napoli il commissario straordinario Pansa non risponde neppure ai fax degli insegnanti del 70esimo circolo didattico che hanno chiesto di non interrompere il percorso di studi iniziato dagli alunni rom tra l’altro tutti promossi alla seconda classe.
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Ritornano (?) e tornano anche i roghi

16 luglio 2008

Corriere del Mezzogiorno
Ponticelli, devastati dalle fiamme i campi nomadi
Incendi per evitare il ritorno dei romeni
E ieri a Roma il ministro Maroni ha incontrato i prefetti di Napoli, Roma e Milano per fare il punto sull’emergenza campi nomadi
di Giuseppe Manzo

NAPOLI — Ritornano le fiamme e la tensione nel quartiere di Ponticelli. E l’obiettivo sono sempre loro: i rom. Anche se i tre campi sono vuoti dopo la rivolta di maggio, non si ferma l’odio di chi continua a spargere la benzina. E a bruciare. Ieri pomeriggio, intorno alle 16, una nube di fumo nero si è alzata dalle erbacce, dai rifiuti e dalle baracche abbandonate di via Malibran. La colonna di fumo era visibile anche dalla stazione centrale e dal centro cittadino. Si tratta di un incendio doloso, ipotesi questa confermata dai vigili del fuoco e dai carabinieri giunti sul posto. I piromani hanno organizzato l’azione in maniera scrupolosa. Le bocche di fuoco si sono aperte in diversi punti del perimetro del campo. I mezzi dei pompieri, infatti, sono dovuti intervenire in più punti per avere ragione delle fiamme. Solo il vento forte di ieri ha evitato che la zona fosse ricoperta di nebbia e ha allontanato il fumo dai rioni più popolari. La strada è stata subito chiusa al traffico dalla polizia municipale per permettere le operazioni di spegnimento e ci sono state forti ripercussioni sul traffico di via Argine. Questo raid è solo l’ultimo di tre incendi avvenuti negli ultimi dieci giorni contro le baracche vuote. Il primo è avvenuto in via Argine e il secondo in via Virginia Woolf. Il pretesto per armare la mano criminale dei teppisti sarebbe stato l’arrivo di un gruppetto di romeni nel campo di via Nifo. A ripopolare le casette di lamiera, infatti, è stata una famiglia di Suceava che era scappata a Volla dopo le violenze di due mesi fa. Nonostante siano stati appiccati questi incendi, nel quartiere non si sono ripetute le scene di ostilità con manifestazioni o aggressioni personali. E gli stessi cittadini, che due mesi prima avevano messo in fuga i romeni, ora si interrogano.
Infatti, il prossimo 4 agosto, su quel pezzo di terra dovrebbero partire i cantieri per il Piano di recupero urbano. E, così, tra i duri della protesta sorgono i dubbi sulla vera natura di questi raid.
«Adesso — spiega un residente di via Malibran — anche noi non capiamo a cosa serve tutto questo. I rom ormai sono via, a cosa serve continuare a bruciare le baracche vuote?». Questo nuovo episodio giunge nel bel mezzo della polemica sulla schedatura ai bambini rom previste dal pacchetto sicurezza. E proprio, mentre via Malibran era avvolta dal fuoco, le associazioni antirazziste sono tornate a manifestare contro le decisioni del governo dopo il corteo di venerdì scorso. Sindacati, comunità di immigrati e associazioni hanno raccolto per tutto il pomeriggio di ieri la schedatura volontaria dei cittadini in piazza Dante. Alle 20 erano state già 500 le impronte raccolte «in un posto in cui si stanno ripetendo con molta frequenza le aggressioni contro gli immigrati». E ieri al Viminale, il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha incontrato i prefetti di Napoli, Milano e Roma per fare il punto sull’attività fin qui svolta ed hanno definito le azioni da intraprendere nelle prossime settimane. Il succo dell’incontro si può sintetizzare con la conferma del pugno di ferro contro le illegalità, ma anche integrazione. Dopo la bufera sulle impronte, il Governo aggiusta il tiro sui campi nomadi e pone l’accento sul piano di scolarizzazione che partirà a settembre. I minori che vivono in quegli insediamenti vanno identificati, ma — si sottolinea — non per motivi  razzistici, bensì per fare in modo che vadano a scuola.
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8 luglio 2008

Repubblica - Napoli
Rogo al campo rom, interviene Maroni
Il ministro: “Sono segnali della camorra, bisogna fare presto”
di Cristina Zagaria

«Quelli accaduti l´altra notte a Ponticelli sono fatti molti gravi su cui bisogna intervenire rapidamente, per evitare che una situazione già degenerata possa degenerare ancora di più». Il ministro dell´Interno, Roberto Maroni, interviene sull´incendio che, domenica sera, ha devastato un campo nomadi in via Argine, a Ponticelli, costringendo una decina di rom ad una nuova fuga precipitosa. «È un fatto molto grave, determinato in parte dal degrado della situazione e in parte dalle infiltrazioni della camorra - spiega il ministro - Abbiamo accertato che la camorra manda segnali affinché non si intervenga nei suoi loschi traffici. Ed è proprio per questo che la situazione è più grave che altrove. Presto incontrerò il sindaco e il prefetto di Napoli».
Secondo la polizia, gli autori del nuovo rogo al campo di via Argine (ad angolo con via Mario Palermo), sono bande di ragazzini del quartiere. Ma l´aspetto inquietante è che, secondo le prime indagini, gli “incendiari” sarebbero minorenni (o comunque under 20), appartenenti allo stesso gruppo che entrò in azione lo scorso maggio. «Nel quartiere ci sono dei gruppi violenti manovrabili - attacca il gesuita, padre Domenico Pizzuti - e questa violenza può essere indirizzata verso qualsiasi obiettivo». E Giulio Riccio, assessore alle Politiche sociali del Comune, lancia un appello alle forze dell´ordine: «Sarebbe gravissimo se gli episodi di qualche mese fa accadessero ancora. Per questo vorrei invitare la questura di Napoli a perseguire chi in quei giorni si è macchiato di gravissime violenze, come ebbe modo di annunciare il questore Pugliesi».
La tensione è di nuovo alta, ma non abbandona Ponticelli il gruppo di trenta rumeni nomadi, che si è insediato in via Argine, ad angolo con via Nifo, la scorsa settimana. Da domenica notte il campo, vicino alla Circumvesuviana, però, è presidiato da polizia e carabinieri. Il livello di allerta è massimo. Ci sono quattro camionette e otto uomini in servizio, con i mitra in bella vista. E nessuno si può avvicinare al campo. «Non andiamo via - dice Dragan, il figlio del capo famiglia. - Ci sono polizia e carabinieri a proteggerci». Anche se in queste condizioni «diventa difficile lavorare e anche uscire dal campo per procurarsi da mangiare». L´Opera Nomadi, infatti, si sta prodigando perché vadano via: «Chiediamo al Comune di cercare una nuova sistemazione per queste famiglie» dice Enzo Esposito, segretario della Campania. Nel programma che il Comune presenterà a Maroni, per i 2800 rom presenti in città, ci sono quattro centri di accoglienza (uno anche nella periferia Est) con una capienza di 150-200 persone e un villaggio per 600 ospiti (con una piccola tassa, ma servizi e garanzie) a Scampia. E per quanto riguarda i campi abbandonati a Ponticelli, fatta dalla Ecotech la bonifica d´urgenza dei rifiuti “combusti” in via Malibran, oggi si attende a Palazzo San Giacomo l´assegnazione della gara per la bonifica totale (350 mila euro). In lizza ci sono nove ditte. Assegnati i lavori, la bonifica potrebbe partire già giovedì mattina.
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L´accampamento incendiato domenica non era disabitato. Le famiglie che ci vivevano sono fuggite
Nel quartiere sale la tensione “Fanno paura, devono andarsene”
“Si infilano nelle case. Devo stare attenta a chiudere le porte, sono come cavallette”
di cri. z.

Poteva essere una strage. Il campo rom di via Argine, andato in fumo domenica, non era disabitato. Erano tornate due famiglie, almeno dieci persone, che ora sono di nuovo scomparse nel nulla. Via Argine, via Nifo, via Virginia Woolf. Non sono solo trenta i rom tornati a Ponticelli. Sono molti di più. Nessuno sa esattamente quanti sono e dove si nascondono. Ma tutti sanno che: «Se ne devono andare». A due mesi dai roghi che distrussero i sette campi rom della periferia Est, Ponticelli non perdona e non accoglie. «Devono tornare nel proprio paese. Non sono razzista, ma io qui non li voglio. Chi ha bruciato i campi ha fatto bene, perché sono ladri» esplode Anna, con in braccio il piccolo Carmine, della Pizzeria “El Poble”, proprio di fronte al campo nomadi appena riaperto in via Argine, accanto alla fermata della Circumvesuviana. «Fanno paura, si infilano nelle case. Sono come le cavallette - si sfoga Anna Mignano - Io che vivo a pian terreno devo sempre stare attenta a chiudere porte e cancelli, altrimenti me li ritrovo in casa». In via Argine si sentono ancora forte, come il 13 maggio scorso, l´odore di bruciato e l´intolleranza. E il ritornello si gonfia di toni sempre più insofferenti. «Devono andare via da Ponticelli. Dove passano lasceremo terra bruciata», urla Ciro Muto, residente al civico 1029 di via Argine.
Dragan e la sua famiglia, che hanno vistosamente riaperto le baracche di via Argine ad angolo con via Nifo, sono quelli più sfacciati; ma molti rom, fuggiti due mesi fa, sono tornati a Ponticelli. Il campo dato alle fiamme domenica sera in via Argine, per esempio, non era disabitato. «Erano tornati anche qui - conferma Rosa G., che abita a duecento metri dal campo devastato dalle fiamme - Ma ora non torneranno più. È stato bruciato tutto, per bene». Erano almeno una decina quelli che avevano rioccupato le casette di legno e amianto, di fronte alla motorizzazione. «Ho assistito a scene dell´altro mondo - dice Sergio, che abita proprio sul “Sun´s bar”, a pochi metri dal campo - un bimbo rom di tre anni bere l´acqua insieme a un cane da una ciotola».
E anche in via Virginia Woolf: «Appena va via la luce del giorno, loro escono. Alcuni dormono nel prato, altri hanno attrezzato le baracche, ma solo per la notte. Accendono un fuoco. È come un albergo, aperto solo di notte» racconta Ines Renna, residente al Parco Azzurro e membro del comitato “Insieme per Ponticelli”. «In un altro campo della zona ci sono ancora in piedi i bagni e la notte c´è chi si accampa tra le macerie e accende i fuochi» dice Mario Ribellini. Anche in via Dorando Petri, nel rione Incis, sono rimaste in piedi due baracche, che di notte vengono usate come dormitorio. Ieri era giorno di mercato, i banchi della frutta finiscono proprio a ridosso dell´ex campo, diventato una discarica, con angurie e peperoni marci, tombini scoperchiati, decine di topi morti tra i materassi e i cumuli di vestiti. «Qui ci avevano segnalato anche amianto e rifiuti speciali - indica Ines Renna - Ma nessuno ha mai fatto una bonifica. Tutt´al più hanno ammucchiato i detriti sui marciapiedi. È un´indecenza».
In due mesi il Comune ha bonificato solo i campi in via Malibran. E, infatti, c´è una piccola anima di Ponticelli che difende i rom e se la prende con il Comune. «La vera colpa di tutto questo è dello Stato, qui è completamente assente. Non saremmo arrivati ai roghi se qualcuno avesse pensato prima a sistemare un campo organizzato. I bambini ogni tanto vengono a chiedere un succo di frutta o dell´acqua. E come si fa a cacciarli via», dice Maria Soria, che vive con le due sorelle in una palazzina proprio di fronte al campo di via Nifo. E Lina Fioravante, della pizzeria “La Grotta”, sempre in via Argine, parlando di Dragan e la sua famiglia, ripete con convinzione: «Non ci danno nessun fastidio. Sono educati e rispettosi».
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6 luglio 2008
Repubblica - Napoli
Ritornano i rom a Ponticelli
In 30 nel campo dei roghi: nessuno ha bonificato l´area
di Cristina Zagaria

