2007 01/ancora sulla borghesia

Corriere del Mezzogiorno
18 ottobre 2007

Il magistrato: «Imprenditori, commercialisti e avvocati non disdegnano i soldi dei boss»
Il pm: «C’è una borghesia mafiosa che conclude affari con i clan»
Raffaele Cantone lascia il pool della Dda per la Cassazione
di Gianluca Abate

NAPOLI — Otto anni dopo aver indagato sui suoi capi, sui suoi affari e sulle sue connivenze, la camorra che lascia è una camorra che rispetto a quella del 1998 «ha cambiato pelle, è diventata invisibile, meno spavalda ma più produttrice di affari». Anzi, sono due camorre, «quella di Napoli, simile al gangsterismo urbano, e quella della provincia, che invece è come la mafia. E, come la mafia, ha scelto la strategia della sommersione». Raffaele Cantone, il pm cui le inchieste sono costate una vita in compagnia di cinque robusti agenti del servizio di protezione e i complimenti (ieri) del governatore Antonio Bassolino per «il coraggio e la determinazione», questa mattina prenderà servizio in Cassazione. Lascia la Procura. Lascia il pool. E lascia anche un ammonimento: «Attenti, attenti a quella zona grigia, attenti a quella borghesia mafiosa che fa affari con i clan».
Mafiosa? Dice che la borghesia è mafiosa?
«No, assolutamente. Dico che una certa borghesia è mafiosa. Ed è mafiosa sia per la provenienza che per l’interscambio con l’organizzazione criminale».
Un nome, giudice. Diamogli un nome a questi «mafiosi borghesi»
«Sono quelli che si buttano negli affari illeciti, quelli che utilizzano i capitali dei boss, quelli che prima si limitavano a sfiorare la camorra e oggi invece ci entrano direttamente in società».
Insomma, sta disegnando l’identikit dell’imprenditore colluso?
«Bisogna smetterla con ’sta storia che il colluso è sempre e solo l’imprenditore. La borghesia mafiosa è quella dell’imprenditore socio del clan, certo. Ma è anche quella del commerciante che chiede al boss di aiutarlo a recuperare un credito, del professionista che fa il prestanome. E poi tecnici, commercialisti, avvocati, politici. Gente che davanti a certi affari non storce il naso».
E gli altri? I borghesi veri? Il prefetto di Napoli disse che s’erano ritirati sull’Aventino, sarà che l’hanno fatto per tirarsi fuori dai guai?
«La gran parte della borghesia della Campania è sana, ma ha difficoltà a confrontarsi con l’altra borghesia, quella mafiosa, quella che mette in discussione le regole di concorrenza».
È come dire che il mercato oggi è cosa nostra. Anzi, loro, dei camorristi.
«La borghesia pulita si è ritirata dal gioco, pensa a conservare piuttosto che a investire in settori troppo pericolosi. Oggi questa gente preferisce le rendite finanziarie all’ingresso in un mercato dove è notorio che la concorrenza non è leale».
Proviamo a evitare risposte scontate. Uno che sa tutte queste cose, uno che sui boss e i loro affari ha indagato per otto anni, beh quell’uno, cioè lei, andandosene non lascia un vuoto pericoloso?
«La regola del turn over evita personalizzazioni, anche se il rischio che il patrimonio di conoscenze vada perso c’è. La capacità di un ufficio sta nel far sì che lo scambio di conoscenze avvenga prima del cambio. Ricordo che quando sono arrivato come il signor Nessuno, uscivano dal pool Federico Cafiero De Raho e Armando D’Alterio, magistrati che hanno fatto la storia dell’anticamorra».
E che, come lei, hanno rischiato la pelle. Un pm antimafia ha paura?
«Assolutamente sì».
«La scorta è una cosa che non auguro a nessuno, un’esistenza ai limiti dell’impossibile, un’assenza totale di privacy. Quel che ti fa andare avanti, quando la sera torni a casa e vai a letto, è pensare che questa vita ha un senso perché quel che fai è giusto. E allora ti addormenti».
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Repubblica - Napoli
16 aprile 2007

L´ANALISI /La moltiplicazione degli appelli a Roma
Come i sudditi che imploravano il monarca

