2007-09/tribù postmoderna

15 marzo 2009

Repubblica - Napoli
A ovest e a est di Toledo
di Claudio D´Aquino

Perché i poeti? È la domanda che Martin Heidegger antepone al penultimo capitolo del suo Holzwege (”Sentieri Interrotti”, 1950). Ricorrere ai poeti è necessario «nel tempo della povertà», sul finire del «giorno degli Dei», quando «la notte del mondo distende le sue tenebre». Quando, spiega ancora il filosofo tedesco, «nessun Dio sembra in grado ormai di raccogliere sotto di sé gli uomini e le cose». Anzi, del suo splendore «non si avverte nemmeno la mancanza». Perché è venuto meno al mondo «ogni fondamento che fondi».
Il quadro tratteggiato da Heidegger per aprire quel capitolo si attaglia piuttosto bene a Napoli/Gomorra, ai giorni della vergogna e dello scuorno, a Napoli nel «tempo della povertà». Anche qui ormai non c´è autorità, eccezion fatta forse per il cardinale Sepe, che riesca a raccogliere sotto di sé uomini e cose.
I poeti c´entrano, quindi. Napoli avrebbe bisogno dei poeti (percettori di visioni e costruttori di miti) per rintracciare almeno l´eco del suo valore. Per trovare in se stessa le tracce di una «nuova visione identitaria». Lo sanno coloro che vengono qui per immergere il cervello nel suo habitat creativo.
È un pubblico speciale. Viene qui perché vuole vivere un´esperienza speciale. Spogliarsi, finalmente, delle proprie consuetudini. Sospendere, per una volta, l´incredulità della ragione raziocinante. Entrare nel labirinto che è Napoli senza timore di uscirne cambiati, profanati, presi di petto e sbatacchiati.
E quindi: prima ci si libera dall´idea di rinascita della grande capitale d´arte e cultura e meglio è. È un reperto che resiste soltanto nella filigrana delle decalcomanie Alinari, nelle gouaches di un paesaggismo che sapeva espungere, soggiogato dai tramonti sul golfo, i meandri della città, il suo ventre molle. La Napoli che schizza saliva quando urla, sudore quando è nuda, schiuma di tinozza dai panni stesi, sangue dai coltelli librati per regolare i conti nei vicoli…
Si viene a Napoli per sentirne l´odore. L´odore acre della sua pelle. Non per chiese e musei che altre città italiane hanno più numerose e più belle. Si rischia lo scippo o l´affronto del guappo all´incrocio, perché al cospetto di questa città brutale l´umanità bastarda che ancora alligna tra i vicoli conta più dei musei d´arte contemporanea.
Si viene a Napoli anzitutto per provare l´ebbrezza dello “smarrimento”. Lo spaesamento di cui parla tra gli altri Dominique Fernandez (in “Dadapolis”, insuperato volume di Fabrizia Ramondino). Lo scrittore francese biasima Oscar Wilde, che, «chiuso nel suo hotel Royal sul lungomare», non ha conosciuto l´impatto della vera Napoli, «che ti prende, t´afferra, ti spossessa di te, delle tue abitudini di Europeo civilizzato, tirandoti bruscamente all´indietro, nel bagno delle Madri e delle Parche…». «Tutte le cose che avevano cercato di insegnarmi a ovest di Toledo - aggiunge Fernandez - sono frammenti di sapere ridicolo, di cliché senza rapporto con la verità di Napoli…».
Ecco, i primi che devono liberarsi dai ceppi dei cliché nati a ovest di Toledo sono i napoletani che pensano di «cambiarla». Dinanzi al labirinto, al dedalo dell´inarrestabile e brulicante corte dei miracoli che tuttora l´attraversa, fanno un passo indietro. E ci perdono. Perché smarrirsi a Napoli significa essere scaraventati via dai principi vitali dell´inconscio euro-mediterraneo. L´inquietante estraneità partenopea «ti mette a nudo»: vero motivo per cui valga la pena rischiare la pelle per esserci, almeno una volta nella vita. Altro che Capri, Posillipo e Marechiaro.
Cambiare Napoli, dicevamo, per farne una fotocopia di un´altra città? Macché, il meglio che si può fare è trarre da Napoli “così com´è” una nuova ragione per conoscerla. Appena si lascia alle spalle la città delle chiese e dei chiostri, dei palazzi e dei salotti, vengono in primo piano i suoi valori: le facce, la mimica, la connotazione trasmessa coi gesti; la voce, la parola, il linguaggio, che solo qui scorre gorgheggiante come l´acqua delle fontane; gli odori: squame e fritto di pesce, cannella nel ragù, lauro nelle castagne, origano, il fumo carciofi arrostiti, l´aroma delle zeppole e del caffè… Quindi la città dei sensi lancia il quarto strale, quello del cibo, che prende dal di dentro, traguarda la bocca dello stomaco, si insedia nelle viscere come un tifo o un colera.
E ultime arrivano le mani. A un certo punto a Napoli si è in balìa delle mani. E quale posto migliore c´è al mondo per apprenderne il linguaggio, dal momento che le mani, a est di Toledo, nessuno sa tenerle al loro posto?
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8 gennaio 2008

Corriere della Sera
Cari napoletani colpa anche nostra
di Raffaele La Capria

Io so. Così iniziava un famoso articolo di Pasolini. … Io non so, non capisco, eppure vorrei sapere, per scrivere, per far sentire il mio cordoglio per quel che avviene a Napoli, perché, pur non vivendo a Napoli da più di mezzo secolo, Napoli fa parte di me, della mia memoria, e dunque tutto ciò che avviene a Napoli, nel bene e nel male, mi riguarda. … (tutto l’articolo, ora è online)

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2 gennaio 2008

Repubblica
Il rito del fuoco
di Marino Niola

Anche quest´anno la notte di Capodanno ha presentato il suo assurdo, inaccettabile bilancio. Un mix di crudele fatalità, di ottusa inciviltà, di colpevole irresponsabilità che in molti, troppi casi trasforma la festa in tragedia. Non è certo la prima volta che all´indomani della notte di san Silvestro viene diramato un autentico bollettino di guerra. Quasi un rituale nel rituale. Come se la festa avesse in sé una quota di violenza ineliminabile, una furia arcaica. Così che gli appelli alla prudenza, al civismo, alla legalità restano spesso inascoltati. E alla fine vince la febbre del fuoco.
Perché nel bene e nel male proprio di una febbre si tratta. Della recidiva di un rito millenario che nelle società più diverse celebra la fine dell´anno e l´inizio di quello nuovo giocando col fuoco. Un gioco pericoloso per definizione.
Dal Mediterraneo al mondo celtico, dall´America precolombiana alla Cina, il giro di boa del calendario viene da sempre accompagnato dal fuoco e dal rumore. Due elementi fissi e immancabili che precedono di molto i nostri botti. Prima dell´invenzione della polvere da sparo si accendevano, infatti, grandi falò e contemporaneamente si produceva un rumore assordante con tutti i mezzi disponibili. Tamburi, sonagli, pentole, coperchi tutto era buono per far baccano. La simbologia di questi riti era, e in fondo resta, elementare. Il fuoco, tradizionale strumento di purificazione e di rinnovamento, aveva una doppia funzione. Serviva a bruciare i residui negativi dell´anno passato e al tempo stesso a illuminare il cammino di quello nuovo. Il rumore aveva invece lo scopo di spaventare gli spiriti maligni, di scacciare le potenze del male. O, come si dice oggi, allontanare le energie negative. Per la stessa ragione in tante parti del mondo a Capodanno si bruciano o si buttano via le robe vecchie. Per chiudere simbolicamente i conti col passato e ricominciare da zero. Anno nuovo vita nuova.
Con la modernità, la funzione apotropaica del fuoco e del rumore viene ereditata dai giochi pirotecnici. Che facendo esplodere insieme fulgore e fragore in una miscela fantasmagorica e colorata trasformano il rito scaramantico in arte. Al punto che nel Settecento grandi musicisti come Georg Friedrich Haendel scrivono capolavori per celebrare i fuochi d´artificio in onore del re d´Inghilterra.
E se ancora oggi da Sidney a Pechino milioni di persone aspettano il nuovo anno godendosi lo spettacolo dei botti è segno che l´arcaico richiamo del fuoco è difficile da spegnere. Perché si tratta di una attrazione elementare, di un basic instinct che affonda nelle profondità della natura umana.
Come insegna il mito di Prometeo, il fuoco è per gli uomini una tentazione irresistibile, oltre ad essere il simbolo stesso della civiltà. Dal fuoco pubblico delle Vestali a quello delle Olimpiadi, dalle fiaccolate per la pace ai fuochi di Capodanno si snoda un filo millenario che giunge fino a noi.
Se dunque la passione per i botti è la recidiva di antichi rituali, quegli eccessi che trasformano la gioia in tragedia sono invece il sintomo di una degenerazione autistica della comunità in festa. Che fa precipitare la celebrazione della collettività in un asociale cupio dissolvi.
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Corriere della Sera
«La tensione che c’è a Napoli l’ho vista solo a Gerusalemme»
di Alessandra Arachi