Due mesi fa sono fuggiti tra le fiamme. Ora, sono tornati. Silenziosi, come ombre. Guardinghi, ma con orgoglio. Hanno rimesso piede nel quartiere. Loro, nomadi da generazioni, rivendicano un pezzo di terra, una casa, a Ponticelli. A due mesi dai roghi e dagli assalti ai sette campi rom del quartiere alla periferia Est, nella notte tra venerdì e sabato, un gruppo di 30 persone ha riaperto uno dei campi in via Argine. Ci sono solo due uomini: il capo famiglia Ivon, 50 anni e suo figlio Dragan, 28 anni. E poi tutte donne, bambini dai sei mesi agli otto anni e qualche ragazzino. Sono tornati nel loro vecchio campo, tra via Argine e via Nifo, a ridosso della fermata della Circumvesuviana, dopo un mese e mezzo di pellegrinaggio per Napoli. «Siamo tornati, perché qui abbiamo un lavoro, le nostre baracche, le nostre cose. Siamo tornati perché non siamo animali in fuga e neanche gli italiani sono animali. Siamo uomini e dobbiamo convivere, pacificamente» dice Dragan.
Però la paura dei campi in fiamme e degli assalti è ancora viva. «Credevo di morire bruciato - ricorda Gabriele 13 anni - Per giorni non abbiamo mangiato: siamo scappati senza avere una meta precisa». «La prima notte abbiamo dormito alla stazione Garibaldi, poi sempre per strada, sempre in fuga da tutto. Mi sentivo spiata» dice Medda, 17 anni, incinta al sesto mese, mentre mostra i suoi ventagli. «Li faccio con carta e legno riciclati - spiega - e li vendo per strada a un euro. Io non rubo bambini e non rubo nelle case». E Dragan: «Abbiamo due carretti, ricicliamo il ferro. Tutto in regola. E la sera suoniamo per le strade». Larissa Tabita ha 7 anni: «Io voglio andare a scuola l´anno prossimo» racconta convinta. Il loro vecchio campo ha tutto il lato sinistro devastato dal fuoco. Solo a destra sono rimaste sei baracche. «Le stiamo ripulendo alla meglio - osserva Lina, la madre di Medda - perché hanno rovistato dappertutto, ci hanno rubato televisori e radio». Il gruppo è originario di Suceava, in Romania. Nel loro girovagare hanno sentito parlare dei censimenti nei campi rom. «Siamo d´accordo, perché ci piacerebbe avere un campo regolare con luce e acqua e stare un po´ tranquilli» dice Dragan. «Viva l´Italia» sorride Ivon, indicando il bastone e il tricolore che sventola all´ingresso del campo.
Sono decisi. Vogliono restare e ostentano sicurezza. Eppure hanno sistemato tre materassi fuori dal campo. E la notte gli uomini dormono per strada. «Facciamo dei turni di guardia» confessa Gabriele. E Dragan: «E poi, se vediamo qualcosa di strano chiamiamo la polizia o i carabinieri. Loro sono fratelli nostri. Abbiamo anche i loro cellulari». Ma c´è chi teme il peggio: «Oggi più di ieri bisogna fare qualcosa - dice Patrizio Gragnano, assessore alle Politiche Sociali della VI municipalità - In due mesi i campi non sono stati bonificati». Gragnano chiede «una scelta politicamente coraggiosa»: «Creiamo un campo regolare a Ponticelli». Intanto la segreteria Cgil-Campania scrive una lettera al prefetto Alessandro Pansa, sul rilevamento delle impronte dei bambini rom: «Metodo inutile, che rischia di cancellare una cultura civile che il nostro paese e la nostra città hanno duramente conquistato».
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Ponticelli e non solo: Rom e altri “estranei” di casa nostra

22 maggio 2008

Il nuovo reato e il razzismo

Repubblica
L´uguaglianza calpestata
di Stefano Rodotà

Il caso ha voluto che l´annuncio del “pacchetto sicurezza” coincidesse con la discussione al Parlamento europeo sugli immigrati in Italia, alla quale la maggioranza ha reagito condannandola come una manovra contro il Governo. Brutto segno, perché rivela che non v´è consapevolezza della gravità di quel che è accaduto a Ponticelli, con un assalto razzista che la dice lunga sulle responsabilità dei molti “imprenditori della paura” all´opera in Italia.
Invece di riflettere su un caso che ha turbato l´Europa, ci si rifugia nella creazione di un nemico “esterno” dopo aver individuato il nemico “interno” nell´immigrato clandestino, nell´etnia rom. Ma l´iniziativa europea non è pretestuosa, perché i trattati sono stati modificati per prevedere un obbligo dell´Unione di controllare se gli Stati membri rispettano i diritti fondamentali.
Una prima valutazione del “pacchetto” mette in evidenza, accanto all´opportunità di alcune singole misure (come quelle relative all´accattonaggio e ai matrimoni di convenienza), una scelta marcata verso la creazione di un vero e proprio “diritto penal-amministrativo della disuguaglianza”. Vengono affidati a sindaci e prefetti poteri che incidono sulla libertà personale e sul diritto di soggiorno delle persone, con una forte caduta delle garanzie che pone problemi di costituzionalità e di rispetto delle direttive comunitarie. Il diritto della disuguaglianza può manifestarsi anche attraverso le norme che prevedono la confisca degli immobili affittati a stranieri irregolari e disciplinano il trasferimento di denaro all´estero. Infatti, può determinarsi una spinta verso un ulteriore degrado urbano, visto che gli irregolari saranno obbligati a cercare insediamenti di fortuna. E la stretta sulle rimesse degli irregolari potrebbe far nascere forme odiose di sfruttamento da parte di intermediari.
Lo spirito del pacchetto si coglie con nettezza considerando il reato di immigrazione clandestina. A nulla sono servite le perplessità all´interno della maggioranza, i moniti del mondo cattolico (da ascoltare solo quando invitano ad opporsi alle unioni di fatto e al testamento biologico?), le osservazioni degli studiosi. Si fa diventare reato una semplice condizione personale, l´essere straniero, in contrasto con quanto la Costituzione stabilisce in materia di eguaglianza. Si prevedono aggravanti per i reati commessi da stranieri, incrinando la parità di trattamento con riferimento alla responsabilità personale.
È inquietante la totale disattenzione per quel che ha già stabilito la Corte costituzionale, in particolare con la sentenza n. 22 del 2007 che ha messo in guardia il legislatore dal prendere provvedimenti che prescindano «da una accertata o presunta pericolosità dei soggetti responsabili», introducendo sanzioni penali «tali da rendere problematica la verifica di compatibilità con i principi di eguaglianza e proporzionalità». Questa logica va oltre il reato di immigrazione clandestina, impregna l´intero pacchetto, ignorando che «lo strumento penale, e in particolare la pena detentiva, non sono, in uno Stato democratico, utilizzabili ad libitum dal legislatore».
Dopo aver annunciato una sorta di secessione dall´Unione europea, accusata di faziosità, il Governo prende congedo dalla legalità costituzionale? Il Governo dovrebbe sapere che i suoi provvedimenti possono essere cancellati da una dichiarazione di incostituzionalità. Rimarrebbe, allora, solo l´”effetto annuncio” per gli elettori del centrodestra.
Così, neppure l´efficienza è assicurata. Un solo esempio. Tutti sanno che sono state presentate 728.917 domande di permesso di soggiorno (411.776 vengono da colf e badanti). I posti disponibili sono 170.000. Una volta esaurite le pratiche burocratiche, dunque, rimarranno fuori 558.917 persone. Che cosa si vuole farne? Che senso ha, di fronte a questa situazione, parlare di reato e abbandonarsi a proclamazioni «mai più sanatorie»?
Ora i governanti parlano di una attenzione particolare per le badanti, ma la soluzione non sta nella ridicola procedura della legge Bossi-Fini, che subordina l´ingresso in Italia alla preventiva chiamata di un datore di lavoro. Chi farebbe arrivare una badante, alla quale affidare funzioni di cura, senza averla vista in faccia? Ed è inaccettabile la furbesca soluzione di far tornare: gli immigrati per una settimana nel loro paese, farli poi chiamare dal loro attuale datore di lavoro e così farli rientrare regolarmente. Ma che razza di paese è quello che dà una lezione di aggiramento delle leggi proprio agli immigrati dai quali si pretende il rispetto della legalità?
Si dice: in altri paesi l´immigrazione clandestina è reato. Ma non si può usare la comparazione prescindendo dal contesto costituzionale, dalle modalità che regolano l´accesso, dal sistema giudiziario. Quali effetti avrebbe sul nostro sistema giudiziario e sulle carceri l´introduzione di quel reato? Sarebbe insensato caricare le corti di diecine di migliaia di nuovi processi, condannando a morte un processo penale già in crisi profonda e rendendo più complesse le stesse espulsioni. Le carceri, già strapiene, scoppierebbero, o salterebbero tutte le garanzie facendo diventare i Cpt veri centri di detenzione. E tutto questo per colpire persone considerate pericolose “a prescindere”, quasi tutte colpevoli solo di fuggire per il mondo alla ricerca di una sopravvivenza dignitosa. E la promessa di accoglienza per le badanti “buone”, lascia intravedere ritardi burocratici e possibili arbitri. Si corre il rischio di avere norme, insieme, pericolose e inefficienti.
Queste contraddizioni nascono dal trascurare le diverse forme di sicurezza che proprio l´immigrazione ha prodotto. Per le persone e le famiglie, anzitutto. Come ricorda Luca Einaudi nel libro su “Le politiche dell´immigrazione in Italia dall´Unità ad oggi”, le schiere delle badanti hanno consentito di passare da un welfare sociale ad un welfare privato, diffondendo l´assistenza alle persone al di là delle classi privilegiate. Vi è stata sicurezza anche per il sistema delle imprese, provviste di manodopera altrimenti introvabile. E sicurezza per il paese, visto che è stato proprio il contributo al Pil degli immigrati ad evitare rischi di recessione tra il 2003 e il 2005, a contribuire al pagamento delle pensioni di tutti.
Detto questo, il tema dell´insicurezza non può essere affrontato ricordando solo che le statistiche sull´andamento dei reati dimostrano, almeno in alcuni settori, una loro diminuzione. Il senso di insicurezza non nasce solo dal diffondersi di fenomeni criminali, ma da una richiesta di protezione contro un mondo percepito come ostile, contro presenze inattese in territori da sempre frequentati da una comunità coesa, dunque contro mutamenti culturali. Che cosa fare?
Quando un sindaco coglie pulsioni profonde tra gli abitanti del suo comune, non può andare in televisione dicendo «non chiedo la pena di morte, ma capisco chi la invoca». Deve piuttosto evocare l´ombra di un Gran Lombardo e ricordare che Beccaria contribuì all´incivilimento del mondo con le sue posizioni contro la pena di morte. Quando un sindaco vede a disagio i suoi concittadini nella piazza del paese, non fa togliere le panchine per evitare che gli immigrati vadano lì a sedersi. Quando le situazioni s´infiammano, non si propone un “commissario per i Rom”, confermando così l´ostilità contro un´etnia intera. Qui sta la differenza tra svolgere una funzione pubblica e il farsi imprenditori della paura.
Nel discorso di presentazione del Governo, il Presidente del Consiglio ha sottolineato che «la sicurezza della vita quotidiana deve essere pienamente ristabilita con norme di diritto che siano in grado di affermare la sovranità della legge in tutto il territorio dello Stato». Ben detto. Si aspetta, allora, una strategia di riconquista delle regioni perdute, passate sotto il controllo di camorra, ‘ndrangheta, mafia. Non è un parlar d´altro. Proprio la terribile vicenda napoletana ha messo in evidenza il protagonismo della camorra, unico potere presente, imprenditore della paura che esercita la violenza per accrescere la propria legittimazione sociale.
La discussione parlamentare deve ripulire il “pacchetto”, concentrarsi sulla migliore utilizzazione delle norme esistenti, sul rafforzamento delle capacità investigative, sull´adeguamento delle risorse. Mano durissima contro le vere illegalità, contro chi sfrutta il lavoro nero e contro il caporalato, contro le centrali del commercio abusivo, dell´accattonaggio, della prostituzione. Non ruolo da sceriffo, ma capacità di mediazione da parte dei sindaci, incentivando le “buone pratiche” già in atto in molti comuni.
Mi sarei aspettato qualche proposta complessiva del “governo ombra”, non l´eterno agire di rimessa, segno di subalternità. E i sondaggi siano adoperati ricordando la lunga riflessione sui plebisciti come strumenti di manipolazione dell´opinione pubblica. Esempio classico: la richiesta ai cittadini di pronunciarsi sulla pena di morte all´indomani di una strage. La democrazia è freddezza, riflessione, filtro. Se perde questa capacità, perde se stessa.
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Repubblica - Napoli
Ponticelli dai rom al pogrom
di Girolamo Imbruglia