di Aurelio Musi

Fosse solo questione di “appellomania”. Sarebbe uno dei tanti “vezzi e malvezzi” napoletani, a cui siamo abituati e rassegnati. Purtroppo c´è di più: e molto di più. Il diluvio di petizioni al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricorda in maniera impressionante una condizione assai tipica e ricorrente in tutta la storia europea d´antico regime prima della rivoluzione francese. Le comunità dei sudditi, sia quelle meglio rappresentate sia quelle sottorappresentate, si appellavano al sovrano perché riconoscevano solo alla sua autorità alcune prerogative in grado di rispondere ai loro bisogni.
Il re era considerato infatti il padre buono, l´arbitro al di sopra delle parti, il sommo giudice, capace di amministrare con equità la giustizia, che non avrebbe mai ingannato i sudditi o leso i loro interessi. I ministri potevano invece essere cattivi, succhiare il sangue dei sudditi, amministrare addirittura contro la volontà del monarca. Insomma la fedeltà assoluta al monarca, l´obbedienza, doveva essere ricambiata attraverso la paterna assistenza del “sovrano tutore”. In Francia, durante le rivolte contadine e urbane del Seicento, si gridava: “Viva il re senza la gabella!”. A Napoli, durante la rivolta di Masaniello: “Viva il re, mora il malgoverno!”. Così le popolazioni cercavano di contrastare quel processo che ha condotto allo Stato moderno, fondato sulla divisione tra la titolarità e la gestione del potere.
Oggi, qui a Napoli e in Campania, sembra che il tempo storico segni una preoccupante regressione all´epoca di Carlo V o di Filippo II. Giorgio Napolitano è il presidente di una repubblica democratica, fondata sulla Costituzione, su una ricca articolazione istituzionale centrale e periferica dello Stato, su una rete apparentemente robusta ed efficiente di enti locali, su un sistema sociale di corpi, ceti, professioni, associazioni, per natura, struttura, identità e funzioni assai diversi da quelli dell´antico regime prima della Grande Rivoluzione. Sorprende che tutti, ma proprio tutti i “petenti” mostrino di non avere coscienza delle differenze.
E allora le petizioni al presidente della Repubblica non arrivano esclusivamente da corpi, ceti professionali, associazioni. Gli appelli partono persino da enti locali che, invece di svolgere al meglio il loro mestiere, invocano la protezione del presidente-sovrano: molto spesso non per sollecitarne la facoltà di arbitrare al di sopra delle parti, ma per tirarlo per la giacca al fine di ottenere il sostegno del presidente, per esempio, alle ragioni del Comune contro quelle di un´altra istituzione, la Soprintendenza. Qui siamo davvero al paradosso.
Siamo governati da un ceto dirigente che non nutre più alcuna fiducia nella sua capacità istituzionale. Ha bisogno della legittimazione superiore del presidente della Repubblica perché, assai spesso, è incapace di assumersi le sue responsabilità: incapace cioè di governare. E così gli appelli si moltiplicano: non solo al presidente della Repubblica, ma anche al presidente del Consiglio che dimenticherebbe gli impegni assunti nei confronti di Napoli.
In altri casi il presidente Napolitano è oggetto delle pressioni lobbistiche per la nomina di senatori a vita, di petizioni che sbagliano interlocutore come quelle del tribunale e degli avvocati, e così via.
Qui scappano veramente tutti dalle loro responsabilità istituzionali. E poi ci si lamenta della borghesia “disfattista e ruinunciataria”.
Quando finirà il dramma farsesco del gioco delle parti?
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L´avvocato Marotta spiega perché i napoletani si rivolgono al presidente della Repubblica quando “il personale politico è endemicamente mediocre”
“L´appello a Napolitano è l´unica chance”
di Stella Cervasio

L´avvocato Gerardo Marotta, presidente dell´Istituto italiano per gli studi filosofici, è un abituale firmatore di appelli, anche a Napolitano. «Infatti – replica Marotta – mi sono rivolto al Presidente per la mia biblioteca in Palazzo Serra di Cassano che ha 300 mila volumi ma è in una situazione precaria. Lui ci ha dato preziosi consigli e ha promesso di occuparsi della nuova sede che dovrebbe essere la Cittadella della Cultura nell´ex caserma Garibaldi».
Secondo lei, avvocato Marotta, perché tutti chiedono l´intervento del presidente della Repubblica?
«Ma è chiaro: perché lui è di Napoli».
Non sarà invece che la terzietà di certe amministrazioni e certe istituzioni si fa desiderare e si sente il bisogno di un arbitro?
«Tutta l´amministrazione affanna per i tanti problemi, oggi è difficile entrare in contatto con la classe dirigente, e allora si cerca di raggiungere l´amico Napolitano. Per esempio è necessario che per un´impresa titanica come la Cittadella della Cultura si manifesti l´intervento di un presidente che viene da Napoli. Interventi ne abbiamo ottenuti già in altre occasioni, anche da Ciampi».
Che però non era napoletano.
«Toscano, ma per metà calabrese».
Ma così diventa un fatto di bandiera
«Guardi che la Biblioteca Ambrosiana di Milano è fortemente sostenuta dalla Cassa di Risparmio delle Province Lombarde e il Museo Egizio di Torino dalla Compagnia di San Paolo. Noi invece abbiamo una Fondazione Banco di Napoli che, dopo il trasferimento dell´istituto di credito, tiene in piedi il preziosissimo Archivio, ma non può aiutare per grandi imprese. Vede che è essenziale, allora, che il presidente della Repubblica sostenga grandi iniziative, come l´Istituto Croce, l´Istituto per gli studi filosofici (che se non ci fosse stato Ciampi, sarebbe già chiuso)».
Crede che un presidente di Udine avrebbe la scrivania intasata di istanze di concittadini, come quella di Napolitano?
«Per la verità anche Pertini e Cossiga sono stati sempre coinvolti. C´è una lunga tradizione a invocare il sovrano da parte del popolo. I meridionali non hanno mai avuto l´aiuto dei nobili, ma sempre quello del re, specie se era grande come Carlo di Borbone o un umanista come certi re aragonesi. È una tradizione europea, in fondo, basta pensare ai “cahiers de doléances” francesi contenenti le lamentele del popolo. Ancora oggi in Francia la gente si rivolge a Chirac. I presidenti hanno questa funzione. Pensiamo all´Europa: Ciampi si è battuto come un leone per sostenerla, e prima di lui, da De Gasperi in poi, tutti i presidenti. Mentre i partiti registrano nei confronti del problema un grave calo di interesse».
Tornando a Napoli, ci sono sedi proprie per le denunce. Forse questa cultura da noi non è così affermata.
«La Campania ha le budella fuori. I termovalorizzatori provocano il cancro e per farlo sapere siamo costretti a pubblicare pamphlet a pagamento. Che cosa deve denunciare una popolazione che vede messa a grave rischio la propria salute? Anche sulla vicenda discarica le amministrazioni sono confuse, non c´è accordo tra i comuni e allora vincono i poteri forti. Napolitano è la nostra ultima istanza, la Cassazione».
Però così è il sistema della democrazia che viene a mancare, no?
«Interi volumi dicono che oggi contano comitati d´affari e gruppi di potere. Anche un ministro venuto in visita a Palazzo Serra di Cassano, e non dirò chi è, off records ha confessato: «Dobbiamo sottostare anche noi ai poteri forti». È come in passato: i nobili erano spietati e bisognava fare per forza appello al re».
Non teme che l´”appellomania” inflazioni anche il ricorso alla più alta carica dello Stato?
«Sono stato molto a contatto con vari presidenti della Repubblica, e posso dire che i loro interventi si sono rivelati sempre rigorosamente selezionati. È importante che arrivi il consenso di chi sta alla testa del Paese. Rivolgendosi a lui, si va a colpire nel segno, si può esserne certi. E non si può fare altro, quando c´è “un personale politico endemicamente mediocre”, come diceva già ai suoi tempi Francesco Saverio Nitti».
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Repubblica - Napoli
15 aprile 2007

L´APPELLOMANIA/Tutti scrivono al Presidente
La città che non sa risolvere da sola i suoi problemi inonda il Quirinale di missive
di Stella Cervasio

Non vorremmo per nulla al mondo essere addetti allo smistamento della corrispondenza di Giorgio Napolitano. Da quando è stato nominato presidente della Repubblica, non passa giorno senza che gli vengano spedite lettere aventi per mittente la sua Napoli. Finché si tratta di saluti, va anche bene. In questi ultimi mesi però il numero delle richieste ha subito una decisa impennata. Solo ieri, ad esempio, al Quirinale sono stati inoltrati tre appelli. Il primo è sulla zona franca che una delibera del Comune vorrebbe trasferire dal disastro del centro storico al deserto di Napoli est.
Le municipalità, che di solito non brillano per unità d´intenti, stavolta sono come un sol uomo, e fanno corpo con la borghesia, normalmente (anche di recente) accusata di civismo latitante. Tutti insieme scrivono a Prodi e a Napolitano di far ragionare il Comune perché non scarichi il centro storico caro all´Unesco. Non dica no, presidente Napolitano, la zona franca le tocca.
E fin qui ci saremmo pure. Ma la lista continua e la pila napoletana sulla scrivania cresce. La seconda petizione viene da Italia Nostra, e non si tratta di una semplice lettera, ma di un appello che cerca di neutralizzarne un altro, cioè quello che pare che il Comune abbia inoltrato contro il soprintendente Enrico Guglielmo, accusato negli ultimi mesi di eccesso di attivismo sulla salvaguardia dei beni culturali. Guglielmo vorrebbe impedire alle betoniere del catrame l´avanzata sul centro storico a danno dei sempiterni sampietrini? Non c´è che uno che possa dirimere la questione e rimettere tutto al posto di prima: il presidente Napolitano. Saputo dell´appello comunale, gli ambientalisti, più tempestivi di un automobilista che ricorra all´assicurazione dopo un incidente, si rivolgono pure loro al presidente. E la pila col timbro postale targato Napoli cresce ancora.
Ma questo è niente. Le motivazioni che hanno spinto i napoletani a scrivere al “loro” presidente in quasi un anno di reggenza del Quirinale sono state innumerevoli. A luglio dell´anno scorso i lavoratori dell´Arpac, l´agenzia regionale per l´ambiente, chiedevano al capo dello Stato di intervenire per evitare l´accorpamento con un´altra impresa. C´è anche chi a Giorgio Napolitano ha suggerito una mossa vincente del galateo. I Mondiali di vela di Valencia si appropinquano, dunque perché il presidente, come ogni buon padrone di casa, non apre il suo salotto - Napoli - a un ospite d´onore pertinente, che so, Juan Carlos di Borbone? Non passa un mese che parte un nuovo appello “per il ritorno alla legalità alla scuola Bordiga”: presidente siamo nelle sue mani. E ancora: caro presidente, salvi il marocchino che rischia l´espulsione. Solo lei può nominare Gerardo Marotta senatore a vita. Troppa monnezza a Praiano, dice il sindaco, Napolitano su, faccia qualcosa lei. Chissà quante volte è passato per corso Umberto? Be´, la guardi adesso quella via che è stata sede del domicilio di altri suoi colleghi come Leone e De Nicola: un ricettacolo di rifiuti. Vogliamo darci una mossa? Ed ecco i ricercatori: “Siamo malpagati: e lei presidente, che fa?”. Il colmo è quando pure il tribunale chiede aiuto alla presidenza della Repubblica: ci vogliono più uomini e più mezzi. E poi, vi pareva che a un appello gli avvocati potessero non presentarsi? E dunque: “La riforma, presidente, ha presente? Ci vuole una bella sterzata”. Ma la lista è ancora lunga: il quartiere Sanità è rimasto solo, i bambini disabili si son visti tagliare i fondi, e Serre - che non è Napoli, ma è pur sempre nelle mappe del Regno - non vuole la discarica.
La città disabituata a risolvere i propri problemi da sola, non sa a chi rivolgersi tra chi fa orecchie da mercante e chi latita nelle responsabilità. Così è disposta a tutto, anche a un cambio al volo nel calendario. San Gennaro mette la tuta di stakanovista della supplica, San Giorgio è il candidato che ha più probabilità di prendere il suo posto. Al suo cospetto, anche un “presidente operaio” sembrerebbe uno sfaccendato.
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Corriere del Mezzogiorno
13 aprile 2007

