13_bambini
6 maggio 2009
Corriere del Mezzogiorno
La storia. I docenti: hanno fatto bene a ritirare l’assurda proposta Maroni
Ferrovia, scuola dei record. Ecco le classi multietniche
La preside: i figli di immigrati sono i più bravi
di Stefano Piedimonte
NAPOLI — La scuola Bovio- Colletta, ne ha visti di tutti i colori. Bianchi, gialli, neri, caffelatte: su 700 bambini iscritti, un centinaio sono stranieri. All’atto dell’iscrizione nessuno sta lì a chiedere il permesso di soggiorno, perché il diritto all’istruzione è universale, o perlomeno dovrebbe esserlo. L’istituto comprensivo fornisce ai genitori dei bimbi stranieri moduli multilingue in cinese, francese, polacco, rumeno, cingalese. Poi il gioco è fatto: «La dispersione scolastica è un fenomeno praticamente sconosiuto all’interno delle comunità straniere — spiega la preside della scuola di via Carbonara, Anna Rita Quagliarella — Quando un immigrato iscrive i propri figli a scuola, puoi star sicuro che li vedrai fino all’ultimo giorno di lezione, a meno che la famiglia non sia costretta a cambiare città». Su 700 bambini iscritti alla Bovio-Colletta, 92 appartengono a famiglie straniere. Niente di strano, secondo la preside: «Siamo in zona Ferrovia. Qui la città è notoriamente multietnica, basti pensare che alla Maddalena c’è stato il primo insediamento di cinesi nel capoluogo campano». Ha accolto con stupore, la preside, la proposta avanzata dal ministro Maroni riguardo ai presidi- spia. «Come quello alla salute, anche quello all’istruzione è un diritto fondamentale dell’individuo. Se vogliono fare controlli sullo stato di clandestinità, che li facciano loro autonomamente, permettendoci di svolgere il lavoro per il quale siamo stati assunti». Di diritto allo studio ed obbligo scolastico ha parlato anche il ministro dell’Interno Roberto Maroni, commentando così il dietrofront governativo sulla norma dei presidi-spia: «Si è ritenuto fondato il rilievo costituzionale che era stato sollevato (dal presidente della camera Gianfranco Fini, ndr) a proposito dell’obbligo scolastico».
«Lavoro nella scuola da oltre 25 anni — osserva la preside della Bovio-Colletta — Ho visto molti ministri e molti cambiamenti, ma è la prima volta che mi capita di ascoltare una proposta del genere. Com’è la prima volta che mi capita di osservare come, l’attuale ministero dell’Istruzione, piuttosto che inviare circolari direttamente alle scuole preferisca comunicare le novità quasi esclusivamente attraverso gli organi di stampa». La materna conta 31 bambini stranieri, l’elementare 40, la media 21. Alla Bovio-Colletta non c’è una classe che non abbia almeno un bambino figlio di immigrati. E alle insegnanti va bene così. «Detto molto sinceramente: gli insegnanti li preferiscono. Questo perché mostrano maggior rispetto per la scuola e per il ruolo del docente, sono più diligenti. Mediamente dopo otto mesi parlano in italiano e si fanno capire. Giunti in quinta elementare, molti di loro superano i compagni napoletani nelle prove scritte».
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17 ottobre 2008
Corriere della Sera
L’ex ministro Tullio De Mauro
«Il modello francese: gli alunni mescolati imparano di più»
di Mario Porqueddu
MILANO — La Lega ha individuato un problema reale?
«No. Pensare che classi dove si mescolano alunni che partono da livelli di conoscenza diversi sia un problema è una sciocchezza solenne».
Non si rischia che in presenza di grandi differenze tra gli scolari la qualità dell’insegnamento si livelli verso il basso?
«Le ricerche condotte nel mondo dicono che più le classi sono eterogenee e migliori sono i risultati degli alunni. Di tutti: dei più bravi e dei peggiori».
Tullio De Mauro è professore di Linguistica all’università La Sapienza di Roma. La mozione sulle classi separate per immigrati che non padroneggiano l’italiano forse non gli piace in assoluto, ma la contesta da studioso dei sistemi di educazione, non da ex ministro dell’Istruzione di un governo di centrosinistra. «Il decisore politico — premette — entro i limiti della Costituzione può fare ciò che vuole. Ma dovrebbe essere bene informato».
Che cosa intende dire?