La spaventosa aggressione ai campi nomadi di Ponticelli mostra compiutamente un nuovo volto dell´Italia e di Napoli: una democrazia razzista. Come è possibile questo incrocio malsano, di cui uno storico però non si meraviglia? Razzismo non è più la teoria genetica pseudoscientifica, la quale affermava la superiorità o inferiorità di individui per la loro appartenenza a una razza. Razzismo è esigere che individui provenienti da società diverse non entrino a far parte della propria comunità. Una delle sue condizioni è la povertà, che suscita avversione verso chi pare minacciare la vita degli “indigeni”: anche se loro lavoro e interessi sono quelli del malaffare criminale. Quel principio è affermato in nome della sicurezza: di fronte all´incapacità dello Stato di garantire sicurezza, dignità e legalità in modo coerente alle condizioni sociali, si crea un pericolo immaginario rappresentato dal “diverso” e, invece di affrontare i nodi sociali e politici, si ricorre al carcere. Talora si riconosce una deroga: lo straniero è accolto se utile. Come vuol fare Maroni per le/i badanti. Così si chiarisce quale sia la società che il razzismo difende e impone: una società come totalità, in cui l´individuo trovi la sola propria ragion d´essere. Società, dunque, totalitaria, che impone un senso di appartenenza non mediato dai valori individuali, ma dalla soggezione alla comunità; dove la misura della cittadinanza è data dall´utilità dell´individuo al gruppo, e dal grado della sua integrazione e omogeneità. Come si vede, una società primitiva, dominata da pulsioni irrazionali, alla ricerca di autorità e fede, priva di filtri razionali individuali e autonomi. Chiedere appoggio alla Chiesa cattolica per risolvere il problema è perciò un controsenso: la Chiesa ha da sempre costruito ghetti e intolleranza. La strada è diversa.
Perché il razzismo è incompatibile con una democrazia e perché la tolleranza le è indispensabile? La società liberale e democratica, diversamente da quelle teocratiche, si basa sul conflitto e, appunto, sa gestirlo. Tolleranza non è infatti annullamento di conflitto: è la sua regolamentazione. Queste regole non possono che essere quelle della cultura laica, che produce valori generali e, pure, strumenti razionali per controllarli e verificarli. Immaginare una simile società con poca o nulla tolleranza è pensare e volere il suo impoverimento. J. Dunn ha mostrato (Il mito degli eguali, Bocconi 2006) che la democrazia è fatta da due dinamiche. Da un lato garantisce la partecipazione al governo e le sue forme liberali; d´altro lato, assicura l´allargamento dei diritti individuali e il miglioramento delle relazioni tra individui, illuministicamente abbattendo tradizioni superate e inaccettabili. In questo senso, una società liberale e democratica deve allargare la propria area di tolleranza, non restringerla. Garantire la partecipazione alla vita pubblica anche ai tanti immigrati è un progetto democratico, capace di tradurre in realtà l´affermazione costituzionale del dovere dello Stato di riconoscere i diritti delle persone che vi abitano e vi lavorano. Questi ideali di democrazia sono irrinunciabili, come il bisogno di sicurezza: che va raggiunto entro una società non rozza e primitiva, ma democratica, la quale comporta rischi e la congiunta capacità di affrontarli, nella teoria e nella pratica.
Napoli è una città razzista, simbolo di questa nuova realtà italiana? Sì. A conferma di questa analisi, tralasciando i commenti del cardinale e del sindaco, stanno i commenti dell´avvocato Chiosi (An), che dolendosi dei modi ha apprezzato lo slancio, le motivazioni e i risultati dell´assalto; e del rappresentante della comunità israelita, Gallicchi, che ne ha invece giustamente sottolineato il tragico carattere di pogrom. È fuor di dubbio che nella storia culturale della città vi siano stati momenti in cui gli ideali di laicità e libertà sono stati profondamente pensati e condivisi, come nel Cinquecento e nella Repubblica del 1799. Ma la storia sociale della città non ha fatto proprie quelle energie. La Madre Coraggio di Brecht con testardaggine dava voce alla propria umanità, pur tra le tante violenze patite nello spettrale paesaggio della Guerra dei trent´anni; le madri napoletane si ergono a simbolo della violenza crudele della nuova società italiana e di questa vergogna. Più che una scena da antico regime, allorché lo Stato affermava nuove regole di convivenza, a Ponticelli si è vista la modernità italiana, tanto lontana dall´Europa, quanto vicina all´autoritarismo e all´intolleranza. E questo episodio mette in luce anche le dinamiche politiche cittadine. Si può e si deve criticare chi non garantisce il buon governo; ma questo non dovrebbe tradursi nel desiderio di avanzi di autoritarismo, nell´adesione a una democrazia falsificata, nel ripudio di valori civili di libertà.
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19 maggio 2008

Come ci vedono

Repubblica - Napoli
Ponticelli. L´europarlamentare ungherese Viktri Mohacsi in missione dopo gli episodi di violenza
L´osservatore Ue in tre campi rom “Sconvolta, sono i peggiori d´Italia”

«Sono sconvolta. È la peggiore situazione che ho visto in Italia. I nomadi cacciati da Ponticelli sono persone che vogliono lavorare onestamente». È il commento di Viktri Mohacsi, europarlamentare ungherese di etnia rom, arrivata ieri mattina in pulmino da Roma a Ponticelli per un sopralluogo nei tre campi da cui sono stati cacciati i nomadi nei giorni scorsi e poi alla Doganella dove ha incontrato alcune famiglie fuggite dalla periferia orientale.
Un “osservatore” inviato dall´Unione europea che ha già visto altri campi nelle scorse settimane: «La situazione dei rom in Italia è orribile. È incredibile che in un paese democratico ci siano persone che vivono senza diritti e senza documenti anche se sono qui da quarant´anni» ha sostenuto Viktri Mohacsi che due giorni fa aveva visitato il più grande campo nomadi di Roma, il “Casilino 900″.
«Sono venuta qui in seguito agli assalti di Ponticelli - ha aggiunto la Mohacsi, accompagnata da una delegazione dei radicali italiani - per vedere la situazione con i miei occhi. Sono preoccupata, molto preoccupata per ciò che avviene in Italia dove bambini appartenenti alla terza generazione di immigrati non hanno ancora i diritti fondamentali di cittadinanza. Urge un programma di integrazione, specialmente per le persone che arrivano dai nuovi stati membri dell´Unione europea».
«In settimana - ha detto ancora l´eurodeputato parlando nei campi nomadi ora deserti e abitati solo da topi - riferirò a Strasburgo ciò che ho visto in Italia. Vado via da Napoli davvero sconvolta». Viktri Mohacsi, rientrata in serata a Roma, prima di partire per Strasburgo parteciperà stamattina a una conferenza stampa nella sede dei Radicali a Roma.
Assalti ai campi rom su cui lancia pesanti accuse il quotidiano “El Pais” che riporta le testimonianze di diversi abitanti di Ponticelli e di un esponente della Comunità di Sant´Egidio. Secondo l´inviato del quotidiano spagnolo, dietro le violenze contro la comunità nomade si nascondono interessi della criminalità organizzata: «I costruttori della camorra edificheranno alloggi proprio sul terreno bruciato nell´assalto di questa settimana».
«Si è trattato di un´esplosione inaudita di violenza - racconta Salvatore Esposito della Comunità di Sant´Egidio - e i rom attaccati sono scappati a tutta velocità con il terrore negli occhi».
Ma l´assalto è stato veramente opera della gente del quartiere, furiosa dopo che una ragazza romena di 16 anni aveva cercato di rapire una bambina, o sono opera dei camorristi? «Dire che non è stata la camorra significherebbe mentire», risponde Patrizia, casalinga di Ponticelli. Secondo Esposito si è trattato di una fusione dei due elementi: «Se prima del 4 agosto non saranno avviate le opere previste dal piano di recupero urbano di Ponticelli i costruttori, molti nelle mani della camorra, perderanno 64 milioni di euro di sovvenzioni».
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17 maggio 2008

Spettri, e non. Anche fuori di Napoli

Repubblica - Napoli
La polemica
Gli spettri del passato
di Marco Rossi-Doria

Oggi accade a Napoli che ci si debba misurare emotivamente con i nudi fatti. Perché parole adeguate non si odono da parte delle pubbliche autorità. E perché i fatti parlano da soli. Eccone alcuni. Su cui siamo chiamati a meditare. Mentre la prefettura aveva annunciato agli uffici comunali l´intenzione di ricorrere a uno sgombero legale dei campi rom di Ponticelli, per ragioni igienico-sanitarie, avviene, dinanzi alle telecamere della Rai, che bande di giovani e meno giovani, spesso con precedenti di mala, assaltano le baracche rom e le bruciano lanciando molotov dai motorini, mirando non solo ai luoghi ma alle persone.
Nelle strade vicine si dice, a loro convinto sostegno, che lo fanno per “vendicare i furti di bambini”. Sarebbe, insomma, questa la risposta all´episodio di intrusione in una casa del quartiere da parte di una minorenne, subito assicurata alla giustizia e sulle cui circostanze e responsabilità la magistratura stava già indagando. Ma, interrogati dai molti giornalisti presenti sui luoghi, i giovani, divisi in piccoli gruppi di incursori, ammettono altro: che le attività illegali dei rom fanno aumentare la presenza, per loro fastidiosa, della polizia nel quartiere e che i rom sono loro diretti concorrenti nell´accumulazione di ferro, alluminio e rame, rubato e non, da rivendere. Tanto è vero che, bruciato un campo, i poliziotti sono costretti ad allontanare le bande di predatori che intendono “riprendersi rame e ferro”. “Non è ora il momento” - dicono. I vigili del fuoco intervengono per spegnere i roghi. E vengono scherniti in modi indicibili mentre si assicura loro che, in ogni caso, si tornerà all´assalto con nuove molotov le quali, nel nostro codice penale, sono classificate armi da guerra.
Poco lontano donne del quartiere, davanti alle tv nazionali e locali, ballano e urlano come nelle feste delle orde; e esaltano la vendetta. Si odono le antiche e terribili parole di ogni persecuzione: devono pagare tutti, un´intera comunità “ladra di bambini” per la colpa, ancora da dimostrare, di una sola persona.
Viene fatto un ultimatum di sgombero campo dopo campo. Ma non dallo Stato, come è avvenuto a Bologna o a Milano o a Roma. No. Qui lo Stato ha perso ogni monopolio della forza. È un diktat recapitato non si sa come e da chi ai rom assediati. È avvalorato da pezzi sparsi di camorra di quartiere o così si dice e si ripete ai giornalisti. Come dire: siamo noi del “sistema” a proteggere la popolazione del quartiere dagli zingari cattivi e dunque a fare non già da ronde, come al Nord, ma da incursori incendiari.
È in tal modo che resterà nella storia della nostra città il fatto che non già le forze dell´ordine, ma roghi e minacce di linciaggio omicida producono una fuga notturna di circa 500 persone, aiutate dai volontari della Caritas - siano benedetti - che, circondati da una folla pronta e attrezzata al linciaggio, quello vero, ha trovato i furgoni e ha portato, viaggio dopo viaggio, centinaia di persone fuori dal pericolo, sistemandoli per la notte in decine di abitazioni di cittadini civili di questa città.
È un esodo dal sapore terribile, avvenuto nel terrore di vecchi, donne, bambini inermi. Che mette penosamente a tacere tutti i faticosi tentativi di integrazione di questi anni. Nelle aule del 88° circolo didattico, una scuola primaria dello Stato - sia benedetta - dove tra pochi giorni avrebbe dovuto concludersi un progetto tra bambini rom riconquistati alla scuola pubblica e altri bimbi del quartiere - un lavoro serio dei docenti basato sulla narrazione di fiabe rom, che uniscono gli uni e gli altri - i bambini di Ponticelli coinvolti piangono: «Abbiamo visto i nostri compagni fuggire piangendo tra la folla inferocita».
Alla fine del saccheggio successivo ai roghi bande di squadristi rovistano tra le povere cose lasciate. Nessuno li ferma.
Queste cose sono avvenute. Sotto lo sguardo della nostra città. Riprese dalle telecamere di tutta Italia. Testimoniate dai giornalisti della stampa nazionale. Senza che si levassero voci adeguate alla gravità delle cose da parte delle istituzioni.
Mio nonno pronunciava la parola “pogrom” - il linciaggio di tutti per accuse, vere o presunte, di uno solo - sottovoce, con paura negli occhi. Spesso l´accusa che dava il via ai linciaggi era proprio il furto di bambini. È una vergogna di cui dobbiamo tutti rispondere che, mentre sull´episodio specifico la giustizia sta facendo il suo lavoro, venga ancora diffusa, a giustificazione delle orde organizzate per i linciaggi, l´accusa di furto di bambini a una popolazione marginalizzata di una nostra periferia povera, dove - si sa - si fa presto a dire a chi è socialmente escluso che i colpevoli sono quelli della minoranza che sta a pochi passi. È questa una storia terribile e ricorrente. L´accusa di furto di bambini è stata gettata addosso a ebrei e nomadi in Europa, alle popolazioni di origine africana o ai nativi nelle Americhe colonizzate, alle minoranze tribali entro le differenti zone di altra maggioranza tribale in molte parti dell´Africa, agli armeni in Turchia, ai kurdi in Siria o in Iraq, alle popolazioni autoctone nella Siberia colonizzata, ai nomadi non arabi nel Magreb, ai turcomanni in Cina, eccetera. È un pericolo, un´evenienza minacciosa che sta lì, ripetuta dalle narrazioni diffuse, che si nutre degli stereotipi, che avallarano o inducono a diffondere conformismi di massa o di gruppo, confermando il già noto o più esattamente il presunto noto, facendolo apparire come qualcosa di ovvio e di scontato. Non si tratta di verità, ma di convinzioni. Che riproducono disinformazione che serve alla coesione interna di una società che coesa non è. Ma che può disgregare la legge comune che regola i legami civili.
Ieri mi sono chiesto: perché tu, presidente della associazione “27 gennaio”, che hai promosso lo studio delle persecuzioni, non eri lì? Ho trovato le scuse che sempre si possono trovare: ero altrove per lavoro. Non bastano. Vorrei, con umiltà, che tutti ci facessimo, per una volta, carico di un momento di pausa, attenta, riflessiva. E che evitassimo di giustificarci. Per trovare, invece, le parole e i gesti per la riparazione.
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Corriere della Sera
Nel fortino di Ponticelli La zona controllata dai clan da cui sono partite le ronde
Ciro «’o sindaco» e i ragazzi anti-rom «A proteggervi ci pensiamo noi»
di Marco Imarisio