Erri De Luca ha visto che disastro la sua Napoli in questa fine dell’anno
«Stop».
Cosa?
«Volevo fare una premessa: quando si parla di Napoli in termini negativi e in circostanze penose, come in questo caso, io tendo a difenderla. A prescindere». Anche se parliamo di proiettili vaganti? Invece di sparare botti e fuochi d’artificio a Napoli in questo Capodanno si sono sparati colpi di pistola veri
«Non è facile difendere, però…».
Però?
«Che a Napoli ci sia una disponibilità di armi da fuoco superiore alla media nazionale non è mica una novità di questo capodanno. Stiamo parlando di un vero e proprio arsenale non censito».
E le sembra una cosa normale questa? «No, certo. Ma non possiamo accorgercene soltanto ora, così. Non possiamo occuparci di Napoli soltanto nei picchi di emergenza. Bisogna viverla Napoli per capirla davvero».
Lei non ci vive più, vero?
«No, da tempo. Ma quando ci vado riesco ancora a cogliere l’intimità di Napoli. La sua dinamica».
La sua dinamica?
«Sì. Che è che quando entri in un vicolo, ad esempio, ti viene fatta la radiografia dalle persone che stanno lì. Una cosa così precisa che alla fine del vicolo potrebbero anche consegnarti il referto su quanto hai in tasca, cosa hai detto, cosa hai comprato, cosa hai pensato. E poi…».
Poi?
«Si deve tenere conto che a Napoli c’è la più alta densità di popolazione d’Europa, oltre che la più alta mortalità infantile del nostro continente. Se non partiamo da qui non ha senso parlare di Napoli».
Partiamo da qui
«Partiamo dal fatto che per questo i nervi dei napoletani sono accordati sempre un’ottava sopra. Hanno un tale livello di vigilanza che a me è capitato di trovarne uno uguale soltanto quando sono stato a Gerusalemme durante la seconda Intifada. Questa è Napoli e…».
E?
«Le notizie di cronaca non ce la possono certo spiegare».
Nemmeno i muri di immondizia che la circondano? Persino il presidente della Repubblica si è sentito in dovere di parlarne nel suo discorso di fine anno….
«Quell’immondizia non spiega Napoli ma la classe di politici che sono serenamente inefficienti».
Serenamente?
«Già. Sono completamente inefficienti ma non se ne preoccupano, non si agitano. Che senso ha definire emergenza il problema dell’immondizia? Il terremoto è un’emergenza. Un maremoto, un’epidemia, una catastrofe naturale, non mucchi di immondizia che si accumulano per incompetenza e inefficienza».
Della classe politica?
«Certamente. Non raccolgono l’immondizia perché non sanno dove metterla e nessuno si preoccupa di trovare un posto. In questo non c’entrano i napoletani.
Anzi».
Anzi?
«Mi aspetto che arrivi proprio da loro la soluzione».
Da loro, chi?
«Dalla popolazione. Dal basso. Sono sicuro che i napoletani ad un certo punto sapranno che fare, così. All’improvviso. Ho fiducia nella loro accelerazione. Nei loro scatti di rabbia. Di orgoglio».
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Corriere del Mezzogiorno
11 novembre 2007

Problema politico, non antropologico
Napoletanità come inganno
di Paolo Macry

Ogni volta che, per definire un fenomeno sociale o politico, si usa il plurale — i napoletani, i pugliesi, i siciliani — c’è da mettersi in allarme. Perché, invariabilmente, il plurale è l’anticamera di una deriva moralistico- antropologica che finisce per addebitare alla genetica quel che dipende da contesti specifici e più ancora da ciò che singoli individui scelgono di fare bene o di fare male. Negli ultimi due secoli, gli europei hanno usato a piene mani un simile artificio per glorificare le virtù etniche del proprio paese (fossero i celti di Francia, gli ariani della Germania o gli slavi in Polonia) e, simmetricamente, per inventare il mito dei popoli inferiori. Inutile dire che quando, anche per questa città, si usa il plurale antropologico, sono guai. E non tanto perché «i napoletani» finiscono ovviamente fra le tribù di serie B, folkloristici, comunitari, irriducibili alla modernità, allo stato, al mercato. Stessa faccia degli extracomunitari, stessa selvatica socialità. Il punto è che, trattandosi di generalizzazioni bio-etniche, da simili discorsi esce assolta tanto la politica (l’Inferno è ingovernabile), quanto la società. La quale, a differenza dei «napoletani» o dei «siciliani», non è un magma indifferenziato ma, al contrario, la somma di persone le quali si identificano, si organizzano, si segmentano secondo caratteristiche economiche, culturali, morali, sentimentali, politiche. Una piramide di condizioni e di prospettive, non un generico destino comunitario. Se ne può dunque discutere in termini di ruoli, di differenti posizioni di potere e, per ciò, di livelli assai diversi di responsabilità rispetto alla pubblica felicità (o infelicità).
Detto altrimenti, il problema di Napoli concerne le classi dirigenti, non i «napoletani». E sebbene non sia opportuno rivangare schemi classisti o populistici, semplicisticamente addossando ogni colpa alle élites, è ragionevole — oltre che storicamente fondato — credere che le sorti della città dipendano per lo più da quegli individui e quei gruppi, i quali ne detengono il grosso delle risorse materiali, culturali e politiche.
Forse, con un po’ di irriverenza, bisognerebbe analizzare nel dettaglio — per nome e per cognome — la scarsa lungimiranza dei capitalisti napoletani, la pigra ripetitività delle scelte dei rentiers, il furbesco utilizzo degli spazi offerti alle imprese dall’intermediazione politica, l’inveterata tendenza dell’accademia a far prevalere i propri piccoli interessi sull’interesse degli studenti ad una formazione qualificata, il pronto adeguarsi dei professionisti più stimati al richiamo di partiti e partitini, la propensione del management pubblico a lavare una mano con l’altra, il respiro corto dei Grandi Vecchi cittadini, anche i più generosi. Né sarebbe, questo, l’ennesimo j’accuse
moralistico, visto che, se si considera il trend cittadino della ricchezza e del potere negli ultimi decenni, una cosa è chiara: che i limiti dei ceti dirigenti ricadono sui ceti dirigenti. Che l’encefalogramma piatto del Pil napoletano si sta rivelando un pessimo affare per i suoi commercianti e industriali. Che la stanchezza delle istituzioni culturali cittadine finisce per deprimere il prestigio dei suoi intellettuali. E via dicendo. Non sarà per caso che i figli di quelle élites, sistematicamente, si dirigano verso altri lidi, vadano a specializzarsi all’estero, cerchino miglior destino a Parigi Bruxelles Milano. Un’eloquente conferma del fallimento dei padri, tutto sommato.
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Corriere del Mezzogiorno
10 novembre 2007

