02_politica e partiti
A volte ritornano 2
Repubblica - Napoli
11 gennaio 2008
Casavola e la Consulta di Mezzogiorno Europa
“Torniamo ai cittadini la politica ha sbagliato”
“Aderisco alla convention” Partecipano anche Scudiero, Tesauro e Amirante
di r.f.
«DI solito non sottoscrivo manifesti, e sono scettico sugli appelli. Stavolta mi pare che il tentativo sia da non respingere». Parola di Francesco Paolo Casavola, che spiega così la sua convinta adesione alla assemblea che “Mezzogiorno Europa” sta organizzando per il 19 gennaio. Una grande convention di cittadini, forze sociali, mondo della cultura, per riprendere in mano il dibattito sulla città. Cittadini è la parola chiave per il presidente emerito della Consulta: «Dobbiamo tornare a loro - dice Casavola - ci dimentichiamo troppo spesso che sono i cittadini i protagonisti della convivenza democratica».
Non ci saranno i politici. E non è un caso. «Di norma - aggiunge Casavola - leader e partiti sono strumentali alla ricerca della migliore esistenza possibile per i cittadini. Ma di recente la politica ha cercato di imporsi, è diventata demiurgo». Un rapporto sbagliato, da sovvertire, per ripartire dal vero protagonista della vita civile: «Tentiamo di riscoprire il cittadino che è in ognuno di noi, al di là di posizioni e ideologie».
La location dovrebbe essere il Circolo Artistico Politecnico, lo stesso dove neanche due anni fa Rosa Russo Iervolino tenne i suoi Forum. Ma se allora si trattava di una audizione della città da parte di un candidato in campagna elettorale, stavolta la città prova a tornare protagonista in prima persona della ricerca del bandolo della matassa. Si volta pagina, insomma, anche se poi a discutere del futuro della città dovranno essere chiamati scampoli di antica saggezza. Con Casavola previsti altri costituzionalisti come Michele Scudiero e i due attuali giudici della Consulta, Giuseppe Tesauro e Francesco Amirante. Per la cultura si inizia da Gerardo Marotta. Poi le categoria produttive, in testa gli industriali di Gianni Lettieri. Un invito è stato inoltrato anche a Alberto Bottino, il dirigente scolastico regionale, perché ci sia una presenza anche del mondo della scuola.
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Società civile: quante colpe
di Ivano Russo
L´idea di Biagio De Giovanni e Andrea Geremicca di chiamare “a raccolta” la Napoli “strutturata”, la parte più attenta e sensibile della classe dirigente della città in un momento tanto drammatico, coglie un´esigenza vera. Ne è dimostrazione la grande mole di adesioni, assai significative, che l´iniziativa sta via via incontrando. Ordini professionali, mondo delle competenze, personalità della cultura di primo piano, rappresentanze qualificate di forze sociali e imprenditoriali, manager pubblici e privati, docenti universitari.
Un vero e proprio mondo di esperienze e saperi, che non vuole rassegnarsi all´idea di un destino, per la città, tanto disastroso quanto ineluttabile fatto di progressivo e incalzante oblio. È auspicabile che questo luogo sappia produrre messaggi positivi, a partire da quello più semplice: qui non si ha nessuna intenzione di farsi trascinare nel baratro. E però si vuole, con egual forza e determinazione, comprendere, conoscere, capire, valutare.
Ma non sarà un appuntamento facile, per tante ragioni. Anzitutto perché il rischio di scivolare, anche al di là delle intenzioni di chi vi parteciperà, in una messa in stato di accusa di una intera classe dirigente, locale e in parte anche nazionale, potrebbe essere dietro l´angolo. Magari la scontata sentenza sarebbe anche condivisibile, ma un esito simile trasformerebbe il senso di una iniziativa che invece, per come viene presentata dai promotori, mi pare molto proiettata positivamente e pragmaticamente verso il futuro.
In secondo luogo tanta parte della cosiddetta società civile, dovrebbe riconoscere che al fianco di una cattiva ed inefficiente amministrazione e di una politica senza più credibilità e alcun prestigio, negli ultimi anni nella nostra realtà vi sia stato anche un insopportabile “sonno della ragione”, delle intelligenze, delle coscienze. Credo, sinceramente, che anche importanti settori di quella stessa Napoli “strutturata” dovrebbero avere il coraggio di riconoscere la propria “culpa in vigilando”, quanto meno affinché lo stesso limite non vi sia più in futuro, chiunque governi.
Quando Saviano scrisse, sei-sette mese fa, un lungo reportage su L´espresso sull´affaire rifiuti in Campania, pochi si mobilitarono, dentro e fuori dai palazzi del potere. Eppure si parlava nitidamente di cosa stesse avvenendo attorno al business rifiuti in Campania - da oltre dieci anni - in tema di rapporti tra pubblica amministrazione, enti locali, criminalità organizzata, a tutto danno della salute dei cittadini, degenerata e compromessa ormai in alcune aree della regione per le prossime generazioni.
Probabilmente, col senno di poi, una grande e solidale mobilitazione si sarebbe dovuta tenere anche affinché il cosiddetto “Piano Bertolaso” del luglio 2007 fosse attuato, e il capo della Protezione civile non si vedesse costretto a gettare la spugna. Oggi non saremmo in questa condizione.
In tutte le democrazie moderne il meccanismo di controllo opinione pubblica - potere è essenziale elemento sia di partecipazione che di limpido funzionamento delle istituzioni rappresentative. È garanzia, se non di buon governo, almeno del tentativo di produrlo. Una società civile che volge il proprio sguardo altrove per pigrizia, disamore o, peggio ancora, interesse perché irretita dal potere attraverso prebende di varia natura, fa male alla convivenza civile quanto una cattiva politica.
Sia chiaro, questo tema va posto solo perché può rappresentare un ulteriore, crudo, ma utile elemento di riflessione per l´agorà del 19 mattina, quindi senza alcuna tentazione censoria nei confronti di nessuno, che decida o meno di aderirvi.
È chiaro che De Giovanni e Geremicca, con questa convocazione, intendono anzitutto trasferire alla città e alle istituzioni un messaggio di presenza, attenzione, coinvolgimento, senso di responsabilità. Non era possibile che le uniche reazioni visibili, a ciò che sta succedendo, fossero gli scontri di Pianura o gli editoriali di qualche seppur prestigiosa personalità napoletana della cultura. Certamente vi riusciranno, perché c´è una ampia parte di città che non crede sia questo il momento per le rese dei conti, non invoca dimissioni simboliche o furenti repulisti, e tuttavia non è disposta neanche ad assistere a ciò che sta avvenendo solo dalla poltrona di casa, avanti alla tv o sfogliando i quotidiani.
Se l´idea nata in seno alla “Fondazione Mezzogiorno Europa” saprà porsi in questo difficile intermezzo, reso ancor più stretto dalla drammaticità della situazione che esaspera gli animi ed esacerba i rapporti, e se questo incontro riuscirà ad intercettare un sano bisogno di “farsi carico”, tutti, almeno in parte, di questo dramma, si sarà data prova, ancora una volta, di cosa sia una moderna cultura riformista.
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Corriere del Mezzogiorno
11 gennaio 2008
Di Pietro: «Rifiuti, ci volevano le manette»
L’ex pm critico anche sull’indagine: «Processo nato morto per le prescrizioni»
di Gianluca Abate
NAPOLI — L’affondo arriva dal divano bianco del salotto di «Porta a Porta», quando gli ospiti sono già seduti da un’ora, ventinove minuti e trentasei secondi. Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture e soprattutto ex pm di Mani Pulite, mima per tre volte il gesto dei polsi ammanettati e commenta: «Ah, benedette manette. Le avessero usate». Chi le doveva usare, nei 14 anni dello scandalo rifiuti, è «la magistratura napoletana», quella che avrebbe dovuto svolgere «un’indagine più celere, più mirata, più forte». E che, invece, «ha la colpa di non esserci stata, forse per lassismo, connivenza o intimidazioni». Il risultato? «Indagini mai fatte». E, dice Antonio Di Pietro al Corriere del Mezzogiorno, «quella che si è avviata è un processo nato morto per le prescrizioni».
Ministro, chiariamo subito quel gesto delle manette mimato in tivvù. Sa, qui a Napoli sui rifiuti c’è un’inchiesta in corso, va a finire che si pensa male…
«No, no. Non mi riferivo né a singole persone né a specifiche inchieste. Insomma, non parlavo di Antonio Bassolino o degli altri imputati».
Cos’era allora, un generico invito all’arresto?
«Diciamo un grido di dolore, di sofferenza».
Chi è che soffre?
«Io».
E perché?
«Mi fa star male criticare la magistratura».
Non lo faccia allora…
«E come si fa a non farlo? Qui diciamo sempre che è colpa di Tizio e di Caio. Ma la colpa, in questa storia, è anche dei magistrati napoletani».
Che fa, sospetta che qualche pubblico ministero abbia seppellito di nascosto un paio di fusti tossici?
«No, mi chiedo dov’era la magistratura in questi quattordici anni».
Ha anche una risposta?
«Beh, forse è stata un po’ lassista. Forse connivente. Forse intimidita. Quel che resta agli atti è che non ha adottato le decisioni che dovevano essere adottate, non ha usato il pugno di ferro».
Ci risiamo. Voleva sentire un tintinnio di manette?
«Non conosco gli atti processuali, ma non c’è dubbio che l’assenza di misure cautelari personali e reali in tutti questi anni abbia permesso che la storia continuasse. C’è stata una non risposta alle esigenze di giustizia della collettività. E questa non risposta porta a un decadimento della credibilità dei magistrati».
Insomma, lei qualcuno in cella ce l’avrebbe messo…
«Ripeto, le carte dei vari procedimenti non le ho lette. So, però, che la gravità dei fatti commessi in tutti questi anni e riportati negli esposti, il pericolo di reiterazione del reato e quello di inquinamento probatorio, queste sono tutte cose che avrebbero abbondantemente giustificato il ricorso alle misure cautelari».
Non è che s’è fatto prendere dalla foga dell’ex pm?
«Ma vi rendete conto della gravità dei reati? Qui ci sono manette che ballano e avanzano. E altre inchieste che, misure cautelari a parte, sono ferme ».
Ecco, a proposito di tempi. Sa che l’indagine sull’affare rifiuti va avanti dal 2003 ed è ancora ferma alla mai celebrata seconda udienza preliminare?
«L’attività giudiziaria ha una sua funzione sociale se i tempi sono brevi. Altrimenti è solo un processo alla storia».
Ce l’ha con i pm che hanno indagato?
«Ce l’ho con chi negli anni ha trattato i fascicoli in modo burocratico, con chi ad esempio s’è occupato per motivi statistici delle inchieste sui tossicodipendenti perché facevano carico di lavoro e non è andato invece a valutare anche la rilevanza del contenuto delle denunce sui rifiuti».
Riprovo. Ce l’ha con i pm che hanno indagato?
«No, non è che adesso uno se la deve prendere con chi ha proceduto tra mille difficoltà. È come con Tangentopoli: noi arrestavamo chi aveva commesso i reati, gli altri ci accusavano perché fino ad allora non era stato fatto nulla. Sa come replicavo?».
No…
«Rispondevo: e che, lo dici a me che li ho arrestati? Dillo agli altri che non li hanno arrestati. Ecco, è quel che succede oggi. Qui non s’è fatto nulla per quattordici anni, adesso che facciamo, puntiamo l’indice contro chi ha mostrato buona volontà?»
Rischia di restare solo quella, ministro. Ché, tanto per restare all’inchiesta in questione, in caso di processo quattro dei sette reati contestati ad Antonio Bassolino sarebbero prescritti ben prima della sentenza…
«Ecco, vede? Arrivano a babbo morto».
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Corriere della Sera
11 gennaio 2008
Il «mea culpa» dei vescovi: sbagliato sostenere la rivolta
di Lorenzo Salvia
DAL NOSTRO INVIATO
NAPOLI — «Vescovi che predicano contro i rifiuti demonio». Li aveva chiamati così Antonio Bassolino accusandoli, assieme ai comitati cittadini e agli «ambientalisti fondamentalisti», di aver sbarrato la strada ai termovalorizzatori e a tutte quelle opere che forse avrebbero evitato di ridurre Napoli e dintorni in una discarica a cielo aperto. E ieri dalla Conferenza episcopale campana è arrivata una prima, parziale ammissione di responsabilità. Una lettera di quattro pagine «ai fedeli in difesa dell’ambiente» in cui i vescovi della regione scrivono di non poter «non riconoscere di aver offeso a volte la verità, la retta ragione, l’amore; di aver commesso peccato». E invitano tutti gli uomini di buona volontà a «non chiudersi in sterili localismi e particolarismi irrazionali» davanti a «quelli che appaiono segnali non solo di inquinamento ambientale ma di profondo inquinamento interiore».
Certo, nella lettera si ricorda anche la «necessità di non interrompere il dialogo con la popolazione». E forse coglie un pezzo di verità chi dice — come Pier Ferdinando Casini, ieri in visita a Barra — che «se la situazione non è degenerata come nelle banlieue parigine è anche merito delle parrocchie che tengono in vita un minimo di tessuto sociale». Ma a volte gli uomini della Chiesa hanno preso parte direttamente alle proteste. Tre anni fa il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, convocò un vertice su rifiuti e discariche proprio con i vescovi. E poi Acerra, dove il corteo del febbraio 2003 contro la costruzione del termovalorizzatore era guidato dal vescovo Giovanni Rinaldi. Un errore?
Monsignor Antonio Riboldi era il predecessore di monsignor Rinaldi: «Sono d’accordo sul fatto che i vescovi non debbano partecipare alle manifestazioni. Si entra in una sfera politica che non ci compete». Monsignor Riboldi fu messo sotto scorta per due anni proprio perché ad Acerra lo rimproveravano di non essere abbastanza solidale con la protesta. Questo non vuol dire che sottoscriva la lettera di ieri parola per parola: «Resta nostro dovere ascoltare il disagio dei fedeli». Un pensiero ripreso da Carlo Liberati, vescovo di Pompei: «Noi non vogliamo sostituirci alle istituzioni ma, se qui al Sud le istituzioni non ci sono, questa gente a chi si deve rivolgere? ».
Forse il rischio è proprio questo: parroci e vescovi che si comportano un po’ come i politici, vicini alla protesta magari senza condividerla ma pur di non perdere l’appoggio dei fedeli. Monsignor Gennaro Pascarella è vescovo di Pozzuoli, la diocesi di Pianura, dove il parroco ha detto Messa davanti all’ingresso della discarica: «Certamente questo pericolo esiste perché noi non siamo avulsi dalla storia. Ma si può trovare un giusto equilibrio». Come? Monsignor Pascarella fa un esempio: «Si parla dell’importanza della raccolta differenziata? Bene, nei prossimi giorni noi cominceremo a farla negli uffici del vescovado e nelle parrocchie. E inviteremo a farla, in casa, anche nei corsi di catechismo e prematrimoniali». In attesa dei cassonetti adatti, ovvio.
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A volte ritornano
Corriere del Mezzogiorno
1 dicembre 2007
Polese: «Ora rivoglio ciò che mi hanno tolto»
Scagionato dalle accuse 15 anni dopo tangentopoli «Il momento peggiore? La sospensione dall’Università»
di Carlo Franco
NAPOLI — Il silenzio dell’innocente nel suo caso è durato quindici anni e qualche mese. Roba da far diventare matto chiunque non avesse avuto il carattere coriaceo dell’ex sindaco Nello Polese. Che ha subito due volte il carcere, una volta a casa, ai domiciliari, un’altra a Poggioreale («Mi toccò, tra l’altro, di difendere Francesco De Lorenzo più volte minacciato dagli altri reclusi»), ma mai una volta che avesse alzato la voce, che avesse replicato con toni sdegnati alle accuse infamanti dei giornali o alle sarcastiche prese in giro della pubblica opinione. Ripeschiamo dalla memoria la sequenza dell’arresto. Era la primavera del 1992, recuperiamo quei fotogrammi drammatici. Il sindaco Nello Polese, socialista da quando aveva 18 anni, esce dalla caserma Pastrengo circondato dai carabinieri. Lo stesso trattamento riservato ad un criminale incallito, per capirci: i curiosi che si erano radunati per dileggiarlo gli lanciarono addosso le monetine, qualcuna lo colpì ma ebbe la forza di non reagire.
Tutte le accuse sono crollate, ma come ha fatto a starsene in silenzio per tanto tempo?
«Ho sempre avuto la certezza che prima o poi la mia innocenza sarebbe emersa con chiarezza e poi un socialista riformista che ha fiducia nella giustizia non si difende sui giornali o, peggio ancora, in piazza, aspetta che la verità trionfi».
Polese Nello, docente di Misure al Politecnico, tre figli e sessantasette anni ben portati perchè ancora gioca al calcio nel torneo dei «Matusa» («La mia vita da terzino privo di tecnica ma tignoso e scorbutico è lunga e in qualche modo anche onorevole»), ex grande promessa della nazionale di bridge e validissimo ballerino di tango in coppia con la moglie Rosellina che eccelle anche nel flamenco, espone le sue ragioni in un colloquio liberatore che si svolge sulla stupenda terrazza della Canottieri Napoli. Tra uno scroscio di pioggia e un raggio di sole che tenta di prevalere. «E’ un tempo che rispecchia il mio stato d’animo, ma d’ora in poi splenderà il sole».
Qual è stato il momento più brutto?
«Potrei dire le accuse terribili e assurde rivolte a mia moglie, ma da uomo delle istituzioni scelgo la mortificazione di essere stato considerato un sindaco finito nel fango. Per questo ho voluto che la conferenza stampa oggi si svolgesse nell’aula multimediale del Comune di Napoli, è il posto giusto perchè un ex sindaco si liberi definitivamente del macigno che lo ha oppresso per quindici anni».
Rivuole per intero la sua dignità.
«Per una persona onesta l’accusa di corruzione è più infamante della galera, quella la sopporti, il marchio di corrotto, invece, può restarti appiccicato addosso per sempre».
Nessun rimorso, niente autocritica?
«Nessuno mi ha accusato, non lo hanno fatto neanche le persone arrestate che avrebbero potuto giovarsi se mi avessero chiamato in causa».
Questi anni li ha vissuti in una sorta di girone infernale.
«E’ vero. Mia moglie e i nostri figli sapevano che ero al di sopra di ogni sospetto, agli altri, invece, è stata buttata in faccia un’altra storia. Il magistrato era convinto che fossi il terminale di operazioni di finanziamento del Psi. Nessuno ha letto le carte, è tremendo. Non voglio parlare di cose giudiziarie, lo farà oggi il mio avvocato Mario Ruberto al quale ho chiesto di rendere pubbliche le conclusioni di tutti i procedimenti a mio carico. Voglio quello che mi è stato tolto. Tutti devono toccare con mano che sono pulito nonostante mi sia mosso in un sistema che era bacato quando sono finito nella tagliola e continua ad esserlo».
Neanche i suoi colleghi dell’Università hanno letto le carte.
«Questa cosa mi ha offeso. Mi hanno vietato di insegnare per cinque anni, è stata una sciatteria imperdonabile bollata per fortuna dal Tar e dal Consiglio di Stato».
Hanno anche ricorso anche contro la sentenza del Tar?
«Ci hanno provato, ma hanno fatto buca e sono stai costretti a restituirmi l’onore accademico che avevano tentato di negarmi. Se avessero letto le carte avrebbero visto che erano scatole vuote e devo ammettere che l’ho sperato perchè almeno loro, da professori, potevano servire meglio la verità. Oggi sono presidente di un consorzio interuniversitario che comprende Milano, Palermo ed altre scuole di specializzazione».
Chi era il Magnifico?
«Che importanza ha, non ce l’ho con i miei colleghi, so bene che è difficile andare controcorrente»?
Il Magnifico era Tessitore?
«No comment».
Il lupo, comunque, perde il pelo ma non il vizio. E’ già tornato in politica.
«Mi hanno forzato i compagni, fosse stato per me sarei tornato solo dopo l’assoluzione».
Si candiderà al Parlamento?
«Mai più politica in prima persona, lavorerò nelle retrovie del nuovo Psi per sostenere l’esigenza assoluta delle riforme che la sinistra, con le sue debolezze e le sue ambiguità, non riesce a fare».
Parliamo di oggi. Se fosse sindaco cosa farebbe?
«Riaprirei immediatamente la discarica di Pianura che non doveva mai essere chiusa al buio, cioè senza avere la certezza di valide soluzioni alternative».
Ma c’era il sospetto di inquinamenti nella gestione.
«Beh, si requisiva l’impianto che era ed è in perfetto stato e si mandava avanti l’inchiesta. E’ stata scelta, invece, la soluzione peggiore, lasciando la città in balia dei rifiuti».
Incapacità di decidere?
«Anche a Bagnoli è stato commesso lo stesso errore. Avevo lasciato nel cassetto di Palazzo San Giacomo 40 richieste di insediamento, che fine hanno fatto? Credo che gli investitori si siano volatilizzati, non si è mai visto che dopo 14 anni non si riesce ad ottenere la disponibilità dei suoli. Senza contare poi che per interventi di questa portata è obbligatorio fare un concorso internazionale anche per esportare l’idea e valorizzarla. La mia giunta l’aveva organizzata con l’Inarch, ora ci penseranno i tecnici comunali, con tutto il rispetto non è la stessa cosa».
Ha sentito il sindaco o il Governatore?
Non li ho cercati e loro non hanno cercato me. A Bassolino, anzi, offro la mia solidarietà. Il politico che sbaglia è giusto che paghi, ma il giudizio sommario e preventivo è inammissibile. Ora sulla graticola c’è Letizia Moratti, è assurdo».
Lei, ormai, guarda tutti dall’alto in basso.
«Non l’ho fatto quando ero saldamente in sella, non lo farò certo ora».
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Statuto regionale
Repubblica - Napoli
14 ottobre 2007
Perché lo statuto non cambia la politica
di Massimo Villone
Un dirigente sollecita dipendenti della Regione a partecipare ad una manifestazione del Pd, con rimborso spese a carico dell´ente. È in discussione nell´aula consiliare il nuovo statuto regionale. Vicende diverse, ma collegate. Come già in passato, il legislatore statutario ha operato in sostanziale clandestinità. Eppure, l´articolo 11 della proposta richiama partecipazione, pubblicità e trasparenza. Principi affermati, e contestualmente disattesi. Del resto, col popolo questo statuto poco vuole avere a che fare. Guardiamo al referendum abrogativo. Ben centomila firme - tantissime - e limiti assai stringenti. Tra questi, fa sorridere, nel tempo di Grillo, l´esclusione del referendum per le leggi sullo status dei consiglieri regionali. Stessi limiti per il referendum approvativo, valido inoltre solo con la partecipazione al voto della metà più uno degli aventi diritto. Al giorno d´oggi, un ostacolo pressoché insuperabile. La proposta conferma l´elezione diretta del governatore, la sua centralità, la dominanza dell´esecutivo, l´evanescenza dell´assemblea. Eppure, era il tempo giusto per una riflessione critica e innovativa. Si dice che le menti giuridiche più sottili siano state impegnate per consentire al governatore di lasciare la carica senza provocare lo scioglimento anticipato del consiglio. Peccato. Anche a non voler ricordare che tale esito non è consentito nell´impianto presidenzialista, i problemi sono altri. Solo chi si rifiuti di vedere e sentire può oggi ritenere che la scelta presidenzialista abbia prodotto buona politica, o buona amministrazione. Il potere non è più responsabile, più vicino ai cittadini, più capace di ascolto, più trasparente. Al contrario. Poco efficaci le correzioni. Risibile la sfiducia individuale all´assessore (articolo 53). Nella forma, un cannone di grosso calibro.
Ma non obbliga alle dimissioni, e il governatore può disattenderla semplicemente motivando il suo diniego. Ero e sono convinto che alla sfiducia individuale possa invece collegarsi un formale obbligo dell´assessore a dimettersi. Anche il diniego del gradimento consiliare per le nomine può essere superato dal governatore con una mera comunicazione motivata (articolo 49). Ma perché non prevedere una seria procedura di public hearing, con effetti vincolanti? Mentre preoccupa, a danno del Consiglio, la norma sottilmente ambigua che riserva alla giunta l´iniziativa legislativa su legge di bilancio e legge finanziaria (articolo 54). Una lettura restrittiva potrebbe vedere riservati all´esecutivo anche gli emendamenti. Ma ancor più preoccupa che di tutte le polemiche su sprechi e malamministrazione si trovino ben poche tracce. Si introducono limiti per le commissioni consiliari. Bene. Ma ci si ferma qui. Ad esempio, si mette in piedi una complessa architettura di organi consultivi. E soprattutto non si affrontano davvero le questioni oggi aperte. Lo sa il legislatore statutario che abbiamo un problema grave di spoils system, di consulenti, esperti, dirigenti a contratto, società miste? Che in generale il rapporto tra politica e amministrazione è in forte sofferenza? Qui vediamo il nesso con il caso del dirigente. L´assessore dice di non saperne nulla. Ma - che sia vero o no - l´iniziativa del dirigente di per sé mostra un rapporto sbagliato tra politica e amministrazione. Come ne è stata condizionata l´attività del dirigente? E siamo sicuri che non ci siano altri dirigenti, meno ingenui, che non mandano direttive e circolari, ma fanno un giro di telefonate o dicono qualche parola all´orecchio? Nella proposta di statuto una regola che possa favorire con efficacia la buona politica e la buona amministrazione, non c´è. Tante citazioni ridondanti, ma le parole che servono davvero, no. Sul tema, domani alle 17, a Santa Maria la Nova, dibattito con Eugenio Donise, Pietro Ciarlo, Gianni Ferrara, Alberto Lucarelli.
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Pacchetto sicurezza e dintorni
Corriere della Sera
7 settembre 2007
RETROSCENA / Giuliano e Arturo, l’offensiva dei «senza partito»
di Maria Teresa Meli
ROMA — Giuliano Amato un partito non lo ha più da quando Bettino Craxi si è eclissato. Arturo Parisi un partito ce l’ha avuto, ne avrebbe ancora uno, sebbene in via di scioglimento, ma in realtà non ne ha nessuno. Entrambi entreranno nel Pd, il primo con maggior entusiasmo, il secondo con assai minor ardore. Tutti e due, comunque, sono i protagonisti delle ultime polemiche del centrosinistra, forse proprio perché possono agire con più libertà di altri, visto che non posseggono un gruppo politico a cui dover dar conto.
Così Amato ha lanciato il tema della sicurezza scavalcando Veltroni e aprendo un nuovo solco con la sinistra radicale. Ora c’è chi si interroga sul perché l’abbia fatto. «Per dare fastidio a Prodi? Forse anche per questo — spiega uno che lo conosce da lunga pezza come il sottosegretario agli Esteri Bobo Craxi — perché un colpo d’anca Giuliano non se lo nega mai, però non dimentichiamo che lui culturalmente è questa roba qui: era il premier che ha mandato l’esercito in Sicilia, è l’uomo a cui, a palazzo Chigi, mio padre affidava tutte le pratiche dei servizi». Secondo Gennaro Migliore, capogruppo di Rifondazione a Montecitorio, «Amato si sta ritagliando uno spazio politico». Per far che? «Per il dopo Prodi, non si sa mai, ma anche per trovare un ruolo nel futuro Partito Democratico», è la risposta dell’esponente del Prc. E Paolo Cento è convinto che il Pd che verrà c’entri, eccome, con l’uscita di Amato: «Quella sortita — spiega il sottosegretario verde all’Economia — lui l’ha fatta scientemente, mica è uno stupido. È la conferma del profilo moderato che si intende dare al Pd».
Già, ma a quale Pd? Ce ne sono tanti. C’è il Pd di Veltroni. Quel Veltroni, cioè, che a un esponente della sinistra radicale solo qualche giorno fa ha detto: «Io ora devo muovermi così, ma non intendo fare un partito moderato, poi stringerò un accordo con voi». Poi c’è il Partito Democratico di Prodi, che si barcamena tra il suo intransigente ministro e Rifondazione. «La sinistra radicale — dice il premier — pone delle esigenze giuste, ma sul tema della sicurezza dobbiamo fare qualcosa ». E c’è chi sostiene, nelle file dei prodiani, che, alla fine della festa, la sortita di Amato mette in difficoltà il capo del governo. E a sostegno di questa loro ipotesi evidenziano la fermezza con cui Rosy Bindi, che di Prodi è la paladina, la contrasta. Quindi, forse, non è un caso, che un buon amico del premier, come Parisi, si mostri quanto meno freddo sulle proposte del titolare dell’Interno. «Per i cittadini — spiega ai suoi il ministro della Difesa — la legge che conta è la legge rispettata e applicata, non quella proclamata ». Insomma, basta con la propaganda. Ma c’è un di più. Un di più con cui Parisi apre un ennesimo fronte polemico. Tutto interno al Pd, questa volta: «Può proporre il rispetto della legge — si chiede il ministro della Difesa — chi dà credibilmente prova di rispettare le proprie di leggi. Ma con quale coraggio i partiti che trasgrediscono le regole che essi stessi si sono dati possono chiedere il rispetto delle leggi? Forse prima di occuparsi dei lavavetri e degli imbrattamuri, bisognerebbe chiedere conto ai partiti del mercato delle tessere, dei congressi truccati e dell’aggiramento del finanziamento pubblico».