Iervolino: i magistrati facciano i magistrati
Replica alle critiche di inefficienza arrivate da Galgano e Mancuso
di Antonio Scolamiero

«Se ognuno di noi facesse il proprio lavoro, le cose andrebbero meglio». Poche parole, misurate nei toni e nell’impostazione, quelle usate dalla sindaca Iervolino per rispondere alle frasi, ben più dure adoperate dal procuratore generale di Napoli, Vincenzo Galgano, nella sua lettera al Corriere del Mezzogiorno di mercoledì scorso. Frasi a effetto, quelle del Pg, che, stando alla risposta della Iervolino, hanno colpito nel segno. La sindaca prima di commentare ha riflettuto. Poi la risposta, secca, essenziale e diretta, che lascia trasparire tutta l’amarezza per quanto affermato da Galgano, intervenuto nel dibattito sulla borghesia cittadina arroccata sull’Aventino, innescato dal prefetto Alessandro Pansa. L’alto magistrato ha parlato senza mezzi termini, di «una Napoli che deve uscire dalla palude putrida in cui stiamo annegando».
Osservazioni e riflessioni di Galgano, che riguardano anche la vita pubblica e che, irrimediabilmente, coinvolgono le istituzioni: «Il mancato rispetto delle regole affermava il Pg la carenza di rigore nei vari momenti della vita pubblica producono non solo la perdita di credibilità delle istituzioni, ma l’affettiva e concreta riduzione della ricchezza, l’inutilizzabilità di risorse preziose, l’innesco di meccanismi parassitari destinati e formare sistema».
Se Galgano, indirizzava il suo intervento, mantenendosi su questioni generali, chi invece, è entrato nello specifico dei problemi cittadini, è stato un altro magistrato, il procuratore aggiunto Paolo Mancuso, che nella sua intervista al Corriere del Mezzogiorno, ha messo i vigili urbani al primo posto tra le emergenze. Facendo il confronto con la polizia municipale di Roma, il procuratore aggiunto ha spiegato: «La città di Roma ne ha uno per ogni incrocio, collegato via radio per sapere in tempo reale cosa accede in altri punti della città, in modo da regolarsi di conseguenza. A Napoli, invece, quando se ne vedono, i vigili sono in gruppo, con un’auto accanto, senza divisa e, soprattutto, lontano dai nodi di traffico».
Mancuso stigmatizzava anche la mancanza di un ceto dirigente e una classe politica «che non decide», con un «consiglio comunale che perde tempo a dedicare una strada a Craxi e perde ancora più tempo per risolvere il problema delle buche in città». Anche altri esponenti delle istituzioni hanno denunciato pubblicamente lo stato delle cose in città. Il primo, nel 2002, fu l’ex vicepresidente del Csm, Giovanni Verde, per il quale «politica e società civile non rispecchiano l’ambiente, che a Napoli è allarmante». Quattro anni dopo, stesso tono nelle parole del presidente del tribunale, Carlo Alemi, che vedeva «una città bruttissima e nessun progetto, colpa di chi l’amministra». Infine, qualche settimana fa, è stato il neo prefetto Alessandro Pansa a riaprire il dibattito, chiamando in causa la borghesia cittadina «Ritirata sull’Aventino con un atteggiamento disfattista e rinunciatario».
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Corriere del Mezzogiorno
8 aprile 2007