Napoli e le sfide di Cazzullo e Merlo
Tra i Vicere’ e i Vanzina
di Marco Demarco

Colleghi come Aldo Cazzullo e Francesco Merlo si occupano di noi, del Sud. E scrittori meridionali si guardando allo specchio sempre più preoccupati, penso a Elena Ferrante e a Ermanno Rea, ma potrei citare anche Fabrizia Ramondino. Per un verso o per un altro, le loro riflessioni sembrano convergere in un’unica direzione, quella di un nuovo fatalismo antropologico. Il Sud è così, sembrano dire, perché così sono fatti i meridionali. Napoli è questa, una città invincibile, perché questi sono i napoletani. Sembra di essere tornati ai tempi de «I Viceré» di De Roberto, non a caso ridotto a film e riproposto; o a quelli de «Il Gattopardo» di Tommaso di Lampedusa. Si avverte lo stesso cinismo di allora, e certi discorsi di oggi rimandano inevitabilmente a certi monologhi di uno o due secoli fa sul trasformismo dei meridionali, sulla loro presunta furbesca perfezione proposta come modello di vita.
Non che non vi sia del vero in quel che oggi si dice su Napoli e sul Mezzogiorno. Ha ragione Cazzullo: il modello vincente sembra essere oggi quello napoletano, il modello dell’anti-Stato assistenziale. Tutti difendono il loro individualismo, ma tutti vogliono la protezione dello Stato, proprio come quegli industriali napoletani che non denunciano il racket ma chiedono più carabinieri e più poliziotti. E ha ragione anche Merlo quando, su «la Repubblica», dice che c’è una via meridionale all’integrazione, spiegando che quei lavavetri extracomunitari che a Parigi o a Bologna cedono alla violenza se l’elemosina non è sufficientemente generosa, qui nel Sud si guardano bene dal trascendere. Ma il punto è che nella napoletanizzazione del Paese, così come la descrive Cazzullo, non c’è nulla di cui andare fieri. E allo stesso modo non c’è da vantarsi se, come dice Merlo, qui il rumeno non accoltella nessuno, perché se non lo fa è solo per non incappare nella vendetta camorristica o mafiosa.
Dovremmo cominciare a chiederci che cosa sia mai successo per essere arrivati a tanto. Che cosa abbia fatto precipitare la nostra considerazione in Italia e nel mondo. Che cosa abbia spinto i fratelli Vanzina, proprio mentre ci apprestiamo a trasformare il popolosissimo quartiere di Poggioreale in una discarica, a immaginare la Napoli del 2061 come un’enorme montagna di rifiuti chiamata «Munnezza d’Ampezzo».
L’altro giorno, sul «Corriere della Sera», Galli della Loggia è arrivato a domandarsi cosa aspettino i calabresi a stufarsi di essere calabresi, a stufarsi, cioè, di sopportare il clientelismo come modello sociale o situazioni urbanistiche raccapriccianti. È tutto un coro, come si vede: noi, i calabresi, i siciliani, i pugliesi. Trafitti da queste frecciate, non sappiamo come rispondere. E la prova è nella letteratura, nelle storie che ci parlano di Napoli. Nel suo ultimo libro, Elena Ferrante parla di una comunità di napoletani brutta, cafona e malavitosa da cui una delle protagoniste, una bella ragazza dai tratti sorprendentemente gentili, non riesce ad affrancarsi. Ermanno Rea, in «Ferrovia», non fa altro che descrivere una città incivile, chiassosa, incapace addirittura di attraversare sulle strisce pedonali. E Fabrizia Ramondino, che scrisse dei disoccupati organizzati, ammette che sul fronte sociale abbiamo accumulato errori su errori. Ecco la deriva antropologica che ci sta prendendo tutti. Un deriva che non a caso la politica non contrasta, perché in parte la assolve. Ma è una deriva che non ci porta da nessuna parte se non al tempo in cui ci illudevamo di essere leoni e gattopardi. Cazzullo, Merlo e gli altri ci stanno sfidando. Sarebbe ora di rispondere con il buongoverno.
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Repubblica - Napoli
10 novembre 2007

La tolleranza non è illegale
di Guido Trombetti
(scorrere la pagina fino alla data giusta)


Corriere del Mezzogiorno
4 novembre 2007

Napoletanizzazione del paese: la teoria del libro «Outlet Italia»
Cazzullo: così Napoli esporta il caos
L’inviato del Corsera: «Lo spirito anarchico ha contagiato il resto d’Italia»
di Simona Brandolini