Non è solo sulla sicurezza che il ministro della Difesa fa i suoi distinguo. Parisi sostiene che il ricorso di Marco Pannella escluso dalle primarie — ricorso che tutti nel Pd vorrebbero far cadere nell’oblìo — è «fondato». Poi attacca i Ds. O, per essere più esatti, la «sciagurata scelta di Fassino di portarli inquadrati e coperti nel nuovo partito», tant’è che, dice il ministro ai suoi collaboratori, c’è «il rischio che invece del Pd si faccia la Cosa 3». Un destino infausto che «i popolari, con il soccorso che hanno dato ai Ds, non fanno altro che accelerare». Anche sulla legge elettorale Parisi non dà tregua: «Veltroni su questo deve essere ormai chiaro: non può continuare a barcamenarsi a lungo».
Èsempre il sindaco di Roma l’obiettivo del ministro. Perché il sindaco ha accettato la «falsa partenza del Partito Democratico». Ed ecco, allora, che per Parisi torna lo stesso interrogativo che nel centrosinistra più d’uno si è posto nei confronti di Amato: gioca per conto proprio o per qualcun altro? Dallo staff di Veltroni liquidano le sortite del titolare della Difesa come le lamentele di «chi è stato sconfessato anche da Prodi».
Ma è proprio vero che Parisi è l’ultimo cantore di un prodismo che non c’è più? Che la sua offensiva anti-veltroniana è un’offensiva solitaria? Forse, per avere una risposta sincera a questo interrogativo, non bisognerebbe rivolgersi a un esponente del Pd, ma a quel leader della sinistra radicale che tre giorni fa, per il solo fatto di aver apprezzato l’iniziativa del sindaco di Roma sul fisco, si è sentito apostrofare così dal premier: «Stai con me o stai con Veltroni?».
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Benevento /il caso Nardone
Repubblica - Napoli
26 agosto 2007
Le dimissioni di Nardone a Benevento
Quando la demagogia colpisce la democrazia
di Marco Rossi-Doria
La vicenda delle dimissioni del presidente della Provincia di Benevento, Carmine Nardone, non merita di essere assimilata alle solite girandole della nostra politica locale. È una storia a sé. Nardone si laurea e specializza a Portici e diventa uno studioso di sviluppo tecnologico in agricoltura e di politiche del territorio. Da anni è un convinto assertore di un riequilibrio territoriale per la Campania: decongestionare le aree sovrappopolate costiere, ferme a un modello di sviluppo che oggi arriva non solo al disastro ambientale ma anche al declino del Pil, allo stallo cronico dell´occupazione e alla crescita della povertà e, al contempo, contrastare l´abbandono delle zone interne grazie a politiche di modernizzazione partecipata. Eletto presidente si dedica a costruire un modello di sviluppo sostenibile, sostenuto dalla sua competenza tecnica e dal confronto internazionale: favorire la rivoluzione tecnologica e a tal fine creare esperienze pilota e centri di ricerca in loco, negoziare veri patti tra imprese, amministratori, sindacati, associazioni, limitando il modello imperante di decisionismo centralistico, avere la tutela ambientale come bussola.
È una politica del merito, nel duplice senso: provare a risolvere nel merito i problemi e favorire la meritocrazia. L´opposto del modello fondato sulla costruzione e tenuta delle clientele. Così egli avvia il Marsec, un avanzato sistema di monitoraggio integrato del territorio via satellite, costruisce incubatori di impresa, concentra risorse pubbliche e private nel settore delle biotecnologie e della qualità alimentare, fa una carta delle naturalità che comprende le biodiversità classificate e monitorate. Così il Beneventano inizia a attirare studiosi, giovani, nuova occupazione, imprese, funzionari, capitali, brevetti.
Ma è il legame tra sviluppo territoriale e nuova politica dell´energia, che Nardone mette al centro del dibattito politico, a portare al conflitto odierno. Infatti Nardone propone ai cittadini della provincia un innovativo piano energetico-ambientale e anche su questa base ottiene la rielezione con il 73,6% dei voti. Il Consiglio provinciale lo approva all´unanimità, sinistra e destra insieme; e avvia subito la sua attuazione con procedure di evidenza pubblica, coinvolgimento dei Comuni, ampia consultazione delle associazioni e recepimento delle osservazioni. Il piano vuole reperire energia da più fonti alternative a petrolio e carbone, secondo i modelli della Ue e gli studi dell´Enea, in anticipo sulla legislazione nazionale e regionale. Così si avviano un parco eolico, una grande centrale fotovoltaica, il recupero di un impianto idroelettrico dal ripristino di una diga sul fiume Tammaro. E si dà inizio, con l´approvazione di tutte le forze politiche, a due piccoli impianti-pilota che producono energia dalle biomasse agricole: legnami da potature, sanse, vinacce, materiali da pulitura dei boschi protetti, paglia non più utilizzata in zootecnia. È materiale che si brucia comunque con emissioni e perdite di energia incontrollate. Ma è proprio sull´attuazione di questi due impianti, già approvati con chiara definizione di finalità, procedure e criteri di funzionamento, che avviene il voto unanime del Consiglio contro il presidente, a cui egli ha risposto con le dimissioni. La tesi di questi neo-oppositori, subito convertiti da una protesta largamente generata dalla paura, si basa su un assunto indimostrato e fondato sul metodo anti-democratico del sospetto: non si tratterebbe di impianti per le biomasse agricole, ma di termovalorizzatori mascherati per le balle indifferenziate giacenti in giro per la regione. Il presidente Nardone ha smentito, prove alla mano, questa tesi e ha riproposto un serrato confronto di merito. Ha avuto risposte elusive e confuse dai partiti. È il segno di una degenerazione del dibattito pubblico a cui bene ha fatto Nardone a rispondere con fermezza. Perché oggi questo caso ci fa toccare con mano quanto la crisi ambientale campana e la cultura dell´emergenza abbiano creato spinte demagogiche diffuse e sfiducia nel processo decisionale democratico, tanto da colpire un suo autentico sostenitore. I guai della cultura centralistica colpiscono alla cieca anche chi ha prodotto un modello altro. E ci avvertono che è presente una tendenza terribile a non valutare complessità e proposte, a non saper più distinguere tra innovativi approcci di tutela ambientale e politiche che hanno favorito il disastro.
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Corriere del Mezzogiorno
23 agosto 2007
Il presidente della Provincia di Benevento rivelò: il satellite dà fastidio
Le dimissioni di Nardone nascono nello spazio
di Giancristiano Desiderio
Le dimissioni da presidente della Provincia di Benevento segnano il punto più alto della carriera politica di Carmine Nardone e il più basso del centrosinistra beneventano. L’ex deputato del Pci, infatti, non è caduto per errore o per un calcolo sbagliato, bensì perché ha scelto di cadere. In piedi. Mentre tutta la maggioranza si è arresa alla demagogia e ha cavalcato le irrazionali paure di sindaci e comitati che vedevano il progetto delle centrali elettriche alimentate a biomasse come un moderno cavallo di Troia, carico non di guerrieri achei ma di puzzolenti rifiuti bassoliniani, Nardone ha scelto di difendere fino all’ultimo e unico voto — il suo — un investimento tecnologico che non è solo frutto della sua amministrazione, ma anche del lavoro di collaborazione con l’Enea, con la Provincia di Bergamo (a guida centrodestra) e con il Marsec, il laboratorio satellitare che proprio Nardone ha fortemente voluto e realizzato a Benevento.
Scegliendo di votare in splendida solitudine il progetto delle centrali elettriche a biomasse, Nardone ha voluto porre con forza la domanda: «Vogliamo governare il territorio o vogliamo dedicarci solo e soltanto alle clientele?».
Infatti, le dimissioni di Nardone, anche se improvvise e giunte mentre comanda il generale Agosto, non sono un fulmine a ciel sereno. I rapporti con il «suo» centrosinistra non sono stati mai idilliaci: sia nel primo mandato, sia nel secondo. La coabitazione con i Mastella e i mastelliani non è stata mai rose e fiori. Ma senza coabitazione Nardone non sarebbe stato mai presidente della Provincia. Coabitare, dunque, non è stato forse piacevole, ma necessario. In più di un’occasione Nardone ha finto di distrarsi e ha lasciato mani libere ai suoi assessori che hanno scorrazzato in lungo e in largo per la Provincia. La coabitazione si basava su di un patto tacito: cerchiamo di non darci fastidio a vicenda e non pestiamoci i calli. Tutto è filato liscio, fino a quando il callo di Nardone non è cresciuto un po’ troppo. Come si chiama questo callo? Marsec, appunto. È qui che la coabitazione è diventata insopportabile. Per entrambi: sia per Nardone, sia per i mastelliani.
Qualche tempo fa il presidente mi ha fatto una confidenza che a questo punto credo non solo di poter ma anche di dover rendere pubblica: «Quando finirà il mio mandato il Marsec sarà smantellato o lasciato morire». Eravamo nel suo studio alla Rocca dei Rettori e il presidente ora parlava e ora si sedeva al suo posto mostrandomi le immagini minuziose del territorio sannita riprese dal satellite. Capii che Nardone voleva dire qualcosa che si portava dietro da tempo, troppo tempo. Gli chiesi: «Perché mai presidente, forse il laboratorio satellitare non è utile?». «No — mi disse — al contrario: proprio perché è utilissimo, il Marsec dà troppo fastidio». Fingendo ingenuità domandai: «A chi?». Risposta secca: «Ai politici». Con l’utilizzo del satellite, infatti, tutto il territorio sannita — tanto per restare solo nell’ambito provinciale — è sottoposto, se si vuole, a precisi controlli per l’abusivismo, l’inquinamento, la criminalità. Ecco, le ragioni delle dimissioni di Carmine Nardone vanno ricercate qui. Il suo non è un gesto di risentimento o di tutela della propria dignità. Le sue dimissioni vogliono essere un gesto politico che, proprio perché autentico, è prezioso anche per l’opposizione di centrodestra. Si vuole governare il territorio o ci si vuole dedicare solo alle clientele? Ora Nardone faccia uno sforzo in più: dopo essersi dimesso, sputi il rospo che ha in gola da tempo. Nell’interesse di tutti, presidente.
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11 luglio_”verifiche” al Comune
Corriere del Mezzogiorno
11 luglio 2007
Il Consiglio fa ancora flop Ora la maggioranza vacilla
Per la decima volta in 33 sedute manca il numero legale nell’aula Lunedì la verifica, ma sinistra radicale e Udeur chiedono il rinvio
di Paolo Cuozzo
NAPOLI — Da sei anni, da quando è sindaca di Napoli, quella che sta vivendo in queste ore è probabilmente la crisi politica più forte per la Iervolino. Una crisi profonda, con la maggioranza che la sostiene in Consiglio che non sembra esserci più. Anche ieri, infatti, per la decima volta su 33 sedute di Consiglio, e per la seconda volta consecutiva, è mancato il numero legale. Un trend preoccupante, col 30 per cento delle riunioni tenute finora andate a monte.
Recordman delle assenze nella maggioranza, Pietro Mastranzo, eletto con l’Udc, transitato per Azione Popolare e ora approdato nella Margherita; e che, incredibile ma vero, ieri dichiarava: «Bisogna ridare dignità a questo consiglio». A sostanziare il flop in Aula del centrosinistra sono i numeri: ieri, al momento dell’appello d’inizio, in Consiglio c’erano solo 24 consiglieri di maggioranza su 41. Dunque tutti a casa. Assente era pure la Iervolino, come gran parte della Margherita, e questo è un altro dato significativo: la sindaca era impegnata a Roma per la riunione dei «45» del Pd, ma la sua assenza complica le cose nel centrosinistra. Centrosinistra che, in questo clima, è atteso lunedì prossimo da una complicata seduta di Consiglio per la verifica politica della maggioranza ad un anno dal voto. Riunione che, dopo il flop
di ieri, Rifondazione, Pdci, Sinistra democratica e Udeur chiedono per cautela che venga rinviata, mentre del flop di ieri i quattro partiti di maggioranza dicono all’unisono: «Distratti dal Pd». Dal canto, suo il presidente del Consiglio comunale, Leonardo Impegno, non fa sconti alla maggioranza: «La città — ha detto Impegno — si aspetta dalle istituzioni senso di responsabilità. Ed è onere della maggioranza garantire la presenza in aula di almeno 31 consiglieri». Il numero legale, per la terza volta di seguito, è venuto meno sulla votazione della delibera con cui il Comune autorizza il Cnr a rimodulare al ribasso le cubature della sede di via Marconi (quindi meno cemento), proposta dal vicesindaco Santangelo. Santangelo, però, non vede nella delibera sul Cnr il problema, «perché — spiega — si tratta di un atto assolutamente ordinario peraltro che riguarda lo stato». «In ogni caso — puntualizza il vice della Iervolino — se dovesse ancora una volta non essere votata questa delibera, la invierò a Roma e lo stato si farà il provvedimento da solo, mentre il Comune di Napoli farà la figura di chi non è riuscito ad adempiere ad un obbligo verso lo stato». La delibera, in sostanza, presuppone una riduzione della cubatura da 26 mila a 23 mila metri cubi, laddove però il Prg non autorizza più interventi simili. Però, nel caso specifico, c’è una vecchia concessione, anche se è indispensabile il via libera dell’Aula. Ecco perché il problema, evidentemente, è politico e non riguarda la delibera. Anche il centrodestra, infatti, ammette: «Il nodo non è tanto l’atto deliberativo sul Cnr — dice Luciano Schifone, capogruppo di An —, quanto la tenuta della maggioranza che non c’è più». E così la Cdl di Napoli chiede le dimissioni di sindaco e giunta, annunciando la presentazione di una mozione di sfiducia per loro. Il capogruppo di Forza Italia, Salvatore Varriale, sottolinea che «questa maggioranza si riunisce solo quando c’è da spartire potere». Varriale propone quindi ai colleghi della Cdl di presentarsi da un notaio e rassegnare le dimissioni dal Consiglio. Proposta che non ha incontrato il parere favorevole del consigliere di FI Ciro Signoriello, che ha affermato di non avere alcuna intenzione di dimettersi perché «dovrebbe invece farlo chi non fa bene questo mestiere». D’accordo con l’ipotesi di dimissioni si è invece detto Domenico Palmieri, capogruppo del Nuovo Psi. Una sorta di autocritica è venuta da un altro consigliere di Forza Italia, Raffaele Ambrosino, secondo il quale «la Cdl in Campania non ha un leader che possa portare la coalizione alla vittoria elettorale », motivo per cui «bisognerebbe incominciare a pensare se Franco Malvano possa essere ancora il capo dell’opposizione». Un attacco al senatore all’ex questore di Napoli che arriva alla vigilia della visita di oggi di Berlusconi a Napoli.
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L’INTERVISTA / Montemarano jr: boccio assessori e city-manager
di Simona Brandolini
Si offende se la chiamano mister settemila preferenze?
«Sì, perché ne ho avute 7600».
Cambia montatura di occhiali almeno una volta a settimana. Per il decimo consiglio comunale che salta, Emilio Montemarano, il più votato consigliere dopo Berlusconi, ne ha sfoggiato uno bicolore, rosso-nero. Di se stesso dice: «Qualche volta il capo dell’opposizione sono io». Tant’è che la Iervolino se l’è presa per una sua battuta: «Non possiamo continuare a tirare a campare ». Un equivoco.
Dicevamo dei suoi voti. Non sono troppi?
«No, sono il risultato concreto del lavoro di un gruppo di persone».
A cominciare da papà Angelo, potente assessore regionale alla Sanità?
«Certo la presenza di mio padre è stata importante, ma non credo neanche che ci siano 7 mila medici a Napoli. Mi hanno votato settori diversi, anche coloro i quali avevano bisogno di una politica con facce nuove».
Qualche giorno fa lei ha detto che ha Napoli c’è un certo malcostume che blocca i processi decisionali. Malcostume è una parola pesante, non crede?
«Ho inteso dire che c’è un freno tirato da alcuni elementi che sono nei Ds, nella Margherita e anche nell’amministrazione; elementi che tendono a rallentare i processi per continuare a gestirli».
Si fermi un attimo: sta dicendo che ci sono esponenti della maggioranza e dell’amministrazione che volutamente mettono i bastoni tra le ruote?
«C’è sicuramente una volontà generale di rallentare i processi. C’è un gruppo di furbetti di tutti i partiti che si muove nella macchina comunale, che pensa solo a spostare l’amico dirigente o a mettere l’amico dell’amico nelle aziende partecipate. E nelle partecipate arriviamo già a 13 mila dipendenti ».
Questo gruppo di, come li chiama lei, furbetti di Palazzo San Giacomo in quali settori incidono?
«La situazione nelle partecipate è drammatica dal punto di vista dei bilanci. Ctp ha un disavanzo del 50 per cento e il Comune non ha neanche potere diretto. Del Consorzio liquami che gestisce il depuratore di San Giovanni l’unico ente consorziato è il Comune di Napoli. Per non parlare dell’Asia. Solo negli ultimi tempi abbiamo versato 80 milioni di euro per ripianare i debiti. E poi il San Carlo. Se non fosse saltato il numero legale in consiglio comunale, noi della Margherita avremmo votato contro la cessione dell’ennesimo immobile comunale per salvare il San Carlo dai debiti. Trovo assurdo che si continui a lasciare tutto in mano ad un direttore artistico che non ha capacità manageriali».
All’ordine del giorno c’era anche un’altra delibera…
«Relativa al Cnr: vogliono abbattere tutto e ricostruire ma mancano le autorizzazioni. E pretendono che il consiglio comunale si prenda la responsabilità di dare l’ok. Anche su questo siamo contro».
Siamo dunque alla paralisi?
«Il problema è politico. Non è possibile che ci propinano questi polpettoni. È vero è il decimo consiglio che salta, ma chiediamoci perché? Bisogna scegliere le priorità e lavorare per questo».
Dice che c’è un gruppo di furbetti, che le partecipate sono una palla al piede, che la giunta vi rifila polpettoni, sta chiedendo un rimpasto?
«No, tuttavia è certo che in previsione del Partito democratico non è possibile che resti quel presidente del consiglio, quel capogruppo, quegli assessori ».
Dica la verità questa giunta le sembra adeguata?
«Il povero assessore Gennaro Mola ha due deleghe pesanti (rifiuti e viabilità), che non può sostenere. La sindaca mi ha detto pochi giorni fa che si sta occupando dell’immondizia di tutta la regione. Se deve fare l’assessore regionale ai rifiuti come fa anche la viabilità? Non è mica Superman. Oltre a Mola poi ci sono i novizi e tutti quelli che non si fanno vedere».
Chi sono?
«Dico quelli che si interfacciano correttamente con il consiglio e sono due: Laudadio e Terracciano».
Di tutti questi giochi sotterranei secondo lei la sindaca non sa nulla?
«Non può non sapere, ma per la sua funzione istituzionale non può mettersi a fare la guerra. Si tenga poi conto che i furbetti sono subdoli e agiscono alle sue spalle».
Non c’è anche il city manager?
«Per me Luigi Massa non sta lavorando bene».
Lo sa che lei è tra i più assenti in consiglio comunale?
«La specializzazione in medicina mi impone la frequenza. Ma non nego che ci sono assenze politiche».
Qualcos’altro da dire?
«Che parlo e me lo posso permettere».
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Repubblica - Napoli
12 luglio 2007
Comune, assemblea flop centrosinistra allo sbando
A rischio la verifica del programma
di Ottavio Lucarelli
Il Comune sull´orlo della crisi. In aula salta a ripetizione il numero legale e il Consiglio ritorna nello stallo totale tra spintoni, urla e richieste di dimissioni da parte del centrodestra. Dieci sedute annullate su 33, a vuoto le ultime due, a rischio l´appuntamento di lunedì prossimo fissato da tempo per una verifica sul programma un anno dopo l´insediamento della giunta Iervolino bis.
Ieri mattina, dopo il flop di martedì pomeriggio, il sindaco era a Roma con la prua verso il Partito democratico ma ancora una volta tra i grandi assenteisti c´erano i consiglieri del suo partito, la Margherita, e dei Ds e subito la sinistra ha attaccato a fondo con un documento firmato da Rifondazione, comunisti italiani e Sinistra democratica: «Ormai è chiaro che il Partito democratico è il maggior problema per la governabilità nella nostra assemblea. Nonostante l´invito del sindaco, che già nella seduta di martedì a fine lavori aveva richiamato i consiglieri della maggioranza ad essere presenti in aula, appena il 50 per cento del Partito democratico era presente all´appello con undici assenti su ventidue».
Centrosinistra nel caos e adesso è a rischio la verifica sul programma. «Non crediamo sinceramente - scrivono i consiglieri della sinistra - che lunedì si possa affrontare una discussione altamente impegnativa in queste pietose condizioni. Avevamo suggerito a Rosetta di affrontare questa scadenza in maniera seria per una verifica sullo stato di attuazione del programma valorizzando le cose positive portate avanti, ma puntando anche l´attenzione sull´insufficienza dell´azione amministrativa che abbiamo conosciuto nel primo anno di attività».
Un rinvio chiesto anche dall´intero gruppo dell´Udeur che denuncia le manovre intorno al Partito democratico: «È inammissibile che il mandato elettorale affidato ai consiglierei sia utilizzato per la conquista di qualche poltrona nel Pd. Diciamo no ad una verifica in mare aperto. Una pausa di riflessione è indispensabile».
Nove assenze per Pietro Mastranzo, sette per Emilio Montemarano e Stefano Palomba. Questi i recordman della Margherita in Consiglio comunale mentre nei Ds il meno presente è il giovanissimo Mariano Anniciello a quota sette così come il verde Luigi Zimbaldi. Peggio di loro il professore Federico Alvino dell´Udeur che ha otto assenze. Tra i più virtuosi, sempre presenti, il capogruppo dei Ds Antonio Borriello, Nino Funaro dell´Udeur e il presidente del Consiglio comunale Leonardo Impegno della Quercia.
Per due giorni di seguito la seduta si è sciolta nel corso della discussione sulla delibera per la costruzione di una nuova sede del Cnr a Fuorigrotta. Un atto del vicesindaco Tino Santangelo, che sbotta: «Se non passa la delibera invio tutte le carte a Roma». E il presidente Leonardo Impegno ammonisce: «Quanto sta accadendo in aula è grave. A questo punto se c´è un malessere politico lo si affronti. La città si aspetta dalle istituzioni, soprattutto in questo momento difficile, senso di responsabilità e una capacità propositiva per la soluzione dei problemi. Mi auguro che lunedì si torni in aula, maggioranza e opposizione».
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3 luglio_ discutendo di Bassolino
Corriere del Mezzogiorno
3 luglio 2007
LETTERE / «Bassolino ha la stoffa per ricominciare»
di Mario Santangelo
Caro direttore, è tornata la grinta! Bassolino ha finalmente rotto il silenzio e lo ha fatto con la determinazione che gli era propria nel 1993 quando fu capace di accendere nei cuori dei napoletani la speranza e dimostrò al mondo intero che Napoli non era una città perduta. Lo ha fatto difendendo la sua onestà e la sua trasparenza ma anche ammettendo errori politici di non poco rilievo che in questi anni si sono via-via accumulati e che sono alla base dell’attuale situazione. Il sussulto di orgoglio che traspare dalla conferenza stampa e la dichiarazione di non voler mollare, lasciano sperare in una ripresa di volontà a combattere per questa regione, non per mantenere poteri e privilegi che gli oppositori gli hanno attribuito e gli attribuiscono, ma per riprendere le fila di un discorso troppo repentinamente interrotto. Rifiuti, sanità e ordine pubblico sono i problemi ai quali la gente guarda con immensa attenzione. La loro soluzione non è facile ma certamente possibile se nella programmazione e nella gestione politica si interviene con la determinazione e la volontà necessarie. Fino a ora sembra che nessuno ci sia riuscito tant’è che lo steso Bertolaso è sul punto di dichiarare forfait, ma questo non può convincerci che non vi siano soluzioni e che queste non siano perseguibili. Ad ostacolare i propositi vi sono poteri forti ai quali i partiti, in un malsano compromesso di sopravvivenza reciproca, attraverso gli uomini che li rappresentano, hanno fatto da sponda. La vera responsabilità di Bassolino è stata quella di accettare un malinteso ruolo della politica e avallare, così, alleanze e coalizioni che per la loro stessa natura non potevano reggere se non sul reciproco ricatto. La stessa gestione del commissariato ai rifiuti, nell’apparente indipendenza, ha risentito e risente pesantemente di interferenze esterne come dimostrano le dimissioni di Catenacci e il malessere di Bertolaso. Le critiche che a volte vengono mosse a chi opera, non sempre sono suscitate da volontà di fare l’interesse generale e le stesse informazioni trasmesse ai cittadini, in qualche caso, non sono prive di quella partigianeria che artatamente deforma la realtà. Ciò non toglie che di errori ne siano stati commessi e anche gravi e che è arrivato il momento di porvi rimedio se si vuole evitare che la strada intrapresa sia quella del non ritorno.
Nessun cittadino di buon senso può, per raggiungere questi obbiettivi, di essere ascoltati e creduti è invece un imperativo assoluto. In questo senso le dichiarazioni di Bassolino lasciano sperare che l’uomo sia tornato quello del ‘93. Oggi l’attuale situazione ha allontanato «dall’uomo» molti benpensanti che lo ritengono responsabile del degrado della Regione, non per incapacità ma per aver acconsentito che quella certa politica, fatta prevalentemente di compromessi, di intrallazzi, di prevaricazioni, prendesse il sopravvento e dettasse le regole dei comportamenti. Questo certamente vi è stato.
Uno slittamento lento e progressivo dal ‘93 a oggi è fortemente evidente, ma non per questo si deve escludere una necessità e una possibilità di recupero. Molti cosiddetti benpensanti ritengono che Bassolino sia giunto al termine del suo percorso politico. Che sia arrivato il momento di cambiare e di scegliere persone che nulla hanno a che vedere con il recente passato; propongono soluzioni teoriche, chiedono un salto generazionale, guardano ai giovani con crescente interesse ma non indicano chi possa e debba rappresentare il nuovo. Identificare, pertanto, un persona che possa essere all’altezza del compito non è facile. Capacità e competenza non possono essere una questione di anagrafe, né tanto meno è sufficiente ipotizzare che una persona, solo perché appartenente alla società civile o al nuovo mondo della politica, possa risolvere i problemi. Rivedere il «personaggio » Bassolino alla luce delle sue recenti dichiarazioni, non pare affatto una proposta politicamente «indecente ». Il governatore è l’unico al quale non si può negare di possedere la «stoffa» per ristabilire la situazione e riproporre quella speranza che fortunatamente, in tutti noi, è dura a morire.
A lui spetta, inoltre, il compito di garantire che, almeno in Campania, il nascente Partito democratico venga costituito secondo regole nuove e non rappresenti quella scatola vuota, che molti vorrebbero, per mettere dentro tutto il peggio del vecchio sistema correntizio al solo scopo di fingere di cambiare tutto pur di non cambiare niente. È al nuovo che si deve mirare ma bisogna avere l’onestà mentale di ammettere che non lo si potrà raggiungere se non servendosi di quelle figure che, pur avendo commesso errori, hanno dimostrato di possedere le caratteristiche necessarie per raggiunger gli obbiettivi. A Bassolino, quindi, la volontà di ritornare credibile, a noi quella di renderla possibile.
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risponde Marco Demarco
E’ un atto di fede che trascende la realtà
Resto basito. Di fronte a lettere come queste non si può che invidiare la fede che le ha ispirate. Solo con la fede, infatti, si può trascendere la realtà, non vedere quello che tutti vedono, andare oltre, in una dimensione escatologica, dove ogni cosa esalta la figura dell’unico, inarrivabile, inimitabile, insostituibile leader politico. Purtroppo, io non ho la stessa fede di Santangelo e credo che, oggi più che mai, a Napoli più che altrove, serva una profanazione della politica intesa come Santangelo la intende, un’azione decisa che la sottragga alla religione delle oligarchie e la restituisca agli elettori, che la liberi dalle liturgie degli apparati e la riporti lì dov’era, tra gli uomini e le donne, tra i cittadini. Io vedo cumuli di immondizia, dove Santangelo, insieme con la sindaca Iervolino, vede rose e fiori; io sento insopportabili olezzi, lì dove Santangelo, sempre insieme con la sindaca, avverte seducenti profumi. Forse viviamo in mondi diversi. Dal basso della mia laicità vorrei porre all’ispirato Santangelo solo due questioni. La prima. Ancora questa storia dei poteri forti? Potrei sapere quali sono? E potrebbe indicarmi, Santangelo, un potere più forte di quello detenuto da circa quattordici anni da Antonio Bassolino? Un potere
ipotizzare soluzioni drastiche che facciano ricorso ad «uomini della provvidenza», ma ipotizzare di servirsi di persone capaci e che abbiano la forza politica diretto, straordinario, duplicato (durante il periodo ministeriale) e a tratti commissariale? Seconda questione, quella degli errori. Sento sempre più spesso parlare di errori commessi, ma mai, dico mai, ho capito di quali errori si parli. Il riferimento è sempre generico, mai concreto. Perché non ce li indica Santangelo? Sui rifiuti, ad esempio, se errori vi sono stati, qualcuno li avrà pur commessi. E invece non mi risulta che ci sia stato, in questi anni, un solo assessore, un solo tecnico, un solo consulente che abbia pagato per questi errori. È la prova evidente che, al di là di generiche affermazioni, un’autocritica vera non sia mai stata fatta. Ma ciò nonostante Santangelo crede che ci siano le condizioni per voltare pagina. Beato lui. Infine, e sempre nel capitolo degli errori, la questione delle alleanze. Santangelo si dice convinto che la strada maestra sia stata smarrita per colpa degli alleati, di Bassolino, dediti all’intrallazzo e al compromesso. Eppure a me non sembra che il Mario Luigi Santangelo
Napoli governatore abbia deciso di «mollare» qualcuno per strada, di rinunciare a qualche alleato, di mandare a quel paese chi, durante questi anni, vi ha posto ostacoli e resistenze. Forse mi sbaglio, ma Santangelo, illuminato dalla sua fede, potrebbe spiegarmi dove sbaglio. Ma c’è una contraddizione che proprio non posso sopportare. Come si fa, da un lato, a descrivere un leader come unico motore mobile in una palude di incapaci e, dall’altro lato, rappresentare questo stesso leader come assolutamente irresponsabile, nel senso di non responsabile? Niente da fare, proprio non ci arrivo. È la fede che mi manca.
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VISTO DA DESTRA / Viespoli: «Bassolino è stato incapace di governare le scelte»
di Nino Femiani
NAPOLI — «Posso dire la verità? Il fondo di Giuseppe Galasso, pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno venerdì scorso, non mi è piaciuto. Non è vero che c’è un silenzio assordante, che nessuno fa nulla. Noi, i parlamentari di An, la nostra parte l’abbiamo fatto, eccome. Non ci stiamo ad essere messi nel calderone». Ringhia l’ex sottosegretario di An, Pasquale Viespoli. «Anche considerazioni giuste e condivisibili, come quelle che fa Galasso, rischiano con il calderone di dare un’oggettiva mano alla conservazione. Tutti responsabili, nessuno è responsabile».
E, invece, chi sono i responsabili?
«Intanto le responsabilità attengono a chi non ha avuto capacità di governo del territorio».
Quindi la filiera istituzionale regionale.
«Sì, i governi regionali, provinciali e comunali. Quindi c’è una responsabilità, prima che penale, anzitutto politica».
Anche An ha gestito i governi regionali e il commissariamento in questi lunghi tredici anni di emergenza.
«Mettere tutti dentro allo stesso modo, non risponde alla realtà dei fatti».
Fu Rastrelli, però, ad avviare l’appalto…
«Ma dopo il bando ci fu l’aggiudicazione, poi il contratto, poi l’esecuzione, e infine la gestione. L’iter ci spiega bene quali sono i livelli di responsabilità, e, francamente, Rastrelli c’entra molto poco».
Dito puntato allora solo contro Bassolino?
«Guardi, a parte quanto si sta accertando in sede penale, credo che la responsabilità principale di Bassolino sia di ordine politico. Non c’è stata la capacità di costruire il consenso rispetto alle scelte fatte. Ma potrei aggiungere anche un’altra cosa: la prima responsabilità non è del presidente della regione, ma del vuoto direzionale di Napoli».
Spieghi, senatore.
«Napoli è stata incapace di dare l’esempio: è l’unica grande metropoli che non si è posta il problema dei rifiuti, che non ha neppure un sito di compostaggio. E non mi riferisco solo alla Iervolino, all’oggi, ma anche agli anni passati. Napoli ha rinunciato al suo ruolo direzionale».
Ma Napoli ha dato in passato, penso alla discarica di Pianura.
«Nessuno lo mette in dubbio, ma nell’oggi non è stata capace di offrire un segnale da grande capitale. Questo è stato uno degli elementi simbolici che hanno inciso e pesato nelle vicenda».
Come giudica Bertolaso che intende mollare?
«La colpa non è di Bertolaso, è l’istituto del commissariamento che non ha funzionato. Negli ultimi periodi l’unica cosa che si è riuscita a fare è l’apertura delle discariche, non c’è mai stato un intervento forte. A questo poi si aggiunge una polemica forte, fino al braccio di ferro, all’interno del centrosinistra che è stato il vero problema con cui si è dovuto misurare Bertolaso. Il commissariamento è servito, in questi anni, più a coprire una crisi di sistema che a risolvere i problemi. E alla fine anche l’istituto del commissariamento non è rimasto impermeabile alle contraddizioni, alle infiltrazioni e ai rischi di questa vicenda ».
«Il decreto sull’emergenza non risolve il problema perché anche l’induividuazione di quelle quattro discariche non porterà a misure operative. Ma occorre un ruolo della politica che non si limita a cavalcare la protesta, come ho fatto io ad Ariano Irpino quando ho sostenuto iniziative anche impopolari. Perciò occorrono misure che responsabilizzano la filiera istituzionale, a partire da Province e comuni».
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VISTO DA SINISTRA / Realfonzo: «Serve una svolta politica vera. Non basta il rimpasto»
di Ni. Fe.
NAPOLI — «Occorre una vera svolta, con uomini nuovi e soprattutto politiche nuove, realmente progressiste». L’economista Riccardo Realfonzo, docente di economia presso l’Università del Sannio, uno dei «tecnici» più quotati della sinistra radicale (dicono sia molto ascoltato anche da Fausto Bertinotti), non ha dubbi.
Lo afferma alla luce della bufera giudiziaria che ha investito Bassolino sui rifiuti?
«Intanto bene ha fatto l’Unione ad esprimere sul piano umano solidiarietà al presidente. Diverso è il discorso politico, dal momento che siamo di fronte al fallimento di un progetto, al crepuscolo di un’era: si è ormai del tutto esaurita quella fase di rinnovamento, quella spinta che si era aperta nel 1993 con Bassolino sindaco. C’è necessità di una svolta significativa nella politica regionale e cittadina».
Si torna alle urne?
«Il problema non è andare a nuove elezioni. Certo, potrebbe essere opportuno rinnovare le giunte, anche se bisogna ben guardarsi da semplici rimpasti politici».
Cosa intende?
«Che dobbiamo evitare soluzioni politicistiche, tutte interne al ceto politico. Io penso che il problema non possa ridursi al mero inserimento di uomini nuovi. Credo occorra una svolta di fondo, cioè non solo uomini nuovi e di qualità ma soprattutto politiche nuove. Occorre una svolta all’insegna del rigore, della serietà, occorre una svolta a sinistra ».
Non smentisce, quindi, chi la definisce l’economista «rosso ».
«Io credo che oggi in regione Campania le forze della sinistra siano le uniche ad avere titolo ad avanzare la richiesta di una svolta profonda nella politica regionale e cittadina; si tratta delle uniche forze del centrosinistra che escono illese dagli anni del declino bassoliniano, le uniche forze che hanno contestato certe scelte e certi stili della politica, tentando di porre argini. E non a caso sono rimaste al margine».
Però sono restate alleate per quindici anni con chi lei indica come i responsabili del fallimento.
«Sì, per contrastare una involuzione ancora peggiore, a destra, ma le redini del potere sono state saldamente nelle mani delle forze moderate, che perlopiù si riconoscono nel Partito Democratico».
Quali sono i caratteri della svolta che lei auspica?
«In primo luogo, bisognerebbe tornare alla politica della trasparenza e della valutazione. Se prendiamo in esame i fondi spesi con il Por 2000-2006 non abbiamo certezza che i destinatari dei finanziamenti siano sempre stati individuati con rigore né che i progetti finanziati abbiano avuto ricadute positive sul territorio. Il denaro pubblico dovrebbe essere speso con il massimo rigore».
«Poi bisogna farla finita con la stagione clientelare delle spese a pioggia, e tornare a formulare strategie di sviluppo serie, rilanciare la politica industriale, puntando tutto sulla occupazione di qualità, cioè stabile e a tempo indeterminato. E ancora c’è il grande capitolo del welfare: la realtà cittadina e regionale è drammatica sul piano sociale, occorrono maggiori risorse per le politiche sociali ».
Insomma, lei è proprio deluso per come ha lavorato il governo regionale?
«In alcuni casi anche operazioni importanti sembrano essersi arrestate. Bassolino aveva inaugurato una stagione di dialogo con gli altri presidenti delle regioni meridionali per portare avanti le ragioni del Mezzogiorno rispetto al Governo nazionale e all’Europa. Oggi è in corso in Italia la discussione sull’impiego dei fondi del Quadro Strategico Nazionale e le regioni meridionali non fanno sentire la loro voce in modo unitario. Occorre rilanciare quel coordinamento tra le regioni».
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12 giugno _ elezioni meridionali
Corriere del Mezzogiorno - edizione di Bari
Al nuovo sindaco della sinistra radicale il 76% delle preferenze. Battuto il presidente della Provincia Florido, candidato della sinistra riformista
Taranto, trionfo di Stefàno: «Hanno vinto i sogni»
Vendola: non ci sono salvatori della patria, bisogna ridare speranza alla città
TARANTO — «Hanno vinto i sogni, hanno vinto i progetti, non abbiamo avversari. Gli avversari sono i problemi di questa città». Sono le prime dichiarazioni da sindaco di Taranto di Ippazio Stefàno, candidato della sinistra radicale, che ha battuto Gianni Florido, espressione della sinistra riformista. Stefàno è stato portato a spalla per le vie del centro di Taranto ed è stato festeggiato da centinaia di simpatizzanti. Il nuovo sindaco di Taranto ha ottenuto oltre 65mila preferenze pari al 76%. «Non c’è - ha detto il governatore Vendola - un salvatore della patria, i popoli si salvano quando scendono in campo direttamente».
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(dentro)
«Adesso il futuro ènelle mani dei cittadini» Sindaco del dopo dissesto: ora trasparenza
«Lavorerò anche con le opposizioni, sarò il primo cittadino di tutti». «Ipartiti non hanno ascoltato»
di Lorena Saracino
TARANTO — Ce l’ha fatta Ezio Stefàno. Il pediatra dal viso mite, rappresentante della sinistra radicale, dei movimenti, di chi vuole provare a crederci ancora - nonostante l’evidenza - da ieri è il nuovo sindaco di Taranto. Nel pomeriggio, dopo l’esito elettorale e prima di essere festeggiato da decine di militanti con la bandiera rossa in mano, si è rintanato all’ultimo piano del palazzone della prefettura, in via Anfiteatro, divenuto temporaneamente sede della Rai. Da lì, occhi incollati al video, ascoltava dallo schermo della tv di Stato le dichiarazioni di resa del suo avversario, con un sorrisetto sornione, fra i vivaci commenti del suo staff.
Allora, Stefàno, da domani cosa cambia per la città?
«Da domani i cittadini sanno che il futuro sarà deciso insieme a loro. La mia vittoria è il loro trionfo. Ora sarà compito dei gruppi dirigenti ascoltare e fare sintesi, insieme a me. In queste elezioni hanno vinto i sogni e i progetti ».
Non sembra, però, che tutti abbiano saputo ascoltare.
«Una parte no. Parla il risultato. Sa che sono state annullate molte schede che portavano la scritta Ds e Stefàno. I cittadini hanno voluto indicare chiaramente la loro appartenenza, che poi sono anche le mie radici. Hanno voluto dire: la prossima volta ascoltateci, non decidete sulla nostra testa».
Quasi il 50% della città, però, non ha partecipato al voto. Si sente un sindaco dimezzato?
«Guardi, alle scorse consultazioni la sinistra ha preso il 36% dei consensi, al ballottaggio abbiamo recuperato più del 15% di consensi. Erano voti tutti di destra. E questo ci ha permesso di vincere. E’ un messaggio diretto a me in quanto portatore di un progetto chiaro. E noi manterremo le promesse con la trasparenza degli atti, lavorando con tutte le opposizioni, anche con la destra. Non sarò solo il sindaco di una parte».
Inevitabile la domanda: con il suo avversario Florido vi stringerete la mano, lavorando insieme?
«La mano la stringo a tutti. Avremo certamente un confronto, noi siamo per la filosofia del dialogo, poi dipenderà dal dialogo se sarà a cuore aperto o con gli occhi aperti».
Ci saranno uomini di Florido nella sua giunta?
«No. Assolutamente no. Soprattutto per una questione di trasparenza verso i cittadini. Non capirebbero, dopo che non hanno voluto le primarie».
L’assessore regionale Ostillio ha usato parole dure contro Florido, mettendo in forse il prosieguo della sua esperienza amministrativa.
«Io sono stato più delicato, Ostillio più chiaro. Dipenderà dai comportamenti e dai provvedimenti di cui si dovrà dare conto nel segno della trasparenza e dell’osservanza non solo delle leggi dello Stato, ma anche di quelle etiche e morali».
Massimo Ostillio sarà il suo vicesindaco?
«Non abbiamo deciso. Non abbiamo parlato di potere».
Stefàno come spiega il mistero di una città di destra fino a 15 mesi fa che oggi diventa quasi comunista? C’entra forse una politica ormai incentrata quasi esclusivamente sull’appeal del candidato?
«Quello di Taranto è un voto fortemente emotivo, noi siamo passionali. E’ un voto di affetto, di calore. Credo però che abbiano contato le differenze con l’altro candidato e, forse, anche una piccola aggiunta di credibilità personale».
Inutile dire che Taranto era considerata una cartina di tornasole per le questioni interne alla sinistra, un laboratorio cui anche sul piano nazionale si guardava.
«Condivido. Al di là delle etichette, però, da tutto questo bisogna trarre una lezione: le persone vanno ascoltate e valorizzate anche nella vita del partito, è necessario decentrare. Se si è in tanti a lavorare si riparte più forti. E poi sa qual è il consiglio che io da pediatra dò ai genitori? Mai dire bugie e mantenere le promesse».
Quale saranno le prime tre cose che farà domani?
«Andrò in ospedale, saluterò le istituzioni e, poi, proverò a rimettere in piedi la macchina amministrativa che è il motore di una città, mi occuperò delle persone che hanno più bisogno, dei posti di lavoro a rischio e farò ripartire i grandi progetti ».
Pensa di salutare anche il ministro degli Esteri D’Alema?
«Sa che alla mia prima candidatura alle politiche io e D’Alema condividevamo lo stesso collegio? Poi ho visto che aveva fatto un’altra scelta… Sì, non domani, ma saluterò anche lui».
«Vuole saperlo? A mio padre e mia madre che non ci sono più, mi hanno insegnato ad agire sempre in maniera onesta».
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Corriere del Mezzogiorno
E’ finita l’anomalia
di Antonio Fiore
Un brusco risveglio. Se fino ai risultati della prima tornata elettorale il centrosinistra campano poteva, numeri alla mano, sbandierare la propria capacità di mietere consensi persino in un quadro nazionale non certo favorevole al proprio schieramento, il verdetto dei ballottaggi di ieri lo costringe a prendere atto che, per la prima volta in un decennio, il centrodestra è riuscito a capovolgere a suo vantaggio gli equilibri politico-amministrativi in alcune aree-chiave della regione.
Certo, si trattava di un test limitato a tredici Comuni; certo, neanche in Campania c’è stata quella «spallata» improvvidamente evocata dal leader della Casa delle libertà; ciò nonostante è andato in pezzi, con il mito della imbattibilità del centrosinistra locale, anche quello della «anomalia» campana, la capacità del bassolinismo di agglutinare — pur tra mille equivoci — le forze di una coalizione in un progetto in grado di non spaventare i moderati e al tempo stesso di non emarginare le forze più radicali. Tutti insieme contraddittoriamente: divisi e litigiosi su questioni fondamentali come quella dell’emergenza rifiuti, ma allineati e coperti quando si trattava di far pesare sull’opinione pubblica il maggior tasso di esperienza amministrativa o la superiore capacità di esercitare un ruolo-guida rispetto a un’opposizione immatura, comunque mai in grado di evolvere dalla contestazione alla costruzione. E il fatto stesso di essere passato indenne (e in molte circostanze addirittura rafforzato) attraverso un primo turno elettorale letteralmente «sommerso» dalla spazzatura, dava al centrosinistra la sensazione che il peggio fosse passato; che se l’elettorato continuava a premiare quegli assetti di governo locale che pure non erano indenni da gravi responsabilità nel degrado civile e sociale del territorio, allora il capitale di fiducia era al sicuro.
E invece no: da Torre del Greco a Battipaglia a Terzigno gli esiti dei ballottaggi sono arrivati come una doccia fredda sugli entusiasmi del centrosinistra campano, dimostrando che le «anomalie», anche quelle apparentemente più radicate, prima o poi finiscono; e che le rendite di posizione si esauriscono con la pazienza degli elettori. E la doccia da fredda diventa addirittura gelata se si pensa che il rovescio del centrosinistra campano si concretizza proprio mentre a livello nazionale il suo schieramento di riferimento lancia segnali di ripresa, e il centrodestra non riesce a bissare il successo di quindici giorni fa.
Il quadro che offre oggi la Campania è dunque molto più mosso e contraddittorio rispetto a ieri, e risulta ulteriormente complicato dal fatto che — in più di un caso — il sindaco eletto si ritroverà in Consiglio con una maggioranza appartenente allo schieramento avverso. Come tutto ciò si rifletterà sugli equilibri politici generali della nostra regione è presto per dire. Ed è anche azzardato sostenere — proprio per la natura «a macchia di leopardo» della consultazione appena svoltasi — quanto la mancata soluzione dell’emergenza rifiuti (e della altre svariate emergenze che ci affliggono) sia la causa del mezzo ribaltone determinato dalla volontà degli elettori. Ma sin d’ora si può con qualche ragione sostenere che, se a livello politico generale la crisi del centrosinistra si intreccia in maniera inestricabile con le ambiguità e le incertezze con cui Quercia e Margherita (non) avanzano verso la nascita del nuovo partito, a livello campano le gravi difficoltà in cui si dibatte il centrosinistra potranno sciogliersi solo in una ripresa propulsiva di una leadership regionale che da tempo appare invece paralizzata, intimidita, sotto scacco, priva di un progetto «forte » che non sia l’autoperpetuazione. Un suo rilancio — magari attraverso un rimpasto che mobiliti e solleciti nuove energie — è una necessità che oggi anche il verdetto delle urne impone.
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3 giugno _ il Mezzogiorno “diverso”
Corriere del Mezzogiorno - edizione di Bari
Perché tutti corrono a candidarsi
La casta e il sogno
di Giandomenico Amendola
Probabilmente, la vera novità di queste ultime elezioni amministrative è costituita dal numero eccezionalmente alto di candidati. In alcuni Comuni, soprattutto nel Mezzogiorno, si sono sfiorate cifre da Guiness. Diversi sono i casi di un candidato ogni quindici o venti elettori sino al record assoluto di un rapporto uno a uno o uno a due in un paesino dell’Appennino meridionale.
L’esplosione di candidature è stata diversamente interpretata: i più hanno trattato il fenomeno come semplice elemento di colore da raccontare per ravvivare una contesa senza particolari bagliori. Qualcuno ha, con invidiabile fede istituzionale, interpretato la corsa alle candidature come il positivo segnale di un rinnovato interesse della gente per la vita politica e per la partecipazione democratica. Altri hanno considerato la moltiplicazione dei candidati come un semplice effetto amplificato dello spezzettamento dei partiti e della crisi della rappresentanza politica.
Credo, da parte mia, che se questa specie di marcialonga elettorale ha un significato, questo è da ricercare nei recenti concorsi pubblici dove per dieci impieghi alla Provincia o per ventiquattro posti all’Inps, si sono presentati settemila — o settanta volta sette — candidati. E’ la disperata ricerca del posto fisso, dell’impiego sicuro in un mondo dominato dal precariato e dall’incertezza.
Entrare in politica, sembra che venga considerato da tanti la migliore delle sorti possibili. Quella che per alcuni è «La Casta» per altri è il sogno.
Anche se eletti, la strada da fare è certamente lunga e faticosa ma può dare grandi soddisfazioni. Soprattutto, può assicurare il futuro. Un assessore o un consigliere comunale ben inserito, possono guardare al futuro con ottimismo e persino pensare a mettere su famiglia. Va detto che anche trovare il posto al sole nella affollata strada della democrazia non è facile. Per mogli (anche ex), fratelli, nipoti e consanguinei vari tutto è più semplice. E’ possibile persino arrivare direttamente in Parlamento, traguardo paradossalmente più accessibile di un periferico Consiglio comunale perché non bisogna essere scelti dagli elettori ma è sufficiente essere nominati da chi controlla il gioco. Per gli altri, in politica come nell’università, bisogna cominciare dalla gavetta. Fare il consigliere di circoscrizione è poca cosa ma apre la strada a possibili avanzamenti. E’ il trampolino per i posti nei Consigli delle municipalizzate, negli enti autonomi, nei cosiddetti enti strumentali, nei mille centri di ricerca, nei parchi nazionali e nei giardini comunali. Anche se si vive sul livello del mare, purché si abiti almeno al terzo piano, si può legittimamente aspirare alla carica di consigliere della propria comunità montana che non serve a niente ma produce emolumenti e, per i più bravi, anche auto blu. La fatica è tanta, talvolta si è persino costretti a lavorare, ma poi le soddisfazioni ed i riconoscimenti arrivano anche perché la piramide delle rappresentanze è assolutamente particolare in quanto si allarga man mano che si procede verso l’alto perché una volta dentro è difficile esserne estromessi del tutto.
Queste considerazioni non riguardano certamente tutti. Vi sono molti che, per fortuna, interpretano seriamente il proprio ruolo di amministratori e di rappresentanti del popolo. Forse, proprio perché molto impegnati, non si sono resi ben conto di come — magari con le migliori intenzioni — abbiano creato le basi perché a molti la politica possa apparire un buon affare.
Comincio a contare.
Sono convinto di ricevere, prima di arrivare a dieci, l’etichetta di qualunquista.
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Repubblica - Napoli
LA POLEMICA / Vento leghista sull´Unione
di Massimo Villone
Se la Campania fosse il Vaticano o la Repubblica di San Marino, potremmo anche non preoccuparci di un voto in controtendenza. Certo, il deludente risultato del centrosinistra nel paese non viene solo dall´immondizia campana. Di più - a mio avviso - hanno pesato un governo nazionale opaco, e qualche scelta sbagliata, dall´indulto alla legge finanziaria. In democrazia, non si può suscitare il dissenso di tre cittadini su quattro, e farla franca. Ma il fatto rimane: qui il centrosinistra tiene meglio, pur sepolto dai rifiuti.
Naturalmente, il fatto in sé non può dispiacere, anche se un esame ravvicinato mostra molte ambiguità, e non poche situazioni inaccettabili. Ma il punto è che il voto in controtendenza non migliora le ragioni dello scambio politico tra la Campania e il resto del paese. Anzi. Le parole di Chiamparino e di Fassino sono state inequivoche. Poi sono venuti i temperamenti di rito: non si intendeva dire, mai si poteva pensare. Ma cosa cambia?
Quando si fanno le prime pagine sulla grande stampa nazionale e internazionale, cosa è mai una parola in più o in meno di un ministro o di un segretario di partito? Non cancellerà quelle pagine. Non ci restituirà i turisti che disdicono le prenotazioni. E c´è anche un altro danno, più sottile. Chiamparino e Fassino hanno espresso un sentire comune, che il ceto politico napoletano e campano fatica a cogliere a causa di un sostanziale provincialismo. Diversamente, non insisterebbe sull´argomento che qui abbiamo i voti. Perché è proprio questo che fa percepire Napoli e la Campania come una terra diversa, con regole proprie e incomprensibili, o - se comprese - inaccettabili.
Una terra “diversa”. La Campania è una regione commissariata. Per la sanità, a causa dei debiti. Per i rifiuti, con l´ultimo decreto legge che sostanzialmente mette in soffitta tutto il sistema dei poteri locali. I suoi cittadini pagano di più, per avere molto meno. Ora, c´è la prospettiva che il carico dell´emergenza rifiuti pesi ancora di più sulle tasche dei contribuenti campani. Da tempo su queste pagine segnalo che il costo delle cattive pratiche di governo e amministrazione ci viene addebitato in misura crescente.
Abbiamo avuto altre emergenze: il colera, il terremoto. Ma quel paese era più coeso, più solidale, più disposto a capire. Il mondo è cambiato. Oggi, il rischio è che attorno alla terra “diversa” si stenda un cordone sanitario. Isoliamo il bubbone, e se la cavino da soli. Se accadesse, saremmo condannati ad un circuito di degrado, che non potremmo fronteggiare senza la solidarietà del paese. I segni già si vedono, ad esempio nel confronto sul federalismo fiscale, in cui il sud è alle corde.
Nello stesso senso va la proposta di un Partito democratico del nord. Certo, è un segnale di pochezza del Pd, di mancanza di progetto per il paese, e per il Mezzogiorno. Ma non è folklore. Significa che nel centrosinistra soffia un vento di stampo leghista. Forse la monnezza non fa perdere voti in Campania. Ma di sicuro stronca gli argomenti di chi si batte contro l´egoismo territoriale del paese forte. E dunque ha vista corta chi parla di via napoletana o campana al Pd. È una strada senza uscita.
Non basta far tornare i turisti. Bisogna mantenere la Campania in Italia, dimostrando anzitutto che è paese normale. E in un paese normale sepolto dai rifiuti i voti si perdono. Se no, la risposta fatalmente è che la rete clientelare del consenso è tanto forte da reggere il peso infinito di sacchetti ed ecoballe. Per questo il voto campano lascia del tutto aperta la questione di un cambio radicale dei metodi e delle pratiche di governo.
Qui conta quel che pensa il resto del paese, che il giudizio l´ha già dato. È ovvio che per un ceto politico locale può esser meglio regnare sulla monnezza che non regnare affatto. Ma questo è nell´interesse dei governanti, non dei governati. Quindi, bisogna mettere in campo strategie nuove, sulla monnezza e su tutto il resto. Se lo fa chi oggi governa, bene. Il ravvedimento operoso può giustificare l´assoluzione. Se no, bisogna preparare e mettere in campo un´alternativa.
Diversamente, Vaticano o San Marino. A pensarci, meglio il Vaticano. Con i contatti e gli amici giusti, qualche piccolo miracolo non dovrebbe essere un problema. In fondo, siamo maestri.
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27 maggio 2007 _ un’emergenza tira l’altra
Corriere del Mezzogiorno
Una crisi di democrazia
di Paolo Macry
Per anni, ogni volta che da queste colonne capitava di criticare il centrosinistra napoletano, la reazione era un orgoglioso memorandum: ma noi vinciamo sempre le elezioni. Più o meno, la stessa risposta data da Antonio Polito a quanti oggi chiedono le dimissioni di Bassolino e Iervolino: mettete forse in dubbio la sovranità popolare? Naturalmente, nessuno ignora che governatore e sindaca sono stati riconfermati alle proprie poltrone dal voto del 2005 e del 2006. Altrettanto evidente, però, è il collasso della loro credibilità. Dalle grandi alle piccole cose, dalla ribellione verso le discariche all’abuso delle corsie preferenziali, sarebbe difficile negare che questo territorio manca ormai di una leadership minimamente dotata di moral suasion e capace di raccogliere la fiducia della gente. Una crisi di legittimità politica ed etica, che rischia di coinvolgere lo stesso governo Prodi, l’impegno del prefetto Pansa, perfino il generoso interventismo del Quirinale. «Chi ci può credere?», risponde un sindaco dell’hinterland alla promessa di Bertolaso che le controverse discariche verranno utilizzate per breve tempo. Già, chi ci può credere? Dopo tutto, quel che vede l’opinione pubblica è la minaccia epidemica, il paradosso dei rifiuti per strada e dell’aumento della Tarsu, la rinuncia ai progetti di sviluppo, l’immobilismo urbanistico, i cantieri sempiterni. È dalla concreta esperienza di un quindicennio di centrosinistra che nasce la crisi fiduciaria. La quale, a sua volta, rende impossibile il governo del territorio.
In un quadro simile, rifarsi alla volontà popolare non è davvero una consolazione. Al contrario, finisce per mettere il dito nella grande piaga di Napoli. Che, certo, si chiama camorra, disoccupazione, malasanità, eccetera. Ma che, a monte, è l’implosione di un sistema politico il quale — colpevolmente o colposamente — ha finito per corrodere la stessa fisiologia della rappresentanza.
Infettata da questa politica, a Napoli rischia di morire la democrazia. È vero, qui il centrosinistra ha vinto tutte le elezioni, dal 1993 ad oggi, e magari vincerà anche le prossime. Ma è proprio questo, caro Polito, il problema.
La malattia della Campania è una macchina politica che ha progressivamente concentrato i propri sforzi nella costruzione di una rete di potere pervasiva, che ha avuto enormi risorse da distribuire, che ha legato alle proprie sorti imprenditori e professionisti, che si è garantita la connivenza di salotti e chierici, che ha saputo imbarcare tutta intera la Prima Repubblica, prosciugando alla fonte ogni possibile alternativa. Diventando sinistra, centro e destra. Più e meglio della vecchia Dc. E che, diciamolo, ha goduto di grande impunità. Cosa sarebbe successo, in questi anni, se chi di dovere avesse controllato assunzioni clientelari, consulenze faraoniche, concorsi truccati, appalti di diritto divino, eccetera? Onore al merito: sono quindici anni che il centrosinistra raccoglie consensi con la pala. Ma a preoccupare è proprio questa continuità, che va di pari passo con il fallimento palese delle politiche pubbliche e con l’acuta disillusione della gente. A Napoli si sta consumando la crisi della democrazia rappresentativa. Ne sono un segno drammatico i falò della diossina, che qualche moralista impudico continua ad attribuire alla camorra o alla plebe. Quei fuochi nascono da una politica locale impresentabile e rischiano di diventare ribellione allo Stato. Cosa deve accadere ancora, perché la richiesta di discontinuità sia considerata legittima?
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26 maggio 2007 _ Il rifuto dei politici
Corriere del Mezzogiorno
Polito: «Ma chiedere le dimissioni non risolve la crisi»
NAPOLI — È una difesa accorata della sindaca, ma anche una presa di coscienza dolorosa quella del senatore della Margherita Antonio Polito.
«Perché è indubbio che io provi vergogna e chi non la prova sbaglia», dice.
Perché difende sindaca e governatore dagli attacchi di questi giorni?
«In questa discussione sulle dimissioni di Bassolino e della Iervolino la classe politica napoletana sta dando prova di scarsa maturità. Perché la critica politica, che è legittima, può essere aspra e spietata. Ma mi sembra incredibile che Fini chieda la testa di Bassolino senza ricordare che su 13 anni di commissariamento il centrosinistra ne ha coperti sette e che il suo compagno Rastrelli è stato commissario per tre».
Ma questo non discolpa il centrosinistra.
«Assolutamente no. Però mi chiedo: cosa succederebbe se Bassolino e la Iervolino si dimettessero? Si creerebbe un problema di vuoto di governo. Mi pare ben più grave. E poi il sindaco di Napoli è stato rieletto un anno fa, il governatore due anni fa con maggioranze ampie. La destra ha avuto l’occasione di dimettere Bassolino e Iervolino, beh, l’hanno persa, mettono in dubbio la sovranità popolare? Io non dico che l’intero centrosinistra può tirarsi fuori, è chiaro che esiste un problema politico. Ma c’è un limite a tutto».
Quale limite per esempio.
«Un limite alle parole di Casini, per esempio. Sono veramente sorpreso della sua uscita. Un leader come lui che dice bestialità e cioé che la Iervolino è succube della camorra, è indegno. Perché non sta parlando di Totò Cuffaro, ma di un sindaco, ex ministro del l’Interno, su cui non si possono avere dubbi».
Ma questo è il centrodestra. Guardi che, però, il malcontento e le critiche vengono soprattutto dal centrosinistra. Pensi a De Luca o a Marco Rossi Doria. Anche loro hanno chiesto le dimissioni.
«Nessuno può essere contento della situazione in Campania e sui rifiuti è legittima la rabbia. Io provo vergogna per l’emergenza e chi non la prova sbaglia. È chiaro che c’è una responsabilità politica, ma la condividiamo un po’ tutti. Anche i nostri che chiedono le dimissioni cadono nelle contraddizione di prima: le dimissioni risolverebbero la crisi? Secondo me servirebbero a risolvere l’emergenza più le dimissioni di Pecoraro Scanio che di due che stanno tentando di risolvere la situazione. No, non dico questo. Ma mentre Bassolino per quattro anni è stato commissario, la Iervolino è vittima insieme con la città di Napoli di questa crisi. Travolti dai rifiuti perché i piani non sono stati resi possibili».
Mai come in questo momento la Campania ha un’immagine terrificante: tutti nella melma, nessuno escluso.
«Condivido lo stato di shock e la rabbia. In campagna elettorale ho fatto un giro in Veneto: tutto questo movimento critico nei confronti della politica ha tratto una forza enorme dalla situazione campana. Un danno è stato fatto al buon nome della Campania, ma anche al sentimento di solidarietà nazionale. Le altre regioni non vogliono aiutarci. È indubbio quindi che questa emergenza lasci un’ombra pesante su tutta la classe dirigente. Ma tutta, me compreso».
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25 maggio 2007 _ I rifiuti e la politica /3
Repubblica - Napoli
IL COMMENTO /La vendetta dei piripacchi
di Lorenzo Zoppoli
Sarebbe facile oggi accodarsi alle richieste di dimissioni del sindaco e del governatore. La voglia è quasi incontenibile, soprattutto per chi si è sentito irridere nel suo impegno politico, civile e intellettuale, ficcato nel mucchio dei “piripacchi”, solo perché non aveva mandato all´ammasso il cervello nemmeno un anno fa, durante la campagna elettorale per le comunali (quando i cumuli di immondizia c´erano, ma si tenevano sotto un controllo più stretto). Ma io, pur essendomi astenuto alle comunali come Luigi Labruna, non credo sia utile oggi che i responsabili delle nostre amministrazioni locali si dimettano; come non credo che debbano andarsene per ricoprire altre cariche o cimentarsi in altri difficili compiti (per esempio, dar vita a un nuovo partito).
Sindaco e governatore infatti sono ancora agli inizi di un mandato di governo che è stato loro conferito da una larga fetta della popolazione solo, rispettivamente, un anno e due anni addietro. E, siccome ho rispetto sia per i miei concittadini sia per gli amministratori, devo immaginare che la fiducia accordata non prescindesse né dal problema dello smaltimento dei rifiuti a Napoli e in Campania, che certo nuovo non è, né dalle responsabilità che i candidati portavano in questa vicenda e che, immagino, vogliano ancora onorare.
Penso dunque che debba essere innanzitutto il cittadino-elettore ad assumersi le sue responsabilità e chiedersi perché i suoi rappresentanti sembrano precipitare in una crisi che da gestionale tende a diventare politica e persino etica. Diverso, naturalmente, è il ruolo dell´opposizione, che, chiedendo le dimissioni, fa giustamente e finalmente il suo mestiere. Ma chi solo uno o due anni fa ha votato Iervolino o Bassolino (e magari oggi milita nel loro stesso partito o sostiene la loro maggioranza di governo) non può a cuor leggero pretenderne le dimissioni. Questo modo di far politica è vecchio come il mondo e serve solo a cavalcare la rabbia popolare (finché dura o qualcuno non la spegne con altri mezzi) e a smuovere le viscere di qualcuno; mentre credo che contribuisca poco a far crescere l´etica pubblica, intesa come coscienza dei propri doveri e delle proprie responsabilità.
Che cosa fare allora? Certo non si può subire, rassegnati, la delusione di un sistema politico che sembra essere tanto litigioso quanto incapace di rispondere ai bisogni elementari delle persone. Come sempre più spesso mi capita di pensare ultimamente, o si scappa in qualche altro luogo, reale o metaforico, o si cerca di guardare dentro le questioni, trovando i percorsi per fare qualche passo avanti.
In questi giorni, per esempio, mi è sembrato di toccare con mano alcuni degli equivoci culturali che ci hanno impedito di affrontare per tempo un problema sicuramente difficile, ma che in nessun´altra città europea si presenta, almeno finora, con connotati così «tragici». L´avevo sentita altre volte, ma mi ha colpito più del solito una frase di Bassolino: «La spazzatura non è né di destra né di sinistra». Non so se con questo il governatore vuole dire che sulla spazzatura non va fatta speculazione politica (auspicio, però, troppo naif per uscire dalle sue labbra). Comunque, qualunque sia il significativo soggettivo, mi sembra che, così dicendo, si finisca per sottrarre alle responsabilità della politica un´area di particolare problematicità. Ora, a parte il fatto che nessuno ci crede, è mai possibile che un aspetto così cruciale del vivere comune, dove così importanti sono le scelte fatte nell´interesse delle collettività amministrate, possa non avere colore o rilevanza politica? E perché questo non dovrebbe valere per tanti altri aspetti del vivere comune (l´ordine pubblico, la sanità, la scuola)? O si vuole adombrare l´idea che per risolvere alcune questioni a Napoli occorre affrontare, per dirla con Mario Rusciano, una «questione antropologica», che trascende i compiti della politica dell´oggi? Ma neanche questo può convincere: chi fa politica a Napoli, e la fa da tanti anni e con grande successo, sa benissimo in quale contesto si impegna a risolvere le esigenze collettive.
Forse allora con quell´espressione si vuole soltanto dire che si è cercato di allontanare dal sistema politico locale un calice troppo amaro da bere o, fuor di metafora, un compito troppo difficile da risolvere (almeno senza assumere decisioni impopolari). E da qui nasce non solo il lungo commissariamento di questa materia, ma anche la richiesta, non di oggi, di affidarlo a un alto funzionario dello Stato. Con questo non si è elusa la responsabilità politica, ma si è scelto di ricondurla (o lasciarla) a un livello lontano dalle istituzioni locali, nell´illusione che sarebbe stato più facile assumere decisioni “tecniche” anche senza il consenso di questa o quella fascia di cittadini (o di elettori). Senza entrare nel merito delle scelte tecniche (che mi appaiono molto complesse, probabilmente perché non ho alcuna competenza in materia), mi pare però che il percorso imboccato da vari anni riveli proprio in questi giorni la sua impraticabilità politica e istituzionale.
Quello a cui stiamo assistendo dinanzi a un severo, ma in fondo generico, richiamo al senso di responsabilità che viene dalle massime cariche dello Stato, è in sostanza un continuo addossare ad altri le vere responsabilità di una situazione arrivata a un punto di non ritorno. Questo disorienta davvero il cittadino ed erode ogni margine di residua, vera fiducia nelle istituzioni locali e centrali. Perciò dai politici locali, a mio parere, non dobbiamo pretendere né fughe né l´indicazione di qualche capro espiatorio. Al contrario dobbiamo chiedere che tutti i responsabili dei governi locali, di qualunque livello (dalla Regione all´ultima municipalità) e a prescindere dalle competenze formali, si sentano chiamati in causa da questa ennesima emergenza. Non uno scaricabarile, ma la piena assunzione di responsabilità non solo per togliere l´immondizia dalle strade, ma per individuare una linea di azione concreta che possa portarci entro tempi ragionevoli a un livello di stabile normalità nella gestione dell´intero ciclo dei rifiuti. Un vero e proprio piano operativo, con strumenti, risorse, tempi e modalità di verifiche oggettive della sua progressiva realizzazione. Magari non sarà un piano perfetto e non metterà d´accordo tutti; ma ci accontenteremmo che fosse democraticamente discusso, tecnicamente corretto e di realistica applicabilità. Il dissenso ci sarà sempre; ma non si può né eludere né invocare come alibi. La scelta del commissariamento è servita, infatti, solo a rendere la gestione del dissenso personalistica, campanilistica ed elettoralistica, senza sedi di preventiva compensazione. Senza un´iniziativa politica forte e buona a livello locale, l´ambiente non poteva che diventare un proteiforme business, che può interessare l´antipolitica come l´onesto imprenditore o, in tutt´altra dimensione, i clan della camorra. Prendesela con l´«ambientalismo cialtrone» o con il ricatto della criminalità non è diverso dall´ammettere di non aver fatto buona politica su questi temi.
Questo discorso mi pare tanto più necessario in quanto siamo in procinto di uscire dall´amministrazione straordinaria. Non si può dunque avallare nessuna fuga dalle responsabilità. Sarebbe oggi persino comodo dimettersi e lasciare ad altri una patata che più bollente non potrebbe essere. Una politica che si senta oggi all´altezza della sua responsabilità, anche etica, deve ammettere i propri errori e ripartire da quelli, forte del fatto che ha dinanzi ancora buona parte del suo mandato. Anche perché non c´è un´identità assoluta tra la classe politica di ieri e quella di oggi. Per esempio il Consiglio regionale ha approvato una legge sui rifiuti (la n. 4 del 28 marzo 2007) che non si riusciva a fare da vari anni. Da questa legge germinerà, a breve, un piano operativo. Vorremmo sapere: è, questo, il segnale di una vera svolta? Su questo l´associazione Etica pubblica (www.eticapubblica.com) sta organizzando un incontro di approfondimento, al quale sarebbe giusto che partecipassero coloro che possono dare risposte serie e informate ai cittadini.
Perciò, proprio vestendo i panni del cittadino che non vuole né rassegnarsi né solo sfogare la sua pur legittima rabbia, non chiederei improbabili dimissioni, ma atti concreti di una nuova gestione interamente affidata alla politica locale. Atti che facciano anche capire cosa non ha funzionato in passato, segnalando le responsabilità riconducibili a questa o a quella istituzione, struttura, assessore, dirigente. Conoscere le responsabilità serve infatti, ma non per avere uno sbocco alla nostra rabbia, bensì per capire cosa non fare in futuro. Quello che più di tutto ci interessa capire infatti è come andare avanti, intervenendo sui mille gangli di un sistema politico, amministrativo, economico e sociale che sta dimostrando di essere davvero in seria difficoltà.
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Corriere del Mezzogiorno
«Veto players». L’ultima frontiera dei «signori del no»
di Pietro Ciarlo
Una sana insofferenza si va diffondendo nel Paese, forse tra poco diverrà una vera e propria bufera. I veto players, quelli che costruiscono il proprio potere impedendo sistematicamente agli altri di agire, potrebbero essere travolti da una ribellione contro il conformismo dei «no». I veto players sono sempre esistiti ed esisteranno ancora. Non a caso questa espressione politologica, è composta da una parola latina e da una anglosassone.
Ma c’è una soglia di tollerabilità oltre cui qualsiasi società o soccombe a causa dell’immobilismo generato dall’abuso dei veti incrociati o reagisce.
L’Italia è un Paese per sua natura frammentario, il «particulare» di Guicciardini. In alcune fasi della sua storia le tendenze unitarie hanno bilanciato il particolarismo, viceversa negli anni più recenti quest’ultimo ha preso progressivamente il sopravvento. La fine dei grandi partiti e l’esplosione del territorialismo sono stati allo stesso tempo causa ed effetto del fenomeno, che continua ad autoalimentarsi in una perversa spirale. La frammentazione della politica, degli interessi, l’esasperazione soggettivistica delle opinioni, sono il terreno di coltura dei veto players, i signori del «no».
Per progettare e realizzare l’Autostrada del Sole ci vollero dieci anni. Per raddoppiare il tratto appenninico tra Firenze e Bologna, la cosiddetta variante di valico, mezzo secolo. Le esigenze e le sensibilità sono cambiate, ma mezzo secolo per quaranta chilometri di un’opera comunque necessaria è fuori dalla grazia di Dio. L’alta velocità in Val di Susa fa il paio. Non è ipotizzabile che il nostro paese non sia collegato con la rete dell’alta velocità del resto d’Europa. Il collegamento si farà in Val di Susa o in un’altra valle, ma anche in questo caso ci vorrà mezzo secolo. La verità è che esercitare il veto è facile e rende molto in termini di potere. Basta utilizzare l’accorgimento di ammantarlo di nobili ragioni, se possibile di carattere universale. Nel timore di scomuniche ed ostracismi, coperto da una formidabile autocensura pubblica, il particolarismo è penetrato come una lama nel burro, fino a divenire una mentalità diffusa. Ma adesso fortunatamente le cose stanno cambiando. Ilvo Diamanti ha parlato di «minoranze dominanti». Questo termine nel linguaggio politiologico indica le elites che detengono il potere di comando in una determinata società. L’aristocrazia nello stato assoluto, l’oligarchia ottocentesca, il potere dittatoriale. Utilizzare il termine per indicare quella infinita sequela di minoranze corporative, territoriali e non, che bloccano l’Italia, è stata una forzatura semantica di grande efficacia. Si tratta di minoranze che vogliono dominare, ma consapevolmente sfuggire alla responsabilità delle decisioni, dell’interesse generale o anche soltanto di interessi collettivi più ampi. L’ideologismo irrazionalistico e le più varie strumentalizzazioni sono talmente evidenti da rendere la buona fede un’ipotesi residuale.
L’essenza della democrazia non sta solo nella libera espressione del pluralismo e del conflitto, ma anche, forse soprattutto, nel bilanciamento dei valori, dei diritti e degli interessi. Ciascuno ha il diritto di sostenere le proprie posizioni. Ma tutti dobbiamomuovere dal presupposto di non possedere l’unica verità. Sono due secoli che gli ordinamenti democratici simisurano con il difficile esercizio del bilanciamento. Il diritto di sciopero non può essere negato a nessuno. Ma anche i milioni di pendolari hanno il diritto di tornare a casa la sera. A suo tempo fu fatta una legge per bilanciare i diritti dei lavoratori dei servizi pubblici e quelli degli utenti. Ha funzionato.
La questione dei rifiuti in Campania può essere letta in tanti modi, ma deve essere letta anche così. I veto players di professione stanno facendo il loro tempo. La nostra regione non può diventare l’ultimo rifugio di tutti i signori del «no».
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24 maggio 2007 _ I rifiuti e la politica /2
Repubblica - Napoli
Il coraggio di dire “Ho sbagliato”
di Massimo Villone
Abbiamo in Campania migliaia di consiglieri e assessori comunali, centinaia di consiglieri e assessori provinciali, centinaia di sindaci, cinque presidenti di provincia, un presidente di regione. Più un numero indeterminato di presidenti e consiglieri di amministrazione di società miste e consorzi. E infine un numero altrettanto indeterminato di commissari e subcommissari, per non parlare dei consulenti. Vorremmo che sul tema immondizia uno di loro - uno solo - si alzasse in piedi e dicesse “è colpa mia”. Vorremmo che ci spiegasse, in parole semplici, di aver sbagliato il tale giorno alla tale ora, facendo la tal cosa, per la tal delibera, per il tal contratto, per il tale appalto.
Tutto questo, o qualsivoglia altra cosa potesse costituire ragionevole fondamento di una assunzione di responsabilità. Ne vorremmo uno, solo uno. Ma non lo abbiamo.
È stupefacente. Nel drammatico disastro - duramente stigmatizzato anche dal Capo dello Stato nella sua lettera divulgata ieri da giornali e televisioni - che ogni ora di più cala su Napoli, la Campania e milioni di cittadini incolpevoli e impotenti, nessuno sembra avere colpa alcuna.
Ma pensiamo forse che la “monnezza” che invade le strade sia stata eruttata dalla bocca del Vesuvio, già sistemata in sacchetti ed ecoballe? E che l´irresistibile avanzata delle discariche all´aperto nelle strade di città e province sia una sorta di colata lavica, o una pioggia di lapilli e di cenere?
Se trovassimo quel volontario, potremmo toglierci anzitutto lo sfizio di avere qualcuno su cui legittimamente sfogare la rabbia. Potremmo bersagliarlo con uova o assortimenti di frutta e verdura d´annata. Potremmo inventare barzellette e versetti satirici.
Più seriamente, potremmo andare in giudizio chiedendo risarcimenti adeguati. Potremmo segnalare il fatto alla Corte dei conti, affinché con l´usuale ponderosa e riflessiva lentezza contestasse il danno all´erario. E potremmo perfino - udite, udite - mandarlo a casa con ignominia.
Invece, non possiamo. Nella politica di oggi tutti governano, decidono, deliberano, rappresentano, gestiscono denaro pubblico. Ma, a quanto pare, nessuno risponde di alcunché.
Eppure, si temono epidemie. Le tasse salgono. Si chiudono scuole. Arrivano disdette per la stagione turistica. Alla beffa si aggiunge il danno all´economia - già in salute assai precaria - della regione.
Possibile mai che per tutto questo nessuno sia responsabile, e che nessuno faccia valere alcuna responsabilità? Cos´altro si richiede?
La gente - si dice - si allontana dalla politica. Qualcuno paventa uno tsunami, come nei primi anni ‘90. Personalmente, non scopro certo oggi che affondiamo sotto clientele, sprechi e privilegi. Ma credo che molto contribuisca all´allontanamento anche la conclamata incapacità di affrontare i problemi, rispondendone. Bisogna riflettere su questi temi. Interrogarsi.
Nell´emergenza ognuno si dedica alle usuali faccende. Anzi, chi fa politica evita - potendo - di occuparsi di immondizia, perché il tema è rischioso e il rapporto costi-benefici potenzialmente sfavorevole. Per questo il Palazzo spesso si comporta - speriamo solo in apparenza - come se la cosa non lo riguardasse.
Non bastano le esortazioni, pur autorevoli. Basta leggere le cronache quotidiane. Insistiamo, dunque, per quel volontario. Potrebbe, tra l´altro, chiarirci le idee sul che fare, sul cosa cambiare, e come. Se finora tutto è stato deciso per il meglio e senza errori, dove mettiamo oggi le mani?
Apprezziamo lo sforzo di Bertolaso. Ma non sembra che dia, alla fine, segnali di vera discontinuità. Si tamponava il disastro prima, si tampona adesso. Mancava una risposta strategica e definitiva prima, manca - a quanto è dato capire - adesso. E non si dice l´ovvio: che se pure si chiuderà la fase acuta dell´emergenza, gli errori fatti peseranno comunque molto a lungo sulla regione, e sulle tasche dei contribuenti.
Quando Bertolaso prese il timone, con stupore gli sentimmo dire che avrebbe posto fine all´emergenza in pochi giorni. Oggi, assicura, che ce la faremo entro giugno. Va bene. Anche per il miracolo di San Gennaro un po´ di tempo ci vuole. E talvolta non funziona, pur se assai raramente.
Certo, per affidabilità ed efficacia il santo lascia al palo governanti e commissari, nessuno escluso. E comunque, anche se venisse domani un miracolo della “monnezza”, una cosa dobbiamo ricordare.
Nel fare politica e nell´amministrare non v´è - dopo Silvio Berlusconi - assoluzione dai peccati. Chi sbaglia prima o poi paga.
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Repubblica - Napoli
Tommaso Sodano, presidente della commissione Ambiente, non si sente coinvolto dai richiami del Capo dello Stato
“Non sono il bersaglio di Napolitano”
Il senatore di Prc: gravissime le responsabilità di Bassolino
di o.l.
«Quando Giorgio Napolitano fa riferimento a parlamentari che in materia di rifiuti ostacolano le scelte del governo non può riferirsi certo a me». Tommaso Sodano di Rifondazione, presidente della commissione Ambiente del Senato, non si sente coinvolto dal richiamo del Capo dello Stato e rilancia, anzi, approvando l´interesse costante che il presidente mostra verso la sua città: «I suoi richiami al senso di responsabilità sono da cogliere e tutti e noi, infatti, stiamo tutti lavorando per l´emergenza».
Napolitano fa intendere che qualche parlamentare ostacola l´attuazione del decreto del governo. Lei davvero non si sente coinvolto?
«È vero esattamente il contrario. In queste ore bisogna togliere l´immondizia dalle strade. Bisogna risolvere la nuova emergenza e noi stiamo collaborando. Il punto vero è un altro. In questa regione, in Campania, resta il nodo strutturale dell´assenza di una strategia. C´è l´emergenza e tornano di attualità le discariche ma il punto è che serve un nuovo piano regionale. Io collaboro ma non svendo il mio cervello».
Discariche per l´emergenza, d´accordo. Ma come si risolve l´assenza di una strategia di governo?
«La discarica è un pezzo del ciclo dei rifiuti, così come un altro pezzo sono gli inceneritori. Noi abbiamo qui in Campania un inceneritore in costruzione ad Acerra. Bene. Ma non tutti sanno che non potrà bruciare l´immondizia prodotta nelle nostre città perché i nostri sette Cdr non producono combustibile derivato da rifiuti ma solo ecoballe da inviare nelle discariche o da rilavorare. Questa la situazione. Abbiamo sette milioni di tonnellate di rifiuti stoccati che non possono essere bruciati a cui si aggiungono 7.200 tonnellate di rifiuti al giorno. Siamo noi a creare l´emergenza o, forse, la responsabilità è di chi si è alternato alla guida del commissariato straordinario?».
E chi blocca la riconversione degli impianti di Cdr in strutture in grado di produrre combustibile per gli inceneritori?
«Il problema nasce dalla famosa gara costruita ad hoc per una società e su cui indaga la magistratura. Si potrebbe comunque correre ai ripari perché occorre un solo mese per modificare un impianto. Il problema è che siamo sempre in emergenza e, dunque, ci dicono che non c´è tempo. Ora Bertolaso dice finalmente che si comincia a lavorare al Cdr di Tufino. Facciamo lo stesso su tutti gli altri sette impianti».
Lei si sente parte integrante di un asse Pecoraro-Sodano?
«Guardi, poiché l´emergenza rifiuti in Campania dura da tredici anni, mi sono permesso di dire, assieme al ministro Pecoraro Scanio, sì alle discariche ma non nelle aree protette. E questo è stato etichettato come un atto di arroganza».
Quali sono le sue proposte a medio e lungo termine?
«La priorità oggi è liberare le strade campane dai rifiuti, poi ragioneremo sulle soluzioni a lungo termine. È bene, però, sottolineare che quanto è stato dichiarato proprio a “Repubblica” dal presidente della Regione Antonio Bassolino, che ha gravissime responsabilità per la situazione odierna, è semplicemente allucinante. Sembra quasi che lui sia del tutto estraneo al problema e che la colpa sia solo di quei sindaci e di quei cittadini cattivi che si sono battuti contro gli inceneritori. Gente che, invece, si batte da anni per la raccolta differenziata. Ripeto. Ora dobbiamo lavorare tutti, e con ogni mezzo, alla soluzione di un problema gigantesco. Un problema di ordine sanitario. Diciamo: apriamo presto le discariche per la pulizia delle strade. Ma il mio cervello non lo mando al massacro».
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Corriere del Mezzogiorno
Rivolta morale
di Luigi Labruna
Giampaolo Pansa, uno dei più grandi giornalisti italiani, non andrà più a votare, dopo aver votato per 51 anni a sinistra. «Al massimo — ha detto — sarà scheda bianca, perché il centrosinistra non mi piace e non posso votare il centrodestra. Significherebbe contraddire la mia storia».
Così il Corriere della Sera di martedì, che nel titolo riassumeva: «i partiti sono in coma». Non mi piace citarmi. Ma debbo farlo. Il 7 gennaio 2006, su queste colonne, scrissi un fondo, non gradito a chi passa il tempo a ingiuriare chi mostra indipendenza dalle consorterie al potere o all’opposizione, che riscriverei purtroppo identico oggi, intitolato: «Per dignità si può anche non votare». Spiegando che non si tratta di disimpegno. Ma solo di rispetto della dignità del cittadino che oggi non ha altro modo per dare un segnale di forte dissenso e dire che, nonostante tutto, non ha perso la speranza in un futuro migliore. Ma non intende cedere al ricatto di dover sostenere, come che sia, il centrosinistra e le sue deformi e inette propaggini locali, perché altrimenti vanno al governo, a Roma e altrove, Berlusconi e i suoi.
Su questa dannata evenienza, antichi compagni, diventati ciechi oligarchi di regime, hanno per anni campato. E tentano ancora di campare. Senza tener conto dell’indignazione ormai tanto diffusa che perfino un aristocratico dirigente dell’antico Pci, D’Alema, ha dovuto ammettere: «di questo passo saremo tutti travolti; come nel ‘92». Quando i partiti furono distrutti dal lancio delle monetine e dall’intervento devastante di Di Pietro e di parte della magistratura. Che anche allora sull’onda dell’indignazione popolare, arrogandosi talvolta funzioni che non le competevano, fece piazza pulita di politici sconsiderati, aprendo la strada alla dissoluzione della Prima Repubblica e all’avvio della seconda, rivelatasi in gran parte peggiore.
La gente non ne può più. La spazzatura che dilaga è metafora di un ceto dirigente incapace di trovare non discariche, inceneritori o fogne, ma rimedi decenti ai problemi elementari della convivenza civile. Al punto da mandare deserta a Napoli una seduta del Consiglio comunale appena il sindaco ha ritrovato il pudore per dire (e Napolitano, con noi, l’aveva avvertito da tempo) che la situazione è « tragica». E con un Consiglio regionale che costa quel che costa e che in questa legislatura non è stato capace di approvare neppure una decina di leggi, non parliamo dello statuto («ma ci daremo da fare», promette la presidente che dovrebbe, invece, dire « vergogna! » ai consiglieri in parte nominati dall’alto, senza aver ottenuto, come del resto tutti gli attuali senatori e deputati, la fiducia di alcuno).
Altro che qualunquismo. Dilaga una rivolta morale, non moralistica, dai connotati forse confusi, ma reale e legittima, nei confronti di chi amministra, sgoverna, occupa le istituzioni. E si trastulla. Indugia. Lotta per portare a 40 più 30, o quel che sia, gli ecisti del nuovo partito «democratico», che dovrebbe aggruppare le anime, o forse solo gli interessi, delle fazioni del centrosinistra moderato. E tutto va in rovina.
De re publica quid ego tibi subtiliter ?: «che dirti delle condizioni della repubblica?», scriveva a Bruto, nel 59 avanti Cristo, Cicerone. Tota periit … «È andata completamente in rovina». Ci fu il cesaricidio. Fu restaurato, diciamo così, lo Stato. Furono sedate le discordie civili. Ma cum domino pax ista venit: il nuovo ordine «venne con un padrone».
Ci si rifletta. Tutti.
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Il Mattino
La politica senza coraggio
di Aldo Masullo
Il 30 ottobre dello scorso anno, dunque ben sette mesi fa, comparve sulla prima pagina del «Mattino» un mio intervento, in testa al cui titolo una fotografia mostrava uno scorcio della villa comunale di Napoli. Sullo sfondo s’intravedeva una statua marmorea, meschina per la distanza, mentre in primo piano campeggiava, «monumentale» (l’aggettivo, si sa, viene dal nome latino che vuol dire «ammonimento»!), un variopinto mucchio d’immondizia. Nel titolo echeggiava la conclusione dello scritto.
Se il disastro dei rifiuti in Campania, «così lungo, da apparire irreparabile, non ha padre», e non v’è alcuno che doverosamente s’impegni per chiarire «chi sono i responsabili, e in qual misura ognuno di essi è corresponsabile», io cittadino, vittima innocente e impotente, alla fine rivolgevo ai pubblici poteri la celebre invettiva di Cicerone contro Catilina: «Fino a quando abuserai della nostra pazienza?». Adesso la signora Iervolino, affannato sindaco di Napoli, dichiara: «È una situazione tragica», mentre il suo Consiglio comunale boccia la proposta di un documento in cui si chiede la piena applicazione del decreto per l’emergenza. Il presidente della Repubblica nel rivolgere un «estremo energico appello alle autorità di governo» a qualunque titolo coinvolte, con la massima autorevolezza conferma che la «situazione si è aggravata fino a risultare ormai tragica». Nel 1994 per il problema dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani venivano istituiti due commissariati: l’uno provinciale, per l’emergenza, affidato ad un alto funzionario (il prefetto), l’altro regionale, per l’organica programmazione del sistema a regime, affidato alla responsabilità di un’autorità politica elettiva (il presidente della giunta regionale). Io non riesco a non pormi una domanda. Cos’è veramente «tragico»? Che la situazione oggi sia grave com’è, o non piuttosto che, dopo ben 13 anni dal riconoscimento ufficiale del grave problema collettivo e dalla predisposizione degli strumenti istituzionali e dei poteri giuridici per risolverlo, si sia giunti infine al punto in cui si è? Spesso ho ricordato un detto di Polibio: «Coloro che vogliono governare bene debbono certo guardare al presente, ma molto di più al futuro». Il nostro presente, disgraziatamente, è stato il futuro della politica dei molti anni fin qui trascorsi, che sono anni perduti. Il caso dell’immondizia in Campania è la penosa prova di una classe politica, la quale, tradendo il suo più proprio compito - prevedere e provvedere - è stata cieca ed inerte. Certamente, qui si è presentato in modo vistoso uno dei più gravi nodi della democrazia. Una maggioranza può pretendere di risolvere comodamente i suoi problemi vitali sulla pelle di una sia pur esigua minoranza? E potrebbe invece ogni «parte» di un organismo territoriale pretendere di non sopportare alcun fastidio per una funzione di pur comune e vitale interesse, se gli oneri venissero distribuiti con equità, sulla base di una compensazione dei costi e dei benefici, pubblicamente discussa e accettata? È evidente che la soluzione di un tale nodo, che minaccia di strozzare la vita civile e la democrazia, non possa esser compito che della politica. Se le popolazioni dei comuni si rivoltano contro l’«ingiustizia» di dover fare da pattumiera per il territorio della provincia o della regione cui appartengono, e se i sindaci, rappresentandole, non possono che solidarizzare con loro, in uno scontro che alla fine diventa generalizzato, responsabile è la debolezza politica delle istituzioni territoriali (Regione e Province) che, nel lungo arco di tredici anni, prima sono state inerti nello stimolare l’autosufficienza delle comunità, non incoraggiando i sindaci a promuovere consorzi di bacino, e poi sono state incapaci di promuovere e sostenere quei processi di programmazione reale che, attraverso l’apertura di confronti illuminanti e la guida ai conseguenti accordi, soli possono portare a soluzioni efficaci e soddisfacenti per tutti. Credo che un’altra colpa della direzione politica latamente intesa - compresi anche partiti, governo, apparati di sicurezza, organi d’informazione - sia la non adeguatamente esercitata attenzione al nesso occulto tra imprese criminali e paralisi dei processi di soluzione del nostro problema. Si parla dell’interesse delle organizzazioni camorristiche a non far andare in pensione le discariche. Ma questo potrebbe essere solo un interesse simulato. Si tratterebbe forse di coprire un altro, ben più forte interesse alla lucrosissima e pericolosissima sepoltura clandestina dei rifiuti tossici di origine industriale, a cui il nostro territorio sarebbe aperto e a cui il movimentato funzionamento delle normali discariche farebbe da supporto e da mascheramento. Adesso già si sente dire che questo non è il momento delle contestazioni, ma di una concorde azione per superare l’emergenza ed evitare pericoli più gravi. Questa «saggia» esortazione è ancora un aspetto della «tragedia», il necessario sottoprodotto della politica cieca e inerte, un tentativo di evitare che si preveda e provveda. Per agire efficacemente domani, occorre capire quali errori ci hanno portato fin qui, e a tal fine definire con chiarezza le responsabilità. La politica non può essere un alibi. La democrazia vive solo del coraggio della verità. I detentori del potere politico, se sono legittimati formalmente dal suffragio popolare, lo sono sostanzialmente solo dall’onestà, dal coraggio di non nascondere nulla, neppure i loro errori.
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23 maggio 2007 _ I rifiuti e la politica
Corriere della sera
Voti e cassonetti
di Gian Antonio Stella
In Italia, dice Pier Ferdinando Casini spostando il tiro dal tema di questi giorni, «c’è una questione morale che va ben oltre i costi della politica: è quella della spazzatura a Napoli». Sbaglia: non c’è cosa che puzzi di politica, scusate il bisticcio di parole, quanto l’immondizia partenopea. Un’emergenza costata fino ad oggi 1.825.000 euro.
E’ politico, nel senso più alto, l’intervento di Giorgio Napolitano che non si è limitato a un banale e generico appello a risolvere i problemi ma ha affondato il dito nella piaga.
La piaga dei rapporti tra certe rivolte popolari, spesso accese dalla camorra da sempre interessatissima al business delle discariche, e certi parlamentari che hanno scelto di cavalcare le proteste invitandoli a smetterla di porre «ostacolo alle scelte individuate nel decreto». Politica è la posizione di chi come il senatore rifondarolo Tommaso Sodano, presidente della commissione Ambiente di Palazzo Madama, ha deciso di mettersi di traverso agli inceneritori teorizzando che questo movimento deve assumere l’importanza della guerra «No-Tav» in nome di un grande progetto che avvii la raccolta differenziata (progetto fino ad oggi fallimentare sia culturalmente sia amministrativamente) e spiegando che nell’attesa il pattume si potrebbe smistare in Romania. Politica è stata l’assunzione di 2.316 precari inquadrati con contratto definitivo a 2 mila euro al mese per 14 mensilità senza che due terzi, secondo lo stesso commissario all’emergenza, avessero mai «assegnata una mansione».
Politica è stata per tredici interminabili anni la scelta dei commissari, primi fra tutti i governatori nazional-alleato Antonio Rastrelli e il diessino Antonio Bassolino, di non sfidare apertamente le piazze ribelli (sono voti, voti, voti) per costruire quei termovalorizzatori che in altre parti d’Italia vengono comunemente accettati dalle popolazioni anche se piazzati come a Trieste tra un prosciuttificio e uno stabilimento di caffè.
Politica è la scelta ambigua del ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, che in Campania ha il bacino elettorale, di scansare ogni scelta impopolare e non lasciarsi scavalcare a sinistra da Rifondazione.
Politica la veemenza con cui Vincenzo De Luca, il «podestà rosso» di Salerno acerrimo rivale di Bassolino, vuole avere il via libera a costruire lui un secondo inceneritore dopo quello di Acerra così da dimostrare che lui sì, altro che il governatore!, sa andare diritto all’obiettivo affrontando senza paura la piazza. E ancora politica è la posizione della destra, che scarica tutte le responsabilità sulla sinistra da anni al governo della Campania e di Napoli dimenticando di avere avuto fino a un anno fa, quando già l’emergenza era «tragica», la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Ambiente. E tutta politica, infine, è la scelta degli uni e degli altri di non lavorare insieme, di non collaborare su nulla, di scaricare tutto su Guido Bertolaso in attesa che passi ‘a nuttata. E si porti via la puzza dei cassonetti bruciati.
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Il banchetto dei topi e lo spettro dell’epidemia
I fuochi placano la paura. E la politica non c’è
di Erri De Luca
Ardono fuochi, ma non di guerriglia. Per le strade di Napoli cento fiamme consumano gli avanzi, lasciati in strada privi di raccolta. Certo è una mossa fuorilegge appiccare fuoco in luogo pubblico, ma sotto le tutele di quale legge sta chi si ritrova da giorni sotto casa un cumulo di resti che marciscono, i topi che banchettano, lo spettro dell’epidemia col primo caldo estivo? Quanta pazienza è chiesta a un cittadino, quanta mansuetudine deve avere per trattenersi dallo scendere in strada e dare fuoco al tanfo irrespirabile? È istintivo e legittimo il bisogno di purificare con le fiamme il cadavere impuro della merce che sfiata la sua decomposizione sotto la finestra davanti al portone. Meglio il fuoco, meglio i pompieri, i loro idranti che placano per un poco la peste apparecchiata. Napoli è stata l’ultima città d’Europa ad avere un’epidemia di colera, nel 1873.
I cento fuochi della città esalano il suo abbandono, mentre la Campania rifiuta i suoi rifiuti. Ne ha diritto. Nessuno ti può imporre a domicilio la spazzatura altrui. Nessun potere può costringerti a discarica. Ma è possibile che non si possa rendere uno stoccaggio di rifiuti urbani sicuro e desiderabile come un casinò? Per esempio: offrire in cambio dell’ospitalità un’esenzione parziale delle tasse, una decurtazione della bolletta energetica, un ospedale, un impianto sportivo, perfino un casinò. Si deve imporre la spazzatura? Non la si può invece offrire con incentivi e garanzie? Una discarica ben corredata di vantaggi non sarebbe all’improvviso una leccornia?
Il Sud non si fida di nessuna promessa, di nessun: «dirò, farò». Sa per esperienza da che feudalesimo politico è governato. È Sud di sudditanza, non di cittadinanza. E gli si vuole imporre una schifezza da subire e basta? Nei fuochi di Napoli e nei blocchi furiosi ma civili dei piccoli comuni minacciati, ci sono due ragioni e un solo torto. Quello di Stato che agisce per decreti, per catene di comando che ignorano l’arte della persuasione e della contrattazione. Prima di imporre: offrire. Prima di decidere: consultare. Prima di scavare discariche: sanare il territorio e metterlo in sicurezza dalla dispersione di residui tossici. Dov’è finita la politica in questo Paese? Quando si è persa l’intelligenza di chi per professione sapeva mediare e dividere? I governanti sempre più spesso si urtano contro una opposizione unanime di popolo, dalla Val di Susa in giù. Questo dipende da un’imbecillità di comando politico, non certo dalla sana e sacrosanta dinamica sociale di chi contrasta con ragioni da vendere. Proprio la Val di Susa è un capolavoro di arroganza da una parte e di passione civile dall’altra.
Ci si lamenta che la politica sia diventata una casta di privilegiati. Ben venga la casta e i privilegi, se ha il merito dell’intelligenza e della competenza indispensabile. Che importa se il nostro personale pubblico è il più pagato d’Europa, se le auto blu scorrazzano le amanti? Purché facciano bene il mestiere per il quale sono pagati. Ma no: essi, gli impoltronati pubblici, sono la più approssimativa classe dirigente mai apparsa finora in Italia. Incapaci di intendere e volere la parola politica.
Certo l’Italia democristiana produceva meno rifiuti. Eduardo in una sua commedia usciva di casa con un pacchettino legato al dito dicendo: «Questa è tutta la spazzatura». Altr’Italia, viaggiava per emigrazione, non per turismo. Progettava, pensando al Sud come questione meridionale. Oggi ogni minima faccenda, come quella dei rifiuti, è elevata a rango di emergenza. Oggi la parola emergenza sta a giustificare ogni fallimento di programmazione e previsione. Politica, addio. Quanto tempo questo Paese deve rimpiangere una classe capace di governo?
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Corriere del Mezzogiorno
Il fallimento dei nostri politici
di Giuseppe Galasso
Che cosa impressiona di più nella vicenda dei rifiuti in Campania, per cui la regione e i suoi rifiuti occupano l’apertura e la prima fila in tutti i notiziari italiani (radiotelevisioni e giornali), e fanno ormai notizia anche all’estero? È, di certo, l’assoluta incapacità del mondo politico amministrativo campano nel capire che la crisi dei rifiuti segna un suo fallimento generale e totale, senza distinzioni di uomini e di partiti. Segna una bocciatura piena per inettitudine e imprevidenza, per evidente deficienza del senso di responsabilità, per demagogia populistica prima e per la corsa allo scaricabarile poi (coi sindaci che vogliono «chiudere le città» !). Una tale crisi non nasce da una stagione di eventi sfortunati o imprevedibili, bensì per una genesi lunga e con responsabilità chiare e irrecusabili di chi governa.
Dov’erano finora quelli che ora corrono a Roma per interventi e provvedimenti, naturalmente urgentissimi? Dove quelli che hanno respinto come criminosa ogni idea di discarica in qualsiasi luogo della regione? Dove i critici dei termovalorizzatori e gli apostoli della raccolta differenziata? Le conseguenze si vedono, ma non stanno solo nella quantità dei rifiuti da eliminare. Intanto, si è consumato molto in questi mesi di quel poco che ancora resta di disciplina e di autodisciplina sociale nella regione, specie in alcune zone, come attestano gli ormai numerosi episodi di resistenza all’azione più normale delle forze dell’ordine. Mai, inoltre, come in questo caso si è rivelata inesistente la capacità della classe politica di orientare e guidare il corpo sociale: la gente è apparsa del tutto alla mercé di chiunque ne sollecitasse i più inconsulti atteggiamenti (e perciò si è ironicamente invocata in Campania una legge per cui ogni comune elimini la propria spazzatura nel proprio territorio).
Non sarà facile risalire la china, mentre cresce in Italia l’insofferenza verso i costi della politica e verso i politici, e per l’inconcludenza di una gestione pubblica giudicata sempre peggio. Sondaggi recenti parlano di sfiducia del 70% degli Italiani per il governo e per il Parlamento, ma è certo che al Sud, e specie, oggi, in Campania, questa percentuale è inferiore al vero.
Non per nulla un politico esperto come D’Alema ha ipotizzato un crollo dell’assetto politico italiano, grave e totale come quello del 1992 94. Allo ra si passò per la via giudiziaria, che oggi sembra fuori moda anche per così gravi responsabilità in un servizio pubblico. Ma si sa che la storia ama cambiare mezzi e forme.
Certo, i politici locali possono credere che questi bilanci e previsioni riguardino solo il livello nazionale. È sbagliato, però, e lo insegna proprio l’esperienza richiamata da D’Alema.
Né si creda di poter facilmente trovare capri espiatorii (magari il povero Bertolaso, o, come sempre, a torto o a ragione, Roma, alla quale, comunque, si è rivolto il presidente Napolitano con un atto di forte significato, del quale dovrebbero, però, avvertire il peso anche i politici e gli amministratori locali). Né sembra più servire l’uso ormai invalso di scaricare tutto sulla camorra. La camorra è ben trovata, sia per le sue colpe in materia, sia perché un reo più reo di essa come cancro sociale non si può immaginare. Ma il fatto è che la gente si sta facendo sempre più l’idea che si voglia contrabbandare, così, sotto un’etichetta odiosissima, responsabilità e comportamenti di altra genesi e di altri titolari. Oggi c’è ancora qualche giornale (Il Sole 24 Ore) che scrive: se perde Napoli, perde tutta l’Italia. Ma per quanto tempo ancora?
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La Regione impugni il decreto sui rifiuti
di Alberto Lucarelli *
Caro direttore, la situazione infernale che viviamo in questi giorni induce a far credere che il governo e la gestione dei rifiuti siano risolvibili definitivamente solo attraverso la realizzazione di inceneritori e discariche, ma lo stato emergenziale ha determinato una sospensione dell’ordine costituzionale delle competenze e delle garanzie dei diritti fondamentali.
In questo quadro, colpisce l’emanazione del decreto legge numero 61 del 2007 rubricato «Interventi straordinari per l’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella Regione Campania e per garantire l’esercizio dei propri poteri agli enti ordinariamente competenti», in quanto costituisce, sul piano politico gestionale, la chiara ammissione di incapacità e di fallimento sia del regime ordinario, ma ancor più, del regime emergenziale. Si tratta di un atto che ha il preciso obiettivo di rafforzare, sul piano politico, l’azione del commissariato, di dargli una copertura, tale da rendere i suoi atti inoppugnabili dinanzi agli organi della giustizia amministrativa, restringendo dunque il diritto costituzionale di difesa dei cittadini.
Ho l’impressione che il decreto in esame prescinda dal requisito della straordinarietà, dal momento che l’emergenza rifiuti in Campania ha perso i connotati della eccezionalità ed imprevedibilità, risultando piuttosto lo strumento per attuare un accordo fra governo (o parte di esso) e commissario delegato; per aggirare ostacoli posti da provvedimenti giurisdizionali e per soddisfare richieste ed aspettative del commissario stesso.
In fase di conversione, dunque, sarebbe opportuno interrogarsi sulla legittimità del provvedimento ed in particolare sulla possibile compressione del diritto di difesa di valori costituzionalmente garantiti quali l’ambiente e la salute; valori che non devono mai perdere una dimensione universale emai degradare, come è avvenuto in questi ultimi tempi, a percezioni localistiche e strumentali della realtà. La tutela ambientale, quale valore universale, si realizza solo se si abbandonano logiche di egoismo territoriale. Per intenderci, vorrei vedere i cittadini di Serre combattere anche per i cittadini di Terzigno. Il territorio, l’ambiente, la salute sono beni comuni che appartengono a tutti, ed in quanto tali, vanno protetti da tutti, al di là degli interessi locali, corporativi, individuali.
Credo, inoltre, che in questa fase debba riflettere anche la Regione Campania sull’opportunità di impugnare il decreto legge dinanzi alla Corte costituzionale per violazione delle proprie competenze. Un decreto che, oltre a sopprimere la raccolta differenziata, inopinatamente, conferma il potere del commissario delegato a scrivere il prossimo piano regionale, trasformandolo da ciclo integrato dei rifiuti, in ciclo industriale di gestione. È evidente la volontà di confermare nei contenuti il «piano Catenacci», sbilanciando il piano sulla realizzazione degli impianti, piuttosto che sulla riduzione dei consumi, sulla raccolta differenziata, sul recupero, sul riuso, sul riciclaggio.
Ma quello che sorprende ancor di più è che tale decreto legge viene adottato a pochi giorni dalla sentenza della Corte di Giustizia del 26 aprile scorso, che condanna l’Italia, in particolare, per non aver adottato tutti i provvedimenti necessari al recupero e riciclaggio dei rifiuti, senza usare procedimenti o metodi tali da recare danno all’ambiente e alla salute. Sono convinto che l’unico modo per uscire dall’emergenza sia il ritorno immediato e responsabile al regime ordinario. Si finisca di utilizzare l’emergenza come alibi e strumento di pressione, per imporre scelte che potrebbero pregiudicare anche il prossimo futuro.
* Ordinario di Diritto pubblico alla Federico II
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Iervolino ammette i ritardi: «Non è stato fatto abbastanza»
La sindaca: immagine di Napoli compromessa. E a Casini dice: malaffare? faccia i nomi Il leghista Calderoli attacca: «Bel coraggio ad aumentare la Tarsu con i rifiuti per terra»
di Paolo Cuozzo
NAPOLI — L’emergenza rifiuti in Campania irrompe sui tavoli della politica romana stravolgendo l’agenda del presidente della Repubblica, quella del capo del governo e di molti ministri, tutti preoccupati per quello che sta accadendo in regione. Le reazioni al problema sono molte e di tutti i colori politici. E prendono spunto dalle parole della sindaca di Napoli, Rosa Russo Iervolino, che pur prendendosi colpe non tutte sue, ora dice: «Il presidente Napolitano ha ragione», sulla emergenza rifiuti in Campania «per quanto si sia fatto, non si è fatto abbastanza». E ancora: «A Napolitano posso rispondere soltanto con la gratitudine solita, il presidente ha ragione: di fronte a un problema così grave, per quanto si sia fatto, non si è fatto abbastanza. Il Comune di Napoli però, con grande coraggio, tenendo conto delle sue possibilità, e del suo territorio, che è piccolo, farà tutto ciò che è necessario. A Bertolaso ho parlato proprio questo: diteci cosa possiamo fare e come possiamo aiutarvi, e lo faremo con tutto il cuore». L’ex ministro vede quindi «compromessa l’immagine di Napoli in questo momento, legata come è all’emergenza rifiuti, ma i napoletani di tutto questo non sono in alcun modo responsabili, sono vittime; vittime di una situazione che non hanno prodotto e che stanno cercando di combattere in ogni modo». Le parole della sindaca, che ha annullato la sua partecipazione alla Conferenza sulla famiglia in programma a Firenze, non sono sfuggite al vicepresidente del Senato, il leghista Calderoli, che ha colto l’occasione per attaccare frontalmente: «Qualche mese fa — sono parole di Calderoli —, quando infuriava la faida camorristica avevo detto che gli amministratori avevano ridotto Napoli ad una fogna, sia per la mancanza di sicurezza che per la cronica questione dell’emergenza rifiuti: quella volta mi ero riferito agli amministratori, eppure fui attaccato e venne stravolto il senso della mia frase.
Oggi ridichiaro, come allora, che Napoli è stata ridotta da parte dei propri amministratori ad una fogna, con tonnellate di immondizia nelle strade».
Calderoli critica soprattutto l’operato del Comune di Napoli. E sbotta: «La Iervolino ha parlato di un aumento sulla tassa sui rifiuti del Comune, la Tarsu. Ha avuto un bel coraggio davvero se il livello dei rifiuti sulle strade sta raggiungendo il livello di guardia per il possibile scoppio di epidemie». Tagliente il segretario nazionale dell’Udc, Cesa, per il quale «è Bassolino la vera emergenza e va mandato a casa». Anche l’ex presidente della Camera, Pierferdinando Casini, leader dell’Udc, è preoccupato per l’emergenza rifiuti in Campania: «Il costo più grande della politica è quello di rinviare e non prendere le decisioni. In Italia c’è una questione morale in queste ore che è quella della spazzatura a Napoli, e quel perverso legame tra gli interessi dalla camorra organizzata e la politica». «Non è accettabile ha proseguito —, è incompatibile con un Paese che sta in Europa e che è tra le otto potenze più industrializzate nel mondo. E non è possibile che ancora una volta il commissario Bertolaso sia stato costretto alle dimissioni a causa di veti degli uomini della compagine di governo. Non basta il rinnovo della fiducia di Prodi, serve qualcosa di più». «Serve la volontà di rompere questo perverso legame anche tra gli interessi dalla camorra organizza ta e la politica». Le parole di Casini hanno fatto infuriare la Iervolino, che si è chiesta: «Chi è il politico che ha rapporti con la camorra?». Iervolino reagisce senza giri di parole alle affermazioni di Pierferdinando Casini, e aggiunge «non lo invito, io lo sfido ad andare in Procura». Casini è stato «attento» e non ha fatto nomi, ma al sindaco non sono piaciute le affermazioni sul «questo perverso legame anche tra gli interessi dalla camorra organizzata e la politica», che farebbe dell’emergenza rifiuti campana una «questione morale». «Io sono avvocato, e se non fosse un amico, gli direi di stare attento alle querele ha commentato la Iervolino — perché attentamente non ha fatto nomi, ma parlare di legami fra camorra e politica. Non può l’ex presidente della Camera sparare nel mucchio, dica con chi ce l’ha, dica chi è il politico che ha rapporti con la camorra e dove sono le prove.
E se ha le prove, sfido Casini a esibirle immediatamente. Dica a chi si riferisce, faccia nomi e cognomi. E lo sfido a farlo andando alla Procura della Repubblica». In questo clima infuocato, sono benzina sul fuoco anche le parole del presi dente della commissione Ambiente del Senato, Tommaso Sodano, che dagli schermi di «Rai Utile» ha attribuito responsabilità anche al commissario straordinario, sostenendo che «la malagestione ha avuto un peso preponderante anche durante l’amministrazione di Bertolaso». Mentre al Tg1 il governatore Bassolino si rammarica: «Purtroppo non siamo riusciti a fare i due termovalorizzatori per le troppe e inaccettabili proteste. Ora però siamo oltre il punto limite». E i cittadini se ne sono accorti.
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Repubblica - Napoli
L´INTERVISTA /Cuomo, primo cittadino di Portici, dà voce ai dubbi. E sollecita Di Palma a intervenire
Sindaci scettici sul piano del governo “Non chiarisce dove va la spazzatura”
di r.f.
Sindaco, ha visto il piano di Bertolaso? «Per ora non si comprende quale sia». È scettico, «mi sento un po´ san Tommaso», il sindaco di Portici, Enzo Cuomo. Come presidente dei sindaci della provincia aderenti all´Anci, guida da alcuni giorni il gruppo di colleghi che chiede con forza al governo una soluzione perché ormai i municipi sono ai limiti della impraticabilità.
Cosa non la convince in quello che ha prospettato il commissario?
«Veramente è difficile fare commenti su un piano che non c´è, su soluzioni che non si conoscono. Ha chiarito dove vanno i rifiuti quando chiude Villaricca?»
Nelle discariche.
«Ha detto quali?»
Questo no.
«Appunto. Si può anche comprendere la prudenza, ma è difficile valutare senza informazioni. E soprattutto senza una indicazione precisa dell´arco di tempo in cui intende muoversi. Se ha una soluzione immediata, allora si può affrontare la situazione».
Ha parlato di un cronoprogramma a ore.
«Speriamo. Ma resti chiaro che se invece siamo ancora in fase di formazione delle decisioni, allora le città chiuderanno i battenti. Anche noi che a Portici fin qui abbiamo resistito».
Come avete fatto?
«Abbiamo avuto la anomala fortuna di trovare una area all´interno del nostro territorio dove poter allestire un sito di stoccaggio con cassoni a tenuta stagna. Ma abbiamo una autonomia ancora di quattro giorni, poi andiamo in tilt anche noi».
Altre città non hanno avuto neanche quel sito.
«Non sempre è facile trovare queste aree».
Facciamo finta che si risolve l´emergenza. E poi?
«Questo è il punto. Occorre pensare alla fase ordinaria. Noi abbiamo suggerito di servirsi delle aree Asi per costruire i nuovi impianti».
Quali?
«Innanzitutto quelli per il compostaggio. Sono necessari alla differenziata, che è la vera strada per uscire dall´emergenza. Però occorre far marciare i due momenti in contemporanea: togliere la spazzatura dalla strade e intanto avviare gli impianti».
Ci vorrebbe il piano regionale.
«A questo punto pensiamo che di questo compito potrebbe farsi carico il presidente della Provincia Dino Di Palma: è lui che ha tutti i titoli per avviare la differenziata».
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22 maggio 2007
Corriere del Mezzogiorno
Polito, Viespoli, Malvano Presentata «Napoli 2012»
NAPOLI — Ma la sindaca è d’accordo? «Certo», non tentenna il senatore dl Antonio Polito. E ricorda: «Durante la campagna elettorale, e prima della proposta dell’associazione Altra Napoli, venni a Napoli il giorno della partita di calcio Italia Australia, a chiedere alla Iervolino se avesse qualcosa in contrario se avessi promosso una lobby per Napoli». La risposta? «Mi disse di essere d’accordo — prosegue Polito — perché prima ancora che politico la Iervolino è il sindaco di tutti i napoletani. Cosa importa se un problema glielo risolve uno di destra o uno di sinistra?».
Battesimo del «Gruppo Napoli 2012» con il prefetto Alessandro Pansa. Guai a chiamarla associazione trasversale, guai a insinuare che Napoli è stata avvolta da un cordone sanitario a vari livelli e di varia natura.
Fuori dalle proprie collocazioni politiche sono tutti buoni come agnellini. Da Franco Malvano (Fi), passando per Pasquale Viespoli (An), a Bruno Cesario (Margherita) appunto la parola d’ordine è «umiltà».
«Con umiltà busseremo alle porte delle istituzioni locali», dice Malvano. «Con umiltà vogliamo dare una mano», così Viespoli. «Perché non siamo salvatori della patria», così Cesario.
Vero è che dopo tanta politica, al conservatore Sud mal si adattano le lobby.
Tant’è che l’assente deputato ds Riccardo Marone l’ha definita un’ «operazione mediatica» aggiungendo: «Io e un collega del centrodestra come possiamo avere la stessa visione dei problemi della città?». Polito non fa sconti: «Secondo Marone non esiste convergenza tra me e Viespoli sulla necessità di ridurre il peso della criminalità o togliere dalla strada i rifiuti? Questi sono problemi che ci facciamo noi. Noi che siamo stati eletti dal popolo e abbiamo il dovere di servire le istituzioni e di influenzare i nostri amici sindaci, i nostri amici assessori. È possibile mai che continuiamo ad avere questa idea di un’Italia che deve morire sotto il peso di due Titani (destra e sinistra) che si affrontano?».
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Repubblica - Napoli
Napoli 2012, la lobby trasversale “Insieme per cambiare la città”
I parlamentari: non siamo i commissari delle istituzioni
L´associazione di Ernesto Albanese sostiene il progetto bipartisan
di Conchita Sannino
Otto parlamentari al bar, il Gambrinus. Caffè e lavoro di squadra, appunti scritti e proposte legislative tutte da mettere a punto, ma soprattutto caccia alle idee sul “qui ed ora” per Napoli. La missione impossibile - la chiamano così, seri - li entusiasma e quindi ci provano. Così la “squadra anomala” si presenta alla città, ieri mattina, dopo un primo incontro con il prefetto Alessandro Pansa: è il gruppo bipartisan di parlamentari “Napoli 2012″, nato dall´intuizione e dalla mobilitazione dell´associazione “L´Altra Napoli” guidata da Ernesto Albanese.
Sette mesi dopo il suo accorato appello rivolto dal Senato ai parlamentari dei due poli, ecco la lobby “Napoli 2012″ schierata in un salottino dello storico caffè in piazza Trieste e Trento: presidente è Antonio Polito, Margherita, vicepresidenti Annamaria Carloni dei Ds, Franco Malvano di Fi e Pasquale Viespoli di An, membri del team anche Bruno Cesario e Nello Palumbo della Margherita, Antonio Paravia di An e Tommaso Pellegrino dei Verdi, ma ci sono altri 20 tra deputati e senatori che sostengono il progetto. Da oggi si lavora con un´agenda comune, i filoni di cooperazione sono tre: sicurezza, degrado urbano, ambiente. E partiranno, a giorni, persino le “audizioni” da cui trarre suggerimenti. Ma è centrale la premessa della squadra, declinata in ogni forma: «Non vogliamo commissariare nessuno, non ci sostituiamo alle istituzioni». Dare una mano però sì.
Spiega Polito: «Ci siamo divisi i compiti. La sicurezza è affidata a Malvano; di degrado urbano si occupa la Carloni; e sull´ambiente, settore cruciale, è al lavoro Viespoli. I nostri obiettivi? Vogliamo agire sulle pre-condizioni di vivibilità di Napoli che sono scadenti - sottolinea il senatore Polito -. I mezzi a nostra disposizione agiscono nelle due direttrici: l´iniziativa legislativa, ma anche una pressione a livello nazionale, fare lobbing: per Napoli, con chiarezza e nell´interesse di una comunità intera». E a chi, come il deputato dei Ds Riccardo Marone, aveva contestato il lavoro bipartisan come limite alla proposizione di una risposta “di sinistra”, Polito replica che «qui stiamo parlando di pre-condizioni di vivibilità. Insomma, se evito che crolli per dissesto l´arteria stradale, se riesco a creare una rete tra tutte le associazioni o a far partire prima la sinergia su tutta la videosorveglianza in città questo serve per i prossimi 20 anni ai sindaci di destra e sinistra, no? È evidente che agiamo anche per un interesse politico, ma con uno sguardo più lungo». Anzi, rincara Polito, «Napoli ha bisogno di aiuto, da sola non ce la fa. E si comprende anche la fatica e la sofferenza delle istituzioni locali».
Per la senatrice Carloni «il nostro gruppo potrà lavorare al fianco della città, è un´eccezione importante nel clima di aggressivo confronto politico che distingue il nostro Parlamento»; il senatore Malvano sottolinea che il gruppo Napoli 2012 lavorerà «anche alla verifiche dei punti di criticità del Patto Amato che il prefetto Pansa ha efficacemente individuato», mentre Viespoli sottolinea che è «proprio nella qualità e nella robustezza di un confronto politico tra varie forze in campo che si misurano le differenze, ma si mettono al servizio di un impegno comune». E di «patto significativo, una marcia comune da compiere mettendoci la nostra faccia e l´adesione verso concreti obiettivi» parlano anche Pellegrino dei Verdi, e Palumbo e Cesario dei Dl. Paravia di An sottolinea: «Sembra una missione impossibile, se falliremo dovremo essere coerenti e prenderne atto».
Soddisfatti, ma «comunque pronti ad esercitare azione di pungolo, di istanza», i fondatori dell´associazione “L´Altra Napoli”, Ernesto Albanese e Francesco Schlitzer, che annunciano per il prossimo 9 luglio un altro appuntamento operativo: «Apriremo un dibattito non accademico sulla sfida che altre città nel mondo portavano avanti contro la violenza urbana». Oltre al ministro Amato, arriveranno a Napoli i sindaci di Bogotà e di Curutiba e il capo della polizia di New York. Per rubare, magari, qualche ricetta anticrimine.
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L´INTERVISTA/Il deputato spiega perché non partecipa all´iniziativa di Albanese
Pomicino: “Non aderisco alla democrazia mediatica”
“Buon titolo ma sembra il circolo della caccia”
Onorevole Pomicino, lei non ha aderito al gruppo Napoli 2012. Scarsa propensione a lavorare in squadra?
«Il gruppo Napoli 2012 mi sembra un buon titolo, democrazia mediatica. Antonio Polito è amico e collega in gamba, ma mi chiedo: ci voleva la benemerita associazione di Ernesto Albanese per spingere i parlamentari campani a fare proposte? Non è il loro mestiere?».
Paolo Cirino Pomicino non rinuncia alla provocazione neanche durante la convalescenza cui lo costringe il cuore nuovo. Due volte ministro della Prima Repubblica, poi europarlamentare Udeur, infine espulso dal partito di Mastella, Pomicino dal 2006 è presidente del gruppo Dc-Ps, il più piccolo della Camera.
Lei non crede alla lobby di politici impegnata sui mali di Napoli?
«Sembra un po´ il “circolo della caccia”. O un sindacato. Per questo, all´invito cortese di Albanese, risposi che non avrei partecipato: perché resto legato a una politica in cui l´essenziale è proporre».
Lei stesso afferma che in Parlamento l´attenzione su Napoli cala.
«Certo. Ma si risponde con l´iniziativa politica a tutto campo; e con quella legislativa. Nel 2004 con il deputato De Luca dei Ds proposi un quadro normativo e finanziario per risanare le periferie di Napoli. Non ci seguirono. Altro impegno bipartisan risale al ´93: andammo a Scampia Umberto Ranieri dei Ds e io. E preparammo in 15 giorni l´emendamento che ottenne 120 miliardi di lire per demolire le Vele. Poi è andata com´è andata…».
Le piaghe infette di Napoli sono quelle su cui gravano responsabilità politiche di vario ordine e data. Lei si chiama fuori?
«Assolutamente sì. Se ne deve sentire investito chi governa qui da 13 anni. Noi abbiamo avuto molti più meriti. La mia generazione, anni Ottanta, ha favorito gli unici veri progressi per questa terra. Penso al Cis, all´Interporto, al Tarì. C´era in tutti noi la tensione politica, e mi riferisco anche a Giorgio Napolitano, allora capo del governo ombra che io incontrai al ministero dell´Economia, a uscire dalla fase emergenziale. Cosa sarebbe Napoli senza quegli interventi? Ora si agita la società civile ma poi non resta niente».
È il reducismo di un ex big di partito contro sfaldamento dei partiti e società civile?
«La realtà dimostra che se non è la politica intelligente a formulare le soluzioni non resta traccia della mobilitazione. Vuole gli esempi? Le assemblee promosse da Marco Rossi-Doria cosa hanno lasciato? E quelle altre chiamate a raccolta dal filosofo Masullo? Aria fritta, perché la politica e i partiti erano assenti».(co. sa.)
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20 maggio 2007
Corriere del Mezzogiorno
Marone: «Il Gruppo 2012? Trovata mediatica di Polito»
di S. B.
Onorevole Riccardo Marone, lei Ds ed ex vicesindaco, non è nel «Gruppo Napoli 2012», presieduto da Antonio Polito, per aiutare la città. Perché?
«Non ho mai creduto che per la soluzione dei problemi ci possano essere risposte univoche. Le risposte sono sempre frutto di analisi delle società che divergono a seconda delle proprie idee. Non credo ad esempio che io e qualche deputato del centrodestra, che pure stimo, possiamo avere la stessa idea su come affrontare le problematiche di Napoli. Sono iniziative mediatiche e Polito, che è un ottimo giornalista, le sa sfruttare molto bene. Non ho aderito, perché ritengo di aver fatto una scelta di campo e intendo continuare ad operare sulla base di risposte di sinistra alle esigenze della società. E poi non vedo che cosa potrebbe fare questo gruppo. Preferisco lavorare seriamente in Parlamento anche se è un lavoro più oscuro e che interessa poco ai giornali. Beh, c’è molta differenza. Ripeto, nell’ambito di una condivisione di idee dare un contributo è giusto. In questa associazione quale comunanza c’è e quali risposte si vogliono dare? Ricordo che quando ho parlato io e ho denunciato i primi sintomi, nel 2002, nessuno rispose. Se qualcuno mi avesse ascoltato forse sarebbe stato più utile. Oggi trovo invece che si stia esagerando nel senso opposto: è una gara a parlare e criticare. Anche se chi ha la responsabilità del governo della città dovrebbe dialogare di più e non considerare qualsiasi opinione diversa come una critica inaccettabile»
È inevitabile che però il cordone sanitario intorno alla città suoni implicitamente come un giudizio sulla classe politico istituzionale locale. Una sonora bocciatura a dire il vero. Che cos’è tutta questa attenzione nazionale per Napoli?
«Per la verità non mi sembra proprio che qualcuno consideri Napoli un problema nazionale, se non sui giornali. Ogni volta che in Parlamento si fa il tentativo di parlare del Mezzogiorno cala il silenzio. Anche perché, siamo onesti, è facile criticare quando è sotto gli occhi di tutti che le cose non vanno bene. E perché? Napoli ha sempre avuto alti e bassi e una gran forza di ritrovarsi, continua nonostante tutto a essere una grande città. E sono convinto che questa fase critica sarà superata. Il problema è che non mi sembra che sia cresciuta una tensione rispetto alle emergenze, ma sono evidenti una preoccupante acquiescenza e un sonnolente torpore. Da parte di tutti che si limitano a criticare, ma non a prendere iniziative culturali e politiche. È vero che l’atteggiamento dell’amministrazione comunale è sempre stato quello di respingere qualsiasi voce fuori dal coro, ma questo non significava gettare la spugna. Che tutti si arrendessero. Beh, direi che sia conclusa, come è naturale, una fase storica cominciata nel ‘93» . S. B.
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19 maggio 2007
Corriere del Mezzogiorno
L’iniziativa bipartisan pro Napoli. Tanti dubbi sulla lobby
di Giuseppe Galasso
Già, quando a suo tempo l’onorevole Polito ne affacciò la prima idea, esprimemmo le nostre perplessità sulla costituzione di una sorta di fronte unito dei parlamentari napoletani, per promuovere e ottenere misure legislative e non legislative di particolare rilievo per le sorti di Napoli. Ora l’idea è giunta allo stadio della realizzazione, e i nostri dubbi, anziché fugati, ne sono irrobustiti.
Irrobustiti, intanto, per la forma della realizzazione, che vede designati un presidente e due vicepresidenti, nonché responsabili di particolari settori operativi. È questa la forma congeniale a un gruppo di pressione, quale si penserebbe che nell’ipotesi più naturale possa essere un simile comitato? Questa sembra, piuttosto, la forma propria di un organismo politico debitamente strutturato. Se poi si pensa ad alcune implicazioni di tutto ciò, si può ancora meglio vedere la radice lecita e, soprattutto, logica delle nostre perplessità.
Che vuol dire, infatti, un’azione di questo genere e così strutturata? Vuol dire avere idee e progetti comuni da promuovere in particolari sedi istituzionali. Più in particolare, vuol dire (almeno così speriamo) non limitarsi solo a chiedere nuove risorse (si sa che tutti i salmi finiscono in gloria) o, magari, nuove competenze per l’amministrazione di Napoli. Se si delineano all’interno del gruppo neo costituito incarichi specifici (degrado delle periferie, sicurezza, ambiente), ciò vuol dire che gli esponenti delle forze politiche implicate nell’iniziativa hanno una qualche idea comune sui problemi così indicati. E questo che significa? È l’anticamera di «grosse coalizioni» nelle amministrazioni locali? È l’effetto di un precedente lavoro di studio rispetto a quei problemi? È l’assunzione di questa o quella soluzione, questo o quell’orientamento già affac ciato in merito a quei problemi da questa o quella parte? Oppure vuol dire che da oggi ci si accinge a delineare queste posizioni comuni? E come si concilia tutto ciò con la rispettiva appartenenza politico amministrativa dei promotori dell’iniziativa, se non si prevede (come si è accennato) una qualche forma di «grande coalizione» a livello amministrativo locale? È stato detto: Napoli mostra di non farcela da sola; vogliamo dare una mano. Domanda inevitabile: vi è già un qualche accordo con le amministrazioni locali? Ciò a cui pensano, o penseranno, i promotori è, o sarà, in accordo con quanto si pensa e si fa da parte di tali amministrazioni? Che penseranno queste amministrazioni dell’essere qualificate previamente come tali da non farcela ad adempiere ai loro compiti? Quante domande, si dirà. Ma noi ne abbiamo ancora altre. Ad esempio: molti dei problemi cittadini sono problemi di ambiti geografici e settoriali più vasti (a partire da quelli dell’enorme e affliggente area metropolitana di Napoli). Bisogna, quindi, pensare che anche ad altri livelli politico amministrativi si cercheranno quei collegamenti programmatici e operativi, la cui esigenza si pone in forma immediata e drastica per la città di Napoli? E, tra questi altri livelli, come si fa a non pensare subito al governo e al Parlamento e alla dialettica di maggioranza e opposizione che a tali livelli è ineludibile? Insomma, non capiamo bene la forma strutturata data all’iniziativa. E non ci si risponda, per cortesia, che ogni volta che si cerca di fare qualcosa, sorgono subito i soliti cacadubbi coi loro quesiti paralizzanti. Apprezziamo come si deve la buona volontà in una città in cui ce n’è un estremo bisogno.
Ma si sa che di buone intenzioni non è lastricata soltanto la strada del paradiso.
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18 maggio 2007
Repubblica - Napoli
Riflessione sul disastro. Serve un serio ricambio politico
di Marco Rossi-Doria
È davvero tempo di un crudo bilancio politico. La Campania, incapace di essere pattumiera di se stessa, è anche la pattumiera dei veleni d´Italia. Ne raccoglie il 43 per cento, per lo più sotto il controllo delle eco-mafie. Ha a tal punto intossicato i terreni e le acque che le percentuali di probabilità di cancro per noi sono 400 volte quelle della media nazionale, un danno irreparabile, che resterà per molti secoli. Al contempo la Campania, le sue province e i suoi comuni, con rare, encomiabili eccezioni, hanno permesso - ciascuno per le sue responsabilità - che si protraesse nel tempo un ciclo doloso dei rifiuti che non ha pari in Europa.
La mancanza di impianti moderni corrisponde a una raccolta dei rifiuti che non consente di trattarli facilmente per creare energia e combustile e questo corrisponde a mancata raccolta differenziata, riciclaggio e rigenerazione che, a sua volta, corrisponde all´uso, fuori da qualsiasi misura accettabile, sia delle discariche che del trasporto con treni fuori dal territorio, due opzioni che drenano denaro pubblico per miliardi di euro a favore della speculazione nella compravendita dei suoli e negli appalti sui trasporti. A tale ciclo si è aggiunto il fatto che, per trattare - si fa per dire - i rifiuti campani sono stati assunti un numero di addetti per abitante almeno 7 volte la media delle altre regioni.
I legami, reali o potenziali, tra politica e camorra su ognuno di questi fronti è tale da far tremare i polsi.
Tutto questo è avvenuto contro la legge nazionale in materia ambientale, che è una buona legge perché funziona ovunque, tranne in Campania. E questa deroga alla legge ha prodotto un tale disastro che il governo nazionale è dovuto intervenire, per decreto, a sua volta in deroga alle leggi dello Stato, un paradosso che non trova paragoni.
Così si perpetua l´emergenza, si delega all´ennesimo salvatore della patria, il quale almeno assume responsabilità e agisce in extremis e di fronte al pericolo di epidemie. Ma al contempo le maniere a dir poco sbrigative avviliscono la responsabilità partecipativa e i diritti dei cittadini.
È su questa scena tragica che accade, grottescamente, quel che cento volte è avvenuto nel Mezzogiorno. Gli esponenti della classe dirigente locale, responsabili del disastro - proprio come raccontava Salvemini cento anni fa - si permettono di criticare l´operato del governo, assumendo il noto ruolo del notabilato sovversivo meridionale che critica in nome dell´antica arte: salvare i voti, la sedia e non assumere responsabilità. Il notabilato più sapiente non si arrischia su tale terreno ma o tace o dice poche cose, lascia ancora una volta passare tempo, tesse le relazioni con il centro, alza i soliti muri di gomma.
Quel che avviene per i rifiuti accade su ogni altro tema della vita comune. Non abbiamo un piano strategico di sviluppo? Non si danno deleghe e soldi promessi alle municipalità? Non si capisce che succede a Bagnoli o perché il Comune ha elargito nuovo denaro per la Stu di Scampia? Lo stadio di Miano appare e sparisce come nel gioco delle tre carte? Aumenta la forbice tra ricchi e poveri e le politiche di inclusione non mordono mentre la povertà cresce? Notizia. Breve polemica locale dell´uno o dell´altro. Ogni tanto qualche timido o meno timido intervento del governo centrale a secondo della gravità del tema. Fuoco di fila o muro di gomma del notabilato locale.
Ma intanto muore la politica e la speranza civile. La politica, infatti, non si misura solo con i suoi fallimenti in termini di risultati concreti e di sperpero del nostro denaro. Si misura, in democrazia, anche con l´etica pubblica, legata a una funzione educativa. Da tale punto di vista la nostra classe politica locale ha condotto una sistematica azione diseducativa verso i cittadini perché è stato insegnato che le cose non si possono risolvere, che non esiste una regola, che quel che si dichiara non ha alcuna corrispondenza con quello che si fa, che nessuno porta responsabilità e che illudersi di proporre nel nome del bene comune è mera ingenuità.
Durante la campagna elettorale, ieri a Napoli e oggi a Palermo, si racconta che si usano i telefonini a prova del voto per ottenere regalie, che si pagano prebende per mettere manifesti nei quartieri difficili e portare i facsimile - i famosi santini - nelle scale dei palazzi, casa per casa. C´è chi lo fa e chi no. A destra e a sinistra. C´è chi lo denuncia nelle aule dei tribunali o sulla stampa e in tempo utile per ridare forza alla legge. E chi no.
Se accade questo è davvero tempo di ricostruire la politica nel nostro territorio. Su tutta la linea: rifiuti, gestione dei progetti per la città, politiche sociali ma anche modalità di costruzione del consenso.
Ma, per farlo - si tratta di un´opera quasi disperata - va respinta la retorica della volontà e dell´ottimismo. Ci vuole invece una analisi pessimista e intelligente di questi anni disastrosi. Una analisi pubblica. Una riflessione civile. Che implica un ampio, serrato giudizio politico su chi li ha condotti. E che deve evitare l´altalena tra richiami moralistici e salvaguardia della continuità. Non basta il cauto e ben manovrato avvicendamento generazionale qui da noi. Ci vuole, invece, una chiara rottura di continuità. E non solo se ne devono andare i vecchi. Se ne deve andare un modo di intendere la politica che troppo spesso hanno trasmesso, addirittura peggiorato, ai loro eredi.
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Corriere del Mezzogiorno
Destra e sinistra unite: «Così salveremo Napoli»
Polito presidente. Viespoli, Malvano e Carloni vice Lunedì riunione dal prefetto del Gruppo Napoli 2012
di Simona Brandolini
NAPOLI — Una ciambella di salvataggio, una bombola d’ossigeno o se volete, per dirla con il suo presidente, Antonio Polito: «Una lobby parlamentare per assistere Napoli».
Una novità assoluta nel panorama nazionale. D’altronde, parlando della metropoli partenopea non poteva che essere così. Ieri a Roma si è costituito il «Gruppo Napoli 2012», nato su invito dell’associazione «Altra Napoli». Presidente, è Antonio Polito. Vicepresidenti, invece, la senatrice ds Annamaria Carloni, il senatore azzurro Franco Malvano e il collega di An Pasquale Viespoli. Ognuno di loro si occuperà di un segmento problematico di città: la Carloni del recupero dei quartieri popolari; Malvano di sicurezza, Viespoli di ambiente. Battesimo in Prefettura lunedì prossimo con il primo incontro di una lunga serie con il prefetto Alessandro Pansa.
«Ci riuniremo una volta al mese — spiega Polito — per tirar fuori proposte. Avremo molto senso pratico, puntiamo su cose concrete. Faccio un esempio: se servono 20 telecamere per Napoli cercheremo di lavorare per averle». Il dl Polito, ex inviato di Repubblica in Inghilterra, dagli anglosassoni ha mutuato stile e contenuti. Insomma fare lobbyng non è una brutta parola e d’altronde non lo è mai stata neanche per Annamaria Carloni, tra le fondatrici di Emily. «Sia chiaro — termina Polito —, con l’associazione non vogliamo dare alcun giudizio sulla classe politica e istituzionale napoletana. Ma mi pare evidente che Napoli da sola non ce la fa, per dimensione dei problemi e per il logoramento del sistema. Vogliamo con molta modestia dare una mano alla città».
I dati politici importanti sono due. Da un lato la trasversalità dell’iniziativa. Tant’è vero che tra i parlamentari ci sono sia esponenti della maggioranza sia dell’opposizione. Dall’altro l’eccezionalità, che rafforza la sensazione di cordone sanitario intorno al capoluogo. Una città unica, considerata quasi incapace di autogovernarsi.
La trasversalità in ogni caso non copre tutti i partiti. Assenti del tutto gli esponenti di Rifondazione comunista, ma anche i leader più noti sia dei Ds, sia della Margherita. Manca Ciriaco De Mita. Tra i Ds, invece, balza agli occhi l’assenza dell’ex vicesindaco Riccardo Marone che tempo fa fu il primo ad invitare la sindaca Iervolino ad un confronto più produttivo con l’intera compagine parlamentare partenopea. In quel caso la risposta fu un gelido: «No, grazie». E ora, quale sarà? Il coordinatore cittadino della Margherita: «Nessun giudizio sulla classe istituzionale locale»
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30 aprile 2007
Repubblica
Referendum, ridateci il Mattarellum
di Sebastiano Messina
Nove parole. Basterebbero nove parole, per risolvere il dannatissimo rebus della riforma elettorale, un groviglio di veti, ricatti e minacce, un vicolo cieco in fondo al quale non c´è –- al momento -– nulla di buono. Non bisogna farsi ingannare dai sorrisi smaglianti di Romano Prodi e di Umberto Bossi al termine del loro lungo faccia-a-faccia nella prefettura di Milano. Il presidente del Consiglio, secondo quanto ha rivelato il leghista Roberto Calderoli, ha garantito che la riforma elettorale sarà votata entro la fine di luglio da almeno un ramo del Parlamento. E questa sarebbe senz´altro una buona notizia, se non fosse che lo stesso Calderoli — l´indimenticato reo confesso dell´abominevole vigente legge elettorale, da lui stesso definita «la porcata» — ha spiegato che si partirà proprio dalla proposta che lui ha depositato per correggere la sua precedente invenzione.
Cosa propone, adesso, Calderoli? Un sistema nel quale il 90 per cento dei seggi sono assegnati con la proporzionale, e il restante 10 per cento viene attribuito alla coalizione vincente con un listino nazionale nel quale l´elettore potrà dare anche una preferenza per il capo del governo. Può, questa soluzione, risolvere il problema? Dipende. Se l´obiettivo è solo quello di evitare il referendum, probabilmente sì. Se invece si vogliono correggere le storture della «porcata», assolutamente no.
Scomparirebbero, per esempio, le liste bloccate grazie alle quali i partiti hanno tolto agli elettori ogni potere di scelta sui parlamentari? No, le liste bloccate resterebbero così come sono. L´unica preferenza che l´elettore potrebbe esprimere sarebbe quella per il candidato premier, con un meccanismo tutt´altro che limpido e dalla dubbia compatibilità con l´articolo 92 della Costituzione («Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri»).
In compenso, il bipolarismo sarebbe mantenuto, grazie al premio di maggioranza, e sarebbe reintrodotta anche una soglia di sbarramento. Ma proprio per questo è lecito dubitare che i partiti–mignon, oggi decisivi per la risicata maggioranza su cui conta il governo Prodi, rinuncino a mettersi di traverso, bloccando alla fine anche questa riformetta.