Partecipazione e partiti in crisi
La via giusta sono le primarie
di Paolo Macry

A Napoli, sull’Aventino sembra esserci finita la politica, più che quei fantomatici intellettuali di cui molto si dibatte in questi giorni. Ed è significativo che, a riempire un vuoto di rappresentanza ormai vistoso, ci provino istanze e personalità che non ne avrebbero, in verità, i titoli. Ultimamente, le cronache locali hanno dato ampio risalto, com’era doveroso, alle infuocate prediche di Alex Zanotelli, al generoso attivismo mediatico del cardinale Sepe, alla sociologia preoccupata del prefetto Pansa, ai forti interventi politici dell’Unione industriali di Gianni Lettieri. Quasi che Napoli non avesse partiti e organi elettivi istituzionalmente preposti al governo pubblico. Ma è questa l’impressione. Tacciono i sindacati, come se il malessere metropolitano non li riguardasse. Resta lontano dai problemi della gente il centrosinistra, tutto preso dalla gestione del Palazzo e, per altro, dal moltiplicarsi delle lotte intestine. Latita la solita, evanescente opposizione, non si capisce se per troppo digiuno o per opportunismo consociativo.
La conseguenza è che, dopo quindici anni di amministrazioni di sinistra, l’opinione pubblica appare in letargo. Non un corteo che protesti contro il nulla di Bagnoli. Non un’associazione civica che organizzi lo sciopero della tassa sui rifiuti.
Non un quartiere che scenda in piazza contro la microcriminalità. Non un sit in di motociclisti per denunciare le buche killer del selciato stradale. Mentre Bologna, per dirne una, continua a discutere appassionatamente intorno all’operato di Sergio Cofferati, con ciò testimoniando un solido rapporto tra politica e opinione pubblica, a Napoli la gente sembra assuefatta — e non certo per colpa sua — a raccomandazioni, lottizzazioni e collusioni di ogni tipo e colore. E non fa una piega neppure se aumentano le imposte locali e, contemporaneamente, peggiorano i servizi. Una narcosi imbarazzante per quella sinistra che, lungo un secolo e mezzo, aveva teorizzato la fecondità del conflitto sociale.
In questo quadro, prendersela con gli intellettuali appare fuorviante. Napoli è orfana della politica, altro che. Ed è alla politica, non foss’altro per motivi di autoconservazione, che tocca promuovere la resurrezione di una cittadinanza sempre più indifferente alla sfera pubblica. Il che, tuttavia, nelle condizioni attuali di stanchezza, difficilmente potrà essere realizzato grazie alla forza carismatica del governatore o con la proposta esoterica di nuovi partiti.
Ritessere la trama sfilacciata della rappresentanza non è cosa facile.
Più che dei soliti sermoni contro il nonsipuotismo, Napoli ha urgente bisogno di un’offerta di partecipazione che, in questi anni di lobbies gelosissime, nessuno le ha mai realmente prospettato. Si coinvolga l’opinione pubblica nella scelta di politici e amministratori, rendendo democratico un processo di produzione di classi dirigenti, che appare da troppo tempo inceppato e che perpetua ai vertici del potere il monopolio della terza età. Si metta alla prova la presunta pigrizia civile dei napoletani, dando loro la possibilità di decidere chi debbano essere i propri rappresentanti. Si generalizzi, in concreto, il modello delle primarie.
Ampliare in modo significativo i margini di scelta da parte della cittadinanza sarà anche un rischio iperdemocratico e spontaneista (e, di certo, assesterebbe un colpo duro alle burocrazie di partito) ma, nell’attuale impasse, non sono molti gli strumenti per recuperare alla politica il popolo del disincanto.
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Repubblica - Napoli
7 aprile 2007