NAPOLI — Spaventa e diverte, «Outlet Italia», il viaggio-libro nel paese in svendita dell’inviato del Corriere della Sera, Aldo Cazzullo, che teorizza la napoletanizzazione dell’Italia, ma per antinapoletano proprio non vuole passare.
Bè, poteva immaginare che sarebbero piovute critiche. Lei, piemontese, scrive: «Come la Grecia conquistò i conquistatori romani, così il Sud rappresenta un modello dominante, in grado di imporsi anche al Nord». O ancora: «Gli stranieri pensano all’Italia come a una grande Napoli». Non è proprio un complimento non le sembra?
«Quando dico che gli stranieri pensano all’Italia come a un’immensa Napoli non sto dicendo che Napoli sia quella. È uno stereotipo della città e della nazione tutta. Sono consapevole che Napoli sia ben altro».
Cos’è Napoli?
«Una città straordinaria che è stata capace di permeare tutta la cultura italiana, dal teatro, al cinema, alla gastronomia, alla musica, all’arte contemporanea. E che continua ad essere una città creativa».
Premessa fatta. Ci spiega allora cosa vuol dire napoletanizzazione dell’Italia?
«Negli anni ‘50 c’è stato l’incontro- scontro tra il Nord e il Sud. I meridionali sono arrivati a Torino e a Milano, due mondi diversi, tra di loro incomprensibili. Ricordate Totò e Peppino col colbacco? È in quel momento che per i torinesi tutto il Sud è diventato Napuli, come a indicare un paese straniero».
Sono passati cinquant’anni.
«E non è più così. Perché dopo questo incontro-scontro le città del Nord si sono scongelate, aperte, sono diventate meno formali, meno burocratiche, meno gerarchiche. In una parola più anarchiche. Facciamo un esempio?».
La anticipo: fermarsi dinanzi al semaforo rosso.
«Io da piccolo venivo spesso a Napoli perché mio zio fu spedito dalla Ferrero ad Avellino a comprare le nocciole per la Nutella. Girare in auto per noi era un percorso di guerra. Oggi vivo a Roma ed è uguale: il caos è diventato un fenomeno italiano, non più napoletano. Questi sono soltanto i sintomi e i simboli. Ma la mia impressione è che questo spirito anarchico, fatto di estro individuale, di scarso rispetto delle regole e dello Stato, di scarsa coscienza comune, questo familismo, sia un modello culturale egemone nel resto d’Italia e giungo dunque alla tesi che tra le due diversità quella che ha prevalso è la meridionale».
Per lei dunque è una questione culturale, non politica?
«Per una volta, secondo me, la politica non c’entra. Probabilmente la natura degli italiani ha finito per prevalere su certe sovrastrutture. Torino era diversa: il clima, la disciplina, il conformismo, una città aspra ma che aveva fatto l’Italia due volte, ora non ha più niente di specifico, il vivere è sicuramente più dolce, ma non ha più riferimenti culturali. Ha ragione Bocca quando dice: Napoli siamo noi. Non sto dicendo che è uno schifo, dico solo che Napoli non è più emergenza locale, i mali di Napoli sono i mali italiani, la questione meridionale è una questione italiana».
Messa così sembra, però, che la napoletanizzazione dell’Italia sia quasi positiva. Cosa c’è di positivo nel caos e nell’illegalità?
«Nulla ovviamente. Napoli essendo in crisi da sempre non è in crisi mai. È chiaro che avrebbe bisogno di tante cose. A cominciare da un aeroporto decente, dove si riuscisse a parcheggiare o a noleggiare una macchina. Se mettesse a frutto la sua bellezza, contro Milano vincerebbe».
Non è così. Se è vero che Napoli ha esportato l’anarchia, avrebbe potuto importare la disciplina?
«No. Perché Napoli è una città difficile. Da turisti si rimane incantati, ma subito ci si scontra contro un’identità fortissima, meno accogliente di come ce la figuriamo. Non è facile fare amicizia con i napoletani e allora quando si entra in questa città si ha una sensazione di straniamento, vai in un bar e parlano napoletano, vuoi pagare il biglietto al Beverello, due si fanno l’occhiolino e passano davanti. Questo senso di tolleranza anche nei confronti del male e della prepotenza è persistente e sono sicuro che le prime vittime di questa arroganza siano i napoletani perbene».
È rassegnato anche lei?
«Scherza, ci ho scritto un libro. E trovo che ultimamente i napoletani si stiano stufando della propria città. Non sono più orgogliosi, si comincia a capire che non tutto è figlio della libertà. Da qui bisogna ripartire».
Che pensa di quindici anni di governo Bassolino?
«Ho stima di Bassolino, lo seguo da quando era sindaco, il Pci napoletano ha una storia affascinante: praticamente di destra, con capi liberali, fatto anche di eretici passati con il nemico. In quel Pci lui era diverso, ingraiano. Il problema è che nessuno dovrebbe avere potere per quasi vent’anni, inevitabilmente si perde la spinta propulsiva».
Quindi bisogna cambiare?
«Attenzione: se la città fosse finita in mano a Martusciello e alla destra dove sarebbe oggi?».
Dunque?
«Un merito di chi ha potere è organizzare la propria successione: Mitterand che lascia il deserto dietro di sé non funziona. Bassolino deve proporre una classe dirigente nuova e lo faccia con cautela».
Cosa vuol dire?
«Meno mogli».
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Repubblica - Napoli
23 ottobre 2007

“Napoli Ferrovia”, ovvero la stazione della partenza definitiva
La malinconia civile di Ermanno Rea
di Pasquale Persico

“Napoli Ferrovia”, l´ultimo romanzo di Ermanno Rea aggiunge malinconia alla tanta che già è presente nei cuori e nella mente di chi, ancora e nonostante tutto, pensa alla possibilità di una ennesima ripartenza di Napoli e delle sue istituzioni. Napoli con i luoghi rivisitati di infanzia e giovinezza diventa, per Rea, pretesto per un´autoanalisi profonda fatta da “cariatide comunista”.
“Napoli Ferrovia” diventa l´ultima stazione, quella della partenza definitiva, del distacco da una città che non ha più identità solida, l´ha persa definitivamente con le decisioni politiche prese durante la guerra fredda che hanno favorito la rinascita dell´humus della decadenza fino a portarla al fondo del pozzo (ipotesi già avanzata anche da Erri De Luca nel suo “Napòlide”). Non parla esplicitamente Rea, e non può farlo, della sua malattia; il padre della psicoanalisi l´aveva definita come perdita di un bene astratto, di una fede, di una speranza, di un´utopia realizzabile. In epoca elisabettiana, la stessa malattia depressiva era stata battezzata come malinconia civile, cioè perdita della speranza del cambiamento. Una società corrotta, senza ideali, senza progetti continuava a riprodursi, per fortuna arrivò la rivoluzione industriale e tutte le aspettative vennero riposizionate. Ermanno Rea, il comunista del dopoguerra, l´analista studioso della società napoletana, il giornalista che legge il funzionamento delle istituzioni, lo scrittore che con il romanzo ha da sempre voluto tracciare un bilancio su “Napoli com´è”, non poteva non contrarre questa malattia che, a differenza della malinconia per la perdita di una persona cara, non può essere curata nel tempo breve della vita, ha bisogno del tempo lungo della storia.
Napoli è diventata una puttana drogata che non riesce a camminare su altre strade? Napoli non ha una borghesia volitiva e progettuale? Napoli ha una classe politica incapace di far funzionare le istituzioni? Napoli ha una generazione di giovani che dimentica di innamorarsi del progetto giusto? Napoli è invasa da centodieci razze di immigrati, anch´essi senza progetto e senza speranze, che moltiplicano i problemi irrisolti? Napoli è una città dalla quale anche gli scienziati, i poeti e gli artisti vogliono fuggire? Napoli adda murì accussì (che poi significa deve vivere così), come dicono gli artigiani del presepe, quelli diventati ricchi per caso a San Gregorio Armeno, quelli incapaci di immaginare un riposizionamento collettivo di quel patrimonio di identità? Napoli è definitivamente una colonia e non potrà essere nuovamente una capitale di niente, a dispetto di quanto la politica della comunicazione propone ogni giorno?
In realtà lo scrittore e saggista non vuole dare una risposta a tutte queste domande, vuole raccontare la sua solitudine, la sua incapacità di sollevare la testa, la sua incapacità di essere napoletano, il suo desiderio di non voler essere nemmeno l´Icaro del volo impossibile. La malinconia si fa avvolgente, si riempie di dubbi, perfino gli amici diventano inesistenti, traditori. Non resta che il suicidio; ma lo scrittore non lo può raccontare, perché non può nemmeno ipotizzare che il comunista ha oggi paura del labirinto, dell´inferno inteso come città abitata solo da diavoli. Per lui, per il comunista di un tempo, il Rea scrittore racconta di una partenza definitiva, con la scomparsa anche dei testimoni che lo hanno visto indagare su se stesso, per assolverlo da un´ipotesi di eutanasia, unica chiave di uscita dalla malinconia civile.
Napoli da raccontare è scomparsa definitivamente, come se non fosse mai entrata nel cuore e nella mente, protagonista di un tradimento collettivo, immorale rispetto al progetto possibile, quello del dopoguerra, dal potenziale, allora, ancora vivo. Allo scrittore e al comunista sembra mancare la saggezza dei nonni, quelli che sanno dare ai bambini messaggi di tranquillità, raccontare favole dove il male prima o poi andrà via. No, questa volta non possiamo capire, non possiamo assorbire come una cronaca lunga il racconto di una partenza definitiva, non necessaria, né sufficiente a darci la misura di una incapacità degli uomini. “Napoli Ferrovia”, però, è la provocazione dolce rispetto al libro del pugno in faccia, il best seller “Gomorra”; è la provocazione che gioca sui sentimenti, sui ricordi, sulla capacità di amare, riconoscendo le persone del nostro passato che riappaiono come portatori di semplicità e impegno.
Enzo Striano, l´amico mai cercato dopo il primo distacco da Napoli, appare come sfondo tragico di una incapacità: stringersi in cerchio per un ultimo girotondo mischiando visi e colori di bambini, giovani e anziani e riconoscere Napoli come città dell´inferno contemporaneo, globale e mediterraneo. Ma Rea è lo scrittore vitale che tutti amiamo e per lui saremo disposti a tradire Croce che non darebbe più la parola su Napoli a chi non la sente più Patria.
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Corriere del Mezzogiorno
10 ottobre 2007

Cambiano le ambientazioni e i protagonisti della fiction
«La squadra» emigra da Piscinola al centro della città
di Biagio Coscia

NAPOLI — Squadra che vince non si cambia. Ma la rivoluzione è già in atto. E sarà un cambiamento tale che la fiction prodotta da Rai e Grundy a Piscinola non si identificherà più con «The Bill» il format inglese dal quale prese spunto otto anni fa. In questi giorni è in onda l’ottava serie del telefilm (questa sera alle 21.05 Raitre), ma la prossima stagione «La squadra» potrebbe cambiare anche il titolo. Certamente è cambiato lo staff di scrittori. Ora il grande capo è Claudio Corbucci. Autore, prestigioso sceneggiatore e figlio d’arte, come si intuisce dal cognome. Renato Carpentieri, Mario Porfito, Massimo Bonetti e gli altri protagonisti non faranno più i poliziotti. Del vecchio cast sono rimasti in pochi: Toni Sperandeo, Federico Tocci e Gennaro Silvestro. Tre attori, un siciliano, un romano e un napoletano che continueranno ad interpretare i ruoli che hanno nella serie in onda.
Faranno da “collegamento” con la vecchia serie. In queste settimane stanno scegliendo i nuovi attori e si era fatto anche il nome di Pietro Taricone. Il nuovo titolo della serie, se poi sarà cambiato, potrebbe essere “Spaccanapoli”. Ma soprattutto cambierà lo stile. Storie veloci con molta azione, pochi intrecci “gialli”, nessuna ricerca complicata dei colpevoli. Insomma il format inglese è stato abbandonato per una modalità narrativa più “americana”. Tra i grossi cambiamenti ci sarà il commissariato che resterà (produttivamente) a Piscinola, ma che idealmente sarà nel cuore della città. Addio quindi al Sant’Andrea e alle stanze degli interrogatori che abbiamo visto in centinaia di episodi. Gli studi hanno subito un restyling profondo e anche tra gli agenti ci saranno i “falchi”. Per qualche momento c’è stato anche il rischio che la produzione potesse subire un trasloco totale. Sono solo voci e certamente le nuove scenografie, per quanto costose, devono essere sembrate più convenienti di uno spostamento degli studios di Piscinola. Anche il sistema produttivo dovrebbe cambiare. Le scene in “esterna” saranno molte di più ed infatti è prevista un’altra troupe attrezzata per le riprese per strada. Dalle strade della zona di Varcaturo e di Villaggio Coppola i set potrebbero tornare nei vicoli. Insomma uno sforzo produttivo certamente superiore. In molti si chiedono se “La Squadra” è stata cambiata perché forse non funzionava più. La fiction teconologicamente è tra le migliori mai realizzate dalla Rai. Alta definizione e un’organizzazione produttiva più vicina al mondo del cinema che a quello della tv. Montaggio e sonorizzazione realizzati nel centro di viale Marconi in tempi record.
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Repubblica (R2)
22 settembre 2007

Tra i ragazzi che a 10 anni spacciano e si preparano a uccidere
Napoli, ecco le lettere della malavita bambina
di Giuseppe D´Avanzo

Ragazzi di dieci anni che già spacciano, rubano e si preparano a uccidere.
Futuri soldati della camorra. E´ il mondo della malavita bambina, fatta di esistenze disperate di questi ragazzi.
Cui però resta una possibilità. Quella di piccole comunità come Casa Jonathan
che aiutano chi vuole uscirne.
Ecco un viaggio in questa realtà per ascoltarne le voci e leggere le parole di chi ci abita.

Il canone più prudente prescrive di raccontare la speranza. Sei qui per questo, non per altro. Racconta di casa Jonathan che sta in piedi senza soldi pubblici. Parla del generoso coraggio di Vittorio Merloni e della Fiat di Marchionne che, nel colpevole deserto di politiche pubbliche, offrono ancora un´opportunità ai “piccoli criminali” che abitano quella casa - “piccoli” perché quattordicenni o non ancora diciottenni e “criminali” perché assassini, rapinatori, stupratori, soldatini di latta della cinica camorra dei “grandi”, spacciatori di eroina, di cocaina, spesso tossici loro stessi. Merloni e Marchionne li lasciano lavorare nelle loro fabbriche come operai tra gli operai senza chiedere del loro passato accontentandosi soltanto, con fiducia, del loro desiderio di ricominciare da un´altra parte un´altra storia, un´altra vita. Racconta la speranza, mi ripeto, mentre ritorno a Napoli da Scisciano nella piana del Vesuvio, dov´è la casa. E già so che non ci riuscirò perché la sola parola - speranza - mi appare una menzogna, una retorica progressista che non ha più niente a che fare con realtà. Dov´è la speranza? Quali sono le ragioni per averne? Da due giorni la parola che ascolto con più frequenza è morte, ecco la verità. Questi bambini - perché i “piccoli criminali” altro non sono: hanno faccia da bambini; si muovono impacciati come bambini; riescono nonostante le loro storie a essere timidi o entusiasti come bambini quando ti spiegano il loro lavoro nella falegnameria - dicono «morte» con la naturalezza con cui io e voi diciamo pioggia o vento, senza alcun emozione e drammaticità o stupore. Sembra che siano nati e vissuti accanto a quella nera presenza. «Mio padre? È morto, l´hanno ucciso e anche mio fratello hanno ucciso…». «Alberto era il mio migliore amico, gli hanno sparato, poi l´hanno gettato in un pozzo». Dicono di Giovanni. Era «un terremoto». «Nemmeno in carcere lo volevano più». Venne qui e chiese che si avesse per l´ultima volta ancora fiducia. Promise che «nessuno si sarebbe vergognato di lui».
Fu di parola, l´ometto, perché nessuno ebbe a vergognarsi di lui nel periodo che visse a casa Jonathan. Poi quel tempo finì e ritornò da dov´era venuto, nelle stesse strade, tra la stessa gente. Lo ritrovarono in un vicolo, con due proiettili in testa. Ricordano Marcello S. che era felice di vivere nonostante tutto, era forte come un toro, mai prepotente, coraggioso e mai aggressivo. Premuroso con i più piccoli, «dava sempre una mano». Non aveva paura di nulla e sapeva che cos´era giusto e ciò che non lo era. Mai nessuno, dicono, avrebbe potuto sparare a Marcello guardandolo negli occhi. Così gli mandarono sotto un suo amico, Luigi G., un altro ragazzo della casa. Marcello, che gli si era affezionato, lo abbracciò quando lo vide dopo tanto tempo e, quella sera, si accompagnò a lui. Luigi G. gli sparò alla nuca, appena lo vide distratto.
Non si può cancellare l´esistenza di questo orrore. Soltanto liberandosi dall´illusione che ci sia una speranza, dall´alibi che rappresenta quest´idea confortevole, si può misurare il vuoto assoluto, immune da ogni possibile scelta tra bene e male, dove esplode una ferocia che lascia increduli. «Bene» e «male» sono qualifiche insensate in questo mondo che non prevede conflitti interiori, domande, via di fuga. Marco M. dice che «accade e basta». «Vuoi fare la buona vita e l´unica opportunità che hai per averla è la mala vita. Tutto qui. Così è stato per me, così è per tutti. Non hai niente e vuoi avere tutto. Vuoi l´auto più grande, il rolex più prezioso, una camicia elegante, le scarpe più lussuose, le ragazze più belle e andare al mare e alzarti all´ora del pranzo come fanno quelli - tutti, dal più “grosso” al più fesso - che sono nel giro della droga a Scampia. Epperò tu non hai dieci euro in tasca e pensi che sei un niente, che non meriti nemmeno il saluto di chi ti incontra e vuoi tutta quella roba per essere rispettabile, per sentirti vivo perché se la vita non è buona che vita è? Cominci a rubare un´auto, a rapinare un supermercato. Quegli altri, i capi, i “grossi”, ti stanno a guardare da lontano e apprezzano la decisione con cui fai il tuo lavoro e il rispetto che hai per la loro autorità. Se rivogliono l´auto rubata indietro perché non possono fare brutta figura nella loro zona, gliela restituisci. Se ti chiedono di rubarne una per un lavoretto, tu gliela “regali”, se sei furbo. Un giorno, il tuo miglior amico ti chiede se sapevi che, sparando al cervello di un cristiano, senti uno sfiato come in un pallone bucato e ti dici che, tranquillo, tutto è a posto, che è così che va la vita. I “grossi” ti chiedono di fare allora qualche pezzo - sì, qualche morto - e tu gliene fai anche cinque, sei e non pensi mai che più ti dai da fare più ti metti nei guai perché quelli, i “grossi”, a un certo punto, non si fideranno più di te perché ormai hai imparato a sparare bene e ti possono venire in testa anche manie di grandezza e, una notte, ti manderanno sotto casa uno come te, magari al suo primo pezzo e la giostra continuerà a girare e tu sarai solo uno che, come altri prima e dopo di te, è caduto con la faccia a terra e non si è più rialzato».
«Guarda», dice Marco e mostra una medaglia che ha al collo con una piccola foto: «Questo era Pasquale». «Guarda», dice e mostra un tatuaggio sul braccio e su un fianco con quel nome. «Non posso pensare a Pasquale senza farmi venire le lacrime agli occhi. Eravamo tre amici, io, Pasquale e Nino. Siamo cresciuti insieme da sempre, eravamo alti così. Ci siamo divisi il pane, quando c´era, e una risata, quando non c´era. I “grossi” hanno messo contro Nino e Pasquale e, una notte, Nino ha aspettato Pasquale e gli ha sparato. Io allora ho capito e mi sono tirato da parte, per quel che ho potuto. Dovevo scegliere: o diventare Pasquale, stecchito, o Nino, assassino del mio sangue. Preferisco essere quel che sono e sapere che la malavita è soltanto mala vita e che la buona vita che ti promettono è una bolla d´aria. Finora mi è andata bene. Ho una mia attività commerciale e mi lasciano tranquillo, ma fino a quando durerà? Il marito di mia sorella, il padre di mio nipote è, come tutta la sua famiglia, dentro la camorra. Possono ammazzarmi solo per questo e io posso ammazzare se facessero orfano mio nipote o se venissero a pretendere i soldi per quel lavoro che mi sono costruito con fatica. Non posso dire di essere salvo. Posso soltanto sperare di esserlo un giorno dopo l´altro».
La camorra, in queste parole, non è un´organizzazione criminale, non è un ricco affare illegale, non è un “nemico” che si affronta con l´eroismo dei coraggiosi. È un pensiero. Un pensiero di affermazione di sé che rende - necessario - il dominio sugli altri e - tassativo - il possesso di quei luccicanti oggetti superflui che rendono poi superflua anche la vita. È un´idea distruttiva del corpo comunitario. Immagina che esista soltanto un codice che regola i rapporti con il mondo: il potere che hai su chi ti vive accanto; un potere da ribadire ogni giorno, pena perdere tutto, con una presenza violenta e magnificamente abbigliata. In questo mondo insensato si uccide per invidia. «Giacomino - raccontano - fu ucciso alla Sanità perché era troppo bello, piaceva a tutti e tutti gli sorridevano e lo salutavano contenti. Giulio se ne fece un´ossessione, a lui nessuno lo salutava, manco lo vedevano, era come trasparente e così, per liberarsi da quel cattivo pensiero che gli faceva veleno nel sangue, si liberò di Giulio. Gli sparò». Si fa un pezzo per pagarsi la macchina nuova e più potente. Si fa un´estorsione per comprarsi un “dolcegabbana” o un altro paio di “hogan”. Si fa una rapina per comprarsi “o rolex” che costa di più. Soltanto un corpo senza vita in una pozza di sangue è realtà nella totale irrealtà che governa la vita di questi adolescenti vittime e innocenti come agnelli il giorno di Pasqua, feroci e avidi e stupidi come borghesi piccoli piccoli. C´è uno scarto incommensurabile tra la concretezza delle vite spezzate e la “bolla d´aria” in cui vivono decine di migliaia di adolescenti armati di coltello o, se vogliono, di pistola. L´atroce è l´esito dell´assoluta irrealtà di un desiderio di oggetti che solo, a parer loro, concede valore. Al possesso di quegli oggetti è appesa la loro vita, il dolcegabbana, la mercedes, la smart, il rolex, la catena d´oro, il sogno di diventare come i guaglioni che lavorano a Scampia nella droga, «loro sì che fanno i soldi e, se stai appena più su nel controllo della “piazza” di spaccio, facile ti metti tre, quattro milioni da parte in poco tempo…».
Quale nome dare a questo scarto tra un destino di morte e un´irrealtà scandalosa? Ci si aggrappa di solito alla sociologia per spiegare questa catastrofe umana; si invocano i deficit dell´economia, la debolezza del mercato del lavoro, l´impotenza di una politica fatta di parole e cucita con gli interessi privati o di consorteria. Bisogna forse avere il coraggio di parlare di antropologia. Bisogna prendere molto sul serio finalmente, e con indignazione, l´ipotesi che si è consumato in questo angolo della Penisola un «mutamento antropologico» che, a guardarlo da vicino, toglie il fiato. Anche qui, che cosa c´è di nuovo? Soltanto i poeti sono capaci di profezie e il vaticinio di Pier Paolo Pasolini ha ormai più di 35 anni. La «tribù dei napoletani» che «irripetibile, irriducibile, incorruttibile» vive nel ventre di una grande città di mare ha deciso di estinguersi, scrisse. Quelli che verranno dopo non saranno «napoletani trasformati». Saranno «altri», predisse. Sono altri napoletani, ma nessuno si illuda di poter volgere lo sguardo da un´altra parte. Quel che accade qui è affare di tutti perché - ha ragione Giorgio Bocca - «Napoli siamo noi»: questi altri napoletani annunciano altri italiani; le patologie napoletane dicono dei morbi che affliggono gli italiani.
Vincenzo Morgera e Silvia Ricciardi, che hanno costruito casa Jonathan, non hanno bisogno di lezioni di disincanto. Sono disincantati per esperienza e non si sono mai illusi di aver trovato la soluzione definitiva di quel che si definisce «reinserimento e inclusione di ragazzi a rischio penale». In un cesto raccolgono le lettere - centinaia - scritte da chi non ce l´ha fatta, e sono i più. Fino a quando sono in casa, i ragazzi sembrano poter cambiare la loro vita, aver compreso la necessità di farlo. Poi Rocco scrive: «Mi trovo in carcere perché ho fatto un´altra rapina di gioielleria e mi hanno anche sparato e ringraziando a Dio, non è molto grave…». Giuseppe si vergogna: «Scusatemi, Vincenzo, avevo dato la parola a voi che non sarei tornato dentro, non l´ho mantenuta, spero mi perdonerete… Ho solo diciotto anni e non ho mai capito niente che mi volevate bene e mi viene da piangere a pensare quel che ho gettato via. Qui non mi viene a trovare nessuno e i miei problemi in questo carcere sono molto gravi e non mi dite niente che sono finito ancora qui, sono un uomo di merda…». Eugenio non cerca scuse: «Mi brucia aver perso la vostra fiducia, ma chi fa cose brutte, si deve prendere le conseguenze anche se qui ci sono tanti pezzi grandi e io non mi trovo tanto bene…». Dice Vincenzo Morgera che soltanto il lavoro e una comunità che possa restituire identità e appartenenza, alternative all´ambiente d´origine, alla famiglia, all´identità virtuale che inseguono, può offrire ai ragazzi dannati l´opportunità di cambiarsi la vita. «Vittorio Merloni, che da queste parti ha due stabilimenti Indesit, è il primo che ha creduto al nostro progetto. Io credo che la fabbrica, il lavoro comune possa offrire un esempio credibile». Dice Vincenzo che non vuole convincere nessuno. Dice che troppe sono le cose che dovrebbe aggiustarsi, sparire o apparire dal nulla, per avere speranza. Ma la sua non è speranza, dice, è soltanto una piccola ostinata disperazione che gli impedisce di credere che non si possa almeno tentare, ragazzo dopo ragazzo, vita dopo vita. Silvia dice che Angela T, che ce l´ha fatta, forse può spiegare quanto quell´ostinata disperazione possa, in qualche caso, aver successo.
Angela è a Fabriano, al lavoro alla catena di montaggio della Indesit, 1500 euro al mese, lei che duemila euro li spendeva in un giorno nella più bella piazza di Napoli, tra Dolce&Gabbana e Vuitton e Ferragamo. Chiamo Angela. Ha una voce allegra anche se quel che racconta non lo è. «La mia famiglia, mia madre, i miei cinque fratelli, le mie sette sorelle, tutti hanno sempre spacciato eroina, a chili, a San Gregorio Armeno per conto del clan Giuliano. Ricordo che andavo ancora alle elementari e la mattina quando bevevo la mia tazza di latte prima di andare a scuola, in cucina c´era tutta una frenesia per preparare le bustine della giornata. Era il mio mondo, ci sono cresciuta dentro, non ci ho fatto mai caso, era normale. Come era normale per me, diventata più grande, spacciarla e anche farmela con un mio fratello che è poi morto di Aids. Solo quando mi hanno tolto la libertà - e, con me, alle mie sorelle, ai miei fratelli, a mia madre - ho capito che quella vita non l´avevo scelta io. Apparteneva agli altri e, senza farmi una domanda, l´avevo accettata. La domanda sarebbe stata: vuoi davvero essere così? Ci ho messo anni per farmela venire in mente così netta e affilata. Quando ci sono riuscita mi sono sentita come soffocata dalla spazzatura. Il tempo, da allora, è passato a rimuovere dalla mia testa rifiuto dopo rifiuto per fare spazio a nuovi pensieri. Modesti, ma puliti. Lavorare in fabbrica è duro, ma mi dà ordine e mi piace perché quel che mi è mancato nella mia vita precedente sono le regole, accettare che soltanto con le regole si può vivere con gli altri, sapere che gli altri possono renderti felice. I soldi sono importanti, ma i miei 1500 euro mi fanno più soddisfatta delle migliaia di euro che spendevo. Ne ho la conferma quando vado a trovare, qualche volta, mia madre. Vive di pensione, non ha più i suoi ori e i suoi gioielli e si vergogna. Povera donna, ha 73 anni e non sa né saprà mai che cos´è la vita e la libertà. Io, a volte, ora credo di saperlo».
Mi chiedo, allora: è Angela, la speranza? Può solo una piccola, giovane donna tenersi sulle spalle il peso di quella parola?
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Repubblica - Napoli
17 febbraio 2007
La scomparsa degli adulti
di Marco Rossi-Doria

Si vendono dvd che esaltano gli assalti tra giovanissime tifoserie, gli urli, gli slogan e poi le sassaiole ai poliziotti, la devastazione e la esaltazione di gruppo. A Napoli. Ma non solo, stiamone certi. Ne girano spezzoni sui cellulari, che a loro volta ne sono i primi produttori. Si vendono ai ragazzini appena adolescenti, fuori dallo stadio o nei loro quartieri, riprodotti e rimontati tra amici.
Quasi sempre con l´aiuto di qualcuno più grande. C´è sempre - notiamolo questo - qualcuno di poco o molto più grande, che istiga, che sta lì a compiacere e a compiacersi. Un “voyeur” vigliacco e pericoloso che si diverte alle spalle. Una presenza incombente e nascosta.
Oggi, nei nostri quartieri, al bar dell´angolo, quando la lite tra adolescenti fa uscire fuori il coltello o vede l´accanirsi di tanti su uno solo, magari il più debole o il balbuziente o il sofferente, non c´è più quello che “leva occasione”, la persona più grande, fisicamente più forte, appoggiato da altri adulti che, insieme, si incaricano di tenere le cose entro i confini, come è stato a lungo nella tradizione della nostra città. Questi gesti preventivi, che avevano sempre rituali riparativi - il caffè, il chiarirsi, il passaggio in famiglia - «che stai facendo, saccio a patete» - sono sempre meno comuni. Erano i segni della coesione sociale comunitaria. Non ci sono più. Ci si poteva per tempo vergognare del gesto, ripararlo con l´aiuto di altri, imparare a gestire meglio le rabbie e le frustrazioni. Cose che si stanno estinguendo.
Allo stesso modo oggi lo stadio è pure così. È ancora un luogo comunitario, con i suoi riti perché è certamente la fame smisurata di ritualità - a cui non si dà risposta - la base dell´appartenenza dei ragazzi a ogni gruppo. Ma, attenzione, sia il carattere comunitario sia i riti oggi sono fuori da ogni procedura contenitiva e senza ruoli adulti capaci di mediare, compensare, guidare fuori dal pericolo. In questo, alcool, cocaina e nuove droghe hanno contribuito a fare saltare molti freni inibitori. Ma è pur vero che il capo ultras buono, quello che ne ha viste e ne sa di più, quello che annusa quando il limite si sta per valicare, è una figura al tramonto.
Al suo posto vi sono dei falsi-capi: i più furiosi tra coloro che passano all´azione o, appunto, quelli che da dietro istigano. Danno spago al matto del gruppo dei quindicenni, lo aizzano senza neanche il coraggio di capeggiare l´atto che si va costruendo, che monta. E - stiamo certi - girano spezzoni di video sui cellulari dei ragazzi. Ma il montaggio, il progetto dell´istigazione mediatica ulteriore ha dietro più d´uno di questi figuri. E sarebbe sbagliato pensare che lo fa solo perché c´è un mercato che, per quanto delirante, è pur sempre un mercato.
Non è solo questione di cinico business. È l´estensione, presso alcuni adulti, di quell´altra cosa, di quel terribile vuoto interiore, dovuto alla mancanza di comunità e anche di speranza personale, che spinge a nutrire e a nutrirsi del feticismo degli atti violenti. Questi dvd sugli scontri da stadio sono solo uno dei molti segni mediatizzati di questo feticismo del gesto violento che abbiamo visto sorgere e crescere da qualche anno e che ora i media finalmente scoprono anche grazie alla rete web. È un feticismo che c´è a Nord e a Sud, che travolge i giovani più esclusi socialmente ma non è certo estraneo anche a chi escluso non è.
È saltato il contenitore, l´inibitore comunitario, quella cosa che fa interrompere l´agito, tornare sui passi, fermarsi. Non solo non c´è, dunque, da vergognarsi del gesto compiuto, ma lo si reitera, lo si fa divenire replicabile, gustabile a lungo in dvd o sul cellulare, mostrabile, condivisibile, con una ripetizione impressionante dello stereotipo del presentarlo e ripresentarlo, vederlo e rivederlo, rendendolo in tal modo banale, come uno dei tanti spot in tv. «Cosa è stato?» «Nient, o fatto de mazzate ncoppo `o cellulare». «L´aggio visto già… Famme vedè».
Ci vuole il limite e il limite fermo, implacabile. E, al contempo, però, è ora di affrontare davvero il tema del rito e dei gesti di comunità come ambiti, contesti del lavoro educativo adulto. Rito e comunità ci sono nel lavoro educativo, a scuola e fuori. Tante persone costruiscono contesti comunitari che danno alternative al proliferare del gesto violento. Ma non sono opere sufficientemente sostenute: dalla politica, dalla spesa pubblica, dalla intelligentia, dai media. La scuola pubblica oggi si sta interrogando sulle sue nuove funzioni rispetto a tanti scenari come quello dei dvd sugli scontri allo stadio: bullismo, violenze sessuali, droghe. Ma va sostenuta di più. Da tutto il mondo adulto. Perché non vi sono molti altri luoghi dove possa avvenire un´opera titanica di ripristino di senso e di speranza. E perché sta supplendo a mancanze grandi che sono di tutti noi.
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Repubblica - Napoli
17 febbraio 2007
Antonio Capuano ha visto il dvd insieme a un cronista di “Repubblica”
“Ma vietare quel film è inutile alimenta il mito della violenza”
Tutti dobbiamo rispondere di questo degrado, dell´odio contro ogni autorità
di Antonio Tricomi

Accademia di Belle Arti, ieri pomeriggio, un´aula in penombra. Circondato da alcuni dei suoi allievi, Antonio Capuano guarda con attenzione il dvd “Ultrà scatenati”. Lo analizza, ne studia i dettagli. Cerca di interpretarne il senso. Nel suo triplice ruolo di regista, docente e tifoso del Napoli. «Non credo che dovrebbe essere sequestrato», dice. «Sono scene di ordinaria guerriglia, non contiene nessuna istigazione alla violenza: mostra le cose così come sono. Non ci sono immagini particolarmente forti o brutali. Ma è certamente un video che colpisce, che impone delle domande». Per esempio? «Perché confezionare un video come questo? Perché metterlo sul mercato, sia pure illegalmente, proprio ora?».
Proprio ora, dopo la tragedia di Catania. Dopo che, nonostante quella tragedia, urla e slogan contro la polizia continuano a echeggiare negli stadi. «E sono tante altre le domande che noi tutti dovremmo porci. Perché tanto odio verso la polizia? Dal video risulta evidente che questi giovani cercano lo scontro. Che non sono per nulla interessati all´esito della partita. Non riesco a spiegarmene le ragioni, eppure credo che tutti noi dovremmo fare uno sforzo. Trovo molte analogie tra i ragazzi che si vedono nel video e quelli che devastano le scuole, magari le stesse nelle quali hanno studiato. La scuola come ambasciata di un paese nemico. La polizia come un esercito nemico occupante. Cosa abbiamo fatto noi, dico noi adulti, noi istituzioni, a questi ragazzi?».
Scorrono intanto le immagini. Non più di venti minuti: spezzoni di telegiornale e riprese amatoriali montate alla buona. Una certa cura nella colonna sonora: rock indipendente o dance elettronica. Napoli, Palermo, Instanbul, Copenaghen. Alcune sequenze vengono ripetute, quasi invitando lo spettatore a un ripasso. Nessun primo piano, solo scene di massa. E le didascalie, là dove il sonoro non è nitido: offese ai poliziotti seguite da quattro punti esclamativi. L´intento celebrativo degli anonimi realizzatori è evidente: ma è anche vero che l´emulazione, se c´è, sta negli occhi di chi guarda. Tutta roba che va in mano ai ragazzini. «Sì, ma vietare non serve a niente», sottolinea Capuano. «Anzi al contrario: attira l´attenzione, crea il caso, alimenta il mito. Così come in linea generale non serve a nulla la repressione, almeno quella indiscriminata. Poi è ovvio che il malato va curato, il delinquente arrestato. Ma il mito della violenza dilaga comunque tra i ragazzi. Tra quelli che vanno allo stadio solo per fare a botte, fregandosene della partita. Perché lo fanno? Forse perché in nessun luogo si può godere di maggiore visibilità. E cosa viene insegnato oggi a questi giovani? Che la visibilità è tutto. Tutti dobbiamo rispondere di questo degrado, di questo odio per ogni forma di autorità».
Tutti colpevoli, nessun colpevole. La violenza è nella società. Non è troppo facile, troppo assolutorio? «No, io credo anzi che occorra fermezza. La condanna nei riguardi dei teppisti, quelli che infiammano lo stadio come quelli che devastano le scuole, è fuori discussione. Detto questo però occorre riflettere su un paio di cose. Uno degli ultrà di Catania era figlio di un poliziotto. Non avrebbe mai aggredito il padre, almeno spero, ma qualunque altro agente senz´altro. Si evince anche da questo video: la sola vista di una divisa o di un auto della polizia scatena l´odio. Un odio di massa. È qualcosa che non si è mai visto nel nostro paese: un fenomeno degli ultimi anni. I motivi? Potrebbero essere un´infinità. La distanza tra cittadini e istituzioni. Qualche incontro non felicissimo con gli agenti: può capitare, lo sappiamo. I valori distorti. E non ultima, la violenza nei media. Penso soprattutto a un certo cinema americano: De Palma, Scorsese».
Un rozzo dvd sugli ultrà meno pericoloso dell´opera di registi dalla riconosciuta grandezza? «Anche questo è un argomento che va affrontato senza ipocrisie. “Scarface” di De Palma è una pellicola di culto tra i camorristi. Nell´ultimo lavoro di Scorsese, “The Departed”, disgustosi criminali vengono interpretati da attori famosi e affascinanti. È ovvio che così scatta l´identificazione. Occorre stare attenti, chi fa cinema deve porsi questo problema»
E qual è il commento del tifoso Capuano? «Ai tempi di Maradona andavo sempre allo stadio. Ma mi faceva troppo male. Se il Napoli vinceva, mi esaltavo in maniera incontenibile. Se perdeva, mi abbattevo disastrosamente. Ho capito che era meglio darci un taglio. Ma le dico una cosa: lo stadio che ricordo io, quello di allora, non ha nulla in comune che con quello che si vede in questo dvd».
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