DAL NOSTRO INVIATO
NAPOLI — «Cercate qualcuno?». Come il ritornello di una canzone, sempre uguale a se stesso. «A chi cercate? ». In via De Meis, poi la quinta a destra. È una strada larga un paio di metri al massimo, sovrastata ai lati da una muratura in pietra. L’unica via di accesso, un percorso obbligato in leggera salita. Le prime vedette siedono su una panchina all’imbocco della strada. Dopo trenta metri arriva uno scooter, lo guida un adulto dalla faccia torva. Bussa al finestrino. «Cercate qualcuno?». No, per carità, soltanto un’occhiata in giro. «Non è il caso. Tornate indietro». Rione De Gasperi è una roccaforte, distante nemmeno un chilometro dai campi rom bruciati due giorni fa. A prima vista, un alveare di case popolari, risalenti ad epoche diverse, tutte comunicanti tra loro grazie a balconate comuni e posticce, dove vivono compresse duemila persone. Un rione con pochi negozi, dove ci si trova in due piazze che non sono tali, sia quella delle «case rosse» che l’altra sono degli slarghi dall’aspetto vagamente circolare, intasati di auto. L’ufficio dei Vigili urbani è abbandonato da decenni, un rudere che adesso serve come deposito di monnezza. Un anziano che si regge su un bastone si produce in una variazione sul tema, questa volta involontaria: «Cercate gli incendiari? Siete nel posto giusto». Indica una scala dalla quale si accede ad una piccola corte. È lì, dice, che vive il fratello minore di Ciro Sarno, « ‘o sindaco » di Ponticelli. Il vecchio sorride malizioso, e si allontana. Una signora, dal balcone: «Loro sì che ce l’hanno risolto, chisto problema dei Rom». Due giorni dopo, quel che è successo è ancora più chiaro. «Qui le ronde hanno funzionato davvero» dice la signora mentre ritira i panni messi a stendere. Anche la Polizia è convinta che quella dei moti spontanei sia stata un’illusione ottica. La camorra ha sicuramente cavalcato la rabbia dei residenti, ma i clan, che qui si identificano sostanzialmente con i Sarno, avevano qualcosa da dimostrare e anche da farsi perdonare. All’inizio di maggio, su Repubblica
era uscito un articolo che raccontava come i rom della zona pagassero il pizzo alla camorra, una sorta di tassa di soggiorno per vivere a Ponticelli. La storia era finita anche sul telegiornale, ripresa da altri quotidiani locali. In molti avevano protestato: «Noi vogliamo mandarli via e voi invece ci fate sopra gli affari?». L’odio per i rom è così diventato il volano per ribadire concetti essenziali, gli stessi ripetuti dalla signora al balcone. La rivolta è stata guidata dalle donne, madri e figlie, quasi tutte incensurate, per ridurre i rischi di arresto. Poi sono arrivati i ragazzi in motorino con molotov e taniche di benzina a completare il lavoro. Il messaggio, dicono in questura, è stato chiaro: «A proteggervi ci pensiamo noi».
E’ per questo che le apparenze sgarrupate di Rione De Gasperi possono ingannare. Qui le cose funzionano bene. Le sue strade sono sorvegliate in modo meticoloso, gli appartamenti popolari vengono assegnati secondo un criterio ben definito, nonostante l’assenza totale di Vigili e Polizia non c’è nessuna lamentela degli abitanti. A governare però non è lo Stato, del quale non c’è la minima traccia. Questo è il vero regno dei Sarno, dinastia criminale radicatissima sul territorio, passata sostanzialmente indenne attraverso un paio di guerre intestine. L’ultima cominciò proprio sul marciapiede che fino all’altro ieri delimitava il campo nomadi di via Argine. Era il 25 aprile 1998, un’autobomba fece saltare in aria la Lancia Delta di un fedelissimo del clan.
«Chi cercate?». Rione De Gasperi è una proprietà privata sul suolo pubblico, una sovranità illegale, accettata e riconosciuta da quegli abitanti che inveivano contro i rom invocando legge e giustizia. Anche se ha perso un piccolo business, la camorra se ne farà una ragione. I terreni liberati dai campi nomadi fanno parte del piano di recupero urbano. A Ponticelli sta per arrivare un finanziamento pubblico da sette milioni di euro, i lavori devono cominciare entro agosto. L’obiettivo del piano è «la trasformazione dell’area da espansione periferica a centro urbano, per esaltare i caratteri dell’abitare nel verde e a misura umana».
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Corriere della Sera
L’intervista Il presidente della Provincia di Milano Penati
«Basta parlare di accoglienza. I rom non sono i Gipsy Kings»
di Marco Cremonesi

MILANO — «Dire che gli italiani son razzisti è una sciocchezza. Io credo che non un governo o un partito, ma l’intera comunità nazionale italiana sia lontana dal razzismo e dalla xenofobia». Filippo Penati, il presidente della Provincia di Milano, sarà pure «di sinistra» come la vice premier spagnola Maria Teresa Fernandez de la Vega. Eppure, la sua posizione in tema di rom è netta: «Espulsione o carcere per i delinquenti, accompagnamento alla frontiera per chi in Italia non ha mezzi di sussistenza».
Presidente, la sinistra italiana ha cambiato pelle?
«È finito il relativismo per cui se qualcuno delinque, la colpa è sempre della società. Diciamo che in molti ora hanno scoperto la responsabilità individuale. Anche se alcuni con qualche ritardo di troppo».
I manifesti anti rom del Pd di Ponticelli, a Napoli, non coinvolgono la sola responsabilità individuale. Si parla di rom, un’etnia.
«È importante non cadere nel-l’errore di generalizzare e assecondare la pancia, ma è altrettanto vero che lì era accaduto un fatto molto grave. E sui manifesti, in realtà, non si parla di un’etnia ma di una ben individuata comunità. Che di certo, non poteva più restare dove era».
D’accordo Penati, ma non è che starete perdendo l’anima?
«Ha detto bene Veltroni: tra chi compie un torto e chi lo subisce, sto con chi lo subisce. Io credo che il Pd, diversamente dai partiti storici che lo hanno preceduto, debba rappresentare più che educare. Il che non significa appiattirsi sul senso comune, resto convinto che un partito debba svolgere anche una funzione, per così dire, pedagogica.
Ma non possiamo più essere soltanto quello. Non possiamo più, di fronte a certe evidenze, dire aristocraticamente: voi dovete pensarla così».
È favorevole all’introduzione del reato di immigrazione clandestina?
«Non sono convinto. A parte la discussione aperta tra i giuristi — e anche nel centrodestra — non vorrei che un provvedimento del genere avesse risultati opposti alle attese. Spingere al crimine chi è nella zona grigia. Portare molti a passare dall’espediente al reato vero, perché tanto si è già criminali. Inoltre, renderebbe i normali controlli molto più rischiosi. Meglio, per esempio, l’inasprire le pene per chi, già espulso, rientri in Italia».
Lei ha detto: «Fuori chi non ha i mezzi di sussistenza». Anche gli italiani arrivavano a New York o Buenos Aires senza mezzi.
«Oggi siamo nell’Unione europea. Una grande opportunità per tutti, ma anche regole. Non ci può essere qualcuno che vive del welfare di un altro Paese. Né un Paese che gode delle opportunità europee senza farsi carico dei propri cittadini: ricordo che la Romania è un Paese con tassi di crescita simili a quelli del nostro boom economico».
Lei ha proposto di «fermare i flussi». Ma l’Ue ha già detto che Schengen non si tocca.
«Bisognerà lavorare sugli accordi bilaterali. Una cosa è certa: non possiamo più accettare 23mila persone e 200 campi nomadi nella sola area di Milano. È una questione fisica: non possiamo. Il rischio è quello di reazioni che nessuno vuole. Non si tratta di razzismo: è responsabilità».
Perdoni, Penati. Ma anche questa è un’argomentazione «di destra». O no?
«No di certo. Leggo che solo il 3 per cento dei bambini rom va a scuola. Non è un’ingiustizia che fa ribollire il sangue? L’immigrazione, specie nelle grandi aree urbane, è imponente. Richiede politiche precise e, ripeto, assunzioni di responsabilità. Parlare soltanto di accoglienza, significa preparare il terreno per fare altra accoglienza. E anche non dire la verità: perché non si può».
Lei ha anche detto che i nomadi italiani «si devono cercare una casa, come tutti». E la «biodiversità » culturale?
«Guardi che qui non è che stiamo parlando dei festival in Camargue o dei Gipsy Kings. È nobile tradizione vivere tra sacchi di rifiuti e auto rubate? È un’opinione che ci sia una strettissima correlazione tra certi insediamenti e l’impennarsi dei reati in una certa zona? Io non credo che tutto sia tollerabile in nome della diversità culturale».
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16 maggio 2008

L’aria (malsana) che tira

Corriere del Mezzogiorno
«Il manifesto antirom è un pugno nello stomaco»
Bassolino critica l’iniziativa del Pd di Ponticelli. Iervolino e Iannuzzi: «Inaccettabile»
I principali esponenti del Partito democratico criticano l’iniziativa del «Via i campi Roma da Ponticelli» è approdato alla direzione nazionale del Pd
di Simona Brandolini

NAPOLI — «Not in my name». Si dissociano, ad uno ad uno, i democratici campani da quel manifesto «Via i Rom da Ponticelli » a firma del Pd. «Non nel mio nome», dicono leader nazionale e regionale, governatore e sindaca, deputati e dirigenti di partito.
Durante la direzione nazionale del Pd, nel loft di piazza Sant’Anastasia, irrompe l’ennesima emergenza campana: la guerriglia di Ponticelli. La deputata Luisa Bossa e poi la sindaca di Napoli Rosa Russo Iervolino mostrano il manifesto incriminato al leader Walter Veltroni. Che, più volte, nel suo discorso cita le tragiche notizie di cronaca, la cacciata dei nomadi, le molotov e le razzie nei campi ormai abbandonati, per poi concludere: «Il Pd non può stare accanto a queste cose». Antonio Bassolino è esplicito, la sua condanna è forte e argomentata: quel manifesto è intollerante, inammissibile per la città e per la storia politica di quel quartiere operaio. «Quelle fiamme, quelle grida, quegli applausi mettono i brividi. Ecco perché — dice il governatore — anche quel manifesto del Pd sui muri di Ponticelli è un pugno nello stomaco per tutti noi. È un messaggio sbagliato e inaccettabile, perché vi sono limiti da non superare mai. Un conto è la consapevolezza che la sicurezza è oggi una grande questione di cittadinanza, altro conto è sconfinare nell’intolleranza». E prosegue: «I terribili fatti di Ponticelli chiamano tutti a una riflessione seria. L’insicurezza, la sofferenza sociale, il disagio civile ci dicono che le istituzioni, a tutti i livelli, e la politica devono fare di più per i grandi quartieri popolari di Napoli e di altre grandi città italiane. Ma quei fatti chiamano anche a una netta presa di distanza da azioni che offendono gravemente la dignità umana». Gli fa eco la sindaca Rosa Russo Iervolino: «Quello slogan contraddice tutte le scelte di valore del nostro partito, costantemente orientate in una logica di rispetto dei diritti umani. Non potremmo mai tollerare episodi razzisti di violenza e sopraffazione, una cosa è punire i reati, quando ci sono, altra, diversissima e inaccettabile, è scegliere dei capri espiatori solo per il fatto che sono nati in un paese diverso».
Alla fine della direzione nazionale esplode letteralmente il caso. «Trovo inaccettabile — spiega il segretario regionale Tino Iannuzzi — quel manifesto che trasmette un messaggio ingiustificabile e sbagliato. La sicurezza dei cittadini e la legalità sono valori primari che esigono un impegno forte della politica e delle istituzioni. Ciò non ha nulla a che vedere con toni e slogan che non condivido e che confliggono con gli elementari valori costituzionali e del partito ». Non nel suo nome, dunque. Non nel nome della senatrice Teresa Armato: «Guardare quelle immagini, i bambini tra i roghi, persone inermi minacciate. Questi sono gli istinti peggiori, figli dell’odio e del razzismo. Sono fortemente amareggiata che a nome del mio partito si invochino cacciate di massa. La sacrosanta richiesta di sicurezza non c’entra nulla con quella guerriglia». Non nel nome della deputata Luisa Bossa: «Stiamo sulla linea della Lega? Di certo non ci sono io in quel simbolo». «Tra l’incubo vissuto dalla signora Martinelli — afferma Antonio Marciano responsabile dell’organizzazione del Pd — e la reazione violenta a danno dei campi Rom di mezzo c’è la responsabilità della politica e la forza e la credibilità dello Stato. Nessuno vuole sottovalutare l’esasperazione, ma quelle parole non c’entrano nulla con il partito».
L’esasperazione, appunto. La storia della difficile convivenza tra nomadi e abitanti di Ponticelli, è vero che ha radici profonde. «Quattro anni di denunce, sino alla lettera inviata a sindaca e assessori il 12 maggio scorso, di cui quel manifesto è una sintesi sbagliata». Emma Giammattei ha la posizione più delicata in questa vicenda perché è la segretaria provinciale del partito e conosce a fondo protagonisti e situazione. «Anch’io sono contro la violenza e le discriminazioni — spiega —, ma anche uno slogan sbagliato va decodificato. Ora tutti sono contro quel manifesto. A me sembra fariseismo questo. Di chi è la colpa? Non è forse del silenzio della politica e delle istituzioni? L’intolleranza non è forse figlia della cattiva amministrazione? Io sono contro quella frase: non si può dire via i Rom, ma forse via quegli accampamenti e quel degrado sì».
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Giuseppe Russo. Parla il consigliere regionale
«Sono io l’autore. I Rom? Portiamoli al Virgiliano»
Il manifesto che sta spaccando il Partito democratico è stato ispirato da un consigliere originario di Ponticelli
di Gimmo Cuomo