LA POLEMICA /Il fantasma della borghesia amorale
di Giuseppe Zollo

La borghesia. Che cos´è? Dove sta? Tutti la cercano. Insomma, una nuova puntata di “Chi l´ha visto?”. La trasmissione comincia. Ogni testimone porta un piccolo tassello all´accertamento dei fatti. Qualcuno sostiene di averla vista sull´Aventino, qualcun altro tra le ville di Posillipo. Forse, dicono, si aggira in città disfatta dalla droga del potere, a cui ha svenduto l´anima. Ovviamente chi il potere ce l´ha (ce l´ha?) afferma che il prezzo pagato è quello giusto. Sotto sotto pensando che in fondo l´anima valeva poco. Altri dicono che è in coma da qualche parte, tenuta artificialmente in vita da iniezioni di danaro pubblico. Gli studiosi di storia dicono che non c´è più, perché è scomparsa nel ‘99. Non nel 1999, precisano, ma nel 1799. Il pubblico applaude. Ecco una opinione precisa. Ma falsa, ribatte un signore in fondo a destra: chi allora avrebbe fatto il famoso Rinascimento Napoletano? Il nipotino di Lorenzo dei Medici? O la borghesia che ora purtroppo non riusciamo più a ritrovare? Il problema è che nessuno riesce a fornire qualche testimonianza eterna del Rinascimento Napoletano. Che ne so, una cupola di Brunelleschi, un Mosè di Michelangelo. E senza prove nessun rinascimento, dunque nessuna borghesia. Un intellettuale (sempre sono in giro nei talk show) sottovoce sussurra che il senso profondo del rinascimento sta nell´installazione natalizia a piazza del Plebiscito. Effimera e incomprensibile. Nessuno sa dire se ha parlato pro o contro. I soliti equilibristi. Un altro intellettuale, che mi ha vincolato al segreto della sua identità, dice che il rinascimento è stato Maradona.
Un dubbio fastidioso aleggia in sala. Nessun testimone oculare ha assistito al decesso o ai preparativi di fuga. Tutti parlano per sentito dire. I più ottimisti giurano che indubbiamente la borghesia esiste, e il metodo per sapere dove si nasconde è stabilire cosa fa. Già, cosa fa? Pensa ai fatti suoi, sbotta un signore disfattista. Falso, controbatte un avvocato di parte, che sembra saperla lunga. La borghesia sta lavorando, ma in silenzio, a modernizzare la città. Tutti si guardano stupiti, cercando di capire a cosa diavolo si riferisca. Forse è solo un provocatore, che vuole creare un po´ di confusione. Il solito pedante sottolinea la borghesia non si trova perché il termine borghesia è troppo vago: bisogna distinguere tra società civile, intellettuali, industriali, colletti bianchi, professionisti. Precisando l´oggetto dell´indagine qualcosa alla fine si trova. Qualcuno fa notare che forse non è meglio scendere in dettaglio, altrimenti ci becchiamo una bella denuncia per diffamazione. Subito il metodo viene bocciato. Una giovane signora timidamente evidenzia che tanta parte della città è impegnata nella scuola, nelle professioni, nella cooperazione, nel volontariato. Non è forse questa la borghesia che cerchiamo? Sì, giusto. Ci sono molte persone che fanno il proprio dovere, e oltre, in silenzio e in trincea ogni giorno. Perciò la città non è già affondata. Ma non contano niente. La borghesia, intesa come classe dirigente consapevole del proprio ruolo e della propria missione non c´è, e la dimostrazione è che ha perso l´America Cup, ha perso l´Expo, stava perdendo perfino il proprio salotto, il San Carlo, se non fosse stato per l´appello del presidente della Repubblica. Forse un giorno pure è esistita, ma ora i suoi eredi ballano la quadriglia sul Titanic. Le opinioni cominciano a radicalizzarsi.
La prima: la borghesia c´è ma non si vede. La sua esistenza è questione di fede. La seconda: la borghesia non è scomparsa ma ormai dimora nelle anticamere del potere, perfettamente mimetizzata tra i portaborse dei politici. La terza, la più eroica: la borghesia è fuggita, cacciata dai partiti e dalla camorra.
La trasmissione si avvia alla conclusione. Sigla finale. Dopo, pacche sulle spalle e tutti a casa. Lo share è stato buono. Arrivederci alla prossima trasmissione. Tra un anno. Tanto, tutto sarà come ora, se non peggio.
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Lettere/La borghesia propositiva
di Davide Ambrogi (Roma)

Per tre anni sono stato un dirigente dell’Asìa di Napoli. Da un anno e mezzo mi sono trasferito a Roma, dove sono direttore generale di una delle aziende del gruppo Ama, sempre nel settore dell’igiene urbana. Prima di scegliere di lavorare in aziende ex municipalizzate, scommettendo sulle indubbie potenzialità del settore, sono cresciuto per dieci anni in aziende multinazionali manifatturiere. Sono un ingegnere e ho 42 anni. Fra le ragioni della scelta di trasferirmi a Roma c’è stata la sopraggiunta convinzione che Napoli e la Campania non rappresentassero più luoghi dove poter realizzare le mie aspirazioni professionali e, ancor prima, dove far crescere una famiglia con maggiore serenità. Nonostante il forte pessimismo sulle prospettive di Napoli, a volte do uno sguardo su Internet alle edizioni locali dei quotidiani. Il richiamo alla «borghesia disfattista», stimolata dal prefetto a reagire e a fare proposte, mi ha fatto sbottare.
Per chi è andato via anche per essersi visto bocciare proposte che altrove hanno avuto successo, e che magari prossimamente saranno riesumate, è davvero fastidioso sentirsi dare del disfattista.
Prima proposta: rifiuti. Si tratta di una mia umilissima idea sempre bocciata, che aveva come obiettivo alleviare il problema dei rifiuti portando la raccolta differenziata a livelli minimamente accettabili: creare nella struttura aziendale una divisione operativa che si occupasse esclusivamente di questo tipo di raccolta, con uomini e mezzi dedicati. La maggior parte delle metropoli italiane ed europee è organizzata così. Forse sono tutti gli altri a sbagliare?
Seconda proposta: meritocrazia e competenza. Che motivazioni possono avere dirigenti o responsabili di servizi-chiave per l’immagine e il funzionamento della città la cui retribuzione è assolutamente indipendente dalle prestazioni lavorative e dalla qualità del servizio reso ai cittadini-utenti-azionisti? Propongo che i responsabili dell’erogazione dei servizi pubblici locali, fino ai livelli più operativi, abbiano una parte della retribuzione che sia funzione di riscontri qualitativi affidati a soggetti rigorosamente super partes. E che criteri si seguono oggi per identificare le competenze necessarie a guidare certe aziende? Propongo che ogni ente locale affidi a soggetti rigorosamente privati (magari addirittura dal di là delle Alpi) la valutazione delle competenze e delle potenzialità di dirigenti e funzionari dell’ente stesso e delle proprie aziende. Potrebbero venir fuori delle sorprese, si potrebbe scoprire che spesso esistono soluzioni interne di alto potenziale e di costo contenuto, anche se, mi rendo conto, di nessuna sponsorizzazione politica.
Terza proposta: attirare il turismo, in particolare quello ricco. Fra qualche giorno comincerà il triste spettacolo degli yacht ancorati davanti a via Caracciolo. Moltiplicando la lunghezza di ogni barca per 10 al giorno si ha il mancato introito che tale spettacolo significa, senza contare l’indotto. Con buona pace di un dirigente comunale che mi disse che a Napoli un porto turistico non può rendere come quelli dell’Argentario, la nostra città è al centro di una delle linee di costa più belle del mondo ma non è capace di offrire ospitalità a gente capace di spendere migliaia di euro al giorno. La proposta farà inorridire tanti, fra sovrintendenti demagoghi e sedicenti ambientalisti: Vigliena non basta ed è pessimamente posizionata rispetto al cuore della città, si ampli Mergellina, si razionalizzi la distribuzione degli spazi per posti barca e si bandiscano gare credibili per l’affidamento della gestione a soggetti qualificati e presentabili.
Ma non siamo piuttosto noi, borghesia disfattista, a dover pretendere la fine delle chiacchiere e l’inizio di fatti concreti che portino a una ripresa del pieno possesso del territorio da parte dello Stato e dei suoi cittadini? La deriva microcriminale che Napoli sta vivendo, se non arginata in tempi brevissimi, non farà che lasciare la città nelle mani della macrocriminalità, della politica autoreferenziale e di una borghesia rassegnata o complice. La borghesia propositiva difficilmente resterà a guardare il declino.
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Corriere del Mezzogiorno
6 aprile 2007

