2007_02/via alle polemiche
Il Mattino
4 febbraio 2007
«Mai con la camorra», La Capria boccia Schifano
di Fabrizio Coscia
«Tra tutte le metropoli del mondo, Napoli è quella dove si vive meglio». È tornato, Jean-Noel Schifano, a civettare con il paradosso, a lasciarsi sedurre dal canto della sirena Partenope, anche quando ormai sono rimasti in pochi a farsene incantare. Scrittore, traduttore di romanzieri italiani e storico direttore dell’Istituto francese Grenoble di Napoli, Schifano ci ha abituato da tempo alle sue dichiarazioni d’amore incondizionato per la città. Ma stavolta, in un’intervista rilasciata al «Mattino» in occasione della riedizione delle sue Cronache napoletane (Marlin), lo scrittore francese si è spinto oltre. Al punto da lanciare una proposta che ha tutto il sapore della provocazione: perché non sdoganare la camorra, non legalizzarla, per sfruttare a beneficio dell’economia napoletana e nazionale la sua «capacità imprenditoriale unica al mondo?». Indirizzare il male verso il bene: è quello di cui ha parlato poco tempo fa proprio a proposito della camorra, sebbene in tutt’altri toni, anche Raffaele La Capria: «Il problema, però - precisa l’autore del recente L’amorosa inchiesta (Mondadori) - è che i camorristi riescono a realizzare bene i loro affari perché uccidono, e legalizzare l’omicidio significa pretendere troppo da uno Stato. Allora bisognerebbe intendersi sul significato da dare alla parola concorrenza, quando si parla di capacità imprenditoriale. La concorrenza della camorra è la pistola, o la pietra in bocca, cose di questo genere. Fare il commercio con la pistola: è da qui che nasce la notevolissima forza imprenditoriale della camorra». E della Napoli capitale della vivibilità di cui parla Schifano, che ne pensa lo scrittore partenopeo che decise, nell’ormai lontano 1952, di essere la mosca che esce dalla bottiglia della napoletanità? «Penso che Napoli sia un’enclave curiosa nel mondo contemporaneo. È una città che da un lato ha molte cose di un mondo che sta scomparendo, e che andrebbero salvate, come un certo senso della convivenza che non si trova altrove, e dall’altro ha i disastri che accadono quando una città dalla forte identità e dalle tradizioni antiche si trova a scontrarsi con la modernità e i desideri che essa suscita». Insomma, è una Napoli a metà strada, quella di La Capria, colta nella sua medietà di transizione, che non coincide né con la città-inferno delle copertine dei settimanali né con la città-paradiso di Schifano, per il quale anche l’invasione dei rifiuti non sarebbe altro che la prova di un amore dei napoletani per la «corruzione della materia, perché la corruzione è vita». Parole che pesano, come l’altra idea-provocazione di aprire un museo della camorra, per «allontanarsi dal male e recuperare le forze vive». Parole che per qualcuno - come Sergio De Santis, che con Cronache di una città dei crolli (Avagliano), ha raccontato di una Napoli ben poco vivibile - «hanno il sapore del dandismo intellettuale, rilasciate a seguito di un Grand Tour post-moderno». Un museo della camorra? «Io preferirei un museo per le vittime della camorra. - risponde De Santis - Per il negoziante che paga il pizzo, per i ragazzi che si perdono per seguire le nefande mitologie della criminalità organizzata. E poi, che senso ha chiedere che lo Stato sdogani la camorra? La camorra si è già legalizzata da sola». Anche per Antonio Pascale, autore di S’è fatta ora (Minimum Fax), quelle di Schifano sono affermazioni che «rientrano nel grande immaginario di Napoli, ma sono parole che non incidono, non smuovono nulla, semplicemente ribadiscono i canoni di una città del doppio senso, sulla quale si può dire tutto e il contrario di tutto». La verità, per Pascale, «è che certi intellettuali francesi sono così innamorati delle parole che finiscono per non capire più la vita». Ma c’è anche chi ritiene salutari per la città le provocazioni di Schifano: «Ha il merito, quando parla di Napoli, di invitarci ad andare oltre la città di Gomorra, a guardare i suoi lati positivi, che indubbiamente esistono - dice Massimo Cacciapuoti, autore di romanzi come Pater familias (Castelvecchi) o il recente L’abito da sposa (Garzanti), che di camorra parlano da diverse prospettive - In fondo la parte sana della città è composta dalla maggioranza della sua popolazione».
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L’INTERVISTA
di Tiziana Tricarico
Se per leggere Napoli, secondo Jean-Noel Schifano, bisogna pensare a Rabelais e a Basile, per Pascale Lismonde l’anima della città si coglie nelle parole di Erri De Luca in Montedidio, di Jean Paul Sartre, di Curzio Malaparte ne La pelle. La giornalista francese, autrice di diversi libri e numerose trasmissioni e reportage per France-Culture e France-Inter, è in città per presentare al Grenoble - in occasione del vernissage della mostra del marito Claude-Charles Mollard - tre dei quattro libri che raccontano il suo grande amore per l’Italia: Le goût de Rome, Le goût de Capri e Le goût de Naples. Qual è, secondo lei, il sapore di Napoli? «È una città che sa di energia, che vive di uno spirito speciale. Fin dalla prima volta che sono venuta qui ho percepito un legame fortissimo: sono innamorata dell’Italia, e di Napoli in particolare, con la sua grande creatività e forte vitalità. Le goût de Naples è una antologia di brani, con relativa presentazione, che ho scelto per tracciare un affresco che riproduce diversi aspetti della città». Per Schifano, Napoli è la metropoli del mondo dove si vive meglio. «Il fatto che sia stata letteralmente captata da Napoli, città-madre, città-mondo in un’aureola dei vapori sulfurei del Vesuvio, e dalla sua cultura non significa che per me non abbia difetti. Ho letto Cronache Napoletane (il libro dello scrittore francese che sarà ripubblicato a 23 anni di distanza dalla prima edizione, ndr) e l’ho trovato molto bello, con un sentimento reale per la città. Il problema è che, come mi ha detto tanti anni fa lo stesso Schifano, lui è ”l’unico che possa parlare di Napoli”». In che senso? «Schifano ha una visione molto personale, legata ad un atteggiamento forse un po’ troppo provocatorio che a volte può sembrare artificioso: sono d’accordo al 90% con quello che ha scritto, ma ci possono essere altri modi di leggere la città. Ad esempio per lui il napoletano è sempre uguale a se stesso, secondo me invece è cambiato, mantenendo però una grande capacità di adattamento».