A quel punto, si andrebbe al referendum. Che è uno straordinario strumento nelle mani dei cittadini, oltre che l´insostituibile pungolo senza il quale la pratica della riforma elettorale non sarebbe neanche stata aperta. Eppure stavolta il referendum non consegnerebbe al Paese una legge capace di fargli fare un salto di qualità istituzionale, come invece avvenne con i referendum del 9 giugno 1991 (abolizione delle preferenze) e del 18 aprile 1993 (introduzione del maggioritario). Cosa cambierebbe, infatti, se passasse il meccanismo referendario? La vera novità sarebbe l´assegnazione del premio di maggioranza non alla coalizione vincitrice ma alla lista più votata. Sulla carta, sarebbe un formidabile incentivo al bipartitismo, visto che la lista più forte — il Partito Democratico, per esempio — conquisterebbe, grazie al «premio», ben 340 seggi. Solo sulla carta, però. Perché è ovvio che, pur di strappare quel premio agli avversari, i partiti del centro–destra si coalizzerebbero in solo listone.
E un minuto dopo la stessa cosa farebbe il centro–sinistra.
Avremmo dunque una competizione tra due listoni, ma sarebbe un bipartitismo solo apparente. Perché i partiti–mignon, dopo aver preteso le loro generose quote di candidature blindate, si ricostituirebbero nel nuovo Parlamento, esattamente con la stessa forza di ricatto che hanno oggi. Non solo, ma i cittadini che nel frattempo avranno sostenuto la battaglia per il referendum si ritroverebbero sulla scheda elettorale non tante liste bloccate, ma due listoni bloccati, entrambi con la formula «prendere o lasciare». Non sarebbe una piacevole sorpresa.
A Segni, a Guzzetta, a Parisi, a Fini, a Barbera, a Martino e agli altri referendari tutto questo è ben chiaro. E infatti sono loro i primi a chiedere al Parlamento non una riformetta ma una buona legge maggioritaria, considerando il referendum «una pistola carica sul tavolo delle riforme», per usare la felice definizione coniata da Giuliano Amato. Ma il Parlamento, come abbiamo detto, sembra bloccato dai veti reciproci, al punto che il ministro Chiti non ha potuto tirar fuori dal suo cilindro nient´altro che una soglia di sbarramento a futura memoria, da introdurre solo nel 2016: tra nove anni.
Eppure, una via d´uscita c´è. Ed è lì, sotto gli occhi di tutti. Una vera riforma fatta con una legge–lampo, un testo di appena nove parole: «La legge 21 dicembre 2005 n. 270 è abrogata». Tutto qui? Sì, tutto qui. Perché basterebbe che il Parlamento cancellasse con un tratto di penna la legge–porcata di Calderoli, che a sua volta cancellava il sistema elettorale precedente, per tornare immediatamente alla legge Mattarella, quella che fu scritta nel 1993 - come disse l´allora presidente Scalfaro - «sotto dettatura del corpo elettorale», ovvero dell´Italia che aveva detto sì al maggioritario.
Sarebbe una soluzione eccellente, per cinque buoni motivi.
1) Quel sistema ha dimostrato di garantire il bipolarismo e di funzionare bene, senza assicurare a nessuno privilegi occulti: tanto è vero che ha permesso cinque anni di governo prima al centro–sinistra e poi al centro–destra.
2) Si tornerebbe ai collegi uninominali come luogo principe della scelta dei parlamentari - come avviene in Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia e Spagna - ripristinando un meccanismo che ha portato solo effetti benefici nelle campagne elettorali e nel rapporto tra cittadini ed eletti.
3) Sarebbe eliminato l´obbrobrio delle liste bloccate, dei parlamentari imposti dai partiti agli elettori, senza alcuna possibilità di scelta, evitando di ricorrere allo strumento ormai corrotto del voto di preferenza.
4) Verrebbero rispettati sia il desiderio dei partiti maggiori di far valere la propria forza, sia quello delle formazioni minori di guadagnarsi una rappresentanza in Parlamento (a patto di superare una ragionevole soglia di sbarramento del 4 per cento).
5) Si disinnescherebbe immediatamente la bomba a orologeria del referendum, perché di fronte all´importanza di una simile novità - sulla Gazzetta Ufficiale, si capisce - il comitato referendario sarebbe certamente felice di deporre la sua «pistola carica».
Sembra un uovo di Colombo, ma la soluzione è lì, a portata di mano. Basterebbe solo che il presidente del Consiglio la facesse propria, per uscire dal pasticcio del bricolage istituzionale, smentendo con un solo gesto chi lo accusa di non volere la riforma, di discuterne a vuoto con l´unico obiettivo di allungarsi la vita. Basterebbe che il governo la mettesse sul tavolo, per smascherare i falsi riformatori, i gattopardi dei giorni nostri. Quelli che fingono di voler cambiare qualcosa solo perché vogliono che tutto resti com´è.
Quelli che hanno lavorato sottobanco per tornare alla vecchia proporzionale e aspettano solo il momento buono per dare il colpo decisivo al fragile bipolarismo italiano. E naturalmente i padri–padroni dei partiti–mignon, che pensano solo alla sopravvivenza del proprio guscio di potere, infischiandosene di tutto il resto.
Nove parole, per tornare a una buona legge. A patto di scriverle subito, prima dell´estate, prima che sia troppo tardi. Per quanto paradossale possa sembrare, per una volta i veri riformisti devono essere reazionari: tornando indietro, qualche volta, si può fare un grande passo avanti.
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22 aprile 2007
Corriere del Mezzogiorno
Svolta pericolosa
di Paolo Macry
Le grandi svolte politiche non sono mai a buon mercato.
Nel 1932, F. D. Roosevelt strappò ai repubblicani la Casa Bianca, scuotendo l’America della recessione con quelle che un giornale definì «parole fosforescenti». Nel 1959, al congresso di Bad Godesberg, la socialdemocrazia tedesca decise di rinnegare Marx e, di lì a poco, trovò anche un nuovo leader, Willy Brandt, che l’avrebbe portata al governo. In Inghilterra, nel 1979, i conservatori riuscirono a sconfiggere il laburista Callaghan, affidandosi ad una donna che agitava la bandiera del mercato nella patria del sindacalismo e che, citando Francesco d’Assisi, promise la speranza al posto della disperazione.
Quasi vent’anni dopo, Tony Blair avrebbe riportato al governo un Labour Party trasformatosi frattanto, con il Manifesto del 1996, in modo radicale.
È stato detto più volte come la nascita del Partito democratico rischi di essere una «fusione fredda» tra apparati, senza contenuti forti e senza ricambio di classe dirigente. Giudizi che sembrerebbero avvalorati dalla lungimiranza strategica e dalla ben diversa concretezza di proposte, che hanno caratterizzato altre svolte storiche. Ma c’è un ulteriore motivo di perplessità, al quale si è prestata poca attenzione. Da Roosevelt fino a Blair, le grandi innovazioni politiche delle democrazie del Novecento furono pensate come strumenti per diventare maggioranza e conquistare il governo. I democratici americani del 1932, l’Spd del 1959, i conservatori inglesi del 1979, i laburisti del 1996 erano forze di opposizione e le loro proposte politiche facevano balenare agli elettori la possibilità di una drastica svolta nella guida di quei paesi.
Non è così per il partito che sta nascendo in Italia. Il suo padre nobile è anche presidente del Consiglio. I suoi uomini di spicco sono vice premier, ministri, sottosegretari, governatori, sindaci. Il che apre serie contraddizioni.
Sul piano logico, non sarà facile spiegare all’opinione pubblica perché proprio gli uomini e i partiti che guidano la politica del paese decidano di provocare un terremoto in quella stessa politica. Nel bel mezzo di un’azione di governo, che talvolta rasenta l’equilibrismo. E con il rischio di determinare tensioni gravi all’interno della maggioranza, se non addirittura la crisi dell’esecutivo. Mirando esplicitamente alla modifica dei rapporti interni all’Unione, il progetto del Partito democratico implica un giudizio negativo sull’attuale centrosinistra che potrebbe accentuare l’indifferenza e la confusione degli elettori.
Ma anche sul piano dei contenuti, l’operazione soffre il vizio d’origine di nascere dall’interno del Palazzo. Non è un caso che ben pochi, nei congressi di Firenze e Roma, abbiano avuto il coraggio di indicare punti di programma concreti e innovativi. Ad esempio su fisco e pensioni. Dopo tutto, il Partito democratico è fisiologicamente tenuto a rispecchiarsi nelle politiche di Palazzo Chigi e ogni richiesta di cambiamento, da parte di chi quelle politiche le fa, apparirebbe paradossale. Detto altrimenti, la nuova formazione faticherà a presentarsi come l’alfiere di una svolta. Nel paese, essa s’identifica con il governo di Prodi. A Napoli, con il governo di Bassolino e della Iervolino.
«Il Partito democratico è l’approdo della straordinaria stagione dell’Ulivo», ha detto il governatore della Campania, ricordando la sua lunga stagione amministrativa. Il problema nasce per quella parte dell’opinione pubblica che proprio da quella stagione è rimasta profondamente delusa.
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5 aprile 2007
Repubblica
Per il ministro dell´Interno i listoni di candidati sono “mostruosità” che la riforma deve eliminare
“La bozza Chiti è insufficiente torniamo ai collegi uninominali”
Amato: la Costituente del Pd subito dopo i congressi
di Massimo Giannini
in breve
troppi nomi. I lunghissimi elenchi di nomi in corsa sono la maggior causa di distacco dei cittadini dalla politica
presidenzialismo. Con il “regionellum” il premier sarebbe eletto direttamente. Questo per me è inaccettabile
frammentazione. La risposta chiave alla frammentazione però è politica. Per noi significa accelerare la costruzione del Partito democratico
società da ricucire. Consenso sociale, clima che cambia, invecchiamento: c´è una società da ricucire. Di questi temi bisognerebbe discutere mentre nasce il Pd
appello a Boselli. A Fiuggi nel 2004 il leader dello Sdi parlò di ‘medesima sensibilità´ con Margherita e Ds. Chiedo a Boselli: cos´è cambiato da allora?
appello a Mussi. La scissione nei Ds sarebbe un´assurdità. Solo quest´idea riduce enormemente l´interesse per i problemi che proprio Mussi solleva
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ROMA - «Noi dobbiamo far dimenticare ai cittadini-elettori la mostruosità dei “listoni” delle ultime elezioni. L´accordo raggiunto nell´Unione non mi pare la soluzione definitiva del problema: è solo un testo preliminare, sul quale bisognerà ancora lavorare molto». Giuliano Amato spariglia. Come già gli capitò con la proposta di Convenzione sulla riforma elettorale, il ministro degli Interni fissa i suoi paletti sul compromesso di tre giorni fa nel centrosinistra, che ha scontentato parecchi ulivisti. «Resto convinto che la formula migliore sia il ritorno al collegio uninominale», annuncia il Dottor Sottile, che rilancia anche il suo appello sul Partito Democratico: «Una scissione nei Ds sarebbe un assurdità, così come sarebbe insensato se si sfilassero i socialisti. Dobbiamo accelerare la fase costituente. E tutti devono partecipare. Non solo gli altri partiti, ma anche il popolo delle primarie».
Ministro Amato, la soddisfa il compromesso raggiunto nell´Unione sulla riforma elettorale?
«Partiamo da una premessa. Cosa dobbiamo correggere nel sistema attuale? Siamo tutti d´accordo sul fatto che quelle lunghissime liste di candidati sono state la fonte di maggior disamore da parte dei cittadini, già così poco propensi ad innamorarsi della politica. Io resto convinto che la ferita dei “listoni” non si cura con il ritorno delle preferenze, che restano un rimedio peggiore del male. La vera soluzione, per me, è invece il ritorno al collegio uninominale, e con tanto di primarie di collegio sul modello della civile Toscana. Oppure, in alternativa, l´introduzione di circoscrizioni più piccole, con un numero di candidati non superiore a 5 come avviene in Spagna, e anche qui con tanto di primarie di circoscrizione».
La sua ricetta quindi è diversa da quella concordata dai partiti del centrosinistra con la bozza Chiti, che invece continua a prevedere il premio di maggioranza?
«Mi colpisce che l´Italia sia l´unico Paese europeo in cui si ricorre al premio di maggioranza. Perché solo in Italia la politica non è in grado di esprimere una maggioranza, senza bisogno di una protesi che la renda possibile? Questo è il nostro tragico limite: tanti più sono i partiti, tanto più ci si riduce per assemblarli al premio di maggioranza».
E lei non condivide, evidentemente?
«Di sicuro non condivido il premio di maggioranza della legge vigente che è abnorme, in quanto va alla coalizione che ha preso più voti: persino la legge Acerbo era più “moderata”, visto che escludeva il premio al di sotto di una certa soglia. E mi preoccupa la strutturale propensione dei partiti attuali verso un sistema elettorale simile a quello delle regionali, che può portarci a riplasmare addirittura la forma di governo. Il modello regionale è infatti un modello presidenziale forte. Vorrei umilmente ricordare che uno degli argomenti che spinsero tanta parte del centrosinistra ad avversare la riforma costituzionale del Polo fu proprio l´appassionata difesa della forma di governo parlamentare».
D´accordo, ma oggi tutti convengono sulla necessità di rafforzare i poteri del premier.
«Benissimo, io sono tra quelli. La forma di governo parlamentare non vieta affatto che si possa votare la fiducia solo al premier, o che il premier possa proporre la nomina e la revoca dei ministri, o che possa addirittura proporre lo scioglimento delle Camere. Ma non arriva al punto da prefigurare l´elezione diretta, come avviene nel modello regionale. Questo sconnette totalmente il capo del governo dal Parlamento, e per me questo è inaccettabile».
Ministro, lei dice di no, ma la sua è una bocciatura bella e buona della bozza Chiti. Come fa a negarlo?
«Io non boccio nulla. Riconosco che quello, oggi, è il minimo comune denominatore, sul quale si registra il massimo consenso possibile tra i due schieramenti. Ma aggiungo che si tratta di una bozza preliminare. Non è detto che si arrivi alle stesse rigidità sul premio di maggioranza e quindi al bipolarismo coatto di oggi ed è possibile che si contrasti più efficacemente la frammentazione con clausole di sbarramento. Certo non è il sistema che preferisco».
Diciamola in un altro modo: quel compromesso al ribasso è servito solo a tenere buoni i partiti “nanetti”, e a sventare la minaccia del referendum.
«Di sicuro la minaccia pesa. Del resto io stesso ho sempre sostenuto l´utilità del referendum come pistola carica sul tavolo della politica, non come soluzione in sé dei problemi della politica. E resto convinto che senza quella pistola sul tavolo, nell´Unione non si sarebbe raggiunta nemmeno un´intesa non entusiasmante, come quella di martedì scorso. Io non cambio la mia idea: non è la riforma elettorale, ma la politica a dover ridurre la frammentazione, e tuttavia sarebbe sbagliata una riforma elettorale che non concorresse a un processo di riaggregazione. Come sarebbe un errore non accompagnarla con una riforma costituzionale, su pochi punti precisi, come ad esempio il numero dei parlamentari e i poteri del premier».
Così la Cdl non ci sta. L´obiezione è: volete le riforme costituzionali solo per far durare il governo. E vero?
«Obiezione respinta. La riforma costituzionale del Polo ha richiesto anni di lavoro perchè investiva ben 53 articoli della Costituzione. Qui si tratterebbe di modificarne solo pochissimi punti. Da parte nostra c´è solo buon senso, e nessuna intenzione dilatoria. Una legge elettorale, del resto, non sta in piedi da sola, ma investe il funzionamento dello Stato e, come ho detto, chiama in campo la politica».
In che senso?
«Per noi la risposta più importante alla frammentazione del sistema è accelerare davvero sul partito democratico. Vede, in questo ciclo storico non si sciolgono solo i ghiacciai. Anche il consenso politico è ormai uno strato sempre più sottile. Può cedere a ogni passo. Di fronte a questa fragilità del consenso guai alla politica che si ferma e non ha il coraggio di guardare ai problemi che ha davanti. L´invecchiamento della popolazione, il clima, la convivenza tra identità diverse, l´immigrazione, la ricchezza e la povertà che coesistono, in certe nostre città che sembrano la Londra di Oliver Twist».
Nella gestazione del partito democratico di tutto si parla, fuorchè di questi problemi.
«E serve parlarne, invece, per aggregare non solo pezzi di partiti preesistenti, ma soprattutto pezzi consistenti di un popolo, che va altrimenti in frantumi. Politica e società possono rimanere vittime della stessa sindrome. Ed è la politica che ha il compito di ricucire: ricucire la società ricucendo se stessa attorno alle questioni su cui si ricompongono oggi gli interessi collettivi e il bene comune».
E invece il progetto non riscalda i cuori. Si parla di cooptazione tra nomenklature, di scissioni e di esclusioni.
«Il progetto non riscalda quanto dovrebbe, ma separazioni e scissioni raffreddano ancora di più. Se il tema è riaggregare, si può pensare che serva una scissione nei Ds, o che sia utile che i socialisti se ne vadano da soli? Come si fa a non capire che solo l´idea di una scissione riduce enormemente l´interesse per quei “grandi problemi” sollevati proprio da Mussi? E poi chiedo a Boselli: cosa è cambiato rispetto a Fiuggi 2004? Quando proprio lui disse “l´aspirazione all´unità ha attraversato da sempre la storia del nuovo socialismo… esiste una medesima sensibilità con Ds e Margherita.. ora si può pensare a costruire l´unità dei riformisti…”. Cosa è successo, ora, che spinge Boselli a dimenticare tutto questo?».
Forse lo scontro sui Dico, che ha riaperto la questione romana, la contesa tra laici e cattolici.
«Certo. Ma esiste anche un cattolicesimo democratico e liberale che si sente comunque impegnato dalla laicità dello Stato, e rifiuta l´idea di un diretto trasferimento delle prescrizioni religiose nelle leggi dello Stato Questo è il terreno dell´incontro. E invece si chiede l´abolizione di un Concordato che non è quello degli anni ‘30, ma quello nuovo revisionato da Craxi negli anni ‘80».
Poi per la sinistra resta il problema dell´affiliazione del futuro partito alle famiglie europee. Come si fa a stare fuori dal Pse, come pretende la Margherita?
«E´ noto fin dall´inizio che il tema si affronterà alla fine del percorso. I problemi del dopo si affrontano dopo. E comunque, ammettendo che il partito democratico sia alleato del Pse, e che il partito socialista europeo rimanga tale anche in futuro, difficilmente un partito socialista italiano al 2% sarà per il Pse più rilevante di un partito democratico al 20-30%. E poi, via, oggi non c´è più il problema, che esisteva a sinistra negli anni ‘80, di un partito “egemone” che ne fagocita un altro».
C´è però chi lamenta la scarsa presenza di una cultura liberalsocialista nel Pd, e lo considera un “piccolo compromesso storico tra post”. Lei che risponde?
«Rispondo che è un´osservazione giusta. Ma non la può fare chi, essendo portatore proprio di quella cultura, decide di restare fuori dal Pd. E aggiungo che il futuro partito sarebbe un “piccolo compromesso storico tra post” se fosse un circolo chiuso, che sbarrasse la porta ad altri. Ma i due partiti fondatori non possono smentire l´impegno, ormai preso, di aprire dopo i loro congressi una fase costituente, aperta a tutti coloro che vorranno sottoscrivere il Manifesto del futuro partito. Gli altri partiti, le organizzazioni della società civile, e l´insieme del popolo delle primarie avranno così l´occasione e il modo di pesare».
Se la fusione è fredda, come lamenta Veltroni, quel popolo non si sente, dentro il Pd.
«E invece noi non possiamo e non dobbiamo deludere quel popolo. Il partito democratico è anche un grande investimento sul futuro e sulle nuove generazioni. Io i giovani li frequento, e le assicuro che non si sentono vincolati dalle nostre antiche “differenze identitarie”. É il momento di superare quelle differenze. Chi si rifiuterà di farlo, rinunciando alla costruzione del partito dei riformisti, si assumerà una responsabilità enorme. Ricordiamoci la parabola della moglie di Lot, che dopo l´incendio resta immobile a guardarsi indietro, e si trasforma in una statua di sale. Non trasformiamo il centrosinistra in una coorte di mogli di Lot. I giovani non ce lo perdonerebbero».
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Corriere della Sera
Errore accantonarlo per il ricatto dei «piccoli»
Il referendum da difendere
di Michele Salvati
Sulle riforme elettorali e costituzionali incombe una vecchia dannazione: quanto più sono necessarie, tanto meno è probabile che si riescano a fare. Sono necessarie per costringere i soggetti politici a comportamenti che corrispondano all’interesse nazionale ma che contrastano con il loro interesse individuale. Sono improbabili perché, per farle, occorre il consenso di un gran numero di soggetti su una proposta comune, che inevitabilmente lede gli interessi di qualcuno. Il dibattito che è in corso da alcune settimane sulla riforma elettorale, e che è arrivato a una stretta nei primi giorni di questa, conferma appieno la presenza della vecchia dannazione.
Facciamo un passo indietro.
La riforma per via parlamentare della legge vigente per le elezioni nazionali — tutti o quasi sono d’accordo sulla definizione che ne ha dato chi l’ha proposta: «una porcata» — è oggi urgente per i nostri partiti non per i danni che essa produce al buon governo del Paese, ma perché fra una ventina di giorni inizierà la raccolta delle firme per il referendum abrogativo: eliminando singole parole o frasi, ne vien fuori un nuovo testo, perfettamente applicabile, che introduce forti innovazioni. Questo nuovo testo conserva alcuni tratti «porcelleschi» — ad esempio attribuendo il premio di maggioranza non alla coalizione ma alla lista più votata, esso probabilmente indurrebbe un affollamento senza principi in grandi listoni e poi divisioni successive in Parlamento — ma è indubbio che esso penalizzerebbe fortemente i piccoli partiti, che era quanto si voleva ottenere. Di qui la loro agitazione e la fretta di una riforma parlamentare, che potrebbe eliminare il referendum: i tempi si vanno facendo stretti.
Torniamo a oggi.
Da mesi il ministro Chiti sta sondando i partiti di governo e di opposizione per trovare un accordo su un testo parlamentare e da tre settimane la presidenza del Consiglio ha preso in mano il bandolo della matassa. La notizia che Forza Italia, Alleanza nazionale e Lega hanno trovato un accordo su una proposta concreta è di tre giorni fa ed è dell’altro ieri quella di un accordo del centrosinistra su un testo piuttosto simile: si tratta di due versioni del modello delle elezioni regionali, un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza. Per il centrodestra va soprattutto notato che il dissenso dell’Udc — motivato dalla preferenza per un proporzionale senza premi — non sembra dar luogo a ritorsioni nelle prossime elezioni amministrative. In esse Casini si presenterà insieme alle altre forze della Cdl e contro il centrosinistra: probabilmente, e a ragione, egli pensa che non se ne farà niente e che ci saranno altre occasioni per esprimere il proprio dissenso.
La soluzione presentata dal centrosinistra, per quanto se ne sa, è meno definita in molti aspetti importanti. Essa si collega a proposte di riforme costituzionali ragionevoli, soprattutto all’eliminazione dell’attuale bicameralismo perfetto. Si tratta però di riforme che il centrodestra non ha alcuna voglia di concedere, pur condividendole, perché i tempi di una riforma costituzionale sono piuttosto lunghi e probabilmente spera di dare la famosa «spallata» prima.
Ma essa sta suscitando forti dissensi interni alla coalizione, soprattutto per il suo preambolo, la bocciatura del referendum, definito come «strumento assolutamente inadeguato a raggiungere gli obiettivi di riforma elettorale». Nei due partiti più grandi, fino a ieri, le forze favorevoli al referendum (quantomeno come «pistola fumante», come strumento per costringere a una riforma parlamentare che rafforzi il bipolarismo) erano consistenti e solo le preoccupazioni di Prodi per la tenuta del governo, e i timori di Ds e Dl per l’andamento delle prossime elezioni amministrative in caso di dissenso dei «piccoli» della coalizione, possono aver indotto a una presa di posizione così recisa. Sono poi vere le osservazioni di Rutelli circa le difficoltà che la legge risultante dal referendum porrebbe al futuro Partito democratico: ma il referendum è stato fatto apposta affinché il Parlamento approvasse una buona legge elettorale, non una versione appena emendata del Porcellum, che al Partito democratico creerebbe difficoltà ancor maggiori.
Il potere di interdizione dei «piccoli» del centrosinistra sembra (per ora?) avere avuto la meglio a conferma della vecchia dannazione circa l’impossibilità di riforme elettorali serie in Parlamento. Turandoci il naso, non ci resta che il referendum.
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Corriere della Sera
1 aprile 2007
L’ASSE DEGLI SCONTENTI/E Veltroni si schierò con Parisi: così non va
«Il Pd non può essere una somma». Il ministro: non andrò ai congressi dl
di Maria Teresa Meli
ROMA - «Quando parliamo di Partito democratico c’è da chiedersi se stiamo parlando tutti della stessa cosa». Così Walter Veltroni, che, applauditissimo al congresso dei Ds romani, ricorda con ironia quando era considerato un «blasfemo» perché sognava il Pd.
E non è un caso — non lo è per niente — se proprio i due politici che hanno da sempre sponsorizzato il Partito Democratico, cioè Veltroni e Parisi, abbiano deciso di lanciare un appello a Fabio Mussi. L’altro ieri lo ha fatto il ministro della Difesa. Il giorno dopo è il sindaco di Roma che dice al leader del Correntone, presente al congresso: «Il soggetto che la sinistra vuole costruire sia interno al Pd, ne condizioni gli esiti, perché alla fine non nasca un partito moderato, bensì riformista». Sia il sindaco che Parisi, infatti, temono che il Pd si riduca, per dirla alla Veltroni, «nella somma di due gruppi dirigenti che si mettono insieme, magari già divisi al loro interno, magari già attraversati da quel rischio che io vedo in casa nostra: quello della costituzione di piccoli gruppi, piccoli poteri che si organizzano».
Questo è il Pd che Veltroni non vuole. E che non vuole nemmeno Parisi, il quale è ancora più esplicito. Tanto da annunciare che non parteciperà a nessuno dei congressi locali del suo partito. «Serve un’autocritica — dice il ministro della Difesa riferendosi ai Dl — perché stiamo assistendo a mere risse. contrassegnate da diffuse illegalità. Mi sono illuso fino alla fine che la politica potesse riacquistare il centro della scena. Ma non era così. Mi auguro solo che ora ci si avvii su un’altra strada in modo che le energie politiche finora compresse nel partito possano confluire nel processo costituente del vero Pd che gli ulivisti attendono».
Una pesante presa di distanza sia dalla Margherita che dal Partito Democratico, così come si sta configurando. Per paradossale che possa sembrare gli antesignani del Pd sembrano voler rallentare, mentre Fassino e Rutelli accelerano. Dice Veltroni: «Questo processo è importante ed è importante che non si concluda domani perché non deve diventare la sommatoria di Ds e Margherita ma dobbiamo allargarci a ciò che è fuori da noi». Già, paradossale non è questo atteggiamento, perché sia il sindaco di Roma che il ministro della Difesa temono che il Pd, per come stanno andando le cose, nasca già morto. E lo teme anche Prodi. Chi ci ha parlato lo descrive «scontento», ma il premier preferisce non intervenire per non turbare gli equilibri di governo. E’ ciò che gli ha rimproverato Parisi l’altro giorno.
Dunque, Prodi, Veltroni, Parisi, gli uomini simbolo dell’Ulivo, sono preoccupati. Al punto che il solitamente cauto primo cittadino della Capitale che, spesso e volentieri, si è fatto scudo del suo ruolo per evitare certi argomenti politici, esordisce così al congresso dei Ds romani: «Non parlerò da sindaco». E infatti da sindaco non parla. Anche quando richiama chi nell’Ulivo sta giocando di sponda con Udc e Lega per la riforma elettorale. «Ci vuole il bipolarismo — avverte —. Chi deve fare il governo? Le segreterie dei partiti o il voto dei cittadini? Se perdiamo di vista questa questione di fondo rischiamo che il Pd rimanga nel vecchio gioco politico». E il Partito Democratico, insiste il sindaco, non può nemmeno vivere «nella rivendicazione delle identità e degli steccati ideologici». Anche l’adesione al socialismo non è «un fattore determinante»: il sogno di Veltroni, infatti, è l’Internazionale dei socialisti e dei democratici.
Ma nè il ministro della Difesa nè il sindaco di Roma riescono a convincere Mussi. «Certo — scherza con gli amici il leader del Correntone — se Walter fosse il segretario del Pd mi sentirei garantito, ma lui descrive l’isola che non c’è, un partito che non c’è». Poi pubblicamente dichiara: «Il Pd non è nè quello immaginato da Parisi, nè quello descritto da Veltroni: è la fusione di due partiti che sono sempre più diventati macchine di potere». E la verità è che lo temono anche Veltroni e Parisi. Riusciranno a far deviare il treno e a portarlo su altri binari? Per raggiungere l’obiettivo, dopo i congressi, il sindaco di Roma dovrebbe scendere in campo più esplicitamente. Lo farà? Quasi tutti assicurano di no, ma qualcuno che lo conosce bene si lascia sfuggire un «aspettate…».
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Repubblica - Napoli
1 aprile 2007
PD/Iervolino: avanti nella casa comune
di Angelo Carotenuto
La gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto. I progressisti. Quelli che nel ‘94 perdono le elezioni contro una novità chiamata Berlusconi. Ecco, Rosa Russo Iervolino dice che in fondo il Partito democratico sboccia in Parlamento in quel momento lì. «Fu allora che noi Popolari cominciammo a condurre le prime battaglie comuni accanto al Pds. Inizialmente contro la prima finanziaria di Berlusconi. Poi capimmo che insieme eravamo in grado di elaborare delle proposte. Eravamo in grado di avere una posizione nostra. Sulla scuola, sulla famiglia, sulla riforma dei servizi sociali».
Sindaco Iervolino, sta dicendo che tra Ds e Margherita funzionerà?
«Potranno proporsi momenti di scontro su singoli provvedimenti. Non c´è cultura democratica che non abbia elementi di discussione insieme a quelli di certezza; ma il terreno comune è solido. Con sensibilità e sfumature diverse penso a temi come pace, libertà, democrazia, giustizia. Ho letto nei giorni scorsi l´intervento di Pietro Amendola e ho proiettato su di me i ricordi teneri che evocava: la sua famiglia, i miei genitori, tutti fortemente antifascisti. Erano anni di grandi tensioni, eppure si dialogava. La cultura comune, eccola. Si riusciva a varare la carta costituzionale, si combatteva per riaffermare ciò che le leggi del ´38 negavano, per vivere insieme uomini e donne di tutte le razze».
E la casa del riformismo di cui si parla oggi?
«Ogni tanto ci innamoriamo di una parola. Un tempo era di moda programmazione. Poi siamo passati a partecipazione. Ora si dice riformismo. È una parola d´ordine. Non sono né filosofa né filologa. Non mi impicco alle parole. Se riformismo significa andare avanti e realizzare, allora benissimo: riformismo».
Cosa dovrà fare a Napoli il futuro Partito democratico?
«Aprirsi. Ridurre le distanze con i cittadini. Se non offriamo sufficienti occasioni per appassionarsi, la politica è morta. Deve rimettere al centro il valore dell´impegno per la comunità. Dire basta a particolarismi e spartizioni. Il Pd può garantire stabilità di governo e accordi meno parcellizzati. Realizziamo così la Napoli del 2011. Il porto e l´alta tecnologia. La Spagna vola, il Portogallo corre».
Anche lei, come Bassolino e De Mita, fa l´elogio del partito di massa?
«Veniamo da lì. Dc e Pci erano partiti di sogni e di progetti. Ho grandissimo rispetto per le cosiddette forze di élite, e penso all´esperienza dei repubblicani di La Malfa, grandissimo livello culturale, grande preparazione in economia; ma Dc e Pci avevano bisogno di sapere che erano presenti a Roma, a Napoli e nei 52 paesini dell´Abruzzo che per anni ho rappresentato in Parlamento».
È questa l´eredità da consegnare al Pd?
«Le radici popolari. Una cultura democratica viene trasmessa alla base perché abbia la possibilità di autogovernarsi».
La sinistra ds si stacca da un lato, Gerardo Bianco non aderisce dall´altro. Per lei nessun travaglio?
«So cos´è. Rispetto il sentimento di tutti. Fui il presidente dell´assemblea democristiana che in piena Tangentopoli faceva nascere il partito popolare. Quando annunciai il risultato del voto, aggiunsi: oggi è un giorno di speranza, e guardai Nicola Mancino. Lui disse: mi viene da piangere. Veniva da piangere pure a me. È l´effetto sposa».
Cioè?
«Lasciare la propria casa è doloroso, ma la politica non è il museo delle buone idee. Alle spose capita di tirare fuori la lacrima, ma se non escono di casa, la nuova famiglia non nasce. Quel che conta è scegliersi bene il marito».
Se pensa al 2011, qual è l´identikit del candidato sindaco del Pd?
«Buona volontà, pazienza, entusiasmo. E poi lo dico. Sarebbe molto meglio che fosse espressione di una fase nuova e di un ricambio generazionale».
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Corriere del Mezzogiorno
1 aprile 2007
Bassolino, De Mita e il nuvo partito. L’asimmetria democratica
di Paolo Macry
Bassolino e De Mita, ancora loro. Venerdì scorso, intervenendo ai rispettivi congressi, i due cavalli di razza della politica regionale hanno messo in scena, in un modo che più teatrale non avrebbe potuto essere, l’anomalia del futuro Partito democratico. Bassolino si è buttato a capofitto nel progetto, aggrappandosi alle passioni del popolo ulivista.
De Mita ha detto gelido: questa storia non mi piace ma, se proprio si deve fare, ci sto anch’io. Il governatore ha richiamato il socialismo europeo. Il leader popolare ha escluso un’adesione al Pse. Il primo si è fatto forte della lunga esperienza di governo in Campania. Il secondo ha bastonato le pratiche amministrative di Palazzo Santa Lucia.
Una singolare discordia oppositorum, dato l’imminente matrimonio.
Il fatto è che il processo di unificazione sta portando alla luce l’asimmetria profonda tra i due partiti. Un’asimmetria apparentemente paradossale, perché sono i Ds, a dispetto dei numeri elettorali e della solidità organizzativa, che appaiono sulla difensiva, mentre è la « piccola » e notabilare Margherita ad avere, con ogni evidenza, più filo da tessere.
Malgrado ogni sforzo, Fassino non ha saputo vincere il dissenso delle minoranze. Al congresso napoletano, come ai tempi della Bolognina, c’è chi ha chiuso il proprio intervento tra le lacrime.
Chi ha sbattuto la porta, come Massimo Villone.
Chi, come Nicola Oddati, ha rinnegato con asprezza il proprio antico maestro. I Ds, insomma, perdono pezzi. Dall’altra parte, in casa della Margherita, le prospettive sembrano differenti.
Il partito sarà pure un arcipelago di correnti e sottocorrenti ma intanto non corre il rischio di lasciare qualcuno per strada. Malgrado le baruffe della vigilia, il congresso è stato unitario, Riccardo Villari è rientrato nei ranghi, Teresa Armato è di nuovo un’amica e anche De Mita, benché degasperianamente ostile al progetto, pensa bene di restare in famiglia. Scenari contrapposti, che si spiegano con la diversa collocazione di Ds e Margherita nella geometria politica italiana.
Bassolino dice esplicitamente che il Partito democratico salverà il paese dal ritorno del centrismo ovvero ( tradotto in parole povere) che permetterà alla sinistra di continuare a svolgere il ruolo preminente giocato nel quindicennio della Seconda Repubblica.
Ma, al tempo stesso, non riesce a garantire il fianco sinistro del nuovo partito, alla cui stessa logica la probabile scissione è destinata ad assestare un duro colpo. Dopo tutto, il compito dei Ds nel progetto democratico sarebbe di addomesticare una sinistra tradizionalmente articolata ed ingovernabile. Al contrario, la Margherita occupa una posizione forte e sembra poter giocare su più tavoli, dialogando più o meno alla luce del sole con i centristi di Casini e preparandosi ad una campagna acquisti tuttora incerta ma che diverrebbe di grande attualità, ove mai il Cavaliere uscisse di scena. Se oggi De Mita accetta di confluire nel Partito democratico in posizione minoritaria, è perché spera di ampliarne la componente centrista e di rovesciare, in futuro, i rapporti di forza.
Nasce qui la diversa condizione atletica dei promessi sposi: i Ds rischiano di avere troppi nemici a sinistra, la Margherita conta sui verdi pascoli del centrodestra.
Un groviglio politichese che Enzo Amendola e Antonio Polito, gli uomini nuovi chiamati a gestire la transizione, cercheranno di trasformare in progetti, idee e valori che siano appetibili per i comuni cittadini. Ma il compito è assai arduo.
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Repubblica - Napoli
1 marzo 2007
Cercando la società civile tra le schegge dei partiti
Appello di Ds e Margherita al mondo delle associazioni, del volontariato e della cittadinanza attiva ma le prime risposte che arrivano dall´esterno sono altre
Il caso Bacoli: l´attuale sindaco diessino in antitesi con la base. E a Gragnano il primo cittadino forzista tentato dal nuovo: “Pronto a verificare”
di Angelo Carotenuto
I Ds, la Margherita, e poi? Poi ci sono gli appelli. Il Pd che nasce, chiama il mondo delle associazioni, il volontariato, la cittadinanza attiva. Quella che le due segreterie politiche chiamano in gergo la “terza gamba”. Irrinunciabile, giurano. Eppure - ammettono - per ora invisibile. Il Pd chiama, e le prime risposte che arrivano dall´esterno sono altre. Addirittura creano un caso. Bacoli, per esempio. Da lì il sindaco Antonio Coppola fa sapere che «il Pd è l´approdo naturale per una storia come la sua». Però lui fu il candidato sostenuto dal centrodestra: Rutelli andò a fare campagna elettorale per il suo avversario. Così succede che i Ds della città, con il loro segretario Bonaventura Numerato, si dicono sorpresi. Non tanto per la forma: Coppola si presentò a votare anche alle primarie per Prodi. «Il punto è il programma. Amministra in antitesi con noi su igiene urbana, delocalizzazione dei cantieri di Baia, ticket per l´accesso alle spiagge. Come possiamo finire nello stesso partito? Faccio il malizioso. Credo che Coppola stia pensando alla maniera di allacciare un rapporto proficuo con la Regione».
Un altro sindaco tentato dal Pd guida Gragnano, Michele Serrapica, Forza Italia. Confessa: «Certo che guardo al Pd. Se mi invitano a un´assemblea, ci vado. No, non bisogna sorprendersi. Dinanzi a un ragionamento nuovo, sono pronto a verificare. Se esiste la possibilità di fare un passo avanti, è sempre bene prestare attenzione alle evoluzioni del quadro politico». Evoluzioni che la sinistra Ds battezza con altri nomi. Arturo Scotto, area Mussi, teme che «il Pd diventi una specie di porto di mare, oppure la classica porta girevole da cui si infilano i protagonisti di una nuova stagione di trasformismo. Mi dispiacerebbe se autorevoli esponenti del mio partito si prestassero a tutto ciò». Come dire che il problema non è solo tenere la porta aperta, ma verificare pure chi varca la soglia.
Una soglia da cui si tiene invece distante Daniela Lepore, presidente di “Decidiamo insieme”, il non-partito che alle ultime comunali scese in campo con un documento sottoscritto da 674 cittadini e con il maestro candidato Marco Rossi-Doria. Chi pensa che il Pd sia l´approdo scontato per un´associazione così, sbaglia. «Questa apertura a un certo mondo - dice - mi pare un vagheggiamento di Ds e Margherita. Forse a Napoli è ancora più difficile aprire una linea di dialogo, perché spunta la sensazione di essere utilizzati in un gioco altrui. Figurarsi ora, coi loro congressi alle porte: mi sembra il momento peggiore. Mi pare che questa “terza gamba” sia finta. Senza qualcuno che porti un percorso diverso e un´altra cultura, non se ne esce».
L´ambientalismo arriva da una delle anime di Sinistra ecologista, 15 circoli in Campania e 300 iscritti. Maurizio Conte, suo portavoce napoletano, riferisce di un «ritardo del partito sul tema dell´ambiente. Il Pd nasca intorno a nuove realtà che impongono capacità di elaborazione, e non per necessità storica. Penso ai fatti di Casalnuovo. Se il silenzio dell´opposizione fosse dovuto al timore della camorra, dobbiamo avere il coraggio di chiedere che vadano a casa». È del 7 aprile 2006 la nascita in Campania dell´Associazione per il partito democratico. Scopo: contribuire in modo autonomo alla costruzione del nuovo soggetto. La guida è Osvaldo Cammarota. Luca Soldi, responsabile regionale del settore Sviluppo, ammette che «in giro esiste una certa prudenza, il Pd deve sciogliere questo dubbio. La cultura media del nostro Paese è attendista. Serve un linguaggio chiaro per andare oltre le frammentazioni». Oggi l´ex ministro Battaglia è all´Istituto per gli studi filosofici; lunedì Cammarota va a Pozzuoli con Polito e Geremicca. L´Apd ha una rete di alleati di progetto, ma pure lì dentro vivono schegge di partito: Antonio Principe (Amartya Sen) è il figlio dell´ex sindaco di Napoli; Luigi Montano (Eidos) è consigliere comunale della Margherita ad Acerra. Poi Diametro, Cittadini per l´Ulivo, Communitas 2002, Libermente, Napoli Europa Africa, Il Campo, Fuoricentro Scampia. Dentro la rete web vive invece “Generazione U”: U come Ulivo e come l´inversione. Dicono sì al Pd con un sito e un blog, e tutti scrivono il manifesto on line con un clic. Il referente campano si chiama Marco Giordano.
(6. Continua)
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Repubblica
domenica 25 febbraio 2007
IL RETROSCENA/Il governo offre il proporzionale ai centristi della Cdl per cercare di avere numeri più stabili al Senato
E sulla legge elettorale alla tedesca decolla la maggioranza allargata all´Udc
Ma nel centrosinistra già insorgono Verdi, Udeur e Pdci. An alza le barricate
di Claudio Tito
ROMA - «D´Alema ce l´ha detto esplicitamente. Si può discutere sul sistema tedesco». Mentre al Quirinale Giorgio Napolitano scioglieva la riserva e rinviava alle Camere Romano Prodi, il segretario dell´Udc Cesa a Montecitorio metteva sul piatto la disponibilità al dialogo. Non un´offerta per sostenere il governo, ma per dare il via ad una sorta di “secondo corridoio” per la riforma elettorale. Una “maggioranza parallela” che si concentri esclusivamente sulla revisione del cosiddetto “porcellum” e che possa indirettamente irrobustire la coalizione dell´Unione nei passaggi più delicati.
Una trattativa che nel centrosinistra è scattata subito dopo il capitombolo del Senato. E che ora probabilmente diventerà la principale missione, anche se non dichiarata, del governo Prodi. Non a caso mercoledì prossimo il premier citerà esplicitamente nel suo discorso a Palazzo Madama l´esigenza di affrontare la questione. E il ministro per le riforme, Vannino Chiti, sta predisponendo una nuova bozza che tenga conto della “piccola rivoluzione” che soprattutto nella Quercia si è consumata in questi giorni: la conversione al modello proporzionalista che vige in Germania. Basti pensare che già mercoledì scorso, il ministro degli Esteri proponeva di risolvere la crisi puntando proprio sulla svolta istituzionale: «Possiamo aprire all´Udc e mettere in discussione il sistema tedesco». Non solo. A indurre il Botteghino a rivedere le convinzioni su questa materia sono state proprio le difficoltà di rapporti con la sinistra radicale. Che in futuro potrebbero condizionare il partito Democratico se alle prossime elezioni sarà costretto a presentarsi nello stesso cartello elettorale e in uno schema rigidamente bipolare.
Nei due giorni di consultazioni al Quirinale, poi, il resto l´ha fatto il presidente della Repubblica. Che nella sostanza ha spiegato di non poter sciogliere le Camere a causa del cattivo funzionamento dell´attuale legge. «Prendete uno dei modelli che funzionano - ha ripetuto un po´ a tutti - o quello francese, o quello spagnolo oppure quello tedesco. Prendetelo così com´è, senza adattamenti. Se no poi non funziona». E, guarda caso, anche sull´onda dei suggerimenti quirinalizi, Chiti sta elaborando addirittura una risoluzione per impegnare il Parlamento alla realizzazione della riforma.
«Insomma - spiega ancora Cesa - questo governo rischia di durare poco. Ma almeno si faccia la legge elettorale. Il modello tedesco aiuta anche il partito Democratico. Se ci fossero state le elezioni ora, noi avremmo vinto. Ma poi avremmo avuto le stesse di difficoltà a governare. Cosa avremmo fatto con la Lega?». La sua ricetta allora è semplice: «Facciamo un sistema che porti a 4-5 raggruppamenti. Noi daremo vita ad un´area centrale e cattolica e poi si dialoga con tutti. Si faccia uno sbarramento serio e non quello inutile al 2%. Serve un anno? Bene, utilizziamolo e alla fine andiamo votare. Nel frattempo noi alcune cose le votiamo: ad esempio il decreto sull´Afghanistan».
La strada che porta al sistema tedesco, però, resta impervia. Nel centrosinistra c´è chi, come Udeur, Pdci e Verdi, si è sempre schierato contro quella soluzione. Preferendo semmai la proporzionale spagnola. «Se i grandi partiti pensano di farci fuori - minaccia in questi giorni Clemente Mastella - allora noi faremo saltare il governo». E anche nella Cdl non mancano i contrari. Forza Italia non ha mai nascosto le sue perplessità (pur avendo al suo interno dei favorevoli come Tremonti e Urbani) e An che è pronta ad alzare le barricate: «La riforma elettorale? Qui non si fa niente - avverte il portavoce di Fini, Andrea Ronchi - . A ottobre si vota».
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Repubblica - Napoli, mercoledì 17 gennaio 2007
PD/Da Bassolino a Rossi-Doria “democratici frontiera aperta”
di Roberto Fuccillo
«Ringrazio Marco Rossi-Doria e le altre associazioni per la loro partecipazione. Sono d´accordo con Antonio Bassolino quando parla di partito democratico come frontiera ineludibile». Sta in questi due estremi il senso della giornata di Piero Fassino, sceso a Napoli per partecipare a un convegno sulla nascita del nuovo soggetto politico. Evento che ha riunito alla Stazione marittima una buona fetta di gotha diessino fra amministratori, parlamentari, militanti, dirigenti come il presidente dell´Autorità portuale Francesco Nerli o il sovrintendente del San Carlo Gioacchino Lanza Tomasi.
Ma in platea c´erano anche osservatori della Margherita, capeggiati da Nicodemo Oliviero, segretario organizzativo nazionale, e molte di quelle associazioni che sono state etichettate come «l´altro binario», oltre ai partiti, su cui il nuovo soggetto politico dovrebbe camminare.
Non tutti sono proprio accondiscendenti. Rossi-Doria, ad esempio, pur schernendosi per la sconfitta alle comunali, ha poi invitato i convenuti a tener conto del 99% di cittadini che non fa politica. Angela Cecere, dei “Cittadini per l´Ulivo”, ha invocato «un partito nuovo, non un nuovo partito». Alcuni interventi hanno stigmatizzato l´eccesso di relazioni tecnico-professorali, da Salvatore Vassallo e Roberto Weber a Mauro Calise. La partecipazione è alta, nota soddisfatto il segretario regionale Enzo Amendola. I dubbi però pure resistono. «Sta succedendo proprio quello che dicono di non voler fare - nota l´ex assessore Raffaele Porta, ora alla guida del suo “Laboratorio politico” - c´è il rischio che sia solo una fusione fra due partiti, e neanche interi». Anche Osvaldo Cammarota, animatore della “Associazione per il partito democratico”, invoca la «democrazia partecipativa e deliberativa», senza la quale «non sarà né un partito né democratico».
Fassino comunque invita a non avere remore. Basti per tutti la rampogna a Giuseppe Caldarola, il deputato con non vuole andare al congresso. «Non capisco perché non debba venire - attacca Fassino - Poi magari firma un´altra mozione, ne fa una sua, ma si discute». L´esempio vivente delle discussione è lì a fianco, è Bassolino, perché «anche con Antonio a Pesaro andammo su mozioni diverse, ma questo non ci ha impedito poi di collaborare e ritrovarci oggi insieme». Tanto insieme che Bassolino suona la carica: «Se stiamo fermi, l´attenzione viene catturata di più da chi si oppone». Macchine avanti tutta sul Pd, anche perché «ricordo che ero favorevole a liste uniche ovunque, se l´avessimo fatto al Senato oggi non saremmo ridotti a quei due soli voti di maggioranza». Gli fanno notare che su questo la sua Regione non è priva di distinguo e lui, secco: «C´è una contraddizione evidente, ma vedrete, quando il processo nazionale sarà decollato verranno anche i gruppi unitari nelle città e nei Consigli regionali».
Mentre il governatore dà appuntamento alla Margherita, Fassino rende visita al sindaco Rosa Russo Iervolino, stavolta per parlare degli impegni di governo. Mezz´ora di colloquio a Palazzo San Giacomo, così riassunta dal leader della Quercia: «Abbiamo confermato l´impegno della maggioranza e del governo a considerare Napoli una assoluta priorità. La scelta di 100 miliardi al Mezzogiorno dimostra questa nostra volontà. Nel sud ci sono le risorse, le competenze le energie per la rinascita e il riscatto, ma la politica deve mettere a disposizione gli strumenti finanziari e operativi adeguati. Vogliamo costruire le condizioni perché gli amministratori siano messi nelle migliori condizioni per affrontare i problemi. Ne abbiamo affrontati alcuni: i finanziamenti per la metropolitana, l´emergenza rifiuti, le questioni sociali più acute».
Corriere del Mezzogiorno, mercoledì 17 gennaio 2007
PD/Bassolino lancia la rete degli amministratori
di Nino Femiani
Il partito democratico è in mezzo al guado? E i «genieri» si mettono all’opera, gettando ponti di barche sui fiumi, costruendo campate, ripristinando collegamenti distrutti. E Antonio Bassolino, come ogni geniere che si rispetti, e che fa della versatilità una delle sue doti, propone il modo di superare il guado. Un «ponte di barche» costituito dal «partito degli amministratori», dalla «rete» di migliaia di sindaci, assessori, consiglieri comunali che hanno dato vita alla stagione del ‘93, quella che Bassolino in un suo libro del 1996 definiva la «Repubblica delle città» (poi sfiorita nel partito dei cacicchi).
A questo popolo di amministratori ulivisti, figlio dell’elezione diretta, il governatore campano si appella per scardinare le resistenze che impediscono, dentro i Ds e la Margherita, la nascita del partito democratico. «E’ essenziale riattivare la rete di quelli che, dal 1993 in poi, hanno saputo andare al di là della propria appartenenza, grazie all’elezione diretta. Penso a un ruolo di queste forze come portatori di un patrimonio comune».
PROPOSTA
— E’ una delle principali idee che nascono dal seminario su «Partecipazione e nuovo soggetto politico», concluso dal leader nazionale della Quercia, Piero Fassino alla Stazione Marittima, affollata di dirigenti del partito e di intellettuali come il sociologo Mauro Calise (autore di una brillante relazione sulla «formazione della decisione politica»), il «maestro di strada» Marco Rossi Doria (tornato a interloquire con la Quercia dopo il grande freddo delle comunali), il politologo Salvatore Vassallo e il sondaggista Roberto Weber.
PONTE
— Costruire il partito democratico, superando con il motore del «partito degli amministratori» anche le resistenze in Campania dove i popolari demitiani frenano al punto che danno vita neppure a un gruppo unico dell’Ulivo alla Regione: «Una contraddizione — dice Bassolino — il fatto di parlare, da un lato del partito democratico e nel riscontrare, dall’altro lato, l’assenza, in consiglio regionale, di un gruppo unitario».
«Una cosa innaturale», taglia corto Fassino. Il dibattito alla Stazione Marittima non è monocorde. L’occasione di avere Fassino sul palco aiuta anche a porre i temi scomodi del ricambio generazionale, della leadership, dello svilimento riformista, dell’eccesso di poltronismo avvertiti dal «popolo» diessino come centrali nel dibattito sul nuovo soggetto (il puteolano Arturo Marzano usa più volte la frusta contro la stagione bassoliniana). E Fassino non si fa pregare e promette che, quando verrà raggiunta la sponda del partito democratico, saranno fissate regole che prevedono le primarie per l’accesso alle cariche monocratiche, gli incarichi assegnati a scrutinio segreto, il mandato a termine per i dirigenti, come per i sindaci. E poi il segretario aggiunge forte: «Bisogna svecchiare. Io lo sto già facendo: su 20 segretari regionali, 16 — e tra questi il campano Enzo Amendola — hanno meno di 35 anni. D’altra parte il partito democratico non lo facciamo per me o per Bassolino. Noi, vero Antonio, quello che dovevamo dare l’abbiamo dato». Un passaggio che può essere letto in tanti modi, ma che sembra dar ragione a chi — dentro la Quercia e fuori — guarda alla transizione verso il partito democratico come l’occasione per un ricambio generazionale dei gruppi dirigenti, non più legati alla stagione della prima repubblica. «Perché siamo ormai alla terza repubblica», sottolinea Calise. «Una fase — aggiunge con il cinismo dello studioso il sociologo che inventò il “partito personale” — in cui, più che il voto di appartenenza o quello di opinione, prevarranno il voto di scambio e quello per il leader. Ovunque il leader è diventato il centro del sistema politico e ovunque un fattore chiave è il rapporto tra leader ed elettori. Perché solo una leadership forte suscita entusiasmi».
Un giudizio, quello di Calise, che sembra scuotere la Stazione Marittima dove ci si interroga non solo sul futuro partito democratico («Da costruire per le europee del 2009», annuncia Fassino), ma anche sulla «ossidabilità» della leadership di Bassolino attaccata da una parte da De Mita, dall’altra dalla fatica del governo quotidiano. E si lancia lo sguardo interessato ai giovani leoni della Quercia: Cozzolino, Amendola, Oddati, Impegno…
Corriere del Mezzogiorno, mercoledì 17 gennaio 2007
La bocciatura di Cacciari: «Finita la stagione dei sindaci»
di Gimmo Cuomo
Con Bassolino, Massimo Cacciari è stato tra i principali protagonisti della stagione d’oro dei sindaci, iniziata nel 1993. Ma ora, dopo il rientro nella politica attiva, ancora una volta al servizio della sua città, il primo cittadino di Venezia boccia senza appello l’idea del partito degli amministratori che il governatore campano ha presentato ieri alla Stazione marittima di Napoli come «il ponte di barche» che dovrebbe consentire la transizione verso il partito democratico. Non ci crede Cacciari, che ha pure nel 2005 ha dimostrato di saper realizzare l’utopia di sconfiggere il centrosinistra dei partiti che aveva candidato il magistrato Felice Casson. Ma in questo caso, il sindaco filosofo, abituato a confrontarsi con la concreta durezza dei problemi quotidiani, non lascia spazio alla speranza.
«Quella stagione — afferma il professore, alludendo all’esperienza dei primi anni Novanta — è irrimediabilmente conclusa».
Perché? «Perché ormai l’importanza e la centralità degli enti locali appartengono alla memoria. Questi ultimi hanno perso gradualmente gran parte del peso che avevano ancora dieci anni fa».
Dieci anni fa l’idea del partito dei sindaci sembrava vincente. «Effettivamente poteva esserlo. Si è trattato di una grande occasione persa dal centrosinistra per mettere in campo un vero Ulivo e un nuovo soggetto politico. In quel momento storico, la possibilità di mettere in piedi il movimento degli amministratori rappresentò una vera possibilità. Ora, per i motivi che ho già spiegato, l’occasione è perduta».
Perché gli enti locali hanno perso progressivamente peso specifico? «Perché è mancata una seria proposta di riforma federalista dello Stato. Nessuno ci ha creduto seriamente».
Chi ha le maggiori responsabilità per questa omissione? «Il centrodestra e il centrosinistra, in parti uguali. Non ci hanno creduto, né gli uni, né gli altri. Negli ultimi anni abbiamo assistito invariabilmente all’attuazione di politiche contro l’ente locale. Non vede come siamo ridotti noi sindaci?. Ormai spendiamo il nostro tempo per far quadrare i conti, per cercare di raschiare risorse da bilanci sempre più asfittici».
Bassolino amministra una grande Regione, possibile che non se ne sia accorto? «Probabilmente alla Regione sta meglio. E, forse, ha perso di vista la realtà dei Comuni, che, glielo assicuro, è davvero pesante. Bassolino non può pensare che il tempo si è fermato dieci anni fa. Anch’io, quando sono tornato alla guida di Venezia, ho trovato una situazione completamente cambiata rispetto alla mia prima esperienza».
Nessun “ponte di barche” dunque? «Non ci credo. Mi creda: puntare oggi sul movimento degli amministratori è davvero impossibile. Sono cambiate le condizioni, sono cambiati i tempi. È cambiato tutto».


