2007_01/ne discutono

Repubblica Napoli
Giovedì 18 gennaio 2007

LE IDEE/ Via Mezzocannone
di Gianfranco Borrelli

Quanto è difficile attivare critica e partecipazione da parte dei napoletani. Penso che il problema della scarsa incidenza dell´opinione pubblica a Napoli sia uno dei punti di maggiore sofferenza per la democrazia nella nostra città. Eppure i problemi di sempre stanno lì, certamente aggravati dai comportamenti dei napoletani: dalla loro rassegnazione e, insieme, dalle reazioni di pura violenza.
Ogni giorno verifico questa condizione a partire da una situazione che costituisce per me l´immagine diretta di quel permanente malessere e, contemporaneamente, la metafora viva del degrado complessivo della città: l´incrocio di via Mezzocannone con il corso Umberto, allorquando mi trovo ad attraversare questo luogo storico, centro dei traffici faticati di studenti e docenti. A questo incrocio accade di tutto. Dapprima, bisogna prestare attenzione a non precipitare nelle buche che squartano il fondo stradale, voragini enormi che per la pioggia diventano melmosi acquitrini. Quindi lo spettacolo infernale, in un luogo dove da anni non appare ombra dei vigili urbani: l´esercizio sportivo di motociclisti senza regole e senza casco che scattano con il rosso sfrecciando dalle corsie preferenziali e utilizzando i pedoni come birilli di un tracciato di gara, le automobili che circolano senza regole e impegnano velocissime e abilissime ogni tipo di manovre proibite, studenti e docenti che attraversano la strada senza regole diffidando ormai delle stesse indicazioni del semaforo.
In questo contesto prendono corpo paure e sofferenze dei soggetti che partecipano di questi eventi, costretti a subire gli effetti tremendi di un agire smodato, senza freni e appunto senza regole: una specie di stato di natura dove ciascuno si sente in diritto di esercitare coscientemente il proprio potere di sopraffazione verso gli altri. Questo accade in tutta la città, per le diverse situazioni in cui ciascun lettore potrà riconoscere i percorsi del proprio inferno quotidiano. Non più cittadini, non più persone, la maggior parte degli individui si rivolge ad appagare il proprio immediato tornaconto utilizzando gli strumenti di cui dispone: furbizie ed energie destinate a produrre scariche di violenze, piccole e grandi, comunque smisurate, incontrollabili, permanenti.
Inutile sottolineare le responsabilità imperdonabili delle istituzioni: la loro incapacità a provvedere a forme qualsiasi di contenimento è verificabile a ogni angolo di strada. Ma a questa mancanza i napoletani non fanno più caso, né danno più credito ad autorità istituzionali: ciascuno deve poter contare solo sul potere che può mettere in campo, ben consapevole che in questa città non esistono più luoghi e tempi pubblici, vale a dire percorsi di libertà e di sicurezza. Una città abbandonata a se stessa: dove forze politiche e organizzazioni di varia natura rappresentano solo parti separate e confliggenti della comunità che agiscono per i propri immediati interessi, attente unicamente a conservare il proprio potere e impegnate a favorire solo i propri partigiani; dove non esistono stili di vita alternativi a quello del consumismo delle marche esibite e del denaro profuso per realizzare ogni forma immediata di godimento; dove all´imbrunire, senza necessità di preavviso, tutti si muovono per la città come in condizioni di coprifuoco; dove non può essere resa attiva - per mancanza di autorità e di idee - alcuna disciplina dei comportamenti, e meno che mai quelle fondate sui valori delle virtù borghesi o dell´interesse collettivo operaio (quest´ultimo soggetto ormai scomparso di scena, o meglio, buttato fuori scena); dove non fa conto operare distinzioni politiche tra destra e sinistra; dove appare evidente la rinuncia dei più a restituire significati a tante atrocità e dove sembra preferibile non perdere tempo a interrogarsi sul senso della propria esistenza.
Quale Dio potrà salvare questi soggetti? Sembra in effetti che solo un evento miracoloso, esterno e trascendente, possa portare qualche rimedio. Sono convinto che qualcuno sta da tempo giocando a Napoli con il fine di rendersi indispensabile come un essere soprannaturale, mentre qualche altro aspirante burattinaio è sicuramente impegnato a preparare maschere e travestimento per impersonare il ruolo del novello salvatore. Molti altri si stanno organizzando per abbandonare la nave, mentre chi aveva i mezzi ha già preso il largo. In tale contesto, non riesco a rispondere a una domanda che mi perfora da tempo il cervello: perché chi rimane, chi si costringe oppure è costretto a rimanere, non si mette a urlare a squarciagola il proprio malessere? Tante urla potrebbero forse, come accadeva in un bellissimo film, contribuire a intonare il canto della vita e della libertà; oppure, più modestamente, potrebbero contribuire a costruire un´opinione pubblica finalmente efficace per questa città.
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Repubblica Napoli
Mercoledì 17 gennaio 2007

LE IDEE/Una lente europea per guardare la città
di Marco Rossi-Doria

L´umore di una città muta nel profondo e, insieme, nella quotidianità. Chi ci vive se ne accorge perché partecipa ogni giorno di ciò che migliora o peggiora. Chi vive meno protetto se ne accorge prima. Tuttavia questo non coincide automaticamente con le rappresentazioni della città che dominano nei media. Così, nella nostra storia di questi mesi, onde e risacche si alternano nella rappresentazione pubblica di Napoli.
Per anni la situazione peggiora sotto i nostri occhi e quelli dei nostri figli. Eppure sopravvive a lungo il mito della rinascita di Napoli mentre, nei fatti, i bambini della città dei bambini sono giovani che emigrano.
Poi il vento cambia all´improvviso e tutto viene mostrato in modo diametralmente opposto e speculare. Così viviamo un sentimento contraddittorio. Da un lato ci sentiamo finalmente ascoltati e dunque sollevati perché finalmente coincidono le verità nostre e quelle dei media. Finiscono i segreti e le bugie. Tanto è vero che le difese di ufficio ci infastidiscono perché sentiamo che vogliono negare i dati di fatto dei quali soffriamo e assolvere chi ha avuto la nostra fiducia da un bilancio politico negativo. Ma, al contempo, vogliamo salvare ostinatamