02_politica e partiti2/Pd
tecnicalità partitiche: come si costituisce la costituente del Pd
(e dintorni)
Corriere della Sera
13 agosto 2007
Conversazioni d’estate
Pasquino: questo Pd come la Balena bianca. Fassino mi ha stupito, sarà soldato semplice
di Fabrizio Roncone
ROMA — Professor Gianfranco Pasquino, mancano due mesi esatti al 14 ottobre, il giorno in cui verrà eletto il segretario del nuovo Partito democratico.
«Quindi, avevo ragione io».
In che senso?
«Manca poco, pochissimo. Sessanta giorni, in politica, sono niente. Si confermano, purtroppo, le mie previsioni: l’intera operazione m’è sempre parsa affrettata, ora ci avviamo a una frettolosa elezione del segretario».
Un pessimismo cosmico, professore.
«Un pessimismo realista. Vuole l’elenco di tre, quattro anomalie che dovrebbero essere evidenti a tutti?».
La prima?
«Veltroni si sarebbe dovuto autocandidare. Invece sappiamo tutti com’è andata».
Com’è andata?
«È stato sollecitato. Ha ricevuto una telefonata dal Botteghino… non so, magari Fassino, o piuttosto D’Alema. Chi sia stato a chiamare, comunque, non importa. Ciò che conta è che lui, probabilmente, aveva altri progetti. Infatti, se ben ricordo, si prese poi un intero, lungo fine settimana per decidere».
Seconda anomalia?
«Sembra voglia continuare a fare il sindaco di Roma. Ma mi pare impossibile. Non che ci sia incompatibilità istituzionale, però certamente ce ne è una funzionale. Dove troverà il tempo per dedicarsi a entrambi gli incarichi? Poi, vabbé, c’è la questione Franceschini».
Che ha fatto? Non le piace il ticket?
«Non mi piace che Franceschini abbia subito detto, quasi urlato, “vengo anch’io, vengo anch’io”… confermando il timore e i sospetti che questo Pd, in realtà, nasca dalla fusione a freddo dei gruppi dirigenti di Ds e Margherita. E poi nelle primarie, di solito, si elegge il segretario, non il segretario completo di vice. Tra l’altro, per paradosso, ora si pone pure il problema della sparizione dello stesso Franceschini».
Sparito? Ma no, professore, Franceschini è in vacanza. Come Veltroni.
«Beh, io dico che, e in questo ha ragione Rosy Bindi, Veltroni farebbe meglio a tornare in fretta. Ho letto le dichiarazioni di Fioroni, ho letto la Melandri che manda baci al suo Walter. Direi che, come spesso accade, i sostenitori di Veltroni si stanno rivelando più veltroniani del re. Meglio che Veltroni si rimaterializzi e magari si presenti su un palco per un bel confronto con gli altri candidati».
Professore, allora è vero: lei è un «bindiano».
«Guardi, a parte che a me piacerebbe un partito di chiaro segno socialdemocratico, io dico che alla Bindi dovremmo essere tutti grati. Letta s’è candidato dopo. La prima a dire no, non si può eleggere Veltroni come se stessimo nella Bulgaria di qualche anno fa, è stata Rosy».
Da un po’ di tempo lei non è tenero con Veltroni.
«Il fatto è che io non ho ancora capito che partito abbia in testa Veltroni».
Beh, nel discorso del Lingotto è stato piuttosto eloquente e…
«Senta, non parliamo dei sogni. Parliamo di cose concrete. Per esempio: quale sarà il radicamento sociale del Pd? Voglio dire: intendiamo o no andare oltre la semplice somma dei due partiti?».
Professore, a lei Veltroni proprio non piace.
«Mi ascolti bene: il guaio di Veltroni non sono le mie perplessità, ma i sondaggi che pubblicano i giornali e che lo danno già trionfatore assoluto delle primarie. Sa cosa temo?».
No, cosa?
«La mancanza di entusiasmo della gente. Se continuano a dirgli che Veltroni ha già vinto, che il nuovo segretario sarà lui, c’è il rischio che l’entusiasmo svanisca e che a votare, il 14 ottobre, si presentino in pochi. E le primarie senza voti, sono primarie inutili».
D’Alema, intanto, tace.
«Evidentemente ha scelto, per se stesso, una carriera istituzionale. Fa il ministro degli Esteri, lo fa bene, con competenza e passione. Credo che D’Alema si senta un po’ oltre questo pasticcio delle primarie. Piuttosto mi meraviglia un’altra assenza».
Di chi?
«Di Piero Fassino. È la personalità politica che s’è spesa di più, per questo Pd. Ma non corre per la carica di segretario. Davvero una scelta bizzarra… alla fine di questo percorso, temo di ritroverà come un parlamentare di base, un soldato semplice…».
Nemmeno il gran capo dei Dl, Rutelli, s’è presentato.
«Ma lui è ministro e vicepremier. E poi ha fatto il “manifesto dei coraggiosi” e, come dire? S’è posizionato».
Provi a essere più preciso, professore.
«Beh, ci fosse qualche problema di governo, credo che Rutelli sarebbe facilmente raggiungibile dall’Udc…».
Perché il governo può avere problemi, no?
«È ad altissimo rischio. E credo che Veltroni sia stato scelto anche per questo. Per sostituire Prodi in corsa».
Arturo Parisi: attento, rigoroso, critico.
«Parisi muove sempre rilievi giusti. Solo che poi, alla fine, si defila. Un peccato».
Veltroni, Bindi, Letta, Bersani, Parisi… e poi i prodiani, i rutelliani… quante correnti avrà il Pd?
«Ne avrà tante. D’altra parte, si ricordi cosa ha detto Follini: questo Pd è una Democrazia cristiana che guarda a sinistra…».
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Corriere della Sera
12 agosto 2007
De Mita: il governo? Sopravvive Oggi Prodi perderebbe le primarie
L’ex premier dc: al centro ci sarà il Pd, per Mastella e Casini non c’è spazio
di Fabrizio Roncone
ROMA — Onorevole Ciriaco De Mita, erano anni che non si assisteva a un’estate con un’attività politica così intensa.
«In effetti, è un’estate abbastanza straordinaria e, per molti versi, indimenticabile. D’altra parte, credo che mai nessun altro, in nessuna parte del mondo, deciderà più di fondare un nuovo partito mentre buona parte della classe politica è sotto gli ombrelloni».
Partito democratico, entriamo subito nell’argomento?
«Entriamoci».
In generale, c’è un clima che, di giorno in giorno, diventa sempre più aspro, le polemiche paiono spesso pretestuose e…
«Guardi, le dirò una cosa che a qualcuno potrà sembrare sorprendente, se non addirittura paradossale: però a me queste dosi di veleno, che certamente circolano tra i candidati e i loro sostenitori, sembrano inevitabili e, forse, persino indispensabili».
Presidente, la sua affermazione è davvero sorprendente.
«Gliela spiego: noi, in fondo, abbiamo deciso di utilizzare questo affascinante strumento politico-elettorale americano, vale a dire le primarie, senza però possedere il substrato culturale comune che, per capirci, hanno i democratici e i repubblicani negli Stati Uniti. Così sa qual è il risultato di questo nostro esperimento?».
No, presidente. Qual è?
«Abbiamo inventato una procedura particolare: costruire un partito senza dire come dovrà essere. Invece che perderci in lunghi dibattiti per stabilire quali dovranno essere le sue strategie, i suoi orizzonti, discutiamo su chi lo debba guidare. Discutiamo sulle persone, piuttosto che sui programmi. E una discussione basata essenzialmente sulle persone non può che produrre polemiche, veleni…».
I sondaggi dicono che Walter Veltroni dovrebbe vincere in modo piuttosto netto.
«Sul mercato è certamente il personaggio politico che raccoglie il maggior numero di consensi, compreso il mio. E anzi: aggiungo che trovo giusto anche il ticket con Franceschini… mi sembra un’alleanza assai strategica, davvero un buon punto di sintesi… Naturalmente, e chi mi conosce lo sa, devo comunque ammettere che ho sempre diffidato della politica che si riconosce in una sola persona, o al massimo in due».
Per forza. Ai tempi andati della Democrazia cristiana eravate così tanti. C’era lei e c’era Andreotti, e poi Forlani, e Zaccagnini e…
«Non prosegua, la prego, perché l’elenco è lungo. Piuttosto, sa però perché furono così tanti i protagonisti di quella stagione? Perché tutti, davvero tutti ebbero la capacità di interpretare i bisogni della gente. D’altra parte, la diversità tra quella democrazia e questa… ».
Questa della seconda Repubblica?
«Questa, esatto: la diversità sta nel fatto che quella democrazia aveva la presunzione di rappresentare degli interessi. Oggi, al contrario, ci si limita alla cattura delle semplici emozioni».
Se è così, stiamo camminando su un crinale rischioso.
«È il crinale tra una democrazia rappresentativa e una democrazia plebiscitaria: bisogna stare attenti, a ogni passo che facciamo».
Torniamo alle primarie. Enrico Letta e Rosy Bindi.
«Mi sembra siano soprattutto alla ricerca di argomenti provvisori, per distinguersi. Più in generale, li vedo comunque in sintonia con una grave deformazione della politica italiana: dove si privilegia la demonizzazione dell’avversario, piuttosto che l’affermazione delle proprie idee».
Rutelli, dopo la stesura del «manifesto dei coraggiosi», osserva con…
«Rutelli oscilla continuamente tra il desiderio e le opere. Una volta privilegia il desiderio, la volta dopo le opere. Direi che ha più di qualche difficoltà a trovare un punto di equilibrio politico».
Anche i Ds, certi giorni, danno però la sensazione di oscillare. Con Veltroni, in polemica con Veltroni, oppure con Veltroni a patto che…
«Vede, io non credo si possa immaginare di costruire il Pd oscillando tra la memoria storica dei vecchi partiti e una grande suggestione per il partito che vogliamo fondare. Il fatto è che bisognerebbe avere la capacità di collocare le esperienze del Pci e della Dc, dei Ds e della Margherita, nel futuro. Ma non è facile. Così, nell’incertezza, o per pura paura, si finisce con lo scivolare sempre all’indietro, nel proprio passato. E questo, sinceramente, mi sembra un rischio grave, tra i più gravi che stiamo correndo».
Lei parla di futuro. Come se lo immagina?
«Guardi, il futuro non è una cosa astratta. Infatti se entrassimo in un supermercato, o in un ufficio postale, e chiedessimo alla gente in fila, avremmo risposte precise. Voglio dire che nell’opinione pubblica c’è voglia di novità, ci sono aspettative concrete… il guaio è che la classe politica, che queste novità dovrebbe produrre, è invece pigra».
Per interesse o per stanchezza?
«Non lo so, probabilmente per tutti e due questi fattori. Il risultato, purtroppo, è di avere una politica completamente dissociata dalla realtà».
Un rischio, ammetterà, che corre anche il nascente Pd.
«Assolutamente sì. Vede, il consenso c’è, se si condivide qualcosa, e non per simpatia, non perché c’è qualche nome di fascino in una lista di sostegno… Le faccio un esempio e le chiedo: se oggi ci fossero di nuovo le primarie per eleggere un candidato premier a Palazzo Chigi, lei crede che Prodi sarebbe di nuovo eletto?».
Beh…
«Io temo di no. E sa perché? Perché il consenso vero, per capirci, è quello che avevano personalità come De Gasperi o Moro, capaci di intercettare le esigenze dell’opinione pubblica, senza però aver paura di entrarci in conflitto se, per dire, occorreva mettere una tassa necessaria».
Questi non sono esattamente complimenti a Prodi.
«Prodi guida un governo in enorme e palese difficoltà non per colpa di una maggioranza risicata nei numeri, ma per come quella maggioranza si è formata, per le mille posizioni ambigue…».
Prodi dura?
«Sopravvive».
Non è un grande prospettiva.
«Agli inizi degli anni 90, parlando a una platea di giovani, dissi che il governo, all’epoca traballante, aveva deciso di “tirare a campare”… Sa come commentò Andreotti? Disse che era “sempre meglio tirare a campare, piuttosto che tirare le cuoia”».
Mastella e Casini, intanto, continuano a pensare a una forza di centro.
«Mi attirerò delle critiche, ma io penso che sarà il Pd la nuova forza di centro del Paese. Per altro non credo ci sia spazio».
E l’operazione di Savino Pezzotta?
«Se capisco, Pezzotta pensa all’organizzazione dei cattolici nella società italiana. Una realtà di cui il Pd, a mio parere, deve assolutamente tenere conto».
È un’ora che parliamo, e lei parla con i toni di uno che è ancora, anzi ben dentro al progetto del Pd.
«Ci ho pensato: non credo di potermi sottrarre a questa sfida. Sì, ho disponibilità, curiosità…».
Quanti anni ha, presidente?
«Questa mattina, 79».
Molti dicono che è un po’ sprecato, un personaggio politico del suo rango, a Nusco…
«Come pensa possa risponderle? Se dicessi di sì, che lo penso anch’io, apparirei presuntuoso. Se dicessi di no, stupido, o reticente. Non potremmo evitarla, questa domanda?».
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Corriere del Mezzogiorno
4 agosto 2007
Amendola: «Pd, pronto a fare la mia parte»
«Le candidature? Nessuno è indispensabile, tutti siano al servizio del progetto»
di Paolo Grassi
A Ranieri, che spera in facce nuove per la guida del Pd in Campania, ribatte con affetto e al tempo stesso con un pizzico d’ironia: «Umberto è un grande amico e ha detto molte cose giuste nell’intervista pubblicata ieri dal Corriere del Mezzogiorno, ma le primarie non sono lo Zecchino d’oro»; rinnova la piena fiducia al governatore Bassolino («dimostrerà certamente la sua innocenza »); punzecchia Isaia Sales («io sono un garantista convinto e il nostro è un partito di garantisti convinti: una via maestra tracciata grazie alla lunga tradizione migliorista»); auspica che la mano pubblica si «occupi di tutti i precari, non solo degli Lsu»; invita gli imprenditori a «rischiare di più»; si dice convinto della necessità di una «rivoluzione liberale» («anche a costo di dover combattere con i conservatori di sinistra e di destra»). Poi, senza ipocrisia, quando si parla di candidature, afferma di «essere pronto a fare la sua parte» per la nascita del nuovo partito.
Enzo Amendola, segretario regionale della Quercia, entra a piedi uniti nella discussione sul Pd. Lui che una scelta di campo per la leadership nazionale l’ha già fatta da tempo. «Non solo io. Alcune settimane fa ho chiesto alla direzione regionale dei Ds di schierarsi con Walter Veltroni. Ossia di raccogliere la sua candidatura e di sostenerla per costruire una nuova stagione politica in Italia come in Campania».
E come è andato il voto?
«La mia linea è passata a larga maggioranza. Certo c’è stato qualche astenuto e qualcun altro ha preferito scegliere altre strade. Ho deciso di coinvolgere l’intero partito non per scelta oligarchica, bensì perché non amo muovermi in solitaria. Non ragiono come uno di destra e credo ancora nelle comunità politiche. Naturalmente questo non significa che punto all’unanimismo ».
Ranieri ha detto che Enrico Letta rappresenta una «boccata d’aria fresca». Lei perché preferisce Veltroni?
«La forza di Walter è di voler costruire un’idea di Pd basata non solo sul sentimento: alle fondamenta c’è un manfifesto di modernizzazione del Paese senza se e senza ma. A partire da un ambientalismo dei sì».
Lei è convinto dell’utilità dello strumento delle primarie?
«Sì, ma a patto che si comprenda che qui si sta costruendo un partito: questa fase non è assimilabile a quella che ha portato alla candidatura di Prodi per la guida del Governo».
Ranieri ha chiesto, per la Campania, facce nuove…
«Ripeto, qui non facciamo solo primarie. Non è un concorso di bellezza o lo Zecchino d’oro, dove trovare figure giovani e innovative. Bisogna avere un’ampia partecipazione, nel senso più nobile della democrazia diretta; ma è atrettanto importante avere pesantezza di idee e progetti per aprire la nuova fase. Forse non tutti hanno compreso che il 14 ottobre è la data di nascita del Pd: il punto di partenza e non di arrivo per un partito popolare e riformista. Dunque, lo slogan di Veltroni sulla nuova stagione della politica diventa una missione davvero impegnativa anche qui in Campania. Serve un impegno d’onore…».
Prego, illustri l’idea.
«Dopo il 14 ottobre, giorno delle primarie, arriveranno le sfide più gravose anche in Campania. Prima fra tutte: ricostruire la fiducia tra i cittadini e le politica. Un obiettivo che si raggiunge solo con riforme profonde. Ecco, l’impegno d’onore serve a questo. E si deve articolare su tre punti».
Cominci.
«Primo: in epoca di federalismo fiscale, Regione e enti locali devono raccordarsi su basi diverse. C’è la piena necessità di trasferire a Comunie e Province i più importanti settori di esecuzione della spesa pubblica, a cominciare dalla Sanità. L’amministrazione campana, secondo me, va alleggerita delle funzioni di gestione, potenziando il ruolo di indirizzo. È come trasformare un vecchio pc Olivetti in un Ipod. Dunque, il primo punto del patto è l’approvazione di una legge netta sul decentramento».
Passiamo al punto due.
«Occorre riorganizzare la spesa pubblica in Campania, tagliando le voci inefficaci e rilanciando sul futuro».
Sia più chiaro.
«Un conto sono le società miste, un altro la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Una direzione è il continuo sostegno ai soli Lsu, altro è alleviare il precariato sempre più ampio e diffuso. Ci sono dei bivi e bisogna scegliere adesso».
E lei evidentemente ha già ben chiara la strada da prendere.
«Certo. E la metto al terzo posto dell’impegno d’onore: una vera rivoluzione liberale, che parta dal rapporto con le forze economiche e sociali».
Cosa chiede agli imprenditori?
«Noi ci impegnamo a snellire e rendere automatiche le procedure — e la legge regionale di riforma degli incentivi targata Andrea Cozzolino mi pare vada proprio in questo senso — ma loro devono rischiare di più. Ritengo che Bassolino, in un’intervista proprio al Corriere del Mezzogiorno,
avesse ragione: bisogna ricostruire l’industria a partire dalle linee impostate da Bersani. Quando parlo di rivoluzione liberale collegata all’economia, però, intendo anche altre cose».
Per esempio?
«Bisogna affrontare questioni urbanistiche e della convivenza civile in molte città della Campania, accendendo i motori della trasformazione e dell’assetto del territorio ».
Sarebbe una vera rivoluzione. Ma come pensate di fare?
«Partendo da un assunto: i Prg non sono le tavole di Mosè. E la disgnità sociale si ricostruisce anche facendo più bella la nostra regione. ».
Ma si rende conto che il Pd che lei sta immaginando dovrà dialogare con forze che una rivoluzione liberale la vedono come una grande minaccia?
«Non dobbiamo aver paura di scontrarci con tutti i conservatorismi: di destra e sinistra ».
Torniamo alle primarie: da più parti sono state sollecitate le candidature di De Mita, Polito e Cozzolino. Che ne pensa?
«La scelta delle candidature deve avvenire in base a un progetto. Nessuno si deve sentire indispensabile ma tutti devono essere al servizio di questo processo: senza personalismi o esclusive ambizioni».
«Io sono al servizio di questo processo e pronto a fare la mia parte. Detto questo, ricordo che ci sono tante energie e tutti devono avere il coraggio di essere pronti. A me, ripeto, il coraggio non manca».
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Qualche domanda ai «lettiani» di casa nostra
di Fabio Ciaramelli
Tra i politici italiani, come ha scritto Mario Ajello sul Messaggero, il gioco più gettonato dell’estate è il sudoku del Partito democratico in vista dell’occupazione delle caselle del potere. In Campania i dirigenti politici che contano si sono subito posizionati in maniera compatta su Veltroni, con poche ma significative convergenze femminili sulla Bindi. Fa eccezione la presa di posizione di Umberto Ranieri.
Nell’intervista concessa ieri al Corriere del Mezzogiorno, l’esponete diessino da un lato ha confermato la sua scelta di campo a favore di Enrico Letta, ma soprattutto ha espresso la volontà politica di darle un radicamento nel contesto campano. Va dato atto a Ranieri e all’area riformista che lo segue di aver avuto coraggio, rifiutando l’unanimismo del gruppo di potere vicino a Bassolino e alla Iervolino. Non a caso, presentando su questo giornale le ricadute locali della sua scelta, lo stesso Ranieri ha invocato come necessaria una vera e propria «soluzione di continuità». Lo ha fatto certo con molta diplomazia, ma con un chiaro disegno politico.
Distaccandosi dal gruppo dirigente maggioritario e scegliendo Letta, Ranieri intende organizzare in Campania l’area degli scontenti, fornendo così uno sbocco alla protesta di tanti elettori di centrosinistra delusi dalle amministrazioni al potere da un certo numero di anni con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Se però questo progetto ha davvero un senso, deve riguardare un vero rinnovamento della politica. Letta ne ha parlato più volte, e ovviamente non si riferiva soltanto alla dimensione generazionale (il patto dei quarantenni giustamente ridicolizzato, in modi diversi, da Sartori e da Scalfari), ma innanzitutto a contenuti e metodo. Non a caso la prima svolta da lui annunciata è il rifiuto della cooptazione e l’apertura alla partecipazione di chi si sente estraneo alla politica.
Ranieri e i suoi sono davvero d’accordo? La «soluzione di continuità» da lui invocata deve riempirsi di contenuti concreti, altrimenti resta una generosa ma vuota dichiarazione d’intenti. Insomma, è comprensibile che l’area napoletana degli elettori di Letta voglia occupare il vuoto di rappresentanza politica provocato dalla crisi del sistema di potere bassoliniano, ma per dare credibilità a questo progetto è indispensabile assumere posizioni chiare, esprimendosi senza mezzi termini sui principali limiti delle amministrazioni in carica, a cui corrispondono ferite aperte e sanguinanti della nostra vita civile. E allora, per farne un rapido elenco, quali sono, per i grandi elettori napoletani di Letta, gli errori politici del centrosinistra e dei suoi dirigenti nella gestione demenziale della questione rifiuti? Quali le loro responsabilità nei ritardi e nello stallo di Bagnoli? Che ne pensano della gestione campana dei fondi europei, capace di alimentare il consenso delle consulenze, ma del tutto inetta a produrre occupazione? E per finire con una questione più recente, ma ricca di implicazioni simboliche: qual è la loro posizione sulla gestione locale e nazionale dell’ecomostro di Alimuri?
Se il rinnovamento annunciato da Letta e dai suoi elettori napoletani è una cosa seria, e non un nuovo capitolo della «discontinuità della continuità », deve prevedere risposte non rituali a queste domande. Altrimenti siamo solo di fronte a un’altra partita di sudoku.
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Repubblica - Napoli
4 agosto 2007
Le liste generazionali vacillano e i giovani di Ds e Margherita organizzano una “convention” a fine agosto a Seiano, in campeggio
Spunta Teresa Armato per la segreteria del Pd
di Angelo Carotenuto
Cercasi nome condiviso. Ds e Margherita partono da qui, dal ragionamento di Ciriaco De Mita sulla candidatura regionale alla guida del Pd. Non sarà agosto a fermare fibrillazioni e contatti dietro le quinte: martedì l´ex segretario della Dc e deputato da 44 anni di fila vuole a pranzo amici personali e di partito nel giardino di casa sua, a Nusco, sotto il pergolato, per festeggiare san Ciriaco. Cercasi nome condiviso. De Mita lavora perché sia il suo. Andrea Cozzolino, invece, sta aggiornando il suo blog per farne un punto di incontro e di discussione sulla strada della costruzione del Pd. Fin qui ha offerto la sua «disponibilità a ragionare» su un´ipotesi di candidatura. Ora è al lavoro per scrivere un documento programmatico, una riflessione a tutto campo da rendere pubblico a fine agosto. Per spezzare la discussione sui nomi e riparlare di idee.
Ma dentro la macchina di Veltroni crescono le azioni di Teresa Armato, già nominata alla testa del comitato elettorale. Secondo alcuni ha l´identikit giusto. Viene dalla Margherita, e pare che sia un requisito indispensabile per il segretario regionale del Pd. È un assessore di Bassolino. Ha il sostegno delle donne. Parla ai mondi esterni. Intanto cerca una sede, quella che invece i 78 promotori del Pd hanno già trovato in viale Gramsci: inaugurazione la prossima settimana.
Nel giorno della presentazione nazionale delle liste a sostegno di Veltroni, con la sinistra interna di Brutti e Vita si fanno vedere Ciro Cacciola, capogruppo ds alla Provincia; Francesco Taglialatela, sindaco di Giugliano, e l´assessore provinciale al Turismo, Giovanna Martano che dice: «È una novità rilevante nell´ampio fronte per Veltroni». Con loro c´è pure Renato Nicolini, che fu assessore della giunta comunale Bassolino. «Una molteplicità di forze - ancora Martano - e di orientamenti con idee della sinistra ds». Ma un pasticcio c´è. I giovani. Dovevano essere una ricchezza, ora il Pd non sa dove metterli. «Stiamo preparando un partito per voi», parole di Antonio Bassolino durante l´ultimo congresso ds. Come la pensa il governatore, non è un mistero: numero limitato di mandati per i politici dell´era Pd, e limiti d´età.
Però le liste generazionali a livello nazionale sono già saltate, e a livello locale vacillano. «Che fine hanno fatto?». I giovani sono stati esclusi e assimilati nella seconda delle tre liste a sostegno di Veltroni, quella “dell´innovazione”, con rappresentanti del mondo del lavoro e del sapere. «Nel discorso del Lingotto - dicono i 5 segretari delle province campane del Pd - si parlava di patto generazionale. Ma un patto si stringe in due». Diventa a rischio anche la presenza nella corsa regionale. «C´è il rischio di finire dentro liste senza un´anima politica», avverte Amedeo Cortese (Sg Napoli). Il regolamento dà maggior peso ai delegati che ai voti: spinge i candidati a farsi sostenere da poche liste per non disperdere consenso. I giovani possono sì prepararne una tutta loro, ma occorrerà poi l´accettazione del leader nazionale. «Ci vennero chieste liste generazionali e le stiamo costruendo. Non per cooptazione. Non per anagrafe. Sapendo che per noi il mondo dei saperi è rappresentato dagli studenti e dai ricercatori, non solo dai “baroni”; che il mondo del lavoro è rappresentato dai precari e non da chi difende posizioni acquisite; che l´ambientalismo è rappresentato da chi è favorevole alla risoluzione dei problemi e non dai fautori del no», il loro manifesto. E se non fossero accettate? «Alle cose che ascoltiamo dai palchi ai congressi, noi crediamo», così Michele Grimaldi, segretario della Sg in Campania.
Sulla questione generazionale in sé, la Margherita reagisce coi consiglieri comunali di Napoli alle obiezioni sollevate contro la possibile candidatura di De Mita, 80 anni a febbraio. «La novità non è rappresentata dalla discontinuità generazionale», dicono. Anche quelli meno vicini al leader. Di tutto questo i giovani di Ds e Margherita discuteranno in una singolare “convention” dal 28 al 31 agosto. Insieme in campeggio. A Seiano. Con il ministro Melandri e con Rita Borsellino. Hanno invitato anche Bassolino. Saranno proprio i giorni in cui De Mita scioglierà le sue riserve per la candidatura regionale.
Ma Osvaldo Cammarota, presidente delle associazioni per il Pd e fra i 78 del comitato promotore, parla di “corsa agli armamenti”: «Era prevedibile che l´elezione contestuale dei segretari nazionale e regionale scatenasse i peggiori istinti correntizi di Ds e Margherita. Dubito che la “società civile” possa essere interessata ai giochi di potere con accordi tra componenti interne. C´è da temere che le stesse dinamiche si riprodurranno per la segreteria regionale». Soluzione? «Slitti a dicembre l´elezione regionale. Le liste bloccate rendono ancor più stringenti le logiche di appartenenza e aumentano il potere di chi può mobilitare “pacchetti di voti”. Non è questo il Pd promesso agli elettori dell´Ulivo. Più che federale si prospetta feudale. Si provi almeno a livello locale a non deludere del tutto le speranze e le attese di cambiamento».
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L´INTERVISTA / Il senatore replica alle accuse del sindaco sulla gestione bassoliniana dei rifiuti
De Simone: ma De Luca ci ricopre d´immondizia
di Ottavio Lucarelli
«Vincenzo De Luca nella vicenda di Bassolino è una voce isolata. Tutti, dal cardinale Sepe ai politici, hanno espresso solidarietà mentre in lui prevalgono istinti bestiali e vecchi rancori». Andrea De Simone, senatore salernitano della Quercia e amico di Bassolino, censura le accuse che il sindaco di Salerno, il diessino De Luca, nell´intervista di ieri a “Repubblica”, ha lanciato sul piano politico e non giudiziario nei confronti dei sette anni di gestione Bassolino in Regione.
Senatore, perché è convinto che si tratti solo di rancore?
«Conosco De Luca da troppi anni. Lui ha un´ossessione, la demolizione dell´avversario. Non è abituato alla competizione corretta. All´inizio degli anni Novanta, peraltro, è emerso solo in seguito alle disavventure di altri. Oggi è una persona che aspira a sostituire Bassolino. Ma io preferisco cento volte Bassolino. E cento volte anche De Mita piuttosto che De Luca».
Anche Bassolino, però, è emerso negli anni Novanta a Napoli dalle disavventure di altri. Non è vero?
«Sì, ma in situazioni diverse. Negli anni precedenti Bassolino era a Roma mentre De Luca era a Salerno, alleato stretto di Carmelo Conte e di Paolo Del Mese. Lo dico con pacatezza essendo io certamente non un giustizialista. De Luca ha cavalcato quegli anni e ha fondato il suo sistema sull´intreccio tra demagogia, populismo e interessi forti delle famiglie salernitane che hanno le mani in pasta in tutte le lottizzazioni. Quando è finito sotto inchiesta derideva quella magistratura che ora lui stesso sostiene».
Lui attacca Bassolino sul piano politico, non giudiziario.
«De Luca deve moderare i toni. Non può ergersi a paladino della morale uno che viene dalla Prima Repubblica. Accusa Bassolino di aver favorito l´emergenza ma l´emergenza in Campania c´è anche perché ci sono situazioni come Salerno che in percentuale porta in discarica più rifiuti di Napoli. Nessuna zona di Salerno è interessata alla raccolta differenziata, De Luca è uno di quei sindaci che contribuiscono alla politica delle discariche».
Da oltre un anno, però, De Luca chiede il termovalorizzatore a Salerno. Chi lo blocca?
«De Luca per anni è stato contro ogni tipo di impianto e mi domando come mai abbia cambiato idea. Chi predica la trasparenza, peraltro, la deve praticare. Pubblichiamo gli elenchi di chi lavora al consorzio di bacino di Salerno e alla discarica di Sardone tra Salerno e Giffoni. Se parlasse il sindaco di Mercato San Severino, dove la raccolta differenziata è ai livelli dell´Emilia, tanto di cappello. Ma De Luca è il sindaco che produce più rifiuti per discarica in Campania. E fa il sindaco perché ha fallito a livello nazionale».
Anche Bassolino a livello nazionale non ha avuto il successo sperato. Non è così?
«No. Bassolino è stato ministro ed è membro dei 45 del Partito democratico. È ancora un protagonista nazionale. Lo dico da senatore. Il piano di Prodi per il Mezzogiorno lo ha proposto lui. In ogni caso, paragonarli è come mettere sullo stesso piano i campioni dell´Inter e la squadra del mio paese di origine, Montoro Inferiore, che gioca in prima categoria».
Però a Salerno alle ultime comunali Vincenzo De Luca ha messo in fila i partiti. Ha vinto da solo contro tutti, come ha fatto?
«Contro di me ha sempre perso. Alle politiche del ‘92 sono stato parlamentare con 27 mila voti e lui è rimasto fuori con diecimila. L´anno scorso alle primarie nei Ds ho vinto in 65 sezioni e lui in 45».
Però la gente sta con lui. Perché?
«Per responsabilità dell´intera classe dirigente salernitana, me compreso, che lo ha lasciato crescere. E abbiamo sbagliato. Forse anche a sostenerlo. Non c´è una sola opera pubblica di Salerno che non sia stata finanziata dalla Regione. Lui urla contro Bassolino per avere di più».
Se la tattica funziona fa bene a urlare nell´interesse di Salerno?
«Ha avuto più di altri Comuni. È vero. Perciò dico che ci sono responsabilità nel fenomeno De Luca. Che, tutti sanno, vuole fare il presidente della Regione».
Come lo fermerete?
«Si fermerà da solo».
In che modo?
«Gente come lui non ha futuro nel Partito democratico».
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Il Foglio
1 agosto 2007
Dopo la finta di Tonino e lo sdegno di Furio resiste solo Marco
Roma. “C’è chi si batte per candidarsi e chi si candida per battersela”, dicono alcuni funzionari dell’Ulivo. Perché se Marco Pannella da dieci giorni viene quotidianamente escluso dalle primarie del Pd con metodica costanza, ieri Furio Colombo ha polemicamente mollato la competizione. Eppure Furio ce l’aveva quasi fatta, nonostante molte delle firme da lui consegnate fossero fotocopiate, aveva ottenuto dall’inflessibile Nicola Stumpo una dilazione di 48 ore per dimostrarne la validità. Ma ieri sera, come aveva vaticinato Robin su Europa, l’ex direttore dell’Unità ha espresso il gran rifiuto: “Mi chiedete ‘entro 48 ore’ le firme originali. Mi rendo conto che la vostra richiesta è legittima, in base alle antiche regole burocratiche che questa vostra segreteria si è data”. Così mentre dagli uffici romani dell’Ulivo fanno sapere che Furio si ritira “perché nun cià fa, come la volpe con l’uva”, e mentre a Catania gli animalisti candidano alla segreteria “un gatto meticcio di dieci anni con indole da capo branco” che si chiama Palla, a Roma l’esclusione di Pannella divide. Per il ministro Rosy Bindi era “inevitabile”, mentre per il prodian-parisiano Franco Monaco, considerato un termometro degli umori del premier, “è una decisione precipitosa e non motivata”.
Il fatto è che Marco Pannella, impipandosene dei niet democratici, lunedì ha consegnato le firme a sostegno della candidatura sua e di Emma Bonino ricevendo l’ennesimo diniego: gli autorevoli Stumpo, Recchia e Piscitello – che compongono l’ufficio tecnico dell’Ulivo – lo considerano incandidabile “ai sensi dell’art.1 comma 2 e art.7 comma 4”. Che più prosaicamente, come hanno detto Walter Veltroni e Romano Prodi, significa: Pannella sciolga i radicali e poi se ne parla. Così anche stavolta il grande capo bianco dei radicali fa spallucce, e spernacchiando l’ufficio tecnico dice che “la loro delibera non ha nessun valore”. Ma intanto il termine di consegna delle firme è scaduto e sebbene i radicali annuncino un ricorso, per adesso restano fuori assieme ad Antonio Di Pietro, non accettato sulla base dello stesso ragionamento: non ha sciolto il partito, non è dei nostri. Ieri Di Pietro l’escluso aveva iniziato la giornata con una gran voglia di menar le mani: “Trarrò le conseguenze – scriveva il minaccioso ministro sul suo blog – anche sulla opportunità di restare in una coalizione che ci respinge”. Tuttavia in serata si era già calmato, spiegando conciliante che non solo non farà ricorso, ma rilancerà il ruolo autonomo dell’Italia dei valori nella fedeltà al governo Prodi. Insomma in poche ore ha metabolizzato il rifiuto del Pd sciogliendolo nell’orgoglio di appartenere a un’altra formazione. Così, com’è normale, la contraddizione non sfugge ai maligni che si scatenano insinuando che la candidatura bocciata di compare Tonino facesse parte di una sceneggiatura finalizzata a stemperare l’effetto dell’esclusione singola di Marco Pannella. In sostanza “escluderne due rende le cose più facili”. Altri, meno machiavellici e più cabalisti, dicono invece che il golden boy di Montenero di Bisaccia “vuole solo farsi un po’ di pubblicità”, ricordando come il ministro delle Infrastrutture abbia sempre riconosciuto a Pannella la capacità di tenere viva l’attenzione su di sé con le celebri pannellate agostane: “E’ un genio della comunicazione”, avrebbe detto una volta Tonino. Sarà. Resta il fatto che, almeno per adesso, l’esclusione di Pannella suscita reazioni indispettite, mentre quella di Di Pietro sembra già archiviata (in primo luogo dalla vittima). Sarà perché il Corriere della Sera ha affidato a Piero Ostellino un fondo solidale con il vecchio radicale. E un po’ sarà che Pannella rivendica un diritto di prelazione culturale sul Pd. Perché, come dice Antonio Maccanico, “lui democratico lo è da sempre, dai tempi in cui frequentava Mario Pannunzio alla redazione del Mondo”. Forse per questo ha ragione Bonino: “L’esclusione di Pannella è una scelta politica e non tecnica”, la scelta di “ignorare” la storia dalla quale i radicali provengono.
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Corriere della Sera
31 luglio 2007
LE REAZIONI /Il leader radicale non si scompone: ero preparato, combatterò
di Alessandro Trocino
ROMA — «Ero più che preparato». Marco Pannella lo sapeva, l’aveva capito da tempo e quando, a tarda sera, arriva la notizia ufficiale della bocciatura della sua candidatura da parte dell’ufficio tecnico del Partito democratico, risponde sicuro: «Ricorrerò. E comunque combatteremo fino a quando nello schieramento opposto non si manifesterà una minoranza laica e liberale, determinata, consapevole, intransigente e concreta». Insieme a Pannella, l’altro bocciato è Antonio Di Pietro, anche lui «non riconducibile al percorso costitutivo del soggetto unitario». Dall’entourage dell’ex pm emerge una certa sorpresa: «Non ce l’aspettavamo. Certo, se era tutto già precostituito, allora vuol dire che abbiamo scherzato. E che hanno fatto bene a tenerci fuori».
Finisce così, con due rumorose bocciature, la giornata della candidatura alla leadership del Pd. Pannella prospetta sciagure: «Ci si pone il problema, come alle elezioni, di come salvarli e salvarci tutti da una disfatta che costituirebbe un salto nel buio per il Paese, con le peggiori prospettive immaginabili ». È da poco passata la mezzanotte. Piazza Santi Apostoli è ormai vuota. Tre ore prima, alle 21, quando il cronometro delle candidature sta per fermarsi, l’ultimo ad arrivare è Amerigo Rutigliano. Si precipita al terzo piano correndo per le scale, affannatissimo, con mucchi di foglietti con le firme in mano. Tempo scaduto. Rimbrottato, prova a giustificarsi: «Ma come, sono solo dieci minuti, vi avevo detto che ero in ritardo… ». Bocciato senza pietà. Poco prima era arrivato sgommando Furio Colombo, ormai dato per disperso: «Mancano nove minuti, che fretta c’è?».
Davanti al tavolo ovale arrivano in undici, per consegnare le 2.000 firme necessarie. A riceverli c’è Nicodemo Oliverio. Lo «storico» momento viene immortalato dalle telecamere del nascente Pd, con tanto di interviste ai candidati, da oggi in rete nel sito dell’Ulivo. Unico a rifiutarsi, Leoluca Orlando, venuto ad annunciare la discesa in campo di Di Pietro: «Quando abbiamo raccolto le firme? Domenica, no? Mica siamo andati al mare noi». Tempo sprecato. Anche se il tentativo di candidatura fa paura. Infatti Furio Colombo, avvisato dai cronisti dell’arrivo di Orlando, ci rimane male: «Certo, Di Pietro mi potrebbe togliere spazio sul fronte dell’antiberlusconismo e della legalità». Pannella teorizza: «Ora c’è anche Tonino, oltre a noi: possono fare fuori anche lui?». Possono. In tarda serata il doppio no sarà ufficializzato dai magnifici sette dell’ufficio tecnico amministrativo: il presidente Nico Stumpo, Roberto Agostini, Margherita Miotto, Nicodemo Oliverio, Rino Piscitello, Fausto Recchia e Francesco Graziano.
Pannella l’aveva quasi previsto già nel pomeriggio, prima di fumare il suo toscanello all’anice al terzo piano: «Ho scoperto un regolamento segreto: c’è scritto che prendono tutti, tranne me. La verità è che c’è un fatto viscerale contro di noi, è una questione di Dna, ci devono esorcizzare». Accanto a lui ascolta attento Sergio Stanzani, radicale storico, in sedia a rotelle.
Passa Alain Elkann e si informa: «Ma ti candidi tu o la Bonino?». Pannella risponde calmo, poi si lascia andare: «Se ci bocciano faremo ricorso. Non li possiamo abbandonare alla loro scemenza. Dalla Chiesa diceva: Curcio andava, Negri mandava. Questa è cattiva, lo so, mi è scappata». Gliene scappa un’altra, per incoraggiare Colombo, che a un certo punto sembra non avere le firme: «Furio è una persona splendida, ma deve imparare a combattere contro la mafia».
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Repubblica - Napoli
31 luglio 2007
Pd, Emily lancia Rosy Bindi
Carloni a Rossi-Doria: usa metodi da vecchia politica
di Angelo Carotenuto
Nel nome delle donne e del Sud. «Nel momento in cui si pone una questione settentrionale, sia chiaro a tutti che non va dimenticata quella meridionale. I problemi più grandi e le più grandi potenzialità sono nel Mezzogiorno. Bisogna porre l´accento su sicurezza, infrastrutture, sanità, lavoro. Se non si risolvono questi problemi, l´Italia non cresce e non supera le sue diseguaglianze». Ecco perché Rosy Bindi fa partire da qui il suo tour verso le primarie del Pd del 14 ottobre, coi fiori del sindaco Rosa Russo Iervolino sul tavolo del centro congressi del Royal. «Nel linguaggio delle donne significa: sostengo Veltroni, ma puoi vincere tu». Qui, Napoli, dove le hanno messo il tarlo nella testa. Era il 22 giugno, Santa Maria la Nova, un convegno. La Bindi parla di gattopardi e scarsa partecipazione. Ha capito che dopo Veltroni si rischia il vuoto. «Perché non ci provi?», la buttano lì le donne di Emily, l´associazione di Franca Chiaromonte e Annamaria Carloni, quel giorno con l´amaro in bocca per il passo indietro di Anna Finocchiaro.
Non c´è da meravigliarsi, spiega allora la Bindi, per questo «mischiarsi» (ieri Giuliana Di Fiore e Ida Porzio hanno aderito alla candidatura di Letta). Semmai c´è rimasta male per la scelta differente di Teresa Armato, assessore regionale all´Università (Margherita) che va a dirigere il comitato elettorale campano di Veltroni. «Mi spiace. Più sostegno hai, meglio è. Mi spiace per lei, un´amica, come la Iervolino. Però mi tradirei, se non la vivessi come una normale differenziazione». Insomma, pure questo è mischiarsi. «È tale la gioia per chi mi sostiene che sparisce il cruccio per chi manca…». Mischiarsi dev´essere la regola. A costo di tensioni. Come quella nata fra Annamaria Carloni e Marco Rossi-Doria, pure lui sostenitore della Bindi, ma perplesso dinanzi a quest´alleanza stretta fra la senatrice ds e il ministro della famiglia. La replica della Carloni: «Parla di discontinuità, non capisco. Non credo d´averne bisogno; avevo bisogno di una scelta complicata e di coerenza col lavoro fatto con altre donne. Non mi piacciono i messaggi trasversali sull´etica che manda a mezzo stampa. Usa metodi da vecchia politica. Siamo stati avversari alle amministrative, mi fa piacere che ora sostenga la Bindi. Ma se si riferiva a me, non faccio parte di nessun cda che gestisce fondi pubblici».