L’Aventino non fu un male
di Luigi Labruna

Prima che ci si incominciasse ad esercitare coralmente nell’esegesi del Pansa pensiero, ho manifestato su queste colonne apprezzamento per non poche dichiarazioni rese alla stampa dal prefetto di Napoli in momenti drammatici della vita della nostra città, devastata dalla violenza malavitosa e ormai ridotta al degrado, speriamo non irreversibile, dalla insipienza, per non dire altro, di chi l’amministra. E non ho mancato di sottolineare un aspetto che tutte le connotava e che a me è sembrato particolarmente significativo di fronte al montare di pericolosi sentimenti individuali e collettivi di angoscia, di sfiducia, talvolta addirittura di disprezzo e di rifiuto, non solo da parte dei malviventi, nei confronti delle istituzioni. Il richiamo, cioè, al rispetto da parte di tutti delle “regole” che sono a fondamento della convivenza civile. Regole, leggi, norme, comportamenti che l’alto funzionario che rappresenta qui da noi il governo della Repubblica ha il còmpito appunto di far rispettare esercitando i poteri, anche discrezionali, che, pur dopo la devoluzione alle regioni ed agli enti locali di molte sue attribuzioni, gli spettano ancora non solo in materia di sicurezza.
E’ in questa prospettiva che credo vadano collocate anche le sue recenti esternazioni che tanto interesse hanno suscitato nell’opinione pubblica e che ci fanno attendere che egli compia in modo sempre più penetrante, con la sensibilità democratica che certo non gli manca, le azioni necessarie di sua competenza. Direttamente. Ovvero adottando i provvedimenti indispensabili in sostituzione dell’”azione deficiente” delle pubbliche amministrazioni locali su cui esercita funzioni di vigilanza e di controllo, attenuate rispetto ad un tempo, ma ancora non poco incisive. Se così non fosse, le parole di questi giorni rischierebbero di essere considerate davvero frutto di impegno civile lodevole ma anche (come importanti personaggi cittadini si sono affrettati a dire) di genericità e di non approfondita analisi di questioni ben più complesse di quanto a prima vista appaiono. Complessità che certo al dottor Pansa non sfuggono, nonostante che per lungo tempo sia stato impegnato in delicati uffici fuori dalla Campania e non abbia potuto perciò seguire genesi, sviluppo, motivazioni concrete delle tante situazioni difficili, talvolta grottesche, che solo da pochi mesi si trova a direttamente osservare: problemi drammatici della sicurezza a parte, rifiuti che opprimono ogni luogo, Bagnoli dissipata, disordine endemico, vigili aggrumati in capannelli inerti nel traffico sregolato e impazzito, sanità malata, Regione onusta di consulenti ed esperti che dopo anni è ancora sconciamente senza Statuto. E arroganza inusitata di chi occupa in modo apparentemente insensato le istituzioni, non solo politiche, nel sostanziale disinteresse di opposizioni inesistenti o complici e con la emarginazione ferrea di chiunque non appartenga a congreghe, consorterie, gruppi con loro conniventi … Certo, nel quadro tormentato e variegato in cui viviamo c’è anche la borghesia (ma quale borghesia?) che sniffa droga e che pare essersi ritirata sull’Aventino (anche se non è detto che questa seconda cosa sia sempre un male: la lontana secessione dei ceti emarginati e privi di rappresentanza nella Roma repubblicana portò alla cacciata dei tiranni, alla parificazione della plebe con il patriziato ed alla fine del monopolio di questi ultimi nella gestione del potere). Per quanto poi riguarda i presunti disfattisti dell’intellighentia, che dire? Da piripacchio patentato penso che per testimoniare il vero non sia necessario sperare; né occorra aver successo per perseverare. Che ognuno, dal prefetto in giù, compia il proprio dovere!
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Repubblica - Napoli
5 aprile 2007