NAPOLI — Non cerca di nascondersi dietro un dito Giuseppe Russo, consigliere regionale del Partito democratico. Rivendica anzi un ruolo di primo piano nell’ideazione e nella stesura del manifesto intitolato «via gli accampamenti Rom da Ponticelli!», firmato appunto dal Pd. Ma l’esponente democratico si diffonde anche a spiegare il vero significato di una scelta forte che ha suscitato la reazione indignata del governatore Bassolino. Quest’ultimo ha, infatti, bollato il manifesto come «un messaggio sbagliato e inaccettabile perché vi sono limiti da non superare».
Dietro quel manifesto, insomma, c’è lei?
«Il manifesto è il frutto di una discussione avvenuta all’interno della sede del Pd di Ponticelli e, quindi, anche del mio personale contributo».
Risponda allora al governatore Bassolino che ha definito l’iniziativa «un pugno nello stomaco».
«Bassolino dovrebbe preoccuparsi di quanti pugni e quanti calci ha dato lui alla città di Napoli e, in particolare, a Ponticelli. Se c’è stato uno sconfinamento questo non è avvenuto a causa di un manifesto che ha rappresentato le continue, reiterate, inascoltate richieste per assicurare, soprattutto ai Rom, condizioni di maggiore civiltà. Se si è arrivati a tanto i colpevoli, oltre a quelli che materialmente hanno compiuto gli atti ignobili che conosciamo, sono anche tutti quelli che hanno determinato ritardi intollerabili».
Viene spontaneo chiederle in che luogo si potrebbero garantire ai Rom condizioni di maggiore civiltà.
«Non amo le provocazioni, ma proprio dovessi farne una, direi che il parco Virgiliano presenta condizioni di accoglienza superiori a quelle offerte dalla periferie».
Cosa vede dietro la protesta?
«E’ stata una jacquerie, una protesta fine a se stessa da parte di chi non crede più alla possibilità di uno sbocco. E’ stata il frutto della disperazione di una comunità che non vede nessuna forma di Stato, né di tutela. E’ stata il frutto dell’insostenibilità di quotidiane e spicciole illegalità, ingigantita dalla paura del presunto rapimento della bimba che si è trasformata in una vera e propria psicosi. D’altra parte, la presunta rapitrice non era lì per caso, visto che l’abitazione della bimba aveva un cancello e un portone».
Sembra di capire che considera questa vicenda un dramma con tanti colpevoli?
«In un certo senso sì. Le responsabilità sono diffuse. Le hanno lo Stato, il Comune, la prefettura, i Rom stessi. Perché non sappiamo chi di questi ultimi lavora e chi no, chi ha diritto di restare e chi no? E questo nonostante l’azione generosa delle associazioni di volontariato che, tuttavia, non possono surrogare in nessun modo l’opera dello Stato».
Non avverte il rischio di essere accostato ad alcuni esponenti della Lega?
«Sono tra quelli che hanno sostenuto l’idea della moschea a Ponticelli. Battersi per costruire nel quartiere condizioni di civiltà e per creare uno spirito di comunità nel rispetto delle regole, non mi sembra una posizione leghista. Se poi si vogliono effettuare semplificazioni strumentali, non posso farci niente».
A scanso di equivoci vuole specificare meglio il suo giudizio sugli autori dell’assalto al campo Rom?
«Quanto è accaduto è di una gravità inaudita. A nessuno in uno Stato che si considera ancora di diritto, è consentito anche solo di pensare di farsi giustizia da soli».
L’episodio si poteva evitare?
«Quanto accaduto era ampiamente prevedibile e sicuramente evitabile e rappresenta senza possibilità di remissione la cifra di quindici anni di amministrazione segnata da ritardi, inadempienze, errori e promesse non mantenute. Peccato che nessuna delle anime belle che adesso rilasciano accorate dichiarazioni di sdegno abbia fornito uno straccio di risposta pur avendo in materia competenza certa. Sono pronto a un confronto pubblico con chiunque avverta la responsabilità di affrontarlo».
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Ministro ombra
Chiamparino: «È stato un errore»
di Rosanna Lampugnani
ROMA — Sergio Chiamparino è ministro ombra del Pd per le Riforme. Come sindaco di Torino ha varato una delibera per destinare agli alloggi per i rom i 750mila euro stanziati dal governo Prodi (misura valida anche per Napoli, Milano e Roma).
Sindaco, cosa pensa dei manifesti affissi a Ponticelli dal Pd e che piacciono al suo collega leghista Flavio Tosi?
«L’inclusione e la repressione sono due facce della politica da utilizzarsi in realtà dove convivono marginali che possono entrare nel mondo del lavoro e coloro che delinquono.
La posizione del Pd di Ponticelli è sbagliata, perchè si deve far ragionare la gente e forse se ci si fosse occupati prima del problema non si sarebbe arrivati a questa esasperazione».
A Torino come affrontate situazioni simili?
«Sempre sotto il duplice aspetto: interveniamo con i servizi sociali, con il volontariato dove è possibile e con le forze dell’ordine in altri casi.
Abbiamo varato, come Milano, il provvedimento per utilizzare il fondo Ferrero, ma convinti anche che si debba procedere con una seria repressione nei confronti di chi delinque, sfrutta i minori».
Che ne pensa della figura di un commissario per i rom?
«Potrebbe essere utile in realtà come Roma».
E delle ronde di cittadini?
«Carabinieri in pensione, nonni vigili che danno una mano da tempo sono in azione a Torino. Vere pattuglie, invece, potrebbero creare problemi, anche perchè il territorio deve essere controllato dalle forze dell’ordine. Piuttosto perchè non dare più poteri e risorse alla polizia locale? Il Parlamento può fare la riforma».
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15 maggio 2008

Cronache e altro da/su Ponticelli. 2a giornata

Corriere della Sera
In motorino con le molotov «È la nostra pulizia etnica»
Le bande di incendiari partono dal fortino del boss
di Marco Imarisio
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Corriere della Sera
La fuga dei rom dai campi sotto assedio
Napoli, altri due roghi. Fischi ai pompieri
di Giusi Fasano
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Corriere del Mezzogiorno

Il dossier
Promesse mancate
Cinque anni di progetti Il 3 dicembre 2003 la giunta comunale con delibera destina all’accoglienza rom una struttura in via Botteghelle 123 da ottenere in comodato gratuito dalla Rete Ferroviaria, in attesa della disponibilità di una struttura regionale in via delle Industrie (12 mesi di lavori) che l’assessore Buffardi rende disponibile inviando nota al Comune, che risponde però 8 mesi dopo. Nel frattempo il comodato per via Botteghelle viene sottoscritto il 14 gennaio 2004. Ponticelli riempe il campo Bipiani di via Volpicella ed è subito scontro tra i gruppi serbo- albanesi ed i romeni arrivati da Calarasi. I Bipiani lato Ponticelli vengono abbattuti. Restano in piedi i Bipiani lato Barra all’amianto per italiani, albanesi e africani. Il contratto con la ditta di bonifica viene sciolto. Si ospitano rom al Margherita di Savoia, Ristori e Deledda. Coi Rom sfrattati da via Lufrano i campi aumentano: 3 su via Argine, 2 in via Wolf, 2 a via Malibran, via Califano, via Petri (in Eternit) e villa Tropeana. La municipalità comincia ad inviare Sos e appelli. I cittadini via Malibran e Cupa Lettieri presentano un esposto il
3 agosto 2007. Il 26 settembre il consigliere Nazario Malandrino ed altri 15 interrogano la giunta invididuando una struttura pronta in via Pacioli ed un’area in via Mastellone. Disponibilità di massima dell’assessore alla Pace D’Aimmo. A febbraio 2008, già uno scampato linciaggio dei rom di via Malibran.
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Repubblica - Napoli

L’editoriale
Una città in crisi d´identità
di Aurelio Musi

Gravi episodi di criminalità che vedono i nomadi come protagonisti; assalti ai campi rom; la camorra che assume il controllo della marginalità e che getta benzina sulle reazioni, gestendo gli assalti alle baraccopoli; paura e insicurezza, alimentate anche dal clima politico nazionale; precarietà e inadeguatezza delle vie di soluzione al problema rom: c´è tutto questo nei fatti che stanno sconvolgendo le periferie napoletane. Sembra che la complessa questione zingari venga alla ribalta della cronaca solo in occasione di particolari congiunture criminali: a Napoli e in Campania, in particolare, come una delle tante emergenze che colpiscono i cittadini e che appaiono gestite male o in forma e misura assolutamente inadeguate dal governo del territorio.
Il trinomio paura, domanda di repressione dura e indiscriminata, rappresaglia è allora il riflesso condizionato dell´emergenza, pericolosissimo per la vita civile e il tessuto sociale, già fin troppo lacerati, dei nostri territori. Non è stato sempre così a Napoli. Il rapporto storico della città con gli zingari si è svolto certo, a partire dalle loro migrazioni massicce tra il XV e il XVI secolo dall´Europa centro-orientale e fino al primo Ottocento, nel segno della repressione, di un senso comune ostile che vedeva nel popolo dei rom una massa di imbroglioni, di sbandati, a volte di criminali pericolosissimi per l´ordine pubblico, a volte di pittoreschi personaggi dallo stile di vita incomprensibile. Ma Napoli ha rappresentato anche un modello che, in alcune epoche della sua storia, ha mostrato capacità di assistenza e di integrazione nei confronti del popolo rom.
Oggi Napoli, intreccio di culture e civiltà assai diverse tra di loro e modello di sincretismo mediterraneo, è in totale crisi di identità. Non è più la città dell´accoglienza, ma è città ostile, aggressiva, ossessionata da paure e nevrosi diffuse. È città severa, per non dire ostile, nei confronti di ogni forma di fragilità, marginalità. È città in cui la camorra controlla l´intero territorio, non solo concepito come spazio antropico, geoeconomico e sociale, ma anche come insieme di funzioni, competenze, poteri. La camorra non come controstato, ma come uno dei poteri forti concorrenti sullo stesso territorio geopolitico dello Stato e sul territorio delle medesime competenze. A volte sembra quasi di regredire alle condizioni storiche dell´antico regime, un paio di secoli prima della rivoluzione francese, quando lo Stato, al suo stadio nascente, doveva fare i conti con poteri concorrenti sul suo stesso territorio (feudalità, chiesa) e, per poter svilupparsi, riconoscerne alcune funzioni delegate. Oggi il controllo della camorra nel territorio napoletano è pressoché totale e totalizzante. La criminalità organizzata occupa persino gli spazi della povertà e dell´assistenza, segregando e distinguendo tra i poveri buoni e i poveri cattivi, tra i fedeli e gli infedeli, tra gli integrati e gli esclusi. Opera garantendo la parziale ridistribuzione delle risorse al suo popolo fedele, praticando estorsioni ai danni di nomadi e rom, guidando fenomeni di ritorsione e di assalto alle loro baraccopoli.
Il clima politico nazionale, ormai decisamente orientato sulla strada della pura repressione, della cosiddetta “tolleranza zero”, della logica tendente a fare di tutta l´erba un sol fascio e a restringere con un giro di vite i flussi migratori, non annuncia niente di buono. Quali le vie di soluzione? Il nomadismo non è una maledizione, un destino, uno stile di vita immutabile capace di allevare solo criminali. Quando Giacomo Mancini fu sindaco di Cosenza, decise di assegnare una casa ai nomadi disposti a integrarsi. Ancora oggi è visibile un dignitosissimo insediamento di case popolari, che ha garantito una sistemazione logistica, definitiva e non più precaria, a una parte dei rom.
Non basta dunque smantellare le baraccopoli. Bisogna operare su un triplice fronte: la repressione del crimine accertato, la sua prevenzione, la sistemazione logistica dei rom che non possono sentirsi imprigionati dal terrore, come sta succedendo in questi giorni, nei loro fatiscenti ghetti. E, soprattutto, è necessario evitare, in questo come in altri casi in cui è coinvolto il rapporto con la diversità, di alimentare un doppio atteggiamento sbagliato: quello multiculturalista, teso all´accettazione senza se e senza ma del diverso, considerato sempre e comunque una “buona creatura di Dio”; quello fondamentalista di chi considera criminali in atto o potenziali tutti i diversi da sé.
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Il racconto
L´ultimatum della malavita
di Antonio Corbo