Al maestro di strada replica pure il ministro. Prima indirettamente, col suo intervento: «C´è chi dice: ma come, con te c´è pure quello? Impariamo a stare insieme, come persone che vengono da percorsi diversi. Nessuno ha il copyright». Poi entrando nel merito, Rosy Bindi aggiunge: «Annamaria ha fatto una scelta coraggiosa, come tutti quelli che mi sostengono. La legalità in politica è uno dei punti forti del mio programma. Se qualcuno sente di essere un campione di moralità in politica, forse è bene che accetti di fare questo cammino con tutti gli altri. Giudizi reciproci non ce ne possiamo permettere. Nessuno crei problemi ad altri. Sono molto grata al professor Rossi-Doria, che conosco per fama e non direttamente. Ho intenzione di tornare a Napoli per far tesoro della sua esperienza». Chiude il cerchio Osvaldo Cammarota, delle associazioni per il Pd: «Mi spiace che non sia qui Marco. Gli direi che discontinuità non significa buttare via il bambino con l´acqua sporca».
Gerardina Speranza, consigliere comunale di Arzano, avverte: «Spero che Annamaria Carloni sia molto presente sul territorio. Fisicamente. Perché molte donne avranno paura di mostrarsi e mettersi in gioco. Esiste già un sistema di alleanze per bloccare le liste». E le alleanze locali della Bindi? «È presto per dirlo. Mi auguro ci sia più di una candidatura regionale. Non escludo che avremo un candidato nostro. Non escludo che in qualche regione possiamo convergere sul candidato di Veltroni». A Roma crescono le azioni di Antonio Polito; a Napoli De Mita riunisce oggi la direzione regionale della Margherita.
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Corriere del Mezzogiorno
31 luglio 2007
Pd, Bindi parte da Napoli e benedice Carloni
Il ministro: Anna Maria ha contribuito alla mia scelta. La senatrice attacca Rossi-Doria
di Patrizio Mannu
NAPOLI — Tailleur blu senza alcuna concessione e sandalo francescano arancione, ché occorre star comodi «per il cammino lungo e difficile», dice Rosy Bindi. Che sarà pure ministro della Famiglia, ma a Napoli ieri è arrivata da candidata alla segreteria nazionale del Pd, aprendo qui la sua corsa e presentando il comitato che la sosterrà («Scelgorosy») nell’opposizione a Walter Veltroni.
A puntellare il sostegno campano c’è in prima fila la senatrice Anna Maria Carloni con Emily (ma non tutta), un appoggio importante che costringe la Bindi a ringraziarla: «Un’adesione dettata dal coraggio, che mi ha dato forza e che, probabilmente, mi ha permesso di raccogliere la sfida per la corsa alla segreteria. La tua è una scelta di continuità per il lavoro importante che hai fatto fin qui in favore delle donne». Se in politica le parole hanno un senso e non sono buttate lì per caso, quelle di Bindi potrebbero essere l’investitura non ufficiale della Carloni quale candidata del Pd regionale. Anche se il ministro si affretta a dire «che di candidature è prematurto parlare. Si deciderà se proporre in Campania un nome nostro, il nome di qualcuno che magari appoggi Veltroni o qualche altro». I tempi? difficili da cadenzare. Il metodo? «Quello del confronto — dice Bindi — ascolterò i suggerimenti che poverranno dalle associazioni. Il fatto che mi sia candidata alla segreteria non vuol dire che abbia prenotato posti». Infine: «Comunque, anche per il regionale auspico come per il nazionale un po’ di competizione e che ci sia la disponibilità di tutti ad individuare le candidature più giuste. Decideremo regione per regione». Ad accogliere il candidato segretario del Pd, oltre alla Carloni all’hotel Royal, c’è anche Franca Chiaromonte e circa 150 donne, tra cui Adriana Buffardi, Giulia Parente, la ex sindaca di Cosenza Eva Catizone. E un mazzo di fiori, quello di Rosa Russo Iervolino («Dico grazie alla sindaca, so che lei appoggia Veltroni ma nel lunguaggio femminile dei fiori mi dice che posso vincere», scherza). Ma nella serietà del dialogo con la platea, Bindi esordisce con una confidenza dinanzi alla platea di donne, molte di queste aderenti all’associazione Emily: «Sono stata tra le prime a credere in un progetto comune con la sinistra, ma devo dirvi che con il femminismo ho sempre fatto fatica a mischiarmi fino in fondo perchè si tratta di un pezzo della storia culturale e politica di questo Paese alla quale non ho mai partecipato. Negli anni ‘70 — ha proseguito — la distanza maggiore per me non era con la sinistra ma proprio con le istanze del femminismo». Poi un’altra ammissione che tiene conto delle difficoltà di una contesa che vede schierati candidati forti come Walter Veltroni ed Enrico Letta: «Probabilmente questa volta non ce la farò — riconosce — ma sono contenta perché la prossima volta una donna ce la farà. In ogni caso era giunto il momento che una donna tirasse fuori la testa. Comunque, la competizione è aperta e a Veltroni ho già chiesto di chiarire se la pensa come Franceschini sulle alleanze o se condivide il manifesto dei coraggiosi di Rutelli».
Poi, non dimentica i suoi incarichi di governo e dice: «Ricordiamoci, però di confermare l’appoggio la governo Prodi». Infine, un pensiero che è più un rammarico è per Teresa Armato che guiderà in Campania il comitato di garanzia per Veltroni e quindi non appoggerà la Bindi. «Se sono dispiaciuta? Come dire, quando uno ha più sostegno è più contento. Detto ciò, di Teresa mi dispiace perché è un’amica con la quale abbiamo condiviso tante cose assieme. Ma allo stesso tempo tradirei la mia impostazione se non vivessi questo come una normale differenziazione all’interno di Emily». A tirare un piccola coda polemica è stata proprio Anna Maria Carloni, cui Marco Rossi-Doria ha chiesto un gesto di discontinuità col passato. «Se Rossi-Doria deve sollevare un problema etico — dice piccata la Carloni — questi metodi non mi piacciono per niente: sanno di vecchia politica. Non ho capito a quale discontinuità facesse riferimento Rossi-Doria. La mia scelta a sostegno di Rosy Bindi è stata frutto di una riflessione. Non avevo bisogno di discontinuità, ma di fare una scelta complicata ma di coerenza con il lavoro che ho sempre fatto con le donne. Non mi sono piaciuti i messaggi trasversali a mezzo stampa. Se deve sollevare questioni lo faccia in maniera più trasparente».
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Repubblica - Napoli
8 luglio 2007
LA POLEMICA/ Pd, il ricambio nulla cambia
di Marco Rossi-Doria
Ci sono delle stagioni in cui - perché possa rinnovarsi l´azione politica - conviene guardare in faccia ciò che ci opprime nella vita quotidiana. Non è cedere a una deriva pessimista fare questo. L´ottimismo deve essere quello della volontà. Ma l´intelligenza deve saper guardare alle cose per quello che sono, crudamente. Come in un diario schietto.
Esercizio doloroso, su questo non c´è ombra di dubbio. Esercizio che molti cittadini di Napoli già fanno. Che è anche oggetto costante di scambi tra cittadini entro uno spazio di dibattito pubblico informale e tuttavia oggi molto esteso. E che ogni tanto conviene riportare per come è.
Il mese scorso un signore all´antica, vecchio amico di famiglia, mi ha voluto passare sotto il naso la rivista ufficiale della Agenzia regionale per l´ambiente. Lo sguardo si è fermato sulle pagine dedicate alla balneabilità della costa della provincia di Napoli, che titolavano “dopo un lento recupero ora nessun miglioramento”.
Ho guardato le mappe e notato i tratti di costa dove porto mia mamma anziana e i figli delle mie nipoti. L´ho pregato di chiudere quella rivista, per non guardare più quelle pagine.
Pochi giorni prima un gruppo di ragazzi che conosco erano intenti a commentare animatamente i dati ufficiali sulla crisi idrica in Campania. Una ragazza molto adirata quasi li urlava, incredula: «Il 59,9 per cento delle acque immesse negli acquedotti - osservava sconcertata - si perdono nella rete e non arrivano ai rubinetti. E questo nonostante il fatto che, per l´emergenza idrica, la nostra regione ottiene più soldi di qualsiasi altra regione italiana, più della Sicilia, capite…mille milioni di euro previsti dalla legge-obiettivo».
Un altro ragazzo mi ha raccontato che se ne va da qui. Non perché c´è la lotta tra bande della camorra, ma perché in un tribunale di Napoli c´è un dibattimento sullo scambio tra denari contanti e voti. Lo so che non è per questo che parte, ma mi ha colpito che un trentenne laureato citi questa come ragione, «perché - spiega - è in gioco la stessa possibilità democratica».
Due settimane fa sono passato per la strada che costeggia l´ultimo tratto del fiume Sarno, alla foce, verso lo scoglio di Rovigliano. Il fiume Sarno: trent´anni di dibattito sul disinquinamento del corso d´acqua più sporco d´Europa, milioni di euro spesi, commissario, uffici aperti. Il tanfo che usciva dalle acque era talmente intenso, che riusciva a coprire quello dei cassonetti in fiamme che bruciavano la “monnezza” lungo tutta la via costiera che unisce Torre Annunziata e Castellamare.
Qualche giorno fa ho incontrato un vecchio collega di Villa Literno. Mi ha raccontato di un suo giro in auto tra Santa Maria la Fossa, Aversa, Giugliano, Qualiano, delle strade che si muovono nel paesaggio delle discariche finte, vere, nuove, vecchie, i gabbiani, i luoghi dove tutti sanno che sono state scavate centinaia di fosse per i veleni. Che dovrebbero essere coperti di pioppi per quarant´anni anziché di alberi da frutta e di ortaggi. Mi ha invitato a venirci: «Devo mostrarti, se ne deve parlare, almeno tra amici». Mi ha confessato che la mozzarella in casa sua è bandita per sempre.
E ieri l´altro ho visto un giovane rumeno che sfotteva un coetaneo napoletano. «Vui fare così schifo che nianche Rumania prenda vostra mundizza e nianche per molti soldi». Mi sono soffermato sullo sguardo affranto e sorpreso e sulle labbra stranamente senza parole di replica dell´interlocutore, un ragazzo che conosco e a cui certo non manca una colorita favella. Mi sono gelato, fermo così, con la mente inebetita dalla ennesima constatazione di quanto duole l´umiliazione e l´essere perennemente immersi in ferite profonde, inferte al narcisismo della propria città.
Sì, piacerebbe partecipare al Partito democratico perché quel che esso prospetta a proposito di metodo e programma corrisponde a un senso comune assai diffuso e atteso. C´è stato il discorso di Walter Veltroni che spinge tanti a sperare. E io sono tra questi. Perché è bene prendere in parola le persone che si propongono un nuovo modo della politica, fino a prova contraria. E perché almeno un po´ Veltroni le cose che ci sono ormai intollerabili, anche quelle espresse dalla vita di ogni giorno, non ha chiesto di nasconderle nel nome dell´ottimismo, ma le ha iniziate a nominare per indicare una possibile via di uscita.
Ma, al contempo, nel riportare le intenzioni dichiarate del Partito democratico nella carne viva dei nostri luoghi, va posta la questione della responsabilità politica rispetto a territori, persone, futuro. E si deve constatare, semplicemente e tristemente, che le parole di Veltroni sono inconciliabili con i fatti di qui e con chi qui è responsabile politico di un disastro, la cui magnitudo non riusciamo nemmeno a misurare perché ha da fare con la «lesa speranza», qualcosa di ingiudicabile penalmente, ma di irrisarcibile. E che prevede un passaggio dovuto: la ammissione di fallimento politico.
Questo passaggio, con il ricambio di metodi e di persone, è l´unica via credibile per il Partito democratico in Campania e a Napoli. Perché il ricambio senza che nulla cambi non ha alcunché di democratico.
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Repubblica - Napoli
7 luglio 2007
Pd, voci dalla tribuna dei delusi
Gli intellettuali bocciano il Comitato dei 78 promotori
Labruna: al di là delle intenzioni non vedo tratti di innovazione. Masullo: operazione troppo debole per la crisi della città. Rossi-Doria: si doveva ripartire dall´autocritica
di Conchita Sannino
Marco Rossi-Doria prova a dirlo con una battuta. Aspra. «Se questo è il partito democratico, posso continuare a fare il democratico. Senza il partito». Il filosofo Aldo Masullo ha in serbo un´austera bocciatura: «L´operazione mi sembra oggettivamente debole. Troppo, per tirare fuori Napoli dalla trappola in cui ci siamo messi». Mentre il giurista Luigi Labruna, ex preside di Giurisprudenza, commenta con dispiacere: «S´era detto innovazione, mi pare, e non ne vedo». Stesse riserve dell´attrice Cristina Donadio, spesso in prima fila nelle battaglie promosse dalla sinistra. «Vivo un grande disincanto. Se non c´è neanche un graffio tra noi, neanche qualche dolorosa ammissione di errore: allora non è una ripartenza, è solo il secondo tempo».
Il comitato dei promotori del Partito democratico visto da fuori campo. Dalla tribuna dell´affetto frustrato, intellettuali diversi ma vicini. Che rivendicano il diritto alla critica pura: delusi sì, ma non perché esclusi. Marco Rossi-Doria, l´ex maestro di strada che sfidò l´anno scorso la Iervolino alla poltrona di sindaco, vuole premetterlo con forza: «Nei cliché della politica, se osi criticare il carro che sta partendo, diventi il bilioso che si vendica. Non è il mio caso, e si sa. Non ho mai contrattato cooptazioni - sottolinea Rossi-Doria - La mia gara contro i sistemi che non mi piacevano l´ho combattuta nelle urne, ho perso e continuo a dire ciò che penso». Sui 78 promotori del Pd provinciale, Rossi-Doria ritiene «che il numero dei membri di questo comitato e la sua composizione pongono due interrogativi. Primo: se il comitato è transitorio, perché è così vasto e a cosa serve la designazione preventiva? Secondo: visto che qui il centrosinistra non è all´opposizione, ma governa da 14 anni, se vuole fare il nuovo partito deve dire almeno perché siamo ridotti in questo stato, al di là di alcune cose egregie compiute. Può indicare da quale correzione cominciare? Altrimenti come si pensa di spingere all´adesione la giovane laureata e specializzata che deve fare le valigie, o il nostro fabbro che guadagna 32 euro al giorno?».
Dare segnali di discontinuità. Indispensabile anello di congiunzione - anche per Cristina Donadio - «tra quello che c´è stato, e quello che vorrebbe essere questo partito a cui guardavo con un po´ di speranza». Non al punto da aderire, però, quando le hanno chiesto di entrare tra i 78. Lei svicola: «C´è stato un contatto, ma mi è sembrato più serio dire grazie, voglio aspettare e capire. Forse ho un´idea ancora romantica della politica e della sinistra, passi il nome di “partito democratico”, a volte so per esperienza che un brutto titolo può nascondere un ottimo spettacolo. Invece non ho visto una discussione, magari dura. Del tipo: “Che cosa volevamo, dove abbiamo sbagliato e che cosa ci piace progettare». La Donadio sintetizza così: «Ho letto solo di 78 nomi, ben ripartiti, rispettabilissimi. Ma non vedo ancora le scelte di fondo. Resto disponibile a ricredermi. Sorprendetemi».
Impossibile, teme il giurista Labruna, «se si ripetono vecchi schemi». L´amara analisi lo distoglie dal libro che sta ultimando, quasi una biografia che incrocia tempi e volti della città. «Purtroppo il Pd sta confermando la prosecuzione di metodi consolidati. Intanto - spiega Labruna - colpisce il numero 78. Ma se è un comitato di garanzia che prelude alla vera espressione della società civile attraverso le primarie, non era meglio un organismo agile? Inoltre, al di là delle ottime intenzioni di chi vi partecipa, su quei nomi hanno pesato i condizionamenti della gestione politica in città e in regione».
Scetticismo, parola d´ordine del filosofo Aldo Masullo. «La lista dei 78 promotori? Fa pensare ad un unico criterio: visibilità e abbracciamoci tutti». L´analista politico affonda il giudizio anche nel costume sociale: «Oscilliamo continuamente tra la molto indulgente inclusività (se si tratta di non concedere granché) e la più feroce esclusività (quando invece sono in gioco incarichi e interessi da spartire). E purtroppo lo stadio prenatale del Pd non fa eccezione: assodato che tra gli esponenti della società civile vi sono persone stimabili per qualità morali e di cultura; va anche detto che sono gli stessi, in buon parte, che hanno collaborato a quello che io chiamo regime. E che, pur potendo dissentire, non l´hanno fatto».
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Corriere del Mezzogiorno
6 luglio 2007
Bassolino ha ritrovato la grinta, nel Pd solo figure accomodanti
di Luigi Caramiello
Alla fine il comitato del Partito democratico napoletano è nato. 78 nomi, Ds, Margherita e società civile (40%). Politici, imprenditori, intellettuali, artisti. Scelti come? Lina Sastri lo confessa candidamente: «Mi ha chiamato Bassolino». Ecco il punto, qui non c’è da discutere il valore delle persone, sono perlopiù portatrici, in vari campi, di qualità e competenze. Ma sono tutte di gradimento di Bassolino e della sua corte. Siamo di nuovo ai nani e ballerine della Prima Repubblica? No. Sarebbe ingeneroso e volgare. Semplicemente, nel limare l’elenco della ciurma, il comandante si è accertato che si trattasse di figure accomodanti, e che, magari, avessero anche delle «buone ragioni » per imbarcarsi in un vascello che fa acqua da tutte le parti. Il segnale è chiaro, ancora una volta: il potere si arrocca. Niente dimissioni, niente rimpasto e un Pd la cui lista viene sbianchettata a Santa Lucia. E i dissidenti? Quelli veri si neutralizzano con una tecnica sofisticata, si fanno girare su certi giornali i nomi dei «contestatori», senza chiedere neppure l’assenso agli interessati, poi li si toglie. Se fioccheranno critiche, le stesse che quei pochi intellettuali «scomodi» rivolgono da anni, saranno liquidate in modo sprezzante: «si lamentano perché sono stati esclusi».
Nel mio pensiero, invece, non c’è mutamento di rotta. Avevo sostenuto che la cosa migliore che Bassolino potesse fare era sgombrare il campo e lo ribadisco. Il degrado urbano di Napoli, il crollo dell’economia turistica, la catastrofe dei rifiuti in Campania, sono solo l’immagine di un generale declino politico. L’esito del secondo turno alle amministrative ci dice pure che, senza la rete di militanti in campo, gli interessi in gioco non bastano a evitargli sconfitte di proporzioni devastanti. In un Paese normale questo gruppo dirigente sarebbe già andato a casa. E invece si avvinghiano al potere come l’edera. Ancora ieri Cozzolino ha dichiarato la sua perfetta sintonia col presidente, spiegando che Bassolino ha ritrovato la grinta e che sarà lui a guidarci verso nuovi radiosi traguardi. Noi invece ricordiamo le contestazioni alla libreria Feltrinelli: urla, strepiti, interruzioni, che hanno proibito all’erede designato di concludere l’intervento. Cosa grave e non giustificabile. Eppure, non erano comitati di lotta, ma esponenti della «società civile». Lavoratori, professionisti, ceto medio… «riflessivo », come si dice. Infatti, quando l’assessore Cozzolino ha vagheggiato la «riforma della politica», una signora dal pubblico ha commentato lapidaria: «La riforma politica è il cambiamento degli uomini: perché non ve ne andate?».
Ecco, la domanda ritorna.
In realtà i nostri vertici politici e istituzionali sono del tutto consapevoli che il loro tempo è scaduto, ma pensano che restando asserragliati nel bunker di comando, siano maggiormente protetti dalla bufera in corso e dall’uragano che si annuncia. Dal loro punto di vista hanno ragione. Il fatto è che, per tutelarsi, devono pure bloccare la possibilità che nella loro area emerga qualsiasi possibile alternativa. Anche a costo di travolgere tutto e tutti sotto le loro macerie. Insomma, la possibilità del rinnovamento a sinistra dipende da loro, perché gli strumenti decisionali sono (ancora) nelle loro mani, ma essi non opereranno alcuna scelta che possa incrinare il loro sistema di potere.
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Repubblica - Napoli
5 luglio 2007
L´organismo dovrà occuparsi di organizzare le primarie. “Vento nuovo”. Ci sono anche Lina Sastri e Paolantoni
Partito democratico a quota 78
Ecco la lista dei promotori, molti nomi della società civile
di Conchita Sannino
Da ieri anche Napoli ha il suo comitato promotore “14 ottobre” del futuro Partito democratico, l´organismo che avrà il compito di avviare la fase pre-natale della nuova formazione politica e condurre il potenziale elettorato fino alle primarie, nei 25 collegi del territorio di Napoli e provincia. Un elenco composto di 78 nomi (a dispetto del tetto iniziale fissato a 45, poi diventato 60 e 68). Così ripartito: 20 sono esponenti dei Ds, 20 della Margherita, 6 i rappresentanti tra Alleanza Riformista e Italia di Mezzo; mentre 32 sono i volti e i nomi “esterni”, in buona parte nuovi, provenienti dal settore delle imprese, della cultura, del lavoro, del sindacato e della scuola. Spinti da cosa? Rispondono all´unisono i vertici provinciali dei partiti che ieri hanno battezzato il comitato, Salvatore Piccolo della Dl, Massimo Paolucci della Quercia e Roberto De Masi per Alleanza: «Abbiamo colto un entusiasmo e una voglia di provarci che non era scontata, anche grazie all´effetto Veltroni. Si comincia a sentire un vento positivo. Sappiamo che i cittadini ci osservano con interesse».
La campagna acquisti ha puntato su ambiti e personaggi diversi; storie di riconosciuto valore professionale o di vecchia militanza culturale si affacciano sulla ribalta del Pd. Spiccano i nomi, tra gli altri, degli intellettuali Pietro Craveri ed Ernesto Paolozzi, degli artisti Francesco Paolantoni e Lina Sastri, di cattolici di lungo corso come Raffaele Cananzi. E c´è una new entry di peso: è l´adesione del 44enne Giuseppe Scognamiglio, diplomatico originario di Ercolano che promosse un centro per la cultura italiana a Smirne, intitolò la sala delle esposizioni a Massimo Troisi, prima di diventare capo segreteria dell´ex ministro degli Esteri Renato Ruggiero. Oggi l´ex console è prestato alla finanza: dirige l´Ufficio relazioni internazionali del gruppo Unicredit, e due anni fa ha partecipato, con Ernesto Albanese, alla fondazione dell´associazione “l´Altra Napoli”. Mentre una coda polemica si apre sul nome di Vincenzo Auricchio, l´imprenditore che figura tuttora nel Cda di Bagnolifutura. «Ma che vergogna - tuona il consigliere regionale Enzo Rivellini, di An - Auricchio fu nominato a Bagnofutura in quota An, su indicazione di Italo Bocchino. Uno può anche cambiare idea e decidere di abbracciare il Pd. Ma abbia il buon gusto di dimettersi». Schermaglie che non guastano, e anzi amplificano, il buonumore dei segretari di Ds e Margherita.
Per Salvatore Piccolo, «l´alto numero dei promotori del nostro comitato non è una colpa da giustificare, ma un merito che rivendico. Stiamo costruendo un partito nuovo e aperto - sottolinea Piccolo - e questa lista nasce da un clima ideale interno ed esterno». Tre elementi, per Paolucci, caratterizzano il nuovo processo: «La cura dimagrante i partiti l´hanno fatta: basti pensare che la sola direzione provinciale dei Ds contava 146 membri, e la Margherita 60 nomi in assemblea cittadina. Poi: un terzo di questi promotori sono donne, con profili forti, dall´imprenditrice coraggio Fucito alla preside Filippelli. E ora lavoreremo a stretto contatto sui territori per garantire la partecipazione più vasta alla fase costituente». Roberto De Masi scongiura subito il retropensiero da vecchia Repubblica: «A noi sostenitori del Pd premeva portare un contributo, ma non abbiamo alcuna intenzione di fare la correntina dei socialisti». Anche perché - chiosa Paolucci - «con l´apertura totale decretata per le liste delle primarie, chi pensasse di poter davvero guidare, o imprimere una pur minima regia personalistica a questo processo sarebbe travolto dai fatti». Auspicano la massima partecipazione. Martedì, presentazione ufficiale del comitato in un albergo. Poi, dal giorno dopo, il Pd davvero cerca un tetto comune.
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L´INTERVISTA / Antonio Polito, senatore e coordinatore cittadino dei Dl
“Questa città è più ricca della politica che offre”
“Vanno rinnovati non soltanto gli uomini, ma i metodi, altro che manuali Cencelli. E dobbiamo avere un pensiero meridionalista”
di co. sa.
Senatore Polito, siete passati da 45 a 78 membri di comitato promotore provinciale del Partito democratico. Sintomi di bulimìa?
«No, si chiama partecipazione. È vero che è un comitato grande. Ma è anche un grande comitato, con la più alta adesione di nomi esterni ai partiti. E non era scontato. Penso che i segretari Salvatore Piccolo e Massimo Paolucci abbiano fatto un ottimo lavoro. E lungo la strada abbiamo trovato un interesse e una disponibilità che non mi aspettavo». Nuovo corso, per ora. Antonio Polito, senatore e coordinatore cittadino della Margherita, promuove l´elenco a pieni voti, osserva i punti di forza, augura buon vento ai partecipanti. E si impegna: «Non vi deluderemo».
Senatore, s´era detto però che il comitato dovesse essere agile.
«Era una delle tesi. C´è stato un momento della discussione in cui si sosteneva la versione minimalista, “piccolo è meglio, ed è più gestibile”, ma nel senso migliore; e cioè che le pressioni delle varie componenti fossero più controllabili riducendo anziché allargando».
Poi?
«Poi è felicemente prevalsa la linea di allargare il contenitore, ma solo aumentando lo spazio riservato alla società civile. La nostra rappresentanza degli esterni è, in proporzione, maggiore di quella realizzata a Roma. E ne rilevo la qualità: penso a nomi come Paolozzi e Craveri, come Rusciano e Scognamiglio, portatori di una tradizione liberale di grande valore a Napoli. Abbiamo voluto dare a questo organismo la funzione di un avvio non solo tecnico-procedurale ma di scelte e discussione. Una vera risorsa per la costituente di Napoli».
Ci si chiede, concretamente, qual è la finalità del coinvolgimento di personalità esterne. Dopo il 14 ottobre, saranno tutti dentro il partito, o eventualmente nelle liste del Pd?
«Non esiste accordo su questo. Chi entra nel comitato promotore dà il suo prezioso contributo alla formulazione dei contenuti, ma resta liberissimo alla fine del percorso di aderire o no, in base alle sue aspettative. Ci mancherebbe che non fosse così: se perfino io, che sono membro del partito, mi riservo questa possibilità».
Se il comitato promotore è anche una costituente del territorio, quali sono le priorità del Pd legate a Napoli?
«Primo punto: il rinnovamento non soltanto degli uomini, ma dei metodi, il Pd non farà “manuali Cencelli” o non sarà il nuovo Pd che stiamo profetizzando. Secondo: il riscatto di Napoli, visto attraverso un partito che serve a dare più sostegno a chi vuole cambiare, a difenderlo dalle pressioni di gruppo, corporazioni e lobby. Terzo: deve avere un pensiero meridionalista. Diciamo la verità, da 20 anni mancano idee sul Mezzogiorno, un partito deve anche pensare. E Ds e Margherita a livello nazionale e in Campania hanno sofferto di uno schiacciamento sulla gestione. Un partito, diceva Gramsci, è un intellettuale collettivo».
Lo storico del cristianesimo Andrea Riccardi sostiene che Napoli si spegne quando sulla “città meridiana”, portatrice di un enorme patrimonio storico-culturale, la politica centrale non investe.
«È così. Non c´è dubbio che Napoli sia più ricca della politica che esprime: intellettualmente, anche moralmente. E un nuovo partito dovrebbe essere uno strumento più all´altezza della città».
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Corriere del Mezzogiorno
5 luglio 2007
Attori, top-manager e prof Ecco i 78 «saggi» per il Pd
Da Lina Sastri a Raimondo Pasquino: ben 32 esterni
di Gimmo Cuomo
NAPOLI — Alla fine sono 78. In dettaglio: 20 esponenti della Margherita, altrettanti dei Ds, 5 sono gli ex esponenti dello Sdi confluiti in Alleanza riformista, una la rappresentante di Follini. E poi c’è il plotone dei 32 esterni, cioè 12 in più della quota di un terzo del totale suggerita da Roma. Queste le cifre sintetiche del Comitato «14 ottobre » di Napoli e provincia per il Partito democratico. Ieri mattina i segretari provinciali Salvatore Piccolo (Dl) e Massimo Paolucci (Ds) e il consigliere comunale di Alleanza riformista Roberto De Masi hanno scoperto le carte. Due i colpi ad effetto. Nell’elenco degli esterni figurano gli attori Lina Sastri, contattata da Paolucci, e Francesco Paolantoni, da Piccolo. Anche se i due dirigenti politici precisano che la scelta dei rappresentanti della società civile non è avvenuta per quote e, per questo motivo, «a nessuno può essere attribuita un’appartenenza». Però è difficile non ricordare che, tanto per fare qualche esempio, l’ex presidente dell’Azione cattolica Raffaele Cananzi è già stato deputato del Partito popolare e che Enzo Cuomo, coordinatore dell’Anci della provincia di Napoli, è appunto il sindaco dl di Portici. Nell’elenco figurano un rettore (Raimondo Pasquino dell’ateneo salernitano) e quattro presidi di Facoltà (Pietro Craveri, Eugenio Mazzarella, Benedetto Gravagnuolo e Franco Salerno). Non mancano altri rappresentanti del mondo accademico, dalla sociologa Paola De Vivo al filosofo Ernesto Paolozzi, dal giuslavorista Mario Rusciano al professore di Medicina interna Mario Condorelli. Tra i saggi, anche dirigenti sindacali come Anna Rea (Uil-Campania) e Giuseppe Gargiulo (Cisl-Napoli), ambientalisti come Anna Savarese (Legambiente), imprenditori come Silvana Fucito, simbolo della lotta anti-racket, e Vincenzo Auricchio. E a proposito dell’inserimento di quest’ultimo tra i saggi del Pd, c’è da registrare il commento polemico del consigliere regionale di An Enzo Rivellini che ha ricordato che l’imprenditore «è stato designato su indicazione di An componente del cda di Bagnolifutura» e lo ha invitato a dimettersi. Nessuna replica. Al di là del caso specifico, Piccolo, nel corso della presentazione, ha spiegato che l’elenco degli esterni dimostra «la capacità del Pd di suscitare consenso ben al di là dei limiti dei partiti fondatori ». E a chi gli ha chiesto il perché di tanti componenti, il segretario provinciale della Margherita ha risposto: «Il numero rappresenta una ricchezza e una garanzia. È la riprova che non si è voluto che a gestire il percorso verso le primarie del 14 ottobre fosse un ristretto nucleo di dirigenti di partito».
Passando alle presenze politiche, si è cercato di evitare i deputati e senatori (unica eccezione Antonio Polito che però è il coordinatore di Dl di Napoli), i consiglieri regionali (due in questo caso le eccezioni, il capogruppo dei Ds Antonio Amato e il leader di Alleanza Riformista Felice Iossa). Molti gli amministratori locali. A partire dall’assessora comunale di Napoli Valeria Valente che è anche coordinatrice delle donne diessine, per arrivare ai sindaci di Portici (Cuomo), Villaricca (Topo), Ercolano (Daniele) e Torre Annunziata (Starita). «Abbiamo — ha sottolineato Piccolo— dato molto spazio alle donne e, contrariamente a quanto accaduto a livello nazionale, anche ai giovani».
Ora il Pd dovrà diffondersi sull’intero territorio provinciale. Nei 25 collegi elettorali per la Camera previsti dalla precedente legge elettorale (il cosiddetto «mattarellum») dovranno nascere altrettanti comitati. Se verranno confermate le regole romane, con un centinaio di firme sarà possibile presentare una lista per competere alla conquista dei 5 delegati all’assemblea nazionale in ballo in ciascun collegio. «Anche in questo caso — ha evidenziato Paolucci — auspichiamo una partecipazione ampia. Il nostro lavoro fino alle primarie sarà di promuovere politiche di inclusione sempre più incisive. Del resto, è incoraggiante la disponibilità già manifestata dagli esterni per la composizione del comitato provinciale di Napoli. Vedrete, il meccanismo delle primarie porterà a risultati impensabili e imprevedibili».
Repubblica
30 giugno 2007
Veltroni e l´urgenza di voltare pagina
di Ilvo Diamanti
Se fossimo in Francia e si votasse per le presidenziali, Walter Veltroni avrebbe buone probabilità di farcela. In un ipotetico ballottaggio, secondo il sondaggio Demos-Eurisko per l´Atlante politico, batterebbe di misura Silvio Berlusconi e Pier Ferdinando Casini. Prevarrebbe largamente su Letizia Brichetto Moratti. Ma perderebbe, in modo dignitoso, con Gianfranco Fini. Il quale, tuttavia, difficilmente sarà chiamato a sfidarlo, visto che, a destra, non c´è alternativa a Berlusconi.
Come, d´altronde, a Veltroni nel centrosinistra. L´unico, oggi, a poter competere con i leader della Cdl. Bersani, la Finocchiaro, lo stesso Prodi: contro il Cavaliere perderebbero alla grande. Purtroppo per Veltroni, per il nascente Partito Democratico (PD) e per il centrosinistra, non siamo in Francia. Siamo in Italia. Dove si vota per i partiti e per le coalizioni, non per le persone. Dove il clima d´opinione, per quanto abbia reagito positivamente alla sua candidatura, è gravemente pregiudicato: dall´impopolarità del governo e dalle divisioni dell´Unione (su tutto). Dalla marcia lenta e tortuosa del PD.
Il governo, anzitutto, gode ormai di una sfiducia ampia e trasversale. Solo il 26,3% degli italiani gli attribuisce un voto sufficiente. 14 punti in meno rispetto a due mesi fa. Mai, da cinque anni a questa parte, il consenso per il governo era sceso tanto in basso.
Oltre il 60% degli elettori, di conseguenza, si dice convinto che, se oggi si votasse, vincerebbe la CdL. E le stime elettorali confermano questa previsione. La distanza tra le due coalizioni, infatti, è molto ampia: 55% a 44% per il centrodestra. Tre punti in più di due mesi fa. Mentre il PD è calato di quattro punti. Si è ridotto al 24%. Penalizzato, perlopiù, dai transfughi della SD. Non si può chiedere, d´altronde, a Veltroni di fare i miracoli, con una sola apparizione (non è mica il Cavaliere…). Soprattutto dopo mesi punteggiati di cattive notizie, per il governo e per il centrosinistra. Prima: il cattivo risultato alle elezioni amministrative, in particolare nel Nord (complice, soprattutto, il calo della lista unitaria dell´Ulivo). Poi: i veleni esalati dal ritorno dell´affare Unipol-Bnl e dalle intercettazioni dei dialoghi fra esponenti DS e Consorte. A seguire: le polemiche sulla sostituzione del comandante della Guardia di Finanza. Ancora: la densa cappa di sfiducia antipolitica, che ha alimentato, soprattutto, il distacco da chi governa. Infine: il malessere delle categorie. La protesta antifiscale dei piccoli imprenditori e il negoziato inconcludente con i sindacati sulle pensioni.
Da ciò, l´incapacità del governo di capitalizzare il miglioramento degli indici economici. Oggi 6 italiani su 10 sono soddisfatti della loro condizione economica familiare (+2% rispetto ad aprile). Ma solo il 28% dell´economia italiana (-9% rispetto ad aprile), mentre l´87% delle persone si dice insoddisfatto di come vanno le cose in Italia (+2% rispetto ad aprile). Insomma, l´economia marcia, la disoccupazione è ai minimi storici, i conti pubblici sono migliorati. Ma gli italiani non se ne accorgono. Anzi pensano il contrario: che tutto vada male, per colpa del governo e della maggioranza che lo sostiene. Un fatto davvero incredibile.
In questo scenario, risulta difficile, a Veltroni, “voltare pagina” subito, come ha proclamato a Torino. Dichiarare, con la sua presenza, che il Partito Democratico è davvero (un) partito. Perché la delusione è cresciuta. Tanto più dopo le attese suscitate dai congressi dei DS e della Margherita di fine aprile. Perché la speranza è una cattiva consigliera. Quando è frustrata, suscita rigetto, fra gli elettori. I quali si attendevano un´accelerazione del progetto unitario. E invece hanno assistito alle solite schermaglie tra Prodi, i leader dei partiti e gli ulivisti. Certamente fondate, certamente incomprensibili ai più. Si attendevano, i sostenitori del PD, che qualcuno prendesse l´iniziativa, con decisione. Che Veltroni, per primo, sfidasse l´oligarchia del centrosinistra. Mentre ha rotto gli indugi solo ora, spinto dai leader DS e Margherita, preoccupati del collasso del sistema.
Certo, il suo esordio, a Torino, ha riscosso successo di pubblico e di critica. Questo stesso sondaggio, condotto, per una parte, “dopo” il discorso programmatico di mercoledì, ha registrato una ripresa sensibile dell´interesse presso gli elettori di centrosinistra. Che hanno concentrato ulteriormente la loro preferenza a favore di Veltroni. Indicato come leader del PD dal 61% (23% in più di due mesi fa). Avrebbe potuto, dunque (e gli sarebbe convenuto), affrontare le primarie aperte, senza alcun timore. Visto che tutti gli altri leader, da Fassino a D´Alema, dalla Finocchiaro, da Bersani allo stesso Prodi, volano basso, quasi rasoterra. Fra il 3% e l´8%.
Il sindaco di Roma, dunque, oggi è un uomo solo al comando, nel PD. Ma diventare sindaco d´Italia è un´impresa ardua. Visto che, personalmente, fra gli italiani gode di un sostegno elettorale pari al Cavaliere. Ma l´Unione resta lontana dalla CdL. Per alcuni versi, il suo problema è analogo a quello di Berlusconi, nei mesi precedenti alle elezioni del 2006, quando tutti, a partire dai suoi alleati, lo davano per finito, insieme a FI e alla CdL. Anche Veltroni deve convincere gli elettori e i leader del centrosinistra che la partita non è chiusa. Che c´è ancora margine per riprendersi. Tanto più perché, contrariamente a quando governava il centrodestra, l´economia va bene, le famiglie hanno recuperato un po´ di ottimismo. Però, Berlusconi era e resta padrone di FI e leader indiscusso della CdL, come emerge dal sondaggio dell´Atlante politico. Al punto da permettersi di indicare, alla successione, una ragazza, a cui solo l´1% degli elettori della CdL affiderebbe la leadership. Come dire: dopo di me il nulla. Veltroni, invece, non ha ancora la guida del PD. Anche perché il PD per ora non c´è. I sondaggi che attribuiscono all´effetto-Veltroni una crescita elettorale del PD fino al 10%, per questo, non misurano il presente, ma ipotecano il futuro. Un po´ come il sondaggio americano esibito da Berlusconi due mesi prima del voto. Che prevedeva uno scenario divenuto, poi, molto vicino al vero. Ma, per ora, tutto da costruire. Veltroni, per ora, può contare su un ampio consenso personale. E sulla voglia di cambiare, che, nonostante tutto, è ancora estesa, nel centrosinistra. Tra gli elettori del PD, infatti, 7 su 10 parteciperebbero alle primarie per eleggere l´assemblea costituente, 8 su 10 per eleggere il leader del partito. In entrambi i casi, quasi il 10% in più rispetto allo scorso aprile. Disposti, 6 su 10, ad accettare, come due anni fa, di trasformare le primarie nel rito che sancisce il consenso al candidato predestinato. In nome dell´unità. Per paura di ulteriori lacerazioni. Tuttavia, l´intenzione di iscriversi al PD è scesa, anche se di poco: dal 31% al 27%. Segno, probabilmente, di un crescente distacco dal partito tradizionale, fondato sull´appartenenza e sull´apparato. A favore di un rapporto meno istituzionale, più diretto e personalizzato, con il leader. Ma, al tempo stesso, questa minore adesione “formale” al PD suggerisce un pregiudizio scettico nei confronti dei partiti che sopravvivono. Gruppi dirigenti chiusi, che non riescono a spezzare il legame con il passato. Veltroni, se davvero vuole avere e dare speranza, a sé, al PD e al centrosinistra: deve davvero “voltare pagina”. Abbandonare questo gruppo dirigente. Da cui, egli stesso, proviene. Di cui egli stesso ha fatto parte. Perché è difficile costruire il nuovo senza “sopprimere” il vecchio. Che è in noi.
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Corriere della Sera
30 giugno 2007>
Se Epifani sfidasse Veltroni
di Michele Salvati
Veltroni ha disegnato a Torino un profilo ideologico- culturale del futuro Partito democratico che lo colloca più vicino ai partiti innovatori del centrosinistra europeo — al Labour di Blair- Brown, alla Spd «neue Mitte» di Schroeder, al Psoe di Zapatero — che ai partiti socialisti e socialdemocratici tradizionali: insomma, un profilo decisamente riformista e liberal. Questo senza rinunciare all’afflato solidaristico, all’insistenza sull’eguaglianza delle opportunità, alla carica ideale che sono i tratti distintivi del sindaco di Roma e hanno colpito molti — i meno cinici — per la loro evidente sincerità. Pochi hanno notato che questo profilo del partito mette in difficoltà eventuali concorrenti: se, come richiede Veltroni sollecitando altre candidature, queste devono avvenire su una diversa piattaforma ideologico- culturale, quale altra è disponibile nell’area Ds, Margherita e dintorni?
La risposta è facile: ce n’è una grossa ed evidente, e altre minori. Quella grossa ed evidente, sul piano delle politiche economiche e sociali, sta nella pancia di entrambi i partiti costituenti e in quella di buona parte del popolo della sinistra: è l’alternativa statalista e socialdemocratica, vicina alle posizioni del sindacato e delle grandi burocrazie, condivisa da coloro i quali ritengono che i problemi sociali si risolvono buttandogli soldi pubblici addosso. Insomma, il «tassa e spendi» della nota caricatura della sinistra. Quelle minori riguardano alcuni orientamenti culturali sui quali esistono frizioni tra la componente cattolica e quella laica, o tra quella legalista-giacobina e quella garantista- compromissoria. Rosy Bindi non esclude di presentarsi come alfiere dell’area cattolica e forse qualche laico-radicale è rimasto nell’area Pd, anche dopo le defezioni dei socialisti e delle sinistre ds, che potrebbe fare lo stesso sull’altro versante. Quanto al fronte della legalità, è un vero peccato che Di Pietro non partecipi alla sfida e non voglia o possa dar voce a istanze che sono sentite nel popolo che si recherà ai gazebo il 14 ottobre. Per definizione si tratterebbe però di candidature di bandiera: non reali sfide. La sfida vera, se qualcuno volesse combatterla, è quella tra le due anime della sinistra riformista, quella liberal e quella socialdemocratica tradizionale, impropriamente definita come «radicale».
Il problema è che non si trovano campioni di un certo peso disposti a battersi in modo esplicito per una piattaforma tradizionale: Epifani potrebbe farlo, se non facesse il mestiere che fa. Potrebbe farlo Cofferati, se ancora sostenesse le idee di quattro o cinque anni or sono. Ma non lo possono (e soprattutto non lo vogliono) fare Bersani e Letta, i teorici delle «lenzuolate» liberalizzatrici e dei rapporti privilegiati con i piccoli imprenditori del Nord. Ma è proprio necessario, in una primaria, presentarsi sulla base di un programma radicalmente distinto? Non ci si potrebbe presentare sulla base di variazioni o accentuazioni dello stesso programma, come avviene spesso nelle primarie americane, dove la vittoria arride a chi risulta più affascinante e credibile? Che nessuno dei cavalli di razza del futuro Pd voglia esplicitamente accarezzare il pelo statalista e sindacale ancora abbastanza folto nella sinistra riformista, sia d’origine diessina sia popolare, personalmente lo trovo un grande progresso. Ma per innescare una vera concorrenza forse potrebbe bastare che Bersani o Letta o entrambi si presentassero come interpreti più credibili dello stesso programma che Walter Veltroni ha presentato in modo così affascinante mercoledì scorso. O almeno della parte economica di quel programma.