LA POLEMICA /La borghesia è un´astrazione
di Aurelio Musi

Il prefetto Alessandro Pansa denuncia “degrado diffuso”. Dice che la borghesia napoletana è “disfattista e rinunciataria”, oscilla tra l´illusione del rinascimento e la delusione per la fine della “stagione dei sindaci”. Il prefetto, infine, chiede con insistenza un “intervento corale” sui problemi della città. Chi conosce la storia di Napoli può ricostruire agevolmente corsi e ricorsi della “vexata quaestio” sui limiti della sua borghesia: più profonda è la crisi di identità della città, più si fa pressante la denuncia antiborghese.
Ma chi ha qualche dimestichezza con la storia plurisecolare dell´ex capitale del Mezzogiorno sa anche che Napoli non è mai stata una “comunità organica”, il luogo della “corrispondenza d´amorosi sensi” fra tutti i cittadini: un modello che può abitare solo nell´immaginario utopico di qualcuno. Più verosimile alla realtà storica è invece la metafora della “sequenza di steccati”, denunciata da Casavola solo come una patologia attuale: e la metafora come condizione pressoché permanente non è smentita nemmeno dal fatto che nel palazzo aristocratico potessero convivere “botteghe, popolino e nobiltà”.
E non è nemmeno questione di carenza di figure carismatiche. Purtroppo nella storia della Campania il governo politico è stato più affidato al ruolo decisivo di personalità carismatiche (da ultimi, Lauro, Valenzi, Bassolino) che alla fisiologia istituzionale e alla sua capacità di intervento quotidiano. La Campania ha vissuto per intero la parabola del sistema dei partiti, dall´apogeo e declino dei partiti di massa alla fortuna del “partito personale”. Sia nella fase precedente, quella della “prima Repubblica”, sia in quella più recente, la produttività delle istituzioni non è mai stata elevata, nonostante il protagonismo di alcune personalità carismatiche, anche per la pervasività, nel sistema economico, sociale, civile e culturale, della malavita organizzata.
Insomma di che cosa ha bisogno Napoli? Non di leader carismatici, né di costruire una “comunità organica”, ma di realizzare un equilibrio tra ruoli distinti e autoresponsabili, interpretati da tutti i gruppi sociali che si riconoscono in valori condivisi. Se la società civile realizza questo equilibrio, la società politica può essere meglio in grado di rappresentarne gli interessi.
Cos´è la borghesia napoletana a cui fa riferimento il prefetto? Una categoria troppo indistinta. Di borghesie a Napoli ce ne sono tante: la borghesia che fa affari; la borghesia che vive di politica, non per la politica, e che ha identificato in essa l´unico sbocco occupazionale possibile e più a portata di mano; la borghesia che, nel segno dell´etica della responsabilità, vive, lavora e produce in silenzio; la borghesia “eroica” del volontariato; la borghesia delle professioni, assai segmentata al suo interno, tra chi esercita con dignità e alta qualificazione e chi vive integralmente all´ombra delle istituzioni e della politica; una frazione intellettuale impegnata nella potente ed efficace trasfigurazione letteraria del mondo della criminalità organizzata, parte integrante di questa Napoli; la borghesia rampante dei “nuovi ricchi”, vero cordone ombelicale fra legale, paralegale e illegale, eccetera.
Le inchieste di questo giornale su “chi comanda nelle città” mettono in luce preoccupanti omologazioni tra le realtà urbane del Nord, del Centro e del Sud: gli intrecci tra politica e affari; i poteri economici forti che si dislocano, in prevalenza, in alcuni settori professionali e nell´attività imprenditoriale edilizia. Ma mettono in evidenza altresì il peso della differenza costituito da una variabile importantissima: il ruolo della mediazione politico-istituzionale. È un motivo sottolineato anche nella lettera di Mirella Barracco: la “stagione dei sindaci” ha dato dappertutto esiti non brillantissimi; tuttavia la sensibilità istituzionale, in alcune città più accentuata, in altre assai meno, fa ancora la differenza. Quegli “scontri di potere” e quelle “logiche politiche autoreferenziali”, che Roberto Esposito denuncia come una specificità napoletana e motivo non secondario del pessimismo diffuso, sono presenti nella nostra città come negli altri centri urbani italiani: ma qui stanno ormai assorbendo e totalizzando l´identità delle istituzioni. E allora riflettiamo su questo più che sul disimpegno di un´immaginaria borghesia.
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