La vendetta ha due regie. Le madri, innanzitutto. Sull´onda di una teatrale ira popolare. Sentimento materno, difesa emotiva dei bambini, certo, ma vi sono anche donne ferite dall´ingratitudine di altre donne. «Quelle zozzose le ho portate pure nel mio bagno, si sono lavate nella mia vasca, tanto erano sporche. Sì, le ho fatte entrare a casa mia, fino all´ultimo ho dato i vestiti, ho portato a quelle anche latte, biscotti per i figli che mi facevano così pena, chi se l´aspettava da quelle zozzose?», maledice, urla, si sbraccia una signora in tuta grigia davanti alle Cinque Torri, dove ferma il C92. È scesa di casa preoccupata, ha visto dal balcone le telecamere, «meglio se parlo io». Entra anche lei in questa nuvola che toglie il respiro. Gli occhi lucidi di rabbia e di fumo. Di fronte, è ancora alto il fuoco del secondo rogo, ore 14.30. Ma contro i nomadi c´è una seconda regia. Camorra? «Non dite così, il Sistema, o la camorra come la chiamate voi, la camorra vera ha guai più seri, sono troppi i carcerati a Ponticelli». E allora chi? «Ragazzi come noi». Ragazzi già carichi di precedenti penali. La malavita racconta i perché di una rivolta.
Accettano di parlare. «Ma andiamo via di qua». All´incrocio di via Malibran ci sono le volanti. Chiudono la strada. «Andiamo, insistono». Si sentono osservati dall´ispettore che li conosce tutti, che li ha presi almeno una volta, Vittorio Porcini, il capo della giudiziaria del commissariato, per la centrale come per i ragazzi di malavita è il terribile “Ponticelli 21″. Si fanno dare un foglietto con cognome e numero della redazione. Come dire: se sbagli, sappiamo dove cercarti. È un gruppo. Due parlano. Sui 25 anni, uno ha precedenti per furto e rapina, «ma ora lavoro, metto solo io i manifesti di lutto per tutte le imprese funebri». A Napoli è un mestiere anche questo. L´altro è un omone, felpa viola griffata anche la sua, con qualche lusso in più. «Vi piace la catena? Oro bianco». Mostra poi l´anello con i brillantini: «Tredicimila». Lo interrompiamo: che lavoro fa? «Che faccio? Faccio». Ride. Ormai si fidano. Eccoli.
«Scappano, dovevano scappare. Erano avvisati». Un ultimatum? «Diciamo così». Entro che ora? «Alle tre del pomeriggio». A chi è stato detto? «A qualcuno». Bruciano uno dopo l´altro i campi di Ponticelli, e gli altri? «Anche negli altri quartieri, piano piano». La camorra fa passare la voce tra gli altri clan? Risposta diplomatica: «Niente di confermato». Il più robusto ci ripensa: «La camorra non c´entra, l´ho detto. È gente come noi che ha deciso di mandarli via». Non sono boss, neanche santi. L´omone con l´anello a 25 anni ha già condanne per una dozzina. Conosce bene Poggioreale. Furto di auto, rapine, droga. «Ora ho moglie e figli», fa capire che vorrebbe cambiare vita. «Ma è difficile, i politici vengono per l´ospedale nuovo e non fanno lavorare i ragazzi del quartiere come noi».
Si riprende: ma perché ce l´avete con i rom? «Le donne ma anche noi diciamo basta. Chi tocca i bambini muore. A Ponticelli succedono tante cose, ma i bambini non li tocca nessuna. Quella non poteva mai pensare di rubare na´ creatura». Poco prima, si era esposta una giovane donna, nipote della famiglia che conta, i Sarno. Giuseppe è l´unico dei quattro fratelli fuori, ex Nco, in libertà vigilata. Dice la donna con orgoglio: «Io la conoscevo. Era sfacciata. Screanzata. Stava davanti al semaforo di via Principe di Napoli. Un giorno mi ha buttato in faccia i dieci centesimi, faceva la parte dell´offesa quando qualcuno le dava poco. Bruna, con i capelli mezzi rossicci, e come la conosco, le diedi una manata. A me dispiace solo per un´altra, una con gli occhi chiari, un´altra cosa era, buona ma buona, se n´è dovuta andare pure lei».
Vendetta, ma cominciavano anche a dar fastidio. E la verità viene fuori. «Nel quartiere non c´erano mai stati furti. Negli ultimi tempi, rubavano in casa, rubavano le macchine. Li lasciavano fare. La polizia ha preso il mio furgone a via Duomo, non c´era l´assicurazione. Stanotte i 40 tre-ruote dell´Ape erano pure accompagnati dalla polizia, nessuno assicurato». Si inserisce un ragazzo di 15 anni, smilzo. «Minacciavano per avere il telefonino, qualcuno è stato pure picchiato». Per la camorra era uno smacco. «Nel quartiere non era mai successo niente. Furti e denunce hanno fatto uscire le guardie in strada, a questo punto basta». Secondo le voci del quartiere, intralciano così la vendita di droga. Il Rione De Gasperi è una roccaforte. I questori, prima Antonio Manganelli, poi Arnaldo La Barbera, fecero abbattere il muro del fortino. Notte di scontri, fine anni ‘90, tempi duri per il Rione De Gasperi, via telecamere, garitte e vedette. Altri tempi.
Ma che parte ha la camorra in questa rivolta? Asseconda il comune sentire, ottiene consenso sociale, dimostra che sa proteggere il quartiere. Ma il discorso è più alto dei ragazzi di malavita. Uno più anziano, «disoccupato organizzato Ssl», non uno ma due orecchini, descritto come «uno che vive sulle donne», ammette: «Se andavi dalla polizia o dai carabinieri a dire che quelli lì davano fastidio chi si muoveva? Ma ora basta». Una donna aveva pure raccontato che «non se ne poteva più, i ragazzi dai balconi vedevano uomini e donne che nelle baracche facevano le schifezze, e il prete della Chiesa dei Santissimi Pietro e Paolo li aiutava pure, il prete ha sbagliato». L´uomo con i due orecchini sospira: «Lo Stato dov´era? Ma ora basta, è finita». È la conferma di una sottile complicità. Per rimuovere i nomadi, qui non hanno atteso i decreti. Subito le fiamme della malavita. «A Napoli i bambini non si toccano», ripetono. Forse per giustificare quei roghi che riportano Napoli in prima pagina e nei tg. Com´è lontana l´Italia, vista da via Malibran.
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La diaspora dei rom crisi Comune-prefettura
Polemica dopo i raid: “Inaccettabile caccia all´uomo”
Nell´area di un insediamento bruciato sarà costruito il Palaponticelli
di Angelo Carotenuto

Il tavolo tecnico partorisce la rottura tra prefettura e Comune. La prima pensa a un´area alternativa da destinare agli ultimi rom rimasti a Ponticelli, sempre nei paraggi, in un ex campo; palazzo San Giacomo dice no, propone strutture d´accoglienza sul modello della “Deledda” a Soccavo e annuncia con l´assessore Riccio che non «parteciperemo più a tavoli tecnici per non fare nulla». Fine del dialogo. Riccio accusa la prefettura di «non aver mandato in strada l´altra notte i suoi assistenti sociali, siamo rimasti soli, come succede da due anni in qua. Avevamo posto l´anno scorso una questione sulle risorse per i centri di accoglienza. Ci promisero una barca di soldi, non abbiamo visto una lira. Tutto ciò è la conseguenza del comportamento irresponsabile del nuovo governo, che getta benzina sul fuoco. Mi vergogno di essere napoletano, se pezzi di territorio sono consegnati a chi impugna spranghe e lancia molotov. A Ponticelli, in strada, c´erano quelli del clan Sarno: li hanno visti tutti».
Non è tenera neppure la replica che giunge dalla prefettura: «Noi ci siamo proposti come tavolo di mediazione, al quale peraltro l´assessore Riccio è venuto a sedersi con due ore di ritardo. Tutte le competenze sono di Comune e Regione. I progetti sui rom presentati al ministro del Lavoro furono rigettati proprio perché non competeva a noi finanziarli. La prefettura, inoltre, non ha assistenti sociali». Il Comune chiede l´introduzione di carte d´identità per i rom «perché non siano ostaggio della criminalità». Marco Nieli, di Opera Nomadi, rivela che «una ventina di bambini sono stati ospitati a Soccavo». Padre Domenico Pizzuti parla di «intreccio perverso, non c´è solo la malavita: un´idea può essere comporre piccoli villaggi in posti meno visibili». Roberto Miele, del Comitato Pro-rom, attacca «una politica connivente che vede nei rom un moltiplicatore di voti: una dinamica ormai trasversale». Erano tutti dal prefetto ieri mattina, come Allodi, assessore provinciale.
Per Antonio Bassolino «non è in nessun modo accettabile che scendano in campo forze violente e criminali in nome di assurde vendette e intimidazioni. Che simili episodi si verifichino in una città come Napoli, è davvero un segnale di grande allarme per tutti noi e per tutto il Paese. Il disagio dei cittadini che vivono in contesti difficili, subendo piccole e grandi illegalità quotidiane, rischia di diventare terreno fertile per chi persegue interessi illeciti come la camorra». Sa bene, il governatore, che dentro il Pd stanno bollendo in queste ore umori differenti. Pietro Mastranzo dice che le dichiarazioni di Tonino Borriello («smantellare i campi»), capogruppo comunale, sono a titolo personale. Il sindaco Iervolino puntualizza che «ho sempre condannato ogni reazione razzista: è impensabile che qualcuno immagini che io possa giustificare la rappresaglia contro i rom». Per Diego Belliazzi, consigliere provinciale, «al Pd spetta il compito di preservare il principio di colpevolezza, se dimostrata, come individuale e non collettivo nei confronti di una comunità: non è giustificabile la caccia all´uomo, alla donna, al bambino rom. Indaghi la Procura sulle vicende dell´altra sera, colpisca chi ha l´unico interesse di mantenere il controllo del territorio agli ordini del clan Sarno e dei De Luca Bossa. Contro questi qui, non si è mai rivoltata una folla di cittadini».
L´Osservatorio regionale sulle Povertà: «Azione premeditata gestita da bande criminali». Giuristi democratici: «Condanniamo a viva voce la campagna di odio innescata». Gino Battaglia: «Il gesto sconsiderato della giovane rom di Ponticelli è diventato il pretesto per liberarsi di una presenza mal sopportata. Adriana Buffardi cita Hannah Arendt: «Non possiamo arrogarci il diritto di decidere chi abita il mondo». Mentre Francesco Falco (Ugl) soffia sulla protesta: «Non meravigliamoci se la rivolta prende il sopravvento e qualcuno perde la testa». E Chiosi (An): «Sgomberiamoli». A Ponticelli? Nazario Malandrino, consigliere municipale Pd, diffonde un dossier con cui ripercorre la storia dei rom nel quartiere dal 2003 a oggi: il magazzino delle Ferrovie, il campo bipiani di via Volpicella, le 10 aree tra via Argine e via Wolf, il business dei pneumatici bruciati. Il consiglio di municipalità boccia la proposta di roulotte in via delle Industrie come soluzione: così volevano Pd e Fi. Patrizio Gragnano, assessore municipale di Prc, propone via Pacioli, e attacca destra e Pd: «Non hanno fatto altro che seminare odio tra la popolazione e cavalcare l´esasperazione popolare». Nell´area in cui sorgeva uno dei campi bruciati è prevista la costruzione del Palaponticelli, struttura da 12mila posti per concerti. Lo sgombero dei rom, lì, era nei programmi da tempo.
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14 maggio 2008