«Dagli anni ‘70, quando si iniziò a misurare i livelli di competenza degli alunni di decine di Paesi del mondo, fino a oggi, i risultati delle ricerche concordano: il mito del benpensante che crede che separando gli alunni bravi e quelli scemi si faccia progredire gli uni e gli altri è falso. Più le classi sono eterogenee meglio è. In Francia, se in una scuola si verificano differenze troppo marcate, rimescolano apposta le classi a inizio anno».
In Italia, però, ci sono genitori che tolgono i figli da classi con molti alunni immigrati…
«Dipende dalle informazioni che ricevono dai media, che spesso alimentano la paura dello straniero. La realtà è che la scuola elementare italiana in questi anni ha lavorato bene. Ha come bandiera quella di portare avanti tutti, ed è quinta o sesta al mondo. I ragazzi meno bravi che escono dalle nostre scuole, negli studi comparativi, hanno punteggi superiori ai loro colleghi meno bravi cresciuti in sistemi scolastici più selettivi, o dove non c’è tanta immigrazione, o senza i portatori di handicap, che noi inserimmo in classe nel 1966».
E quelli bravi invece?
«Anche chi all’ingresso a scuola parte da posizioni migliori, se esce da un sistema di classi eterogenee ha un profitto superiore a quello di chi frequenta istituti meno aperti. Lo dicono gli studi che seguono i progressi dei ragazzi negli anni».
Tutto questo non complica il lavoro dei maestri?
«Certo, servono insegnanti bravi. I nostri maestri e maestre elementari lo sono, perché la loro formazione fu molto curata dalla ministra Falcucci, che nel ‘85 ha promosso l’aggiornamento a tappeto dei docenti. Ne raccogliamo ancora i frutti. Ora si è parlato di eliminare i team di maestri e ridurre il tempo pieno. Quest’ultima cosa la signora Gelmini dice che non la farà. Speriamo…».
La scuola costa, applicare criteri di economicità non è sensato?
«Io al ministero risparmiavo anche sui fogli. Come faceva Croce, strappavo la parte non scritta e la riutilizzavo. Detto questo, l’Italia spende abbastanza, diciamo non meno di altri Paesi, solo per le elementari. E parliamo sempre di un bilancio magro rispetto al Pil. Ma per superiori, università e ricerca non investiamo quasi nulla».
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4 giugno 2008
Corriere del Mezzogiorno
L’iniziativa. Il caso Napoli finisce anche sui banchi dell’Onu
I bambini dei temi choc oggi dalla sindaca: vogliamo i rom in classe
«Non siamo razzisti, studieremo insieme»
di Elena Scarici
NAPOLI - I bambini di Ponticelli stamattina vanno dal sindaco Iervolino ad esprimere il proprio dolore per la triste vicenda che ha interessato i piccoli rom che abitavano nel loro quartiere e per dichiararsi pronti ad accogliere tutti i bambini nomadi che vorrano frequentare la loro scuola. Sono gli alunni dell’Istituto comprensivo San Giovanni Bosco, 57esimo circolo di Ponticelli, da cui la settimana scorsa sono venuti fuori quelli che sono stati definiti temi e disegni choc. Alcuni di questi, infatti, riportano frasi del tipo: «Hanno fatto bene a bruciare i campi rom, abbiamo dovuto usare le maniere forti». «Episodi del tutto marginali che non rendono ragione del clima di amicizia, accoglienza e rispetto che si respira» - commenta il salesiano don Tonino Palmese, referente regionale di Libera che da due anni lavora nell’istituto. Sarà lui, insieme alla direttrice del circolo e alle maestre, ad accompagnare la delegazione di alunni dal sindaco. «Solo otto elaborati su 100 riportano frasi di quel tipo - aggiunge - gli altri al contrario testimoniano la volontà dei piccoli di riavere al più presto i loro compagni. Il problema semmai è degli adulti che hanno compiuto atti gravissimi nel dare fuoco ai campi e che hanno diffuso una psicosi non solo nel quartiere, ma in tutta la città». Don Tonino conosce bene quegli alunni, proprio a loro fa lezione di legalità, spiegando che esiste gente per bene ma anche delinquenti. «I rom, circa una decina, che frequentavano la scuola erano bene integrati - spiega Palmese - per questo i nostri alunni porteranno al sindaco un documento nel quale ribadiranno, attraverso i tre verbi, conoscere, stimare, amare che sono pronti ad accogliere i loro compagni e per dire che fra loro non ci sono razzisti».