Staremo a vedere. Il rischio maggiore è che non sia data agli elettori una reale possibilità di scelta. E passi se, alla fine, il candidato segretario sarà solo Veltroni, un ottimo candidato, accompagnato da alcune alternative di bandiera. Ma sarebbe piuttosto sgradevole se non ci fossero almeno alternative, a livello di circoscrizione, tra diverse liste che pur si richiamano all’unico candidato nazionale. Se gli elettori che si presentano nel loro collegio il 14 ottobre si trovassero di fronte ad un’unica lista, cinque o sei delegati da votare in blocco, scelti con defatiganti trattative nel chiuso delle segreterie locali dei partiti. Così sgradevole che molti, tra cui chi scrive, neppure si recherebbero a votare.
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Corriere del Mezzogiorno
29 giugno 2007
Pd, Oddati tentato da Veltroni: se c’è lui ci faccio un pensierino
di Paolo Cuozzo
NAPOLI — La «tentazione» Veltroni ha colpito anche Nicola Oddati, eretico dei Ds ed emigrato nella Sinistra democratica di Mussi e Salvi dalla nascita del Pd. Ma qualcosa è cambiato, o sta cambiando, per l’assessore comunale di Napoli dopo la discesa in campo del sindaco di Roma alla guida del Partito democratico. E lo dice chiaramente, Oddati, poco prima di salire sull’aereo che lo porterà proprio a Torino, due giorni dopo la kermesse di Veltroni, dove oggi insieme con Chiamparino parlerà della candidatura di Napoli al Forum Universale delle Culture. «Sono veltroniano da sempre — ammette Oddati —, e per la prima volta guardo, ma soprattutto ascolto con interesse, discussioni che riguardano il partito democratico».
Cos’è, un messaggio per Veltroni o per Mussi?
«Né l’uno, né l’altro. Dico solo che mi fa piacere che Veltroni sia stato chiamato, guardo a lui come speranza per il centrosinistra tutto. A lui, peraltro, mi lega un rapporto personale».
Che vuol dire, che vi sentite spesso?
«Veltroni è stato il primo a chiamarmi quando è morto mio figlio, solo per fare un esempio. E quando lui era segretario nazionale dei Ds io ero il segretario della Federazione a Napoli. Ci sentivamo spessissimo, come accade anche oggi ».
In più, pare che tra lei e la Sinistra democratica sia nata già qualche divergenza. Specie con Mussi.
«Diciamo che vorrei vedere maggior fermento. Abbiamo uno spazio politico enorme, eppure finora ci si è mossi con lentezza. Eppoi c’è Veltroni, che dovrebbe servire da scossa. Scossa che sperto ci sia, diversamente vedremo».
«Certo. Veltroni è una suggestione fortissima per tanti nel centrosinistra, anche se ribadisco che il progetto del partito democratico, così come e nato e stato condotto, è sbagliato».
Ammette però che Veltroni la sta facendo riflettere.
«Certo che rifletto. Ma rifletto su come sinistra democratica possa dialogare con Veltroni e col pd. Infatti, se noi vogliamo contribuire all’unità della sinistra dobbiamo essere un movimento. Interpretando alcune esigenze: come quella di essere un partito leggero e aperto, favorendo la partecipazione ma con maggior presenza sulla scena politica». Come dire: bene Veltroni ma attenti a Veltroni.
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Il Mattino
28 giugno 2007>
Partito democratico, ora De Mita frena
di Aldo Balestra
«Io mi fermo qui». Così l’altro ieri, a Roma, Ciriaco De Mita, riferendosi all’imminente nascita del Partito Democratico, nella stessa sala in cui, poco prima, Rutelli e Fassino proprio del Pd avevano parlato. E così, ieri pomeriggio, mentre Walter Veltroni annunciava a Torino la sua visione del nuovo soggetto politico di cui sarà timoniere, Ciriaco De Mita rimaneva a Roma. Per lui un appuntamento pomeridiano dal dentista e, soprattutto, la ribadita volontà di «rimanere qui». Aggiunge poco, il coordinatore campano della Margherita, ma la sua spiegazione ulteriore appare lapidaria: «Eravamo davanti a due eventi possibili: una legata alla costruzione di un partito e l’altra alla decisione di un fatto. Ci si renderà conto che una cosa è costruire, l’altra è decidere. S’è scelto di decidere un fatto, ne prendo atto, e non di costruire un partito. Allora mi pare legittima la mia volontà di restar qui», ribadisce De Mita da Roma. Il peso specifico della sue parole non è certo da calcolare. È notevole. «La politica è un’altra cosa», «la leadership è una suggestione, la politica è progetto, speranza», «non ha senso eleggere un leader senza sapere che partito andrà a guidare», «il partito all’americana c’è già, ed è Forza Italia. perchè dovrei finire in un’altra Forza Italia?». Queste alcune delle frasi ad effetto pronunciate l’altra sera da De Mita. Che certo colpiscono, ma che che - «consigliano» ad esempio l’assessore regionale Enzo De Luca e il capogruppo della Margherita, Mario Sena - non possono che essere comunque valutate nella cornice del nascente Partito Democratico, del quale il leader di Nusco ora evidenzia solo gli aspetti negativi da superare e non troppi riesce a coglierne di positivi. «Guardate - aggiunge De Mita - che io l’altra sera non ho detto nulla di nuovo rispetto a quanto vado dicendo da tempo». Il riferimento è anche alla lunga relazione d’apertura dell’ultimo congresso regionale della Margherita, nel quale De Mita avvisava dei rischi connessi alla velocizzazione nella nascita del nuovo partito. Insomma De Mita teme che, così come è, il Pd «non vada». Occorrono correttivi e un dibattito articolato (i capigruppo campani Sena e Amato, di Margherita e Ds, hanno già indetto un apposito confronto, il 12 luglio, per favorire il gruppo unico in Consiglio), bisogna evitare il rischio «plebiscitario». Così come De Mita avverte il timore che l’accelerazione sia servita a distogliere l’attenzione sull’affanno del Governo Prodi: «Se Prodi non va, non è che il Partito democratico andrà meglio», aveva detto. «Abbiate pazienza - conclude il leader di Nusco - non mancherà occasione, a breve, di tornare sull’argomento». Intanto per ora «resta qui», forse intepretando l’adagio a lui caro secondo cui «a volte il massimo del movimento è star fermi». Ma per adeguarsi meglio ad una politica che corre. Corre incredibilmente.
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Il Mattino
25 giugno 2007
Trombetti, Rossi-Doria, Di Costanzo in corsa per il comitato napoletano
di Paolo Mainiero
Partito democratico, si avvicina l’ora delle prime scelte. Entro sabato prossimo dovranno essere costituiti i comitati promotori provinciali. In queste ore si sta discutendo del numero e dei nomi. L’idea prevalente è di non superare il tetto dei 45 componenti (15 Ds; 15 Margherita, 15 società civile) sia per stare in linea con i numeri nazionali sia per non creare «comitatoni» elefantiaci che hanno il solo scopo di tenere tutti dentro. Sui nomi, si discute. C’è un orientamento a tener fuori parlamentari, assessori e consiglieri regionali ma è un orientamento che non convince soprattutto i consiglieri che rivendicano il loro ruolo di rappresentanti dei territori. Tra i politici, è sicura la presenza dei segretari provinciali Salvatore Piccolo (Margherita) e Massimo Paolucci (Ds) e di Antonio Polito, coordinatore cittadino dei Dl. Dovrebbero far parte del comitato il sindaco di Portici Enzo Cuomo (Margherita) e quello di Ercolano Nino Daniele (Ds), uno degli ulivisti della prima ora. Nella prospettiva dei gruppi unici, è quasi certa la presenza dei capigruppo al Comune e alla Provincia (Giovanni Palladino, Antonio Borriello, Pino Capasso, Ciro Cacciola). Tra i quasi certi anche il presidente del consiglio comunale di Napoli Leonardo Impegno (Ds) e gli assessori provinciali Giovanna Martano e Giuliana Di Fiore. La Margherita dovrebbe indicare anche Raimondo Pasquino, presidente dell’assemblea regionale e rettore dell’università di Salerno. A rappresentare la società civile dovrebbe essere chiamato anche il rettore della Federico II Guido Trombetti. Altri nomi sui cui si punta sono quelli del sociologo Luigi Caramiello, dell’architetto Massimo Pica Ciamarra, dell’ex rettore di Benevento Lello Cimitile, del costruttore Ambrogio Prezioso, dell’amministrativista Antonio Palma. Probabile la presenza di Marco Rossi-Doria. A rappresentare il mondo cattolico dovrebbero essere Mario Di Costanzo e il presidente delle Acli Pasquale Orlando. Nel comitato ci saranno anche rappresentati di Cgil, Cisl e Uil. E le donne? Ci saranno, e anche numerose, garantiscono i partiti. Intanto, resta aperto il tema delle regole. Domani a Roma ci sarà una riunione tra il comitato dei 45 e i segretari regionali e provinciali di Ds e Margherita di tutta Italia. In Campania i due partiti fondatori (ma anche Alleanza riformista) non sono convinti che debbano essere i 235 delegati all’assemblea costituente a eleggere il segretario regionale del futuro Pd e chiederanno che a scegliere il leader siano i cittadini attraverso le primarie.
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Repubblica
24 giugno 2007
La democrazia tiepida
di Ilvo Diamanti
La paura di un nuovo Novantadue condiziona i sentimenti e i comportamenti degli attori politici. Soprattutto di quelli che stanno al governo. I più esposti ai sommovimenti antipolitici. La stessa accelerazione della candidatura di Walter Veltroni, in fondo, va letta in questa chiave.
La reazione del centrosinistra e soprattutto dei Ds contro la spirale perversa in cui sono stati risucchiati. La sfiducia nel governo che indebolisce il centrosinistra (e i Ds). La debolezza del centrosinistra (e dei Ds) che accentua la sfiducia nel governo. Ci voleva uno strappo, un segno di discontinuità. Per dimostrare la volontà di cambiare. Per avviare – finalmente – il Pd, ricorrendo all´uomo “più amato” dagli elettori che credono nel progetto unitario. Per fuggire dai veleni esalati dal caso Unipol-Bnl, che sembra non finire mai. La candidatura di Veltroni, dunque, è stata lanciata come un sasso. Per infrangere l´incubo del Novantadue, che affligge i DS e il centrosinistra. Non sappiamo se questo proposito si realizzerà. Se Veltroni uscirà rafforzato dalle prossime primarie. Che rischiano di riproporre una competizione senza avversari (e senza entusiasmo). Sappiamo, tuttavia, che difficilmente la sua “irruzione” dissolverà il clima di sfiducia. Che non scaturisce “solo” dalle promesse mancate di Berlusconi o dal “governo delle tasse” di Prodi e Padoa-Schioppa. O dall´indignazione per i privilegi di casta dei politici. La “società della sfiducia” e la “sfiducia della società”, invece, sono intimamente connesse ai cambiamenti politici e sociali. Che hanno fatto emergere un “uomo nuovo”: il “cittadino scettico”. D´altronde, l´era delle appartenenze ideologiche, espresse dai partiti di massa e dalle grandi organizzazioni sociali: è finita. Da almeno vent´anni. Il confine fra giusto e ingiusto, fra bene e male, fra interesse comune e di gruppo è diventato mobile e incerto. In fondo, non c´era bisogno di conoscere i verbali degli interrogatori di Ricucci per scoprire che, di fronte agli affari, la distanza fra destra e sinistra è divenuta sottile. Che, comunque, non dipende da “grandi riferimenti di valore”, ma da specifiche questioni (e spesso da conflitti) di interesse. D´altronde, in Italia, gli elettori hanno sempre provato una certa sfiducia “preventiva” nei confronti dei partiti e delle istituzioni. Dopo la caduta del muro e della prima Repubblica, il loro distacco si è fatto più ampio e palese. Da “fedeli” sono divenuti “spettatori”. Di una commedia recitata da pochi attori protagonisti. Il filosofo Bernard Manin ha descritto questo cambiamento come il passaggio dalla “democrazia dei partiti” alla “democrazia del pubblico”. Prima, la rappresentanza si fondava sulla partecipazione e sui partiti. I quali promuovevano il rapporto fra le istituzioni e la società. Selezionavano e legittimavano la classe dirigente. Oggi tutto ciò si è rovesciato. Al posto dei partiti (che suscitano ostilità), si sono imposte le persone. Al posto dell´ideologia: la fiducia; oppure la sfiducia. Al posto della partecipazione: i sondaggi e la comunicazione. Mentre la legittimazione, ormai, è divenuta un problema di marketing. I partiti non sono scomparsi, ma si sono evoluti (o devoluti) in funzione dei leader. Partiti personali. Così, la democrazia si è ridisegnata: da confronto fra grandi idee interpretate da grandi organizzazioni, a competizione fra persone. Fra leader. E tra “programmi” riassunti in dieci punti, tre parole e uno slogan.
Il “cittadino scettico” è il prodotto della “democrazia” del pubblico. Perché fa parte del “pubblico”. È spettatore e, al tempo stesso, consumatore. Si può, certamente, appassionare. Più difficilmente, prova passione. Il suo legame con la politica, d´altronde, è più fragile, intermittente. La “fiducia” personale, infatti, è più instabile dell´ideologia e dell´identità. Svolta rapidamente in sfiducia.
Poi, naturalmente, dipende da come queste tendenze, comuni a tutte le democrazie occidentali, vengono tradotte nei contesti nazionali. L´Italia ne costituisce, sicuramente, la versione estrema, di cui Berlusconi è l´interprete migliore. Il maestro indiscusso. O meglio: discusso, ma imitato da tutti. Perché ha riassunto in sé ogni aspetto del cambiamento. La personalizzazione, la televisione, la comunicazione, il partito personale, il marketing. Un modello riprodotto dovunque e da chiunque, in Italia. (E anche altrove). Da tutti i partiti, ovviamente. Ma se ne trovano tracce profonde in tutte le organizzazioni e in tutte le istituzioni. Il sindacato, le associazioni imprenditoriali, lo Stato, la Chiesa. Perfino le banche si sono “personalizzate”. Un tempo era inimmaginabile. Oggi, però, a rappresentare la banca, di fronte al “pubblico”, non è più il bancario, a contatto con i clienti. Sono i banchieri. I governatori della Banca d´Italia. Draghi, prima di lui Fazio e, ovviamente, Ciampi. Poi, i manager delle altre banche principali. Bazoli, Profumo, Abete, Geronzi, Passera. Ma, anche, Consorte e Fiorani. Tutti noti al grande pubblico. Un tempo, la figura più conosciuta dell´ambiente era Cuccia. Il sacerdote di Mediobanca. Che, tuttavia, rimase, fino all´ultimo, senza volto e senza voce. Il caso delle banche, peraltro, è istruttivo. Dimostra che la personalizzazione non produce, necessariamente, consenso. E, infatti, le banche oggi occupano i gradini più bassi nella graduatoria della fiducia espressa dai cittadini. Poco sopra i partiti, per intenderci. D´altronde, i legami fra leader politici, banchieri, imprenditori, sindacalisti sono sempre più stretti e frequenti. E i media si incaricano di sottolinearlo. Presentando i loro volti uno accanto all´altro, nelle stesse pagine, sugli stessi canali, nelle stesse trasmissioni. Interpreti, comprimari e comparse, di volta in volta, della medesima rappresentazione.
Da ciò il disincanto, che pervade e alimenta la “società scettica”. La quale, da parte sua, riflette la crescente frammentazione dei luoghi di relazione e di incontro. La particolarizzazione degli interessi. L´individualizzazione della vita quotidiana. Degli stili di vita e di consumo. Processi che spingono la maggior parte delle persone a cercare soddisfazione nella sfera privata e familiare. Con successo, perlopiù, visto che oltre 8 italiani su 10 si dicono, personalmente, felici. Mentre il discorso cambia quando ci si rivolge all´esterno: al pubblico, alla politica, alle istituzioni.
In altri termini: oggi siamo più scettici “per definizione”. A prescindere. Perché siamo più soli, rivolti nel nostro particolare, impegnati a cercare sicurezza e soddisfazione nel privato, nella cerchia degli amici, in famiglia. Usiamo come metro di misura dell´interesse sociale il nostro interesse professionale e locale. Mentre mancano le narrazioni comuni, i ritratti condivisi, i riti collettivi, le organizzazioni che ci tutelano e ci guidano. Le strade da percorrere insieme. Un giorno dopo l´altro. Un passo dopo l´altro. Certo, anche oggi assistiamo a mobilitazioni di massa, sempre più frequenti. Compensano la “partecipazione continua e diffusa” di un tempo. Rimpiazzano la passione con l´emozione. Come un concerto di Vasco Rossi. Ma le grandi emozioni producono anche grandi delusioni. E dopo grandi mobilitazioni ti scopri, inevitabilmente, più solo. La personalizzazione, d´altra parte, accorcia e al tempo stesso allunga la distanza fra i cittadini e i leader. Perché riassumere un partito (o un´associazione di categoria, uno stato o una Chiesa) in un volto e in una persona contribuisce a renderlo familiare. Ma, al tempo stesso, lo banalizza. E, in fondo, lo fa sentire distante. Come tutti quelli “che vanno in televisione”.
Dunque, la democrazia, dopo la fine delle appartenenze e delle ideologie, non è più calda. Ma tiepida, un po´ freddina. Non è, necessariamente, un male. Una società in cui la politica non sia “totalitaria”, ma una parte della vita di tutti. Per i più, neppure troppo importante.
Però, anche la “democrazia del pubblico”, per funzionare, va interpretata bene. Con dignità, professionalità, un po´ di fantasia (ma senza esagerare). Veltroni possiede queste virtù. Ma non deve illudersi né illudere il “cittadino scettico”. Né pretendere di liberarlo dalla sfiducia. E´ un metodo di autodifesa critica, a cui non intende rinunciare. Veltroni, non prometta di smuovere le montagne, né di volare insieme oltre l´orizzonte. E non ci faccia sognare. Gli scettici, come me, oggi, si accontentano di molto meno. Ci basta non provare disgusto a ogni risveglio.
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Corriere del Mezzogiorno
16 giugno 2007
Bassolino: «No al nuovo partito centralista»
De Mita a Lettieri: non è un vero imprenditore. L’industriale: ho assunto operai a lui noti
di Simona Brandolini
NAPOLI — Il percorso verso il Partito democratico è davvero tortuoso. Alleanze strette e poi rotte, nuove unioni, assi di ferro nati per caso. C’è anche e molto Ciriaco De Mita nella sfida Pd. Anche quando rompe l’ennesimo schema (forse più giornalistico che altro) e difende la sindaca come mai nessuno prima. «Non modifico i miei giudizi su Napoli, ma penso che la Iervolino sia la più onesta delle persone impegnate nella pubblica amministrazione ». E al leader degli industriali Gianni Lettieri, che alla Iervolino ha dedicato gran parte della sua dura relazione, rivolge una delle sue frecce più avvelenate. «La singolarità di Napoli — dice — è che a dirigere gli imprenditori c’è un non-imprenditore. E quando l’imprenditore parla ma non realizza iniziative non è imprenditore. D’altronde a Salerno Lettieri ha rilevato la Mcm e l’ha trasformata in un centro commerciale». Per poi continuare alla sua maniera, sorriso ironico e mani nelle mani: «Anomalie napoletane, dove i leader e i riferimenti si inventano». In serata la nota di Lettieri non fa altro che aggiungere benzina al fuoco: «Mi meravigliano le affermazioni di De Mita, con il quale ho sempre avuto un dialogo costruttivo — afferma —. Prendo atto della sua posizione e ricordo che non la pensava così quando ero presidente di Confindustria Avellino, dove vent’anni fa ho realizzato una delle mie aziende che tuttora occupa 240 lavoratori, la maggior parte dei quali a lui ben noti, in un settore oggi in crisi, che si cerca di rilanciare ».
Ma non finisce qui. De Mita va giù duro anche con Cozzolino. All’assessore regionale all’Industria, il leader dl destina un’altra dose di sarcasmo. L’altroieri il diessino ha detto no «ad un partito federale, sì ad uno strutturato in maniera nazionale», De Mita dice: «Ho la sensazione che Cozzolino abbia un’idea impropria della politica. Se dovessi dargli un suggerimento gli direi di organizzare la gestione del suo assessorato in maniera meno centralizzata, più fatto di regole e più attento alla domanda di chi ha bisogno di prestazioni dalla pubblica amministrazione. La concentrazione della gestione del potere è la spia del malessere, non la soluzione».
Tiene banco l’ex presidente che con il collega segretario regionale della Quercia, Enzo Amendola, battezza la prima, nonché travagliata, iniziativa del Pd campano, quella su Nord e Sud. I due se la intendono a meraviglia scatenando anche malumori. «D’altronde parlando con lui — ironizza De Mita — mi rendo conto che non c’è differenza d’età». Sulla carta avrebbero più di 40 anni di distanza. De Mita dovrebbe aprire i lavori, Amendola concluderli. Si rovescia la situazione. E da «belva politica » (la frase è proprio di De Mita) il terzo incomodo diventa protagonista. Antonio Bassolino, componente del comitato nazionale del Partito democratico, quello dei 45, smarca tutti. Prima di lui parlano Amendola, Del Turco, Nicolais (che prima di essere corretto chiama il Pd partito radicale), ma sul partito federale e autonomo è il governatore a metterci il cappello. «Federale — spiega — nel senso di legato al territorio, alle esperienze concrete ». E poi dice la frase magica: «Federale nel senso di partito non romano». «A noi è chiaro », bisbiglia De Mita a Polito che gli sta di fianco. Ma Bassolino prosegue: «E quindi un partito che deve contribuire all’unità del Paese, perché l’unità romana non regge più, crea fenomeni come quelli della lega al Nord e al Sud, ma i cittadini preferiscono l’originale». Per il governatore il Pd deve essere il partito delle riforme, a cominciare da quella della legge elettorale, del modo di fare politica nuovo, «dobbiamo mescolarci da subito, Ds, Margherita, socialisti, forze repubblicane, società civile ». Il partito che rilanci «l’azione di governo». E promuove l’idea di un’assemblea nazionale del centrosinistra da fare in luglio, per ritrovare «speranza e fiducia». Lascia il testimone al sindaco di Torino Sergio Chiamparino, reduce da un abbraccio riparatore con la sindaca Rosa Russo Iervolino che però è assente.
De Mita chiude. «Siamo in presenza di una sfida — dice — non di un progetto. E considero la riflessione di oggi un avvio di un discorso per cui serve una parola: il nostro è un percorso di idee. Senza recinti, senza steccati. Chiunque abbia un’opinione la esprima. Auspicherei che chi ha una speranza la faccia recuperare anche agli altri». La serata si conclude in bellezza. Tutti contenti: i pochi ds presenti, la tanta Margherita, i socialisti. Per niente sfatti dopo più di due ore di sauna. E la crisi della politica per una sera resta in soffitta. Si ricomincia domani.
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IL SINDACO ARRIVA IN TAXI
Chiamparino sommerso dagli abbracci: «Con Rosetta e Antonio niente guerra»
di Angelo Agrippa
NAPOLI — È arrivato in taxi fino a piazza Trieste e Trento, svettando con sobrietà sulle auto blu parcheggiate davanti al Gambrinus. Il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, ha sosrseggiato un caffé in privato con Antonio Bassolino e atteso l’arrivo di Rosa Russo Iervolino. L’abbraccio lungo, caloroso, quasi da stazione ferroviaria, rubato ad una scena di ‘‘Via col vento'’, ha finito per lasciare un po’ di imbarazzo sul volto del primo cittadino piemontese. Che, inevitabilmente, non ha potuto che commentare: «Tra me, Rosa e Antonio non c’è mai stata guerra».
Eppure, Chiamparino, lei non ha mai smentito la frase pronunciata sull’emergenza rifiuti in Campania: ‘‘Se si fosse verificata a Torino una situazione analoga — ha detto — io e il presidente della Regione, Mercedes Bresso, ci saremmo probabilmente dimessi sulla spinta dell’opinione pubblica'’.
«Ho dato una risposta sbagliata ad una domanda molto abile del giornalista. Il mio errore è stato quello di non sottolineare come siano incomparabili situazioni così diverse per tante ragioni, a cominciare dal peso che storicamente ha avuto la malavita nella lunga vicenda rifiuti. In più, con le aziende del Nord che hanno utilizzato la camorra per venire a sversare qui, in modo illecito, i rifiuti industriali. Io ho ereditato una situazione più semplice, con una discarica che si esaurirà nel 2010 e la disponibilità di altri invasi in vari comuni. Tuttavia, abbiamo il problema della Tav e senza tunnel non si va in Europa».
Finora non aveva mai avvertito la necessità di un chiarimento con la sindaca Iervolino?
«Ci siamo incontrati solo ora».
Dunque, solo una risposta sbagliata.
«Sì, peraltro strumentalmente usata sul piano politico. Addirittura per sostenere presunti attacchi personali contro Antonio e Rosetta che stimo molto, come credo si sia visto anche dall’abbraccio che non è stato di maniera. Nel caso del presidente Bassolino, poi, che non amo chiamare con il titolo di governatore, non vi sono neanche differenze politiche, pur essendoci valutazioni diverse ».
«Ho letto, ho letto. Con lui sono più che d’accordo sul no alla cooptazione dall’alto. Credo che costruire il nuovo soggetto su base federale e regionale aiuti a coinvolgere attivamente nuove energie, a conferire il giusto ruolo agli amministratori e a coloro che hanno un rapporto diretto con il territorio e, infine, a scardinare gli assetti precostituiti tra Ds e Margherita».
Resta l’ostacolo del comitato per il Pd, del quale fanno parte Bassolino e Iervolino, ma non lei.
«Una questione superata. Io, poi, non ho mai vantato tanta voce in capitolo come ora. I problemi sorti con la costituzione del comitato si risolveranno con il lavoro che dovrà sostenere lo stesso comitato. Occorre una rinnovata fiducia nelle istituzioni ed evitare settarismi, altrimenti addio alle sperimentazioni».
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Repubblica - Napoli
16 giugno 2007
Iervolino bacia pure Chiamparino
Dopo la pace con Bassolino, abbracci al sindaco di Torino
Ricucitura e “mea culpa” nel giorno del convegno sul Pd al Circolo artistico
Il rimbrotto di Polito “Stavate a rinfrescarvi al bar, mentre noi qui sudavamo”
di Roberto Fuccillo
Sono da poco passate le 16 quando Rosa Russo Iervolino, reduce dalla tempestosa seduta di Consiglio comunale, irrompe al bar Gambrinus. Ai tavolini all´aperto incrocia la pattuglia dei socialisti seduta con Ottaviano Del Turco, ed è subito abbraccio col presidente della Regione Abruzzo, che con “Alleanza riformista” aderisce al Partito democratico. Poi Rosetta si infila nella saletta interna e qui l´abbraccio diventa caloroso, multiplo, prolungato. Prima col sindaco di Torino, Sergio Chiamparino. Abbraccio e bacio. Poi, richiamato da lei stessa, anche con Antonio Bassolino. Manca poco che al gruppo si aggiunga a far quadrato anche il vicesindaco Tino Santangelo. L´evento è talmente coreografico che un gruppo di turiste si infila e scatta foto. Torinesi? «No, siamo di Modena».
È la grande pace. Se n´erano dette di cotte e di crude i tre amici. Quindici giorni fa Chiamparino era andato in tv a sostenere che, con quella situazione dei rifiuti, lui e Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte, si sarebbero dimessi. Rosetta e Antonio avevano replicato. «Non capisco Chiamparino - aveva detto lei - è sempre stato una persona intelligente». Bassolino invece aveva parlato di «triste segno dei tempi», addebitando il tutto a «una presenza o assenza in un comitato di 45 persone per il Partito democratico». L´attacco era infatti venuto all´indomani della nomina di Antonio e Rosetta in quel comitato del Pd da cui è rimasto invece fuori Chiamparino.
Pareva insomma un´altra pagina difficile dei rapporti fra Napoli e Torino. Dopo la contesa di qualche anno fa sulla assegnazione della Authority per le telecomunicazioni. Dopo il recente dualismo fra una Torino che coglieva l´occasione di rilancio delle Olimpiadi e una Napoli che strambava sulla “America´s Cup”. Ma, spiega ora Chiamparino, «ho dato una risposta sbagliata a una domanda, abile, di un giornalista». Così va a Canossa e risolve la contesa. Prima che arrivasse Rosetta, lui e Bassolino si stavano già intrattenendo al bar da una mezz´oretta. Evidente il lavoro di ricucitura fra i due compagni di partito diessini. Come dirà anche più tardi in pubblico, al convegno sul Pd, Chiamparino chiarisce che «è stato un errore non mettere in risalto che non sono comparabili situazioni così diverse. Per tante ragioni, a cominciare dal peso che qui ha avuto la malavita nella vicenda dei rifiuti, comprese le aziende del nord che la utilizzavano per scaricare i rifiuti industriali che non volevano scaricare dalle nostre parti».
Insomma un “mea culpa”, con tanto di denuncia delle responsabilità nordiste sulla crisi dei rifiuti. C´è addirittura la evidenziazione di una comunione di problemi, quelli legati alla “sindrome Nimby” (dovunque, ma non nel mio giardino): la Tav per Chiamparino, la spazzatura da noi. «Come dice Bassolino - afferma il primo cittadino torinese - c´è un problema per tutta Italia, il partito del no è ovunque, dobbiamo ricostruire la fiducia nelle istituzioni». Tutto chiarito, ci mancherebbe altro, anche sul piano personale: «La mia risposta è stata strumentalmente utilizzata per attacchi personali contro Antonio e Rosetta che stimo molto, come credo che si sia visto anche dall´abbraccio, per niente di maniera. Ad Antonio lo avevo già spiegato per telefono. A Rosetta ho voluto dirlo di persona, al telefono avrei avuto difficoltà, avendo io sbagliato». Ci sarebbe ancora il veleno del comitato dei 45 del Pd. «Non ne abbiamo parlato - dice Chiamparino - e poi è cosa superata». E Bassolino, lì a fianco: «Se ci fosse stato lui, io sarei stato ben contento».
L´unico scontento è Antonio Polito, coordinatore cittadino della Margherita e gran cerimoniere del convegno sul Pd al quale i tre dovevano partecipare. Quando Bassolino e Chiamparino arrivano nella sala afosa del Circolo artistico e politecnico (Iervolino è intanto tornata in Comune), Polito li rimbrotta: «Stavate a rinfrescarvi al bar, mentre noi qui sudavamo».
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LA POLEMICA / Botta e risposta tra il coordinatore della Margherita e il leader degli industriali napoletani
“Lettieri, sei un non imprenditore” “De Mita, e le assunzioni in Irpinia?”
di Roberto Fuccillo
La Iervolino fa pace con tutti, con Lettieri è invece guerra senza quartiere. Il presidente dell´Unione industriali aveva aperto due giorni fa la bagarre contro il Comune nel corso della assemblea annuale dell´associazione. Ieri la mossa gli è costata una stilettata, durissima, di Ciriaco De Mita. «La singolarità di Napoli - ha affermato il coordinatore regionale della Margherita - è che a dirigere gli imprenditori c´è un non-imprenditore. E quando l´imprenditore parla, ma non realizza iniziative, non è imprenditore».
Dopo il bacio dell´altro ieri fra Iervolino e Bassolino, l´affondo di De Mita chiude il cerchio: l´attacco di Lettieri si risolve in una chiusura a guscio del mondo politico contro di lui. Tanto che Lettieri decide di non tenersela e replica: «Mi meravigliano le affermazioni di De Mita, con il quale ho sempre avuto un dialogo costruttivo». Brucia soprattutto quell´accusa di incapacità imprenditoriale. Sicché Lettieri prova a ricordare a De Mita qualche trascorso irpino, magari costruito in cooperazione fra i due: «Prendo atto comunque della sua nuova posizione e ricordo che non la pensava così quando ero presidente di Confindustria Avellino, dove vent´anni fa ho realizzato una delle mie aziende che tuttora occupa 240 lavoratori, la maggior parte dei quali a lui ben noti, in un settore oggi altamente in crisi, che si cerca responsabilmente di rilanciare».
Volano dunque stracci. È il frutto di un clima nel quale amministratori e politici si sono ritrovati ieri, al Circolo artistico e politecnico, per la prima vera iniziativa in Comune fra Margherita e Ds lungo la strada del Partito democratico. È qui che De Mita lancia l´affondo a Lettieri. Davanti a circa 200 persone, ansiose di sentirsi dire «finalmente si parte», come fa Bassolino. Clima nuovo, persino fra De Mita e Bassolino. Il presidente della Regione ha appena finito il suo intervento quando si avvicina al tavolino della presidenza per un bicchiere d´acqua; lui, De Mita, sporge il capo, gli agita i pugni davanti in segno di forza e lo gratifica di un «ho rivisto la belva politica». Dal convegno esce l´esigenza di una ripartenza, con un partito federale, ovvero attento alle esigenze del territorio, e con un messaggio che vola dalle parti di Palazzo Chigi. «Non possiamo aspettare l´autunno e il Dpef - dice Bassolino - occorre una rimotivazione politica e una attualizzaione del programma di governo per luglio, prima dell´estate». De Mita non manca di cogliere che «la vera dizione del nostro partito è “partito di governo”», eppure «l´equilibrio di governo è oggi un problema». Ne sa qualcosa il ministro Luigi Nicolais, che racconta dei fischi ricevuti l´altra sera alla assemblea della Confartigianato. Poi arriva Ottaviano Del Turco e non le manda a dire: «Io non voglio finire a dover scegliere fra Berlusconi e Montezemolo».
Sarà anche per questo che l´adunata del Pd diventa occasione per isolare gli industriali. Certo non è più tempo di litigi, neanche con la Iervolino. Vero è che il padrone di casa è Antonio Polito, artefice delle iniziative comuni che stanno prendendo De Mita e il segretario diessino Enzo Amendola, e che in fondo a questo lavorìo potrebbe anche esserci una sua candidatura a sindaco. Vero anche che la Iervolino al convegno non c´è, ma è lo stesso Polito a salutarla «con affetto». Un filo che si riannoda. Oltre il quale Lettieri, per ora, resta in fuorigioco.
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<Corriere del Mezzogiorno
15 giugno 2007
PD /Cozzolino: “no al PD federale e alla nomenklatura chiusa”
di A.A.
L’appuntamento è fissato per oggi pomeriggio alle 16, al Circolo politecnico artistico di piazza Trieste e Trento a Napoli. L’indirizzo che gli organizatori si sono dati è quello di riflettere e confrontarsi intorno al Partito democratico in chiave federale, da Nord a Sud. Ed è per questo che sono stati invitati il ministro per l’Innovazione, Luigi Nicolais; il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino; quello di Genova, Marta Vicenzi, e la sindaca di Napoli, Rosa Russo Iervolino; il presidente della Regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco e quello campano, Antonio Bassolino; il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati; il coordinatore regionale lombardo della Margherita, Guido Galperti, quello lucano, Roberto Falotico; il responsabile provinciale di Napoli, Salvatore Piccolo, e il coordinatore cittadino, Antonio Polito; il segretario della federazione dei Ds di Napoli, Massimo Paolucci.
Ad introdurre i lavori, sarà il coordinatore regionale della Margherita, Ciriaco De Mita. Mentre la chiusura sarà affidata ad Enzo Amendola, segretario regionale dei Ds.
Tuttavia, più che di novità, per ora sono annunciate sorprese. Al di là delle defezioni (giustificate) di Piccolo e di Paolucci, resta seriamente in dubbio la partecipazione della sindaca Iervolino, ancora ferita dall’attacco ricevuto da Chiamparino, il quale, sulla questione rifiuti, aveva auspicato le sue dimissioni. Ma non solo, la Iervolino, benché sollecitata a lungo da Polito anche ieri, resta risentita contro i vertici cittadino e campano della Margherita per essere stata esclusa dalla stesura del documento sul Pd. «È un primo confronto — ha commentato Amendola — e credo sia opportuno essere presenti. Poi, ognuno la pensi come vuole». Sul versante dei Ds è, invece, Andrea Cozzolino, assessore regionale alle Attività produttive e fedelissimo di Bassolino, a puntare i piedi contro la formula federale del nascente soggetto politico: «Unire: è questo l’atto fondativo del partito democratico —. L’idea di costruire un partito federale è debole, fragile». Insomma, quasi un tentativo di smarcarsi dall’opzione suggerita dalla Margherita. «In un Paese segnato da una debole identità nazionale — ha aggiunto Cozzolino — e immerso nei processi globali, con una buona dose di pigrizia rispetto a nuove forme, la novità vera è quella di scommettere su un partito nazionale, europeo e popolare, capace di offrire una nuova missione al Paese. L’Ulivo è stato negli anni passati la vera e unica risposta alle politiche fondate sugli egoismi sociali. Ed è questa – ha incalzato Cozzolino — l’ispirazione di fondo che ci porta a dar vita al Pd. Altra cosa è riconoscere originalità territoriali, irrisolte e storiche questioni sociali ed economiche, culture locali, comunali e regionali». Un altro attacco, Cozzolino l’ha sferrato sul tema dei gruppi dirigenti. «L’atto fondativo del partito democratico è la partecipazione attiva e diretta dei cittadini». Quindi, niente cooptazioni o scelte calate dall’alto o per quote. «Il Pd è il partito del futuro, non del presente o addirittura di un passato che non passa mai. Per questo mi piacerebbe promuovere un’attiva e larga partecipazione dal basso. Ci vogliono sezioni aperte, ci vogliono dieci, cento, mille gazebo, liberi albi di sottoscrittori e aderenti al Pd. Non è sufficiente la somma di Ds e Margherita. Occorre uscire dalle nomenklature chiuse e autoreferenziali e lavorare insieme per creare una realtà».
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Corriere del Mezzogiorno
14 giugno 2007
E questo sarebbe il nuovo partito?
di Umberto Ranieri *
Caro direttore, realizzare la Costituente del Partito democratico campano come «un luogo aperto di incontro con la società ed i cittadini» (lo propongono De Mita e Amendola nella loro recente dichiarazione) è un obiettivo ambizioso considerato che il tempo a disposizione non è molto e che, sinora, una dialettica chiusa e irreggimentata ha impedito di comunicare la portata innovativa del Partito democratico nella politica e nella società campane. La dichiarazione dei segretari regionali di Ds e Margherita propone tuttavia un approccio alla costruzione della nuova formazione politica che non appare convincente. I gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita devono cancellare ogni sospetto che la Costituente del Partito democratico rimuova due dati di fondo della realtà campana: che il centrosinistra sia forza di governo della Campania da un decennio; che nella realtà napoletana si manifesti un pericoloso inviluppo di deficit realizzativo e logoramento democratico che ripropone quei tratti ossessivi dell’emergenza cui da sempre la cultura democratica e modernizzatrice della città cerca di sfuggire.
Si può non partire da questi punti nel delineare gli obiettivi e il metodo di costruzione della nuova forza politica che si propone? Ne dubito. Ritengo, all’opposto, che la formazione del Partito democratico debba costituire la risposta costruttiva e positiva ad interrogativi e dilemmi che agitano la discussione sulla realtà di Napoli. Mi riferisco ad esempio alle riflessioni crude e, a tratti, spietate svolte in questi giorni sul Corriere del Mezzogiorno da commentatori come Macry e Trione. Può apparire troppo forte il dato di partenza di tali commenti: l’idea che a Napoli si stia consumando una crisi democratica che trascina in un deficit di «legittimità politica ed etica», scrive Macry, le classi dirigenti locali. Sono espressioni forti. Giudizi che, probabilmente, oscurano la peculiarità di un’azione di governo che a Napoli non può risolversi solo nei fortilizi della politica locale e richiede una assunzione di responsabilità di tutti i livelli di governo. E tuttavia non servirebbe granché ignorare ciò che tali giudizi segnalano. Non saremo, sperabilmente, al «collasso di credibilità» del centrosinistra che Macry e Trione denunciano ma ne siamo pericolosamente vicini. C’è coscienza di ciò? Come se ne viene fuori? La Costituente del Partito democratico potrebbe rappresentare una risposta. Diventare il punto di raccolta di una nuova scommessa sulle possibilità di una stagione riformista a Napoli. Se è così, non basta il generoso movimentismo che la dichiarazione di De Mita e Amendola lascia trasparire con l’invito al cosiddetto «forum delle idee» e la disponibilità «all’ascolto e all’incontro». Ai promotori del Partito democratico si richiede di più. È bene dirlo senza infingimenti. La sfida è quella del recupero di credibilità di classi dirigenti che hanno, per oltre un decennio, avuto responsabilità nella guida politico-amministrativa di Napoli e della Campania.
Il processo di costruzione del Partito democratico ha bisogno di mettere in discussione idee e luoghi comuni che hanno costituito il corredo concettuale delle classi dirigenti del centrosinistra a Napoli. Innovazioni concettuali che tuttavia tardano a manifestarsi. Dubito che esse possano ridursi a quello sforzo che Trione attribuisce a De Mita: «Costruire un partito di tipo federale che recuperi la tradizione del solidarismo cristiano». In realtà, più che recuperare tradizioni, il tema a Napoli e in Campania è quello della modernizzazione. Io non so a cosa si riferisca Trione quando denuncia «la neoideologia di una modernità senza regole» che travolgerebbe, a suo dire, i gruppi dirigenti della Quercia. Io vedo il rischio opposto: un ristagno intellettuale che la sinistra democratica napoletana condivide con altri promotori del partito democratico: un crogiolare di vecchie idee e la presunzione che la risposta stia nelle rispettive tradizioni invece che nella coraggiosa apertura alle novità di un pensiero e di una pratica politica nuovi. Questo sforzo di innovazione il centrosinistra a Napoli deve produrlo non in laboratorio ma sul vivo dei temi del governo della città: da quello dell’emergenza dei rifiuti a quello dell’urbanistica; dal tema della sicurezza a quello dei rapporti con le politiche economiche e sociali nazionali. L’accento va posto sulla discontinuità. Non ci devono essere territori sottratti all’obbligo di indicare una credibile soluzione di continuità nell’azione del centrosinistra a Napoli.
Un’ultima considerazione. Personalmente ritengo che sarebbe stato necessario mostrare una più forte consapevolezza da parte del centrosinistra della gravità della crisi che ha investito Napoli. Sono mancati comportamenti e parole adeguati alla enormità della situazione. Temo che non si sia colta la profondità della ferita che si è aperta tra settori importanti della opinione pubblica napoletana e il centrosinistra. Ma tant’è. Oggi è importante compiere ogni sforzo per evitare che sia compromessa del tutto la prospettiva del Partito democratico. Occorre che i cittadini che guardano alla nuova formazione politica avvertano che c’è un mutamento netto nel personale politico che si candida a guidare questa impresa. Sarebbe una manifestazione di cecità politica non rendersi conto di questo. E non trarne le conseguenze.
* Deputato Ds
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Corriere del Mezzogiorno
10 giugno 2007
L’INTERVISTA /Enzo Amendola, segretario regionale Ds
«Porteremo Chiamparino a Napoli»
Il leader della Quercia: sarà un processo al Paese, non a Iervolino
di Simona Brandolini
NAPOLI — «Il mio sogno? Volevo fare l’inviato. Alla Ettore Mo, alla Tiziano Terzani. Sicuramente non penso che la politica sarà la mia vita». C’è una vecchia diceria sul desiderio dei politici di fare i giornalisti (e viceversa per la verità). Uno finalmente lo ammette. Anche se per ora resta saldo alla guida della Quercia campana. Vista l’età, d’altronde (il più giovane segretario di partito d’Italia!). Enzo Amendola, 33 anni, parteno-europeo. Fino a qualche mese fa, cioé fin quando Fassino non l’ha catapultato a Napoli, viveva in Austria. E questa è una delle cose che i Ds napoletani non hanno perdonato a tutti e due. Troppo lontano, troppo distante, poco inserito, senza consenso reale. Sarà questo il segreto? Un’apparente autonomia?