Le cronache dei fatti di ieri

Repubblica
Napoli, è assalto ai campi nomadi
Molotov, sassi e spranghe: andate via. Bagnasco: no a reazioni inconsulte
di Irene De Arcangelis

NAPOLI - Comincia in sordina, con episodi di intolleranza. Ventiquattro ore dopo esplode, ed è odio, rabbia contro i nomadi «ladri e rapitori di bambini». Ponticelli, quartiere della periferia Est di Napoli dove sabato scorso una rom sedicenne ha tentato di rapire una bimba di sei mesi: scoppia la rivolta, è l´assalto ai sei campi del quartiere. Insediamenti di baracche circondati, le recinzioni buttate giù a spintoni, rom in fuga. Sassi contro i “ladri”, una Ape car ribaltata. E poi blocchi stradali e traffico in tilt. Un edificio abbandonato e occupato dai rom in via Virginia Wolf dato alle fiamme. Guerra allo straniero, convivenza oramai impossibile.
La vicenda di Ponticelli ha la sua prima scintilla il 24 aprile scorso: una ragazzina rom entra in un appartamento e ruba soldi e un paio di orecchini. La padrona di casa lancia l´allarme, la folla vuole linciarla ma lei viene salvata dalla polizia. Dice di chiamarsi Maria e di avere 14 anni, finisce in comunità. Fugge qualche giorno dopo. Torna a Ponticelli e cambia nome. Questa volta si chiama Angelica. Sabato sera sceglie un appartamento al secondo piano di un palazzo in via Principe di Napoli. Entra, prende in braccio la bimba di sei mesi che dorme nella culla. Anche qui è la padrona di casa a lanciare l´allarme, succede l´inferno. Stavolta non si tratta di un paio di orecchini. È una bimba. E la folla tenta di nuovo il linciaggio. A distanza di quindici giorni Maria-Angelica viene di nuovo salvata dalla polizia e arrestata per sequestro di persona. Ieri è stato convalidato il suo arresto.
La sera stessa del rapimento fallito c´è chi vuole vendicarsi dei nomadi. La vittima è un rumeno e non un rom, ha una casa, non vive in un campo nomadi. E ha un lavoro. L´operaio torna a casa tre ore dopo il tentato rapimento, viene aggredito da venti persone. Calci e pugni, poi una coltellata a una spalla. Lunedì, poco prima delle sei del pomeriggio. Via Malibran, dove si trova uno dei campi rom. Tre ragazzi napoletani spargono benzina davanti all´ingresso del campo, poi il fuoco e il fuggi fuggi. La notte tra lunedì e ieri in via Dorando Petri, dove si trova un campo nomadi più piccolo degli altri. Sfreccia un´auto, alcuni giovinastri lanciano delle bombe molotov che incendiano la barriera di copertoni davanti al campo. La gomma prende fuoco, in breve avvolge le quattro baracche già abbandonate dai loro abitanti. Nel campo di via Argine le baracche vengono colpite dai sassi. Poche ore dopo aprono i negozi. Due nomadi entrano in un supermercato del quartiere per fare la spesa: vengono insultate e cacciate in malo modo dalle altre massaie.
Ieri pomeriggio arriva la notizia della convalida dell´arresto di Maria-Angelica. Anche per il gip voleva rapire la bambina. Non ci sono più freni, si comincia da via Argine: sassi lanciati nel campo, come nella notte precedente. Scendono in strada donne e ragazzi, una banda blocca una Ape car guidata da un nomade e la ribalta. Rivolta sotto le telecamere, visto che il caso Ponticelli ha richiamato l´attenzione della trasmissione Rai “La vita in diretta”. Di nuovo via Malibran e via Argine: è l´invasione dei campi, giù le recinzioni alzate dai rom che sono costretti a fuggire. Ponticelli è isolata. Fino alla decisione: tutti i rom vanno sistemati in un solo campo, quello di via Malibran, e protetti da un cordone della polizia. Poco dopo il campo abbandonato viene dato alle fiamme. Sulla vicenda interviene il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei: «Mai lasciarsi andare a reazioni inconsulte».
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Corriere della Sera
Caccia agli immigrati Un edificio e due accampamenti bruciati, uno preso d’assedio. La presunta rapitrice: mai visto la piccola
Napoli, spranghe e molotov contro i nomadi
Assalti con il fuoco dopo il tentato sequestro di una bimba. Le donne guidano la rivolta
di Giusi Fasano

DAL NOSTRO INVIATO
NAPOLI — Ombrelli come fossero fucili. Pezzi di legno e spranghe. Le donne-soldato del rione Ponticelli brandiscono armi improprie, si muovono rumorose e assieme a pochi uomini verso il nemico, i rom del campo che si affaccia su via Argine e via Malibran. In 300-400, scandiscono i loro «fuo-ri fuo-ri» e marciano in direzione dello scontro. Sono le quattro e mezzo del pomeriggio. È l’assalto al campo, quello tanto temuto e più volte minacciato dopo il tentato rapimento della bambina italiana di sei mesi, sabato scorso.
I poliziotti sono pochi, non possono impedire che le signore e i ragazzini più facinorosi (30-40 persone) abbattano la recinzione. Il faccia a faccia italiani-romeni si riduce a urla e insulti di ogni genere: «Sporchi e puzzolenti che rubate i bambini degli altri», «ve ne dovete andare o vi cacciamo a calci», «tornate a casa vostra, fetenti» e mille altri improperi che nessuno degli «avversari» capisce. La rabbia, quella sì, la capiscono tutti. Soprattutto i bambini che hanno visto le mamme piangere spaventate e una donna anziana svenire mentre le signore sfasciavano la rete del recinto. I piccoli scappano a rifugiarsi dove possono, come formiche senza più il formicaio. Molti si nascondono sotto le case-palafitte di compensato e cartone, e poco importa se ha appena piovuto e si striscia nel fango. Vengono rovesciati i motocarri usati dagli immigrati, le donne urlano «La lotta è dura, ma non ci fa paura» e scagliano sassi contro i vetri delle baracche. La polizia prepara l’evacuazione dei rom, in contatti frenetici con Comune e Prefettura.
L’incontro ravvicinato italiani- romeni non dura che qualche minuto. Dalla centrale mandano decine di volanti di rinforzo, si alza un elicottero della polizia, arrivano anche i carabinieri, e la folla anti- rom si convince a uscire dal campo, a piazzarsi qualche metro più in là, a distanza di sicurezza, sapendo bene di aver ottenuto l’effetto desiderato: il «nemico» ha paura e desiderio di scappare.
La caccia al romeno è ormai così evidente che se sei un rom e vivi dalle parti di Ponticelli «non ti fai vedere in giro da solo», per dirla con le parole di Mario Lucianu, uno dei capifamiglia del campo assaltato. Proprio mentre tornava in via Malibran, ieri, con il suo motocarro, Mario è stato fermato dalla folla, costretto a scendere, strattonato, insultato. È stata la polizia ad aprirgli un varco fra la gente e farlo entrare nel campo. Ed è la polizia a garantire meno tensione possibile. Per quel che si può, naturalmente. E non si può tutto. Perché ieri pomeriggio, mentre gli agenti in forze presidiavano il campo sotto assedio (il più grande, con una quarantina di famiglie rom), qualcuno ha dato fuoco all’ex centro per disabili Tropeano, scheletro di cemento diventato casa per sei famiglie di nomadi. Benzina e fiamme anche in altri due campi nel frattempo abbandonati per paura. Una processione di disperati si è spostata in massa nel campo più grande, per avere la protezione degli agenti e dormire al sicuro. Non come la notte precedente, quando sconosciuti hanno dato fuoco a un gruppo di baracche (già abbandonate) dalle parti di via Pacioli, sotto il cavalcavia della tangenziale. Altri, sempre nella notte, avevano preso di mira l’insediamento di via Malibran: si sono avvicinati in motorino e hanno lanciato una molotov contro una delle catapecchie più vicine alla strada. Dentro, una famiglia con due bambini (fiamme spente subito, nessun danno).
Chissà se qualcosa di tutto questo arriva anche a Maria, alias Angelica, alias molte altre, la 17enne e presunta ladra di bambini. Ieri mattina il gip Anna Cappelli ha convalidato il fermo per violazione di domicilio e sequestro di persona. Nell’interrogatorio lei ha giurato di non aver mai nemmeno visto la bambina. Di essere andata in quella casa «perché una signora mi doveva dare dei vestiti usati».
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La Stampa
Le ronde della camorra bruciano i campi rom
di Guido Ruotolo
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Corriere del Mezzogiorno
Il blitz. Carabinieri in azione anche a Pontecagnano
Eboli, più di cento zingari sgomberati
di Angela Tafuri

EBOLI — Controlli delle forze dell’ordine e una baraccopoli abbattuta. I carabinieri hanno effettuato controlli in alcuni campi nomadi di Eboli e Pontecagnano, il primo blitz è avvenuto ad Eboli dove è stato sgomberato il campo nomadi di Santa Cecilia sorto abusivamente nella fabbrica ex Apof.
All’alba i militari della Compagnia di Eboli, coordinati dal maggiore Nobile Risi, hanno perquisito la struttura identificando cento zingari di etnia serba e montenegrina, la gran parte donne e bambini che vivevano in condizioni degradate. Per 20 di loro scatta la denuncia per invasione di terreni ed edifici mentre Bayramovic David, di 53 anni, trovato in possesso di un autocarro risultato rubato a Giugliano lo scorso 29 marzo, è stato arrestato per ricettazione. L’operazione, decisa dall’assessore alla sicurezza del Comune di Eboli, Gianluca Morrone presente alle operazioni di sgombero, si è svolta senza particolari problemi o incidenti: «Lo sgombero del campo — commenta l’assessore — rappresenta senz’altro un passo fondamentale per restituire legalità, sicurezza e decoro alla frazione di Santa Cecilia».
I caschi bianchi hanno identificato un centinaio di nomadi di etnia slava, che abitavano all’interno di baracche in condizioni igieniche-sanitarie non dignitose. Nel pomeriggio sono arrivate le ruspe per buttare giù le baracche che da anni ospitano in quest’area centinaia di persone. Tra loro venti minorenni, il più piccolo ha solo un giorno, Monalisa 20 anni, lo ha partorito in una roulotte tra le macerie della vecchia fabbrica. Quando tutti gli abitanti dell’accampamento erano stati allontanati, sono state abbattute le baracche ed è cominciata la bonifica definitiva dell’area e la raccolta della montagna di rifiuti accumulati negli anni dagli abitanti del campo.
La carovana dei nomadi è stata inviata verso Napoli, diretta a Qualiano. L’altro sopralluogo è avvenuto sul lungomare tra Pontecagnano e Battipaglia dove i carabinieri del Reparto Operativo di Salerno avevano individuato un campo rom. L’escalation di furti nella città di Salerno era coincisa con l’arrivo, alcuni giorni fa, di alcuni zingari che avevano parcheggiato proprio sul lungomare. Ieri mattina all’alba il blitz dei militari del Ros con le unità cinofile e l’ausilio di metal detector hanno setacciato quattro roulotte recuperando oggetti in oro. Denunciati 12 rom di etnia slava.
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Il dibattito politico a Napoli (soprattutto a sinistra)

Repubblica - Napoli
Il sindaco Iervolino: “Non enfatizzare gli animi intolleranti”. Riccio: “Un´aggressione criminale”
La sinistra si divide sui nomadi è scontro tra il Pd e l´assessore
di Dario Del Porto