Nella delegazione ci sarà anche Enea, un piccolo rom rimasto nella scuola, la sua presenza è il segno di una integrazione possibile. «Indipendentemente da quelle che saranno le decisioni in merito alle soluzioni da adottare — conclude Palmese — è questione da grandi, i bambini andranno a recuperare quello che la comunicazione in questi mesi ha distrutto». E proprio dall’Europa e dal mondo giungono notizie poco confortanti: una ventina di rappresentanti di ong rom hanno protestato ieri davanti all’Ambasciata d’Italia a Bucarest, accusando la mancanza di reazione delle autorità romene e italiane dopo gli attacchi ai campi nomadi a Napoli. Le ong hanno consegnato una lettera che menziona gli attacchi ai campi nomadi a Napoli, Milano e Torino e il rogo di Livorno del 2007. Stando ai firmatari «il razzismo e la xenofobia in Italia stanno raggiungendo livelli allarmanti ». Sulla stessa lunghezza d’onda Louise Arbour, Alto commissario dell’Onu per i diritti umani che si scaglia contro l’Italia per i ripetuti roghi nel campo rom di Ponticelli e per la «caccia al nomade» che potrebbero configurare una sorta di comportamento xenofobo e razzista tale da far inserire l’Ialia nel «Rapporto» che la canadese Arbour sta redigendo.
Intanto domani la presentazione del libro curato da Marco Impagliazzo della comunità di Sant’Egidio «Il caso zingari», nell’auditorium del Palazzo arcivescovile alle 17,30, potrà essere l’occasione per fare un po’ di chiarezza.
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Repubblica - Napoli
12 ottobre 2007
I bambini di periferia senza luoghi per giocare
di Luca Rossomando
L´assessorato alle politiche sociali del Comune ha deciso di dedicare ai ragazzi questo mese di ottobre promuovendo laboratori e tavole rotonde su temi come la progettazione partecipata degli spazi, la formazione e i metodi di intervento degli educatori territoriali. La manifestazione si chiama “Napoli città giusta”. Qualche anno fa un altro assessore aveva lanciato lo slogan sulla città “dei bambini e delle bambine”, con cui annunciava tra le altre cose un grande centro per l´infanzia da realizzare a Ponticelli. Il progetto non fu portato a termine, ma già allora suonava stonato definire questa città come un luogo accogliente per i suoi abitanti più giovani. Ne sanno qualcosa proprio gli educatori in servizio presso le decine di associazioni, fondazioni e cooperative a cui l´amministrazione delega la cura di molti bambini e adolescenti al di fuori dell´ambito familiare. Da mesi gli educatori protestano per le cattive condizioni di lavoro, il ritardo nei pagamenti e la mancanza di continuità degli interventi. A questi problemi, che dipendono dalla insolvenza e dalle scarse capacità programmatiche delle istituzioni, si aggiungono le scelte dei loro dirigenti, spesso disposti a sacrificare l´efficacia dell´intervento all´ambizione di ingrandire l´”impresa sociale” accaparrandosi l´appalto di un servizio a qualsiasi condizione.
Gli operatori sono l´ultima ruota nell´ingranaggio delle politiche sociali, ma sono anche quelli che ogni giorno incontrano i bambini dei quartieri (ma anche i disabili, gli anziani e le altre categorie “protette” dallo Stato sociale). I più svegli e curiosi approfittano di questa convivenza per affinare i propri strumenti e integrare le lacune di una formazione a volte improvvisata.
Oppressi dal mestiere della sopravvivenza, non sembrano però avere il tempo e la forza per porre all´attenzione pubblica il tema sotteso a ogni politica sociale, quello della trasformazione della città. Una città aggressiva e inospitale con i suoi bambini, non può che generare in tutti, grandi e piccoli, aggressività e paura.
In tutte le piazze del centro, decine di bambini passano i loro pomeriggi disputando accese partite di pallone in ogni spiazzo disponibile nei dintorni di casa. Con il buio, indossano maglietta, calzoncini e scarpette e si sfidano fino a notte tarda in posti come la galleria Umberto, piazza Dante, il sagrato del Duomo e altri ancora. Questo provoca le proteste delle persone perbene, le ronde dei vigili, la disseminazione di transenne, fioriere e altri ostacoli, senza che nessuno si ponga sul serio il problema delle cause di questa sfrenata attività sportiva. E cioè la mancanza di alternative per il tempo libero e di luoghi per l´attività fisica che siano accoglienti e accessibili a tutti.
La situazione non è diversa in periferia. Per restare alla mancanza di spazi, ecco l´esempio della ludoteca “Vulimm´ pazzià”, tre stanze al pianterreno di un palazzo a corte in piazza Zanardelli, dietro il corso Secondigliano. La ludoteca è stata chiusa il 2 aprile di quest´anno senza alcun preavviso. «Se arrivavamo mezz´ora dopo non facevamo in tempo a recuperare nemmeno un giocattolo», racconta Luisa Esperimento, una delle responsabili. La ludoteca è gestita dalla sua associazione, ma il palazzo è del Comune. Al piano di sopra c´è una biblioteca di quartiere. In un´ala della biblioteca era stata segnalata un´infiltrazione. La mancanza di manutenzione aveva aggravato il problema e l´antico palazzo, ristrutturato appena 15 anni fa, era stato sgomberato per intero, compresi i locali della ludoteca, nonostante fossero rimasti intatti. La ludoteca stava lì da dieci anni. Era diventata un punto di riferimento per decine di famiglie del quartiere.
Con l´aiuto delle mamme dei bambini le animatrici raccolgono 1500 firme per la riapertura della ludoteca. Intanto il centro giovanile a cui si erano rivolte nell´emergenza fa loro sapere di essere al completo. Allora individuano un altro edificio, abbandonato per anni e poi ristrutturato nel 2000 in vista di un´apertura come asilo nido che non si è mai realizzata. A giugno convincono l´amministrazione a farsi assegnare alcune stanze del futuro asilo in via provvisoria. Durante un sopralluogo però si accorgono che manca l´acqua. Il Comune non ha un contratto con l´Arin, non c´è nemmeno il contatore. Il 3 settembre l´associazione vince un bando pubblico, dal nome “Città in gioco”, che finanzia la ludoteca per un anno con poco meno di 40 mila euro. Nello spazio individuato l´acqua non è stata ancora allacciata. Allora si rivolgono alla direttrice di una scuola materna, che le conosce perché ha portato i bambini ai loro laboratori. La direttrice può dare uno spazio, ma l´autorizzazione tarda più di un mese perché il funzionario sostiene che nel bando sia richiesta alle associazioni una sede propria. «Noi la sede non l´abbiamo più da sei mesi - conclude Luisa Esperimento - ma alla fine l´abbiamo convinto. Le ludoteche non dovrebbero stare nelle scuole, ma è quello che capita spesso. Per il momento è meglio che niente». Il mese dell´infanzia volge al termine, l´odissea della ludoteca probabilmente continua.
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Repubblica - Napoli
28 febbraio 2007
IL CASO/Affacciati al balcone sulla scena dell´assassinio, mimano i gesti dei sicari e fanno “Bum, bum”
Il delitto sotto gli occhi dei minori e i bambini imitano la sparatoria
di Stella Cervasio
I bambini ci guardano. Di fronte a un omicidio ai piccoli bisognerebbe almeno chiudere gli occhi, pietosamente. Invece sguardi curiosi sempre meno impauriti frugano sotto i lenzuoli che coprono i corpi dilaniati dai proiettili. Non ci fanno più caso le madri, come quella che ieri a Capodichino teneva in braccio il figlio di cinque o sei anni e con lui si muoveva sulla scena dell´ultimo delitto di camorra di via Telesio invece di allontanare, proteggere il minore. Nei quartieri a rischio le finestre sono sempre spalancate e i genitori portano i figli a “vedere il morto a terra” come fosse un telefilm. Anche ieri è accaduto: morte e colpi di pistola fanno parte della vita quotidiana dei bambini napoletani tanto da stupire gli adulti. Non credevano ai loro occhi gli investigatori di fronte a un gruppo di bambini di non più di sei anni arrivati dalle case vicine alla brutale esecuzione, che mimavano davanti alle telecamere una sparatoria come quella alla quale avevano appena assistito. Potrebbero essere validi testimoni oculari. Forse non li turberebbe parlarne in un´aula di tribunale.