Qualche giorno fa lei e De Mita avete firmato il primo documento ufficiale del cantiere del Pd campano. Sette punti e mille polemiche, perché?
«Effettivamente mi hanno stupito, le polemiche, la dietrologia. Cosa c’è di tanto difficile da capire: il documento è solo l’inizio della fase costituente del Pd, senza rete né paracadute. Il 14 ottobre ci sarà l’assemblea e si voterà col sistema di una testa un voto. Fino a quel momento noi, in Campania, dobbiamo scegliere una testa un’idea».
Quindi bene anche le critiche…
«Se aiutano il dibattito sì. È quello che dobbiamo fare in questi mesi. I sette punti, lanciati da me e De Mita, sono solo la definizione del campo di gioco».
E chi sono i giocatori? Da più parti si dice che lei e De Mita abbiate stretto un patto e già scelto il futuro leader, cioé De Mita. È vero?
«Mi fa sorridere questo inciucio».
Perché?
«Perché significa che si ragiona con logiche antiche e il Pd è un’altra cosa».
Allora ci faccia capire lei come stanno le cose.
«Partiamo dal partito federale. I Ds e la Margherita oggi già sono forze federali, quindi non vogliamo fare altro che valorizzare ancor di più le identità locali, la questione meridionale, la costruzione del federalismo, del rapporto tra Stato e cittadini. Tutte questioni che non possono essere giocate a Roma. Insomma vogliamo un partito che si declini in maniera territoriale anche nell’organizzazione».
Cioé?
«Per essere chiari la politica e la programmazione in Campania non è e non può essere la stessa del Trentino, va decisa qui».
Quindi non è errato paragonare la via campana al Pd a quella settentrionale di Chiamparino, Cacciari, Penati? Che tra l’altro nasce in antitesi al Pd romano del comitato dei 45, di cui fanno parte sindaca e governatore.
«Andiamo con ordine. Il comitato dei 45 è fondamentale per decidere le regole del processo. Ma i contenuti saranno i nostri. Noi di volta in volta faremo i Forum delle idee che servono a cambiare il passo alle politiche istituzionali regionali. La nostra priorità è realizzare un manifesto regionale».
Cosa vuol dire cambiare il passo?
«Che ora dobbiamo confrontarci sul merito delle questioni campane. Dobbiamo terremotare la Campania. Non possono esistere assi precostituiti e alleanze precostuite, tra me e De Mita, come tra la Iervolino e Bassolino. Il Pd è un partito di governo in Campania e i cittadini non se ne fregano delle regole e dei tecnicismi del comitato dei 45, si aspettano da noi un programma nuovo di zecca e una nuova classe dirigente».
Sembra un’utopia vista la litigiosità e le correnti soprattutto interne ai Ds.
«Se si supera lo scoglio del leaderismo e si mettono al centro i progetti non è più un sogno».
Il primo Forum delle idee si terrà venerdì prossimo sul tema Nord-Sud. Lei e De Mita avete invitato Chiamparino. Una furibonda sindaca ha detto: «Se viene Chiamparino lo attacco». Bell’inizio.
«Ma noi andiamo avanti. Se il Pd deve costruire una nuova missione nazionale, in Campania dobbiamo partire dal confronto tra Sud e Nord. La presenza di Chiamparino, Penati, Del Turco, Bassolino e De Filippo è un elemento per superare le distanze e le polemiche. In quell’occasione vogliamo processare il Paese, non la sindaca di Napoli. Vogliamo parlare di terza Repubblica, costruire legami territoriali, rivoluzionare in senso liberale le politiche economiche in Campania, ricostruire i livelli etici e la capacità della classe dirigente di regolare i processi, non di gestirli».
Ma chi farà parte di questi Forum?
«La politica il meno possibile, i saperi, tutti, di volta in volta».
Allora come si sceglierà il leader?
«Il Partito democratico in Campania non ha bisogno di un leader, ma di una nuova classe dirigente. Il leader non viene fuori per mandato divino, può essere chiunque abbia voglia di confrontarsi sulle idee. Io sono allergico alla definizione di Dorso che nel Sud ci vogliono uomini di ferro. In questo momento è necessario far emergere una classe politica che crei un equilibrio tra consenso e innovazione. Significa che siamo tutti in discussione, nessuno escluso? Certo».
Vale solo per Ds e Margherita o anche per gli altri partiti el centrosinistra, per esempio l’Udeur?
«La costruzione del Pd è un terremoto nell’assetto politico generale. Anche l’Udeur deve comprendere la nuova spinta, nessuno in questa fase può vantare rendite di posizione, o assetti predefiniti, partiti personali o ancora trasformismi continui. In una parola terremotare vuol dire migliorare le relazioni democratiche».
Sa le critiche che pioveranno sulla coppia Amendola-De Mita?
«È inutile che ci criticano, perché noi abbiamo messo la musica ora chi sa ballare balli. E le coppie non sono definite. Neanche la nostra».
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Repubblica - Napoli
6 giugno 2007
De Mita (Dl) e Amendola (Ds) firmano il primo documento congiunto per la fase costituente del Pd
Ecco il Partito democratico campano
Le regole: struttura federale e un libro bianco per le proposte
di Ottavio Lucarelli
Parte in sette mosse la fase costituente del Partito democratico in Campania. Un “partito federale” come è scritto nel documento congiunto firmato da Ciriaco De Mita, coordinatore regionale della Margherita, ed Enzo Amendola, segretario dei Ds. Sette proposte in un manifesto a quattro mani: partito e territorio, assemblea costituente, associazionismo, un “libro bianco” per la fase propositiva, incontri tematici aperti, campagna di ascolto e un “Forum delle idee”.
Lunedì a Santa Maria la Nova Ciriaco De Mita aveva annunciato una “via campana” al Partito democratico. Immediata la partenza con un documento in cui Margherita e Democratici di sinistra decidono di avviare la fase costituente regionale, costruendo iniziative e presentando una serie di proposte anche ai livelli nazionali. Il futuro Pd, dunque, sarà un partito federale in cui «il ruolo dei territori dovrà essere di primo piano già a partire dalla prima fase di costruzione» del nuovo soggetto. Ds e Margherita campani, in particolare, si impegnano a elaborare una proposta elettorale per l´assemblea costituente che riguarderà i nodi delle candidature, la garanzia di pluralismo nelle rappresentanze elette e del giusto equilibrio tra i generi. I due segretari propongono, inoltre, di realizzare in ogni Provincia e in ogni Comune luoghi aperti di incontro con le associazioni e i cittadini.
Sette proposte e un percorso comune. Tra le novità un “libro bianco” a disposizione dei cittadini, un quaderno in cui ognuno potrà scrivere le proprie proposte sulle priorità del programma, sui valori, sulle idee alla base del nuovo soggetto per arrivare al “Manifesto del Pd campano” da elaborare prima dell´elezione dell´Assemblea. Già da questo mese, dunque, si avvierà una “Costituente delle idee” organizzando incontri aperti sui principali temi e progetti di riforma dell´azione politica in Campania: dall´ambiente alla sanità, dallo sviluppo alla cultura ai saperi, dalle infrastrutture all´assetto del territorio.
E ancora. Si avvierà in ogni realtà territoriale una campagna di ascolto e di incontro con tutte le organizzazioni della società. Gli esponenti dei Ds, della Margherita e delle associazioni uliviste insieme, dovranno proporsi come “ambasciatori” nei confronti di tutti i sindacati, delle organizzazioni di categoria e delle associazioni. L´obiettivo è far conoscere il progetto ma anche «ascoltare critiche e suggerimenti, raccogliere disponibilità a collaborare e a costruire patti di confronto». L´ultimo punto prevede infine un “Forum delle idee” composto da personalità della cultura in Campania.
Un documento che soddisfa i teen-ager della Margherita e della Sinistra giovanile guidati da Pina Picierno e Michele Grimaldi, che «non faranno mancare il proprio apporto di elaborazione ed energie ai tanti prossimi appuntamenti». D´accordo un altro giovane, il trentenne diessino Leonardo Impegno, presidente del Consiglio comunale di Napoli: «Finalmente si passa dalle intenzioni alle azioni concrete. Le proposte elaborate da Enzo Amendola e Ciriaco De Mita sono pienamente condivisibili e offrono un percorso certo per arrivare all´appuntamento delle primarie del 14 ottobre con alle spalle un processo di partecipazione esteso e condiviso».
Sette punti qualificanti anche per i capigruppo regionali Mario Sena (Margherita) e Antonio Amato (Ds): «Su questa strada potremo avere una forza garante di una coalizione più unita per far compiere uno scatto ulteriore alla Regione approvando importanti provvedimenti».
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Corriere del Mezzogiorno
6 giugno 2007
De Mita e Amendola: documento per il Pd
Nota congiunta di Margherita e Ds: «Sarà una struttura federale e autonoma»
di Simona Brandolini
NAPOLI — Bresso, Cacciari, Chiamparino, Penati e altri sindaci e amministratori, cioé quelli del Partito democratico del Nord. Autonomo, federale e ben distinto dal Pd romano del comitato dei quaranticinque. Se è così in una parte del Paese non stupisca che la stessa operazione si faccia al Sud.
Il battesimo del Partito democratico campano reca le firme dei due segretari regionali di Dl e Ds, Ciriaco De Mita ed Enzo Amendola. Per la prima volta hanno redatto un documento comune che traccia i punti dell’avvio della fase costituente del partito in Campania. Insomma quella che da settimane De Mita chiama la «via campana al Pd» ha mollato gli ormeggi. E si cominciano a comprendere i connotati dell’operazione. Ecco allora che sarà (specularmente al collega settentrionale) un partito federale. Nel senso che il federalismo, che vuol dire non solo autonomia dalla casa madre, ma anche peculiarità, sarà un tema forte, la sfida al comitato dei quarantacinque in cui siedono tra l’altro sindaca e governatore. Tant’è che tra le prime iniziative, non è un caso, De Mita e Amendola hanno ben pensato di invitare a Napoli i presunti concorrenti: Cacciari, Chiamparino e via discorrendo. Quanto all’autonomia, non verranno accettate indicazioni dall’alto, «come Ds e Margherita campani ci impegniamo ad elaborare una proposta di “legge elettorale” per l’assemblea costituente». È uno dei nodi ancora irrisolti a livello nazionale. Per la verità molto dibattuti anche localmente. Sulla composizione dell’assemblea che materialemte realizzerà il sogno del Pd, infatti, proprio in Campania si oppongono due scuole di pensiero: quella ormai cosiddetta di «una testa un voto» (elezione diretta tramite piccole liste senza posti di diritto) privilegiata dai Ds e quella delle quote (cioé 33 per cento Ds, 33 per cento Dl, 33 per cento società civile) più volte chiesta da De Mi ta, ma anche da Polito e Villari. Su questo punto bisogna ancora trovare una sintesi.
Federale e autonomo, dicevamo, ma anche e soprattutto del territorio. «Proponiamo di realizzare — si legge nel comunicato — in ogni provincia e comune un luogo aperto di incontro con la società e con i cittadini». Un luogo, però, che vada oltre i comitati promotori «chiusi e composti per quote», dove, tra l’altro sarà messo a disposizione dei cittadini una sorta di «libro bianco» per il Pd. Infine il comitato anti comitato centrale. Lo hanno chiamato Forum delle idee e sarà composto da esponenti dei Ds, della Margherita e da personalità del mondo della cultura, dal rettore Guido Trombetti, a Marco Rossi Doria, a Raimondo Pasquino e Roberto Racinaro.
Cosa ha di diverso rispetto al comitato dei quarantacinque? Rassicurano i due segretari «sarà aperto».
Tanto aperto da far rallegrare la Sinistra giovanile e i Giovani della Margherita che hanno elaborato una nota congiunta (anche loro). I due segretari Michele Grimaldi e Pina Picierno plaudono al documento dei senior per «un partito aperto, orizzontale, che poggi le proprie basi sul confronto e la discussione». Neanche una riga sulla necessità di un ricambio della classe dirigente, un accenno appena al protagonismo delle giovani generazioni. A ruota segue il comunicato dei due capigruppo regionali di Ds e Dl, Antonio Amato e Mario Sena. Plausi e belle parole per l’iniziativa di De Mita e Amendola, ma neanche un passaggio sul gruppo unico in consiglio regionale. Che dovrebbe essere la precondizione o il banco di prova per il Pd in Regione, come anche in Provincia e al Comune. Ma si sa passare da due poltrone a una sola è una decisione di rara difficoltà rispetto alla nascita di un nuovo partito.
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Corriere del Mezzogiorno
5 giugno 2007
De Mita e le emergenze, mano tesa a Bassolino: «Inutile cercare i responsabili»
Piccolo attacca: «Verifica dopo la costruzione del Pd»
di Nino Femiani
NAPOLI — Cercare una «via campana» al partito democratico. Ovvero una soluzione che permetta di uscire dallo stallo e dai mal di pancia, ma ormai senza più alternative.
«Perché non si può più conservare l’esistente». Ciriaco De Mita apre l’assemblea regionale della Margherita tenendo d’occhio l’orizzonte del Pd, ma anche le polemiche che scuotono la Regione. A partire da quelle sui rifiuti che hanno visto sparare sul quartier generale di Bassolino proprio alcuni «pezzi da novanta» del centronistra come i sindaci Chiamparino (Torino) e Cacciari (Venezia). De Mita non affonda il coltello, si mostra conciliante, anzi tende la mano all’alleato rivale che non può essere trattato come un capro espiatorio. «Certe cose — dice il leader regionale della Margherita — le ho dette anch’io, ma ora non ha più senso di cercare il responsabile perché si tratta di dare risposte alla gente, è il momento di dare cose concrete ai cittadini che fanno sacrifici».
Una «morbidezza» che lascia intuire che le mosse di De Mita, nel percorso di costruzione del partito democratico campano, saranno improntate alla «governance duale», tipica della grandi aggregazioni che tengono banco in questi giorni nel risiko bancario. Da una parte Bassolino alla presidenza della Regione, dall’altro De Mita «amministratore delegato» del partito democratico. E il leader di Nusco sembra già indivi duare i contenuti della sua «via campana», un’originale soluzione organizzativa dove «mettere a disposizione la storia, le competenze e le esperienze della Margherita di questa regione che è una grande realtà nel panorama del partito nazionale». Una strada da percorrere con rapidità perché i «vecchi equilibri non reggono più» e di questo ne sono consapevoli «anche i Ds regionali nei quali rilevo la stessa disponibilità a fare bene e presto».
Il dibattito accende più di un riflettore sulla prospettiva politica, a partire dall’inizio del percorso che una circolare nazionale fissa al 30 giugno quando i livelli provinciali devono dare il via alla fase costituente che si conclude il 14 ottobre. Tutti sembrano privilegiare l’ipotesi di partito «federale», tanto che il deputato Riccardo Villari propone che il «finanziamento all’Ulivo sia distribuito su base regionale», mentre il parlamentare Donato Musella ragiona del partito regionale come di un «abito sartoriale fatto su misura per questa realtà». E il consigliere campano Pasquale Sommese avverte: «È tempo di mettere fine alla politica degli annunci, bisogna fare e costruire con que sto partito una classe dirigente vicina ai territori».
La scadenza del Pd è anche l’occasione per riflettere sugli equilibri in Regione. Su questo punto c’è una perentoria richiesta del segretario provinciale di Napoli, Salvatore Piccolo: «Quando il processo sarà concluso, si porrà un problema di giunta. Non possiamo fingere che niente sia successo. Non si tratta solo di cambiare qualche assessore, ma di dare ai cittadini la sensazione che c’è un processo nuovo in corso che cambia anche gli assetti al vertice della politica». È una richiesta esplicita di verifica in autunno, quando il progetto di Pd sarà arrivato all’approdo. Su questo la valutazione degli amministratori regionali di Dl è prudente. «Nessuno nega i problemi — riflette Enzo De Luca, assessore ai Lavori Pubblici — che riguardano anzitutto la nostra scarsa capacità di valorizzare il lavoro fatto e il difficile rispetto politico su cui non fa più premio neppure l’appartenenza». Tuttavia il sasso nello stagno, da parte dell’esponente di «Orgoglio napoletano» è gettato. E qualcuno, come l’ex deputato Michele Viscardi, rincara la dose e allarga l’orizzonte: «Ormai l’assessore Cozzolino ha costruito più un apparato di potere che una struttura indirizzata allo sviluppo. Mentre la legge sul lavoro che propone l’assessore Gabriele è di stampo sovietico, spaventerà per sempre gli investitori».
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Repubblica - Napoli
5 giugno 2007
Il segretario della Margherita all´assemblea regionale: “Il nostro partito in Campania è forte, ha storia ed esperienza”
De Mita in corsa per la guida del Pd
Piccolo e Viscardi attaccano la Regione: “Presto una verifica”
Ma il leader difende Bassolino: “Non è il momento di cercare un responsabile”
di Ottavio Lucarelli
Ciriaco De Mita in corsa per guidare il Partito democratico in Campania. Non lo annuncia apertamente ma, nel corso dell´Assemblea regionale di partito nell´antico refettorio di Santa Maria la Nova, il segretario regionale della Margherita parla di una “via campana” al Partito democratico e poi chiarisce che «da questa regione si possono dare le regole» perché la Margherita in Campania «è forte, rappresenta storia ed esperienza».
De Mita in corsa per guidare il Pd «perché si va avanti, perché ormai la strada è tracciata» ed è per questo che interviene in difesa di Antonio Bassolino dopo gli attacchi in diretta da parte del segretario provinciale della Margherita, Salvatore Piccolo, e di Michele Viscardi. Il primo chiede una verifica del governo che guida la Regione a partire dal caos rifiuti. Il secondo boccia la gestione delle attività produttive che «sotto la guida di Andrea Cozzolino non ha portato sviluppo in Campania». E quando si citano altre accuse a Bassolino da parte del sindaco di Torino Chiamparino e di Massimo Cacciari, De Mita frena: «In passato spesso ho detto ciò che penso sull´argomento. Non c´era bisogno di aspettare Chiamparino, ma non è questo il momento di cercare il responsabile. Questo, piuttosto, è il momento in cui trovare le soluzioni per risolvere i problemi e per dare tempi certi ai cittadini».
De Mita difende Bassolino e sonda il terreno. Si mette in corsa da leader del Pd in Campania ma si rende anche conto, nel corso dell´assemblea, che all´interno della Margherita non sarà facile gestire con tranquillità questa fase.
Mentre lui parla di una “via campana” al Partito democratico, infatti, il segretario Salvatore Piccolo mostra una lettera del comitato nazionale che invita alla formazione di comitati a livello provinciale tra Margherita, Ds e società civile. Lo sostiene Piccolo, lo sottolinea il deputato Domenico Tuccillo: «Ora occorre costituire rapidamente i comitati a livello provinciale per attivare nel modo più aperto e partecipato possibile il coinvolgimento del territorio in vista del voto del 14 ottobre per l´Assemblea costituente del Partito democratico». Comitati provinciali, dunque, per essere più vicini ai cittadini. E incalza Angelo Villani, presidente della Provincia di Salerno e unico oppositore di De Mita all´ultimo congresso regionale della Margherita: «Bisogna attivare i livelli provinciali».
De Mita non commenta, fa una smorfia significativa che liquida queste nuove strutture mentre approva le altre iniziative annunciate da Antonio Polito, senatore della Margherita e da alcuni mesi segretario cittadino: «Organizzeremo presto alcuni Forum sui problemi reali. Il primo già nel mese di giugno sulla situazione della nostra città. Poi parleremo anche della questioni rifiuti».
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Corriere del Mezzogiorno
1 giugno 2007
Le divisioni nel Partito democratico
Tra De Mita e Chiamparino
di Marco Demarco
Il Partito democratico sta per subire una scissione prima ancora di nascere. Che cosa è, infatti, la proposta di un Partito democratico del Nord, di cui si discute da tempo, ma che, dopo il voto amministrativo, ha ripreso quota? Bresso, Cacciari, Chiamparino, Illy, Penati, Vincenzi e molti colleghi sindaci e governatori hanno in mente un altro partito, ben distinto da quello che dovrebbe essere costituito dall’ormai noto comitato dei quarantacinque. Questo partito si potrà poi federare con il partito romano, ma è, appunto, altra cosa.
La Stampa di Torino, a conferma di uno schieramento di forze ben più ampio di quelle riconducibili alla sola sinistra, ha addirittura invitato Bresso e Chiamparino a fare in fretta.
Come non leggere dentro questo scenario anche la recente battuta di Fassino sull’emergenza rifiuti? Dicendo che l’immondizia per strada ha provocato la reazione indignata degli elettori settentrionali, il segretario Ds, che ieri ha cercato di mettere una pezza a colore dicendo che non voleva criticare Bassolino e Iervolino, ha voluto, da un lato, contenere la rabbia del Nord e, dall’altro, giustificare l’incapacità del suo partito a raccoglierne le istanze.
E il Sud? Come si appresta a rispondere all’offensiva nordista? Bassolino e De Mita, pur se divisi su tutto, sembrano impegnati nel medesimo calcolo. Che è il seguente: non è al Sud, e in modo particolare in Campania, che attualmente il Partito democratico ha la sua più consistente riserva di consensi? E allora, facciano pure il partito del Nord, tanto quel che conta sono i voti. E quelli, pensano Bassolino e De Mita, li abbiamo noi. Più spregiudicato del governatore, De Mita si è addirittura spinto, quasi in modo speculare alle tendenze del Nord, ad annunciare la costituzione del Partito democratico campano.