Da caso giudiziario e di ordine pubblico, i fatti di Ponticelli diventano adesso, inevitabilmente, anche terreno di scontro politico. Il sindaco Rosa Russo Iervolino parla di «episodio triste e grave» ma chiede di «non enfatizzare gli animi intolleranti» e annuncia la convocazione di una riunione in prefettura che si terrà questa mattina alle 11. Ma intanto, mentre il segretario provinciale del Prc, Andrea Di Martino, definisce «un atto di barbarie» gli assalti, auspicando «che i cittadini isolino le frange violente», cinque consiglieri comunali del Pd lanciano un sasso nello stagno del centrosinistra invitando «a smantellare subito il campo rom di Ponticelli» e altri tre esponenti del partito, il consigliere regionale Giuseppe Russo, quello provinciale Ciro Cacciola e il consigliere di municipalità Massimo Cilenti definiscono i fatti di Ponticelli «prevedibili e dunque evitabili» dopo «anni di promesse annunciate e mai mantenute».
Da Palazzo San Giacomo, l´assessore comunale Giulio Riccio, anche lui del Prc, ci va giù duro: «Mi vergogno di essere italiano», dice, definisce «criminali» le aggressioni ai campi e attacca il documento dei consiglieri comunali: «Nell´attuale clima di scontro sociale e caccia allo straniero trovo insensata una cosa del genere da parte di persone che dovrebbero dare un contributo al governo della città. Un comportamento privo di qualsiasi cultura di governo, identico a quello tenuto dal governo Berlusconi. Come coalizione abbiamo il dovere di trovare le soluzioni, non di gettare benzina sul fuoco».
Nella loro nota Emilio Di Marzio, Antonio Borriello, Mariano Anniciello, Roberto De Masi e Franco Moxedano, tutti del Pd, scrivono: «Non sono più ammissibili ulteriori ritardi: gli episodi degli ultimi giorni, il tentato rapimento di una minore e la scellerata ritorsione su un incolpevole membro della comunità da parte dei cittadini di Ponticelli sono due facce della stessa medaglia». Secondo i cinque esponenti del Pd «è necessario smantellare i campi rom che ormai assomigliano sempre più a lager in città, ancor più nell´area orientale dove mancano le condizioni minime per garantire l´ordine pubblico e la salubrità ambientale». La nota si conclude con l´invito, rivolto alla giunta comunale, «ad adottare tutti gli interventi necessari a predisporre il superamento dei campi rom unitamente alle misure di accoglienza previste dalla legge».
A Napoli, spiega l´assessore Riccio, vivono 2500 persone di etnia rom. Nel quadro attuale, prosegue, «ci sono tre cose da fare subito: renderli tutti identificabili, attraverso una carta d´identità, ma il Comune non ha i poteri per farlo; varare un piano nazionale di accoglienza che trasferisca ai Comuni una serie di competenze; approvare una legge che riconosca l´identità socio-culturale e linguistica dei rom, che nel resto d´Europa non vivono così come da noi». Riccio definisce «terrificante» il dibattito di questi giorni e cita «la “Deledda” a Soccavo: un centro di accoglienza dove 200 persone di etnia rom vivono in modo civile. Il Comune ha progettato 3 centri, stanno per arrivare dalla prefettura fondi per 480 mila euro. Questi sono fatti. Un centro doveva essere realizzato anche a Ponticelli ma il consiglio della Municipalità non l´ha ritenuto utile. Ora mi aspetto che vengano individuati degli spazi». L´assessore provinciale Isidora D´Aimmo assicura che la Provincia è pronta a «mettere in campo misure per superare un´emergenza che vivono i cittadini italiani come i rom». E sta prendendo piede la proposta di organizzare a Napoli una manifestazione contro la xenofobia: all´idea di Francesco Minisci (Prc) hanno già aderito esponenti di tutti gli schieramenti.
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Corriere del Mezzogiorno
Aldo Cennamo L’ex parlamentare Ds
«È un quartiere tollerante Ma è stato lasciato solo»
di Natascia Festa

NAPOLI — «Via subito. Il campo rom di Ponticelli deve essere smantellato». Detta così non sembra una «cosa di sinistra», almeno secondo uno schema tradizionale. A sostenere, invece, la «cacciata dello straniero » sono i consiglieri comunali del Pd Emilio Di Marzio, Antonio Borriello, Mariano Anniciello, Franco Moxedano e Roberto De Masi. «Non sono più ammissibili — denunciano — ulteriori ritardi e non si può consentire che centinaia di persone vivano in lager
nel perimetro della città, fondando la propria condotta sull’occupazione abusiva di aree pubbliche che si accompagna all’accattonaggio e allo sfruttamento dei minori. A loro si deve garantire un’esistenza dignitosa e liberarli dal gioco della camorra».
E c’è chi, dall’interno del Pd, rincara la dose: «Ciò che è successo a Ponticelli — dicono il consigliere regionale Giuseppe Russo, quello provinciale Ciro Cacciola e il vicepresidente della VI Municipalità Massimo Cilenti — era prevedibile e evitabile. Anni di promesse mai mantenute hanno inferto un colpo mortale alla coesione sociale di un quartiere piagato dalla disoccupazione e umiliato dalla criminalità. Errori, limiti e inadempienze sono la cifra di 15 anni di amministrazione. La credibilità della politica e delle istituzioni è ridotta quasi allo zero e induce i cittadini a disperate forme di autogoverno». Il segretario provinciale del partito approva e rilancia: «Già da qualche tempo — dice Emma Giammattei — stavamo organizzando un grande incontro a Ponticelli su questo tema e, tanto più ora che la cronaca è così drammatica, siamo motivati ad andare avanti. Perché ‘transigere’ non appartiene al campo semantico della sinistra che è invece tradizionalmente intransigente anche sui grandi temi dell’ordinato vivere civile ».
Intanto De Masi spiega: «È molto poco di sinistra consentire che i rom vivano in ostaggio della camorra. Essere di sinistra oggi significa organizzare una moderna politica dell’accoglienza. E non ammettere più il ritardo causato soprattutto dall’assessore alle politiche sociali del Comune». Dal canto suo Giulio Riccio risponde con un altisonante: «Mi vergogno di essere italiano. Il lancio di bottiglie incendiarie al campo è un atto criminale. E le dichiarazioni di alcuni consiglieri sono insensate. Si tratta di un comportamento identico a quello di Berlusconi che ha dato vita ad un’analoga caccia all’uomo. Abbiamo il dovere di dare soluzioni e non gettare benzina sul fuoco». E conclude: «Il mio assessorato è pronto già dal luglio 2007 a creare centri di accoglienza a Ponticelli e Scampia». Peccato che l’onorevole Aldo Cennamo, che a Ponticelli appartiene per nascita e tradizione politica, rivela che «esiste un dossier che racconta la storia degli ultimi 5 anni dei campi rom e soprattutto elenca le soluzioni alternative prospettate al comune dalla VI municipalità. Vi sono elencate le strutture disponibili all’accoglienza che, però, dovevano essere ristrutturate e attrezzate. Tutte queste ipotesi, arrivate al Comune, si sono arenate nelle sabbie della burocrazia. E poi c’è un altro problema». Quale? «I campi a Ponticelli sono una decina. E non è un caso. Questo quartiere, tradizionalmente tollerante, ha da sempre cercato la convivenza con altre comunità. L’accoglienza è una modalità esistenziale da queste parti, ma da sola non basta».
Assistiamo, dunque, a una mutazione genetica della popolazione di Ponticelli che, d’improvviso, si è fatta intollerante? «Perché è stata lasciata sola. Le aree andavano attrezzate e le responsabilità amministrative sono chiarissime. Alcuni campi sono insediati in aree destinati ai progetti di riqualificazione urbana che partiranno a luglio. Siamo di fronte a un mix esplosivo: molti cittadini abitano le case della ricostruzione, quelle cosiddette della 219, e sono, anche loro immigrati a Ponticelli. Al disagio si aggiunge altro disagio ed ecco che l’esplosione dell’intolleranza era inevitabile».
È anche il fallimento di modello di solidarietà di sinistra, visto che parliamo di un quartiere rosso? «No. Le responsabilità sono amministrative. E c’entra anche la camorra che ora vuole strumentalizzare il caso. L’intervento delle forze dell’ordine infastidisce le normali attività criminali e, probabilmente, dietro alcuni atti di questi giorni si deve leggere la mano della camorra». Una cosa «di sinistra», per così dire, la dice la Cgil che condanna «gli atti di violenza e di intolleranza volti a colpire la generalità degli immigrati e dei rom». Mentre dal Pdl Martusciello avverte che: «A Napoli rischia di dare l’avvio ad una sorta di Far West, una giustizia fai da te in cui sfocia l’esasperazione dei cittadini».
E la sindaca Iervolino? Si dice «preoccupata» per l’esplosione dell’intolleranza, ma chiede di non «enfatizzare » l’episodio: «Domani (oggi ndr), in prefettura, ci sarà un incontro sulla situazione…». E conclude: «Il fatto che il ministro degli Interni Maroni non mi abbia convocata sul pacchetto sicurezza è un buon segnale, vuol dire che la situazione non è poi così terribile. Sono pronta a collaborare anche se siamo in grado di stare in piedi anche da soli. Maroni è un amico e ho tante cose da dirgli». E magari non è la sola.
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Due commenti

Repubblica
La sindrome del nemico
di Aldo Schiavone

Devono stare attenti tutti – governo, partiti, media – a misurare le parole e i concetti, e a non evocare l´inferno, che ogni giorno è in agguato dietro la solitudine e lo smarrimento delle nostre nuove vite globalizzate. Napoli è sempre stata una città di straordinaria accoglienza. La sua storia – uno sterminato e millenario accumulo di depositi europei e mediterranei, di incroci, di fusioni, di convivenze – l´ha resa fortunatamente così.
Sono perciò tanto più preoccupanti e inattesi i fuochi di violenza razzista - una specie di esasperata e abnorme rappresaglia - che arrivano da qualcuna delle sue più tormentate periferie. E sono segnali che non dobbiamo sottovalutare.
Leggendo i nomi dei quartieri e delle strade coinvolte - Ponticelli, via Argine - viene subito da pensare a un´atroce guerra di diseredati: la disperazione della Napoli più devastata dai suoi mali recenti e lontani, contro la disperazione di chi non fa altro che galleggiare nel vuoto del proprio degrado. La guerra degli abbandonati, dei lasciati soli, dei senza-Stato, da entrambe le parti.
Ma questa storia non ci parla solo di Napoli, e delle sue tragedie. Napoli è soltanto un nervo scoperto. Non è lei soltanto - una sua parte - che rischia di perdersi. È l´intero Paese ad essere scosso da un brivido che viene dal suo fondo più buio, e che in qualche caso sta assumendo i tratti di una vero e proprio riflesso condizionato. Paura di non farcela, di non riuscire a padroneggiare il proprio destino, di vedere polverizzati i legami sociali su cui si pensava di poter contare, di non sapere più gestire problemi anche elementari di convivenza, di confronto con la diversità. Paura di vedersi ridotti i propri spazi di vita, le proprie risorse, il proprio tempo. Paura di scoprire nell´”altro” il nemico, alla soglia di casa.
Ebbene, dobbiamo avere il coraggio di dire che se questa “sindrome del nemico” si radica nei nostri comportamenti collettivi, se diventa una parte - anche minoritaria ma pur sempre attiva - del nostro contesto culturale, del nostro vissuto sociale, del nostro sfondo mentale, allora noi saremo perduti. Perduti come Paese, perduti come società viva e capace di innovazione, di slancio, di sviluppo. Perduti, in una parola, come protagonisti sulla scena del mondo. Diventeremo una comunità chiusa e ringhiosa - come non siamo mai stata - senza futuro e senza storia.
Questo, naturalmente, non ha nulla a che fare con problemi effettivi di gestione della sicurezza urbana e di repressione dell´illegalità, che dobbiamo saper affrontare in modo efficiente e realistico, e anche diverso rispetto al passato. In questo senso, ogni sforzo di razionalizzazione delle misure e dei provvedimenti da parte del nuovo governo non potrà che essere benvenuto. Ma ha molto a che fare invece con un´ideologia della serrata, (qualche giorno fa ho scritto “del guscio”), della chiamata a raccolta delle forze “sane”, della difesa di una nostra identità immaginata come minacciata e in pericolo, di un rifiuto di tolleranza e di confronto, che si sta pericolosamente diffondendo, che ha i suoi propugnatori e adepti, e che rischia di immettere tossine nei nostri pensieri di cui proprio non avremmo bisogno.
E c´è qualcosa di più da aggiungere. Questa non è solo una questione di etica - che pure non sarebbe cosa da poco. È in gioco la nostra capacità e la nostra volontà di continuare a rimanere un Paese moderno, o di uscire fuori dal vento della storia. Chiusi e intolleranti si muore. Aperti e accoglienti si vince. Non c´è altra verità. E dunque il problema non è di scegliere fra due strade entrambe praticabili, ma di come attrezzarci per poter percorrere l´unica possibile. Come far sentire meno “soli” i nostri cittadini, meno abbandonati a se stessi nella gestione di ogni convivenza culturalmente più complessa, più rassicurati dalla vicinanza dello Stato e delle istituzioni. Più protetti, e più aperti. La desolazione sociale di Ponticelli genera mostri. Da entrambi i lati. È quello il male assoluto, è lì che l´”altro” diventa il nemico. Quanto è accaduto parla di noi e delle nostre impotenze, molto di più che dei rom e della loro cultura.
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La Stampa
Giustizia fai da te
di Luca Ricolfi
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