Nulla più di cui meravigliarsi, se due anni fa un parroco di Scampia sistemò sullo scenario del presepe statuine di cadaveri grondanti sangue e agguati di camorra. Idea provocatoria, quella di don Vittorio Siciliani, cristallizzata davanti alla grotta della Natività. Che resta lì mentre nella vita quotidiana i bambini assistono ai delitti, guardano la vittima agonizzante per terra, addirittura imitano il ruolo del killer, come è successo ieri in calata Capodichino. Bambini - cinque, sei anni al massimo - affacciati ai balconi di casa. Vedono tutto dall´alto, sono testimoni oculari del delitto. Vedono due uomini in motorino, sentono i colpi di pistola, poi i due uomini scappare. E il sangue, le grida della gente. Sono inconsapevoli, forse pensano a una finzione. Così imitano il gesto di chi ha sparato. Bum, bum, come quando si gioca al Far West. Proprio ciò che descrive quel presepe allestito a Scampìa durante la faida dei cinquantasette morti ammazzati. Dall´alto guardano. Vedono anche - e lo vedono i poliziotti e i passanti - che mamme con bambini in braccio oppure stretti per mano si fermano a memorizzare lo spettacolo del sangue. Li spingono in prima fila davanti alle transenne messe lì dalle forze dell´ordine: è una visione unica e indimenticabile, meglio della televisione. Le espressioni non sembrano turbate. Sono tutti abituati, reggono bene. Anzi, quella è una lezione di vita da non perdere.
Non è la prima volta e non sarà l´ultima. Qualche esempio, tra i più recenti. 29 aprile 2006, in un ristorante di Eboli: i killer piombano di fronte alla tavolata per una promessa di matrimonio e ammazzano il boss di Poggiomarino Matteo Cascone. Tra i commensali ci sono cinque bambini, che finiranno nella lista dei testimoni. Qualche mese dopo i sicari ammazzano, a Quarto, un pregiudicato a passeggio con la moglie e i tre figli di sette, undici e tredici anni. Nel 2004 diventano testimoni chiave nelle indagini per un duplice omicidio di due slavi al campo Rom di Scampia due bambini con le funzioni di vedette del campo, che avvistano i sicari sin dall´arrivo e assistono al duplice omicidio. Già la faida di Scampia del 2004-2005 vedeva i giovanissimi in prima linea sulle scene del crimine finire sulle copertine dei settimanali.
Sono in prima elementare e restano indifferenti invece di scappare a nascondersi. Guardano e non sempre inorridiscono. Che rapporto sviluppano con la morte, gli under 10 che inciampano spesso in cadaveri sulle strade dei clan? Un pericolo per la giovane età la frequentazione troppo ravvicinata dei teatri dei delitti di camorra. Paura e dolore lasciano il posto ad altro, spesso spariscono per sempre. Adele Nunziante Cesaro, professoressa di Psicologia dinamica alla Federico II e direttore del Dipartimento di Scienze relazionali, pensa a «una imitazione della realtà che può essere un modo per esorcizzarla. Ma la drammatizzazione può anche avere il significato di una ripetizione di scene fin troppo note. Potrebbero essere così abituati alla morte - continua la docente - da non badare a quello che ritualmente riproducono. Ma possono valere entrambe le ipotesi di fronte a un impatto emotivo che non può non esserci stato». «È muorto come ‘na zoccola», ha detto un bambino di dodici anni che ha assistito a un´esecuzione del clan Frizziero. «S´è schiattato in faccia a un muro», dicono di un amico che ha avuto un incidente con il motorino. D´altra parte se a dieci anni assistono all´omicidio e lo commentano, a tredici sono già vedette della camorra per proteggere lo spaccio: giovani testimoni di affari fuorilegge quotidiani che diventano parte attiva, fondamentale e irrinunciabile perché in galera non ci vanno.
In un comunicato diffuso dalla Procura due giorni fa per una serie di arresti nei clan Sarno e Panico, il procuratore della Repubblica di Napoli Giandomenico Lepore con il procuratore aggiunto dell´Antimafia Franco Roberti hanno annotato: «Intere popolazioni di numerosi comuni del vesuviano vinte dalla paura - diritto che merita l´umana solidarietà - e dall´omertà». I bambini non sono esenti. «Purtroppo - continua Roberti - la criminalità organizzata nelle sue manifestazioni più eclatanti e sanguinarie in una società priva di valori e basso livello culturale invece di suscitare orrore fa proselitismo. D´altra parte la violenza giovanile così diffusa si spiega proprio con la violenza dei più grandi che viene accolta dai più giovani come esemplare».