Ma per fare cosa? Non è chiaro. In Campania, infatti, il consenso nasce dalla spesa pubblica, non certo dall’efficienza. E come si può credere che, dopo la costituzione del partito del Nord, i rubinetti che regolano il gettito dei trasferimenti statali restino costantemente aperti? Non dice nulla il fatto che di federalismo fiscale parlino sempre più insistentemente non solo i leghisti ma anche i sindaci e i governatori del centrosinistra nordista? Ma non è solo questo il punto. I «democratici» del Nord avvertono che c’è ormai una distanza tra le ansie di modernità del loro elettorato e le lentezze delle oligarchie romane, e si pongono, con evidente angoscia, il problema di come adeguare le loro politiche ai tempi e alle aspettative di quella parte d’Italia. I «democratici» campani, invece, si compiacciono della totale identificazione con i propri elettori, ai quali va benessimo l’attuale assetto statalista che consente di coltivare antiche e nuove rendite. E così, se al Nord la società tira e le oligarchie politiche frenano, qui entrambe sono votate all’impaludamento.
E, pur di conservare le cose come stanno, sono disposte a far finta di nulla di fronte a un milione di tonnellate di rifiuti accumulati in strada o in siti più o meno ufficiali. Un milione, proprio così.
In questo rispecchiamento tra ceto politico e società si annida la vera questione di fondo. Se non infrangiamo questo specchio, se non liberiamo almeno una delle due immagini riflesse, è assai probabile che il Nord ci abbandonerà al nostro destino. Avremo così, da un lato, un ceto politico meridionale con sempre minore capacità di spesa, e dunque delegittimato e privo di senso, e, dall’altro, un potere criminale sempre più concorrente e invasivo. Non è certo una prospettiva invidiabile.
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Mea culpa di Bassolino: responsabilità evidenti
Sì al termovalorizzatore a Salerno. Fassino si scusa: «Non volevo criticare gli amministratori»
di Rosanna Lampugnani
ROMA — Bassolino, approdato a Roma per partecipare prima alla riunione dei presidenti di Regione e poi all’audizione della Bicamerale sui rifiuti, ha incassato un risultato politico rilevante: la solidarietà del segretario del suo partito. Il quale, in una lettera al Mattino, ha precisato di non aver voluto attaccare Bassolino e la sindaca Iervolino affermandoo che l’emergenza rifiuti è stata determinante per la sconfitta elettorale del centrosinistra. Insomma, Piero Fassino dà una mano al leader della Campania, inserito nel comitato dei magnifici 45 per la costituente del Pd. In cambio Bassolino, al termine dell’audizione, si lascia andare ad una altrettanto importante ammissione: «Le responsabilità della Regione e della politica nell’emergenza rifiuti non sono in discussione». Poi però chiosa: «Le responsabilità sono nostre e del sistema istituzionale. Ma anche di una lunga storia di commissari, commissari presidenti, di destra e sinistra, di funzionari dello Stato. L’importante è superare le difficoltà». Quindi, forte di questa nuova apertura di credito ottenuta dal vertice della Quercia, decide di andare all’attacco del sindaco ds Sergio Chiamparino che aveva affermato, dai microfoni di Sky Tg24 : «Se l’emergenza rifiuti fosse accaduta a Torino Mercedes Bresso e io ci saremmo dimessi». Bas solino, scegliendo la linea dura per difendere se stesso e la sindaca di Napoli, anche lei inserita tra i 45 dice: «Le affermazioni del sindaco di Torino sono un triste segno dei tempi e della confusione che regna nel centrosinistra. Io non partecipo al clima del farsi del male che si respira nel centrosinistra, perchè tutto questo è causato dalla presenza o assenza in un comitato. Noi veniamo da una scuola diversa», conclude scuotendo il capo e infilandosi nella macchina che lo riporterà a Napoli. Ma le parole di Bassolino non si fermano a Roma, volano verso Torino e così Chiamparino precisa: «Ho dato solo una risposta alla domanda di un giornalista che mi chiedeva cosa avremmo fatto in una situazione simile a quella campana. Non ho espresso un giudizio su Bassolino o su Iervolino, non mi permetterei mai di farlo». Chiamparino cerca di chiu dere qui la polemica, ma intanto il presidente della Campania si toglie un altro sassolino dalla scarpa, rivolgendosi a coloro che avevano condiviso l’analisi di Fassino: «In un complessivo risultato molto negativo il voto nella provincia di Napoli è andato molto bene. E’ curioso e singolare che proprio qui si debba rintracciare la spiegazione della sconfitta del nord. Le immagini della Campania possono aver creato problemi anche ai cittadini del nord, ma la batosta elettorale ha spiegazioni più profonde e se lì anche le forze più importanti del centrosinistra sono a livelli di semiclandestinità politica, allora…». Non completa la frase, Bassolino, e così lascia aperta la polemica con Chiamparino e gli altri esclusi dal comitato, gli stessi che stanno ragionando sul Partito democratico del nord.
Audizione in commissione bicamerale, dunque, durata quasi tre ore. Al termine il presidente della Regione, che aveva presentato una lunga e circostanziata relazione, si è dichiarato soddisfatto. Del documento sono due o tre i passaggi fondamentali: lì dove si dice che alla Campania serve una grande discarica per i prossimi tre anni, non soluzioni tampone; dove si auspica che il decreto sui rifiuti sia finanziato; dove si ammettono i ritardi «inutili» delle istituzioni e della politica, tanto è vero che solo ora «si sta costruendo un protocollo per la legalità ambientale; e, soprattutto, dove si dà parere favorevole alla costruzione di un termovalorizzatore a Salerno, aggiuntivo a quelli di Acerra e di Santa Maria La Fossa. Su questo specifico punto Bassolino ha marcato un dissenso forte con il mini stro Alfonso Pecoraro Scanio, perchè si attende ancora la firma per la seconda Via, che solo il ministero dell’Ambiente può dare. «Ma arriverà, arriverà», ha detto Bassolino nel corso dell’audizione, non mancando di fare precisazioni polemiche anche nei confronti di Guido Bertolaso. Tra gli interventi quello del predecessore di Roberto Barbieri alla guida della bicamerale, Paolo Russo (FI), il quale, ironizzando sullo slogan della Regione («rifiuti zero» ), ha chiesto chiarimenti sulla tempistica della soluzione dell’emergenza. E l’intervento del dl Tino Iannuzzi, che ha chiesto che i fondi europei siano concentrati nella realizzazione degli impianti necessari al ciclo dei rifiuti.
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Repubblica - Napoli
1 giugno 2007
Rifiuti, mea culpa di Bassolino
“Abbiamo delle responsabilità, ma non sono solo nostre”
Il governatore davanti alla commissione bicamerale presenta il piano previsto dal decreto legge
di Dario Del Porto
Criticato dal sindaco di Torino, chiamato in causa dal segretario ds, il governatore Antonio Bassolino prova a superare le polemiche sulla crisi dei rifiuti presentando a Palazzo San Macuto il nuovo piano regionale di gestione integrata previsto dal decreto legge ora all´esame del Parlamento. Ma quando, a margine dell´audizione davanti alla commissione bicamerale presieduta da Roberto Barbieri, viene sollecitato dai cronisti sulle colpe della politica campana nell´emergenza che ha fatto il giro del mondo, ammette: «È evidente che ci sono nostre responsabilità. Quando dico nostre, intendo della Regione e del sistema istituzionale». Poi aggiunge: «C´è una lunga storia alle spalle di questa vicenda e si sono susseguiti diversi commissari: presidenti di Regione di destra e di sinistra, funzionari dello Stato. Le nostre responsabilità ci sono questo è fuori discussione, ma bisogna vedere se sono soltanto nostre».
Fatto un primo (e parziale) mea culpa, Bassolino invita a guardare avanti: «Ora c´è bisogno della massima collaborazione per superare le difficoltà che abbiamo incontrato». E le parole del sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, il quale ha detto che, dinanzi a una crisi come quella di Napoli e della Campania, non avrebbe esitato a dimettersi insieme al presidente della Regione Piemonte? Quelle affermazioni, replica Bassolino, «sono un triste segno dei tempi e della confusione» che regna del centrosinistra. E il governatore non rinuncia a un´ulteriore stoccata: «Tutto questo per una presenza o assenza in un comitato di 45 persone per il Partito democratico (di cui fanno parte Bassolino e Iervolino ma non Chiamparino, n.d.r.) e io non partecipo al farsi male del centrosinistra». Ma anche il segretario Ds Piero Fassino, commentando l´esito del voto alle ultime amministrative, aveva citato l´emergenza rifiuti in Campania tra i fattori alla base del risultato negativo della coalizione. «Ho sentito Fassino un attimo fa - assicura Bassolino - e non voleva dire questo, anche perché sarebbe curioso e singolare che nel posto in cui le elezioni vanno bene ci fosse la spiegazione del perché al Nord vanno male».
L´analisi della tornata elettorale, ragiona il governatore, va fatta al contrario cercando «le ragioni di fondo. È evidente che le immagini dei rifiuti in Campania possano aver creato dei problemi in tanti cittadini. Ma se si prende quella batosta al Nord, la riflessione deve essere forte e profonda, e in diverse parti del Nord le forze del centrosinistra, anche tra le più importanti, sono a livelli di semiclandestinità politica».
Davanti alla commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti, Bassolino ha presentato dunque il piano di gestione integrata che prevede fra l´altro lo stanziamento di 400 milioni di euro in sette anni, la riduzione in tre anni del 20 per cento di spazzatura e la realizzazione “integrale” del progetto predisposto dal commissario straordinario Guido Bertolaso con l´apertura di quattro discariche in Campania. A questo proposito il governatore ha sottolineato che «realizzare il piano discariche sarà decisivo per evitare di ripiombare nell´emergenza nei prossimi mesi». L´altro versante riguarda i termovalorizzatori: Acerra sarà pronto a ottobre, poi toccherà a Santa Maria La Fossa ed è confermata l´apertura di un altro impianto a Salerno. Nel corso dell´audizione, Bassolino ha chiarito di mantenersi «cauto» sulla possibilità di risolvere rapidamente la crisi, ha negato che i problemi insorti con riferimento alla discarica di Villaricca possano essere addebitati a ritardi della Regione e ha ricordato di non aver ancora ricevuto la valutazione di impatto ambientale sul termovalorizzatore di Santa Maria La Fossa.
Secondo il presidente della commissione, Roberto Barbieri (che di recente ha lasciato i Ds per aderire alla Sinistra democratica) il piano «rappresenta un passo in avanti importante, anche se una cosa è scrivere, altro è realizzare. Ci sono molte cose giuste, mi sembra condivisibile nella filosofia, e laddove ad esempio individua le province come soggetti-chiave. Ma in questo non è coerente con la legge regionale, che attribuisce invece centralità alla Regione. Inoltre, il piano si propone obiettivi a mio avviso un po´ ideologici, e troppo alti, sulla raccolta differenziata, per la quale c´è bisogno dello sviluppo degli impianti di lavorazione. Per il deputato Paolo Russo, di Forza Italia, il piano «è la fotocopia della relazione di 5 anni fa: stanca, priva di fatti innovativi. Ci saremmo aspettati molto di più».
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Corriere del Mezzogiorno
25 maggio 2007
Il governatore e la Iervolino nel Pd
L’imbarazzo del nuovo partito
di Massimo Galluppi
L’inclusione di Rosa Russo Iervolino e di Antonio Bassolino nella rosa dei quarantacinque saggi che animeranno il comitato promotore del costituendo Partito democratico farà piacere ai diretti interessati e tranquillizzerà quelli tra i loro sostenitori che si sono schierati dalla loro parte e che cominciavano a dubitare della bontà della loro scelta. Cosa, invece, ne pensano i napoletani e i campani che, pur simpatizzanti del centrosinistra, non fanno politica attiva, è difficile dire.
Ma è lecito pensare che un po’ perplessi saranno e che qualche domanda, non senza ragione, se la porranno.
Politica di non straordinario fervore ideologico (e, infatti, non si ricordano sue idee che valga la pena menzionare) e comunicatrice modesta, Rosa Russo Iervolino governa la città da Palazzo San Giacomo da sette anni, male secondo alcuni e con grigia solerzia secondo altri; in ogni caso, senza che il cattivo funzionamento dell’amministrazione comunale paia angustiarla più di tanto.
Antonio Bassolino — un tempo leader carismatico della sinistra campana e mago della comunicazione politica — è l’onnipotente (in realtà debolissimo) governatore di una regione oppressa da innumerevoli problemi irrisolti malgrado le notevoli risorse comunitarie ricevute negli ultimi anni. Inoltre — come commissario di governo e presidente della giunta regionale — è per la sua parte responsabile del disastro della spazzatura in Campania. Entrambi — Bassolino e Irevolino — sono prigionieri di maggioranze frammentate, rissose e irresponsabili che non riescono a controllare se non in funzione della loro sopravvivenza, ossia di una pure e semplice logica di potere. In base a quale criterio siano stati cooptati nel comita to promotore del Partito democratico ad alcuni sembrerà un mistero.
In realtà, mistero non è. Al di là delle molte interviste giornalistiche concesse dai suoi leader, delle innumerevoli partecipazioni dei suoi promotori a vari talkshow televisivi e di qualche fortunosa operazione di maquillage intrapresa, il Pd oggi ci appare come la pura e semplice somma delle nomenclature dei due partiti maggiori che hanno deciso di costituirlo. Quali siano i meccanismi di selezione del gruppo dirigente del nuovo partito, di certo fra di essi non vi è la valutazione dei risultati — a parole così importanti — ottenuti dai responsabili dei governi locali. Così, apprendiamo che Beppe Pericu, avvocato e sindaco di Genova, l’unico «ad avere cambiato davvero e in silenzio il volto della sua città» (Curzio Maltese), non è stato preso in considerazione come esponente di quella società civile, capace di impegnarsi con successo nell’azione politico amminsitrativa, che dovrebbe essere una delle chiavi di volta dell’intera operazione di rinnovamento.
E così capita che Sergio Chiamparino, riformista serio e sindaco sobrio ed efficiente di Torino, non sia incluso dai maggiorenti del suo partito tra coloro che vale la pena inserire tra i protagonisti della nuova e (si dice) promettente fase politica.
La verità è che, al di là delle chiacchere sulla sfiducia generale nei confronti delle classi dirigenti, sulla distanza che separa i cittadini dalla politica e sulla necessità di colmare questa distanza, quando si tratta di scegliere tra gli interessi del ceto politico e, in particolare tra le aspettative di « carriera » dei suoi membri e le istanze dei cittadini la scelta è sempre la stessa: disastrosa per il Paese e, alla lunga, suicida anche per chi la fa.
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molti blog
23-24 maggio 2007
Il comitato dei vecchi saggi
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Secondo il coordinatore Migliavacca nel battesimo del comitato dei 45 “è da leggersi come un segnale di apertura l’allargamento ad altri movimenti politici che vanno oltre Ds e Dl, dalla Sbarbati a Del Turco a Follini”. Viene da ridere se non ci fosse da mettersi in preoccupata attesa di cos’altro ci potrà regalare questo processo oligarchico che rischia di affossare il Partito democratico prima che nasca.
Mentre in Francia si fanno i governi con quindici ministri, da noi non si riesce neanche a fare un comitato di trenta, i posti lievitano a quarantacinque e tra questi non trova spazio neanche un under 40: venticinque milioni di italiani sono così totalmente privi di rappresentanza nel nascituro Partito Democratico.
Questo avviene mentre da giorni tutti i politici di primo piano si sperticano in analisi sulla sfiducia che serpeggia nei confronti della politica e sui possibili rimedi. Volendo credere alla buona volontà di tutti, ed essendo convinti che la fondazione del nuovo partito sia una occasione per una nuova generazione di entrare nella vita politica italiana, interpretiamo questo organismo come una consulta di vecchi saggi che garantiranno la democraticità e la trasparenza del processo elettorale per la costituente del PD.
Siamo intenzionati a dare il nostro contributo, per la nostra e per le successive generazioni, ad una politica diversa, meno distante, in grado di operare davvero un cambiamento dell’eterna Italia dei Gattopardi. Per questo accettiamo che un comitato di saggi garantisca la trasparenza, e promettiamo di mobilitare tutte le forze che sapremo per controllare la democraticità del processo, e per portare anche l’altra metà dell’Italia - quella per il momento esclusa – a contare e a decidere dentro il nuovo partito.
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Mario Adinolfi, Roma
Giuseppe Civati, Monza
Carlo Fayer, Roma
Maria Grazia Mattei, Milano
Marta Meo, Venezia
Marella Reitani, Milano
Ivan Scalfarotto, Mosca
Sandra Savaglio, Monaco
Marco Simoni, Roma
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da Ivan Scalfarotto, Falsa pratenza
Commento di Mario (Adinolfi?) (23.05.07 13:10)
C’era davvero qualcuno che pensava che “lor signori” si sarebbero graziosamente fatti da parte?
Una rappresentanza politica migliore dell’attuale, nel Partito Democratico come in qualsiasi altro luogo, andrà imposta a suon di voti.
Ovviamente sempre che:
a) le regole del gioco che lor signori fisseranno consentano davvero di partecipare alla partita;
b) si riesca a confezionare una proposta politica sufficientemente convincente e, soprattutto, ad incarnarla non solo in un blog, ma in persone con un nome ed un cognome, che si possano porre in modo credibile come una possibile, reale alternativa;
c) si riesca ad ottenere una concreta visibilità mediatica da qui a ottobre.
Io sarei pronto a scommettere che, non fosse altro che per salvare la faccia all’operazione Pd, il gruppo dei 45 partorirà comunque un topolino che consentirà un livello di partecipazione decoroso.
Sui punti b) e c), invece, come siamo messi? …
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Corriere del Mezzogiorno
25 aprile 2007
La Margherita: quote per favorire il pluralismo nella Costituente del Pd
«Un terzo per Ds e Dl, il resto alla società civile»
di Simona Brandolini>
Per Ciriaco De Mita più che di «una testa un voto» si dovrebbe parlare di «un pensiero un voto». Un modo, quello dell’ex presidente del Consiglio, per nutrire di ulteriori dubbi la sua presenza nel Partito democratico.
Il nodo è quello della Costituente del Pd, o meglio come si votano i (per ora) 1500 componenti dell’organismo che nella pratica realizzerà il nuovo partito. Diciamo che l’orientamento di massima (ma non è stato deciso) emerso dai due congressi, Ds e Margherita, è quello di «una testa un voto». Che detto così potrebbe sembrare un ultimatum terroristico. È più semplice. Per il diessino Berardo Impegno è «la soluzione più rivoluzionaria e radicale perché l’assemblea costituente sarà eletta e non nominata, tant’è che non sono previste deleghe di diritto». Cioé per dire Antonio Bassolino dovrà scendere in campo. Funziona così: l’elettorato è suddiviso in circoscrizioni territoriali, ci si candida presentando una piccola lista, con la garanzia dell’alternanza di genere e si vince raggiungendo un quorum proporzionale. Ebbene questa ipotesi proprio non piace alla Margherita campana. Non ne sono convinti due deputati, Riccardo Villari e Antonio Polito. Perché «per garantire un pluralismo interno — spiega Villari — il meccanismo delle quote (un terzo Ds, un terzo Margherita, un terzo società civile, ndr ) mi sembra sia il più ragionevole.
Per un motivo molto semplice: quando la politica mette in campo personalità che sono fuori dai partiti non vengono eletti. Facciamo il caso delle amministrative, il professor Ettore Novellino che si è messo in gioco per ben due volte, alle regionali e alle comunali, nonostante ottimi risultati non ce l’ha mai fatta. È come se in una partita di tennis contro di me ci fosse Federer».
«Lo slogan una testa un voto che strappa molti applausi, va bene quando eleggeremo gli organismi dirigenti — commenta il senatore Polito —. Ma per comporre l’assemblea costituente, la società civile, le associazioni e pezzi di politica sparsi senza tessere con quel meccanismo vengono esclusi. L’intellettuale o il gruppo di borghesi che volesse entrare così prende una botta in testa perché la capacità di mobilitare è solo dei partiti. In questi giorni girando e parlando con molti mi sono fatto l’idea che siano più sensate le quote. Che poi dentro quelle quote si debba eleggere è giusto. Ma se ci sono i socialisti che vogliono aderire devi dargli una riserva. Così come devi dare una riserva ai non militanti. Devi mettere delle regole, aprire le porte e tenerle aperte mentre passano. E poi sono d’accordo con De Mita più che una testa un voto abbiamo bisogno di un pensiero un voto. In questo fatidico giorno di ottobre gli iscritti e non iscritti si fonderanno. Per allora dobbiamo essere pronti ad accogliere». Insomma sono le quote la ricetta anti oligarchie per un pezzo importante della Margherita campana. Più prudente il giovane segretario regionale dei Ds Enzo Amendola: «La cosa più importante è ora costruire insieme il comitato promotore seguendo l’esperienza delle quote e soprattutto i gruppi unici. Io, per principio, sono per una testa un voto, ma sono anche a favore del partito federale. Comunque sono discussioni che vanno fatte al più presto e insieme».
Questa paura nei confronti delle liste è immotivata per Impegno che replica: «È chiaro che Villari e Polito avrebbero ragione se le liste fossero composte da ex ds, ex margheritini e società civile. Il Partito democratico si misurerà sulla capacità di abolire i marchi».
Insomma la discussione è appena agli esordi. Ma tra le prime novità dell’effetto Pd è l’adesione dei campani che avevano aderito alla mozione Angius. Alla notizia che il loro leader se ne va, si dissociano. La motivazione di Bernardo Annecchiarico, Ciro Cacciola, Emilio Di Marzio, Lorenzo Guarnaccia, Giovanna Martano, Carmine Nardone, Peppe Russo e Mimmo Volpe è questa: «La nostra adesione alle motivazioni che hanno ispirato una terza mozione ha sempre riguardato il ” come” e non il ” se” costruire un soggetto unitario del riformismo italiano. Tutto ciò richiede da parte nostra la continuazione di un confronto perché riscontriamo una sempre maggiore attenzione tra coloro che, pur avendo votato la mozione Fassino e la mozione Mussi, avvertono una deriva centrista e moderata del Partito Democratico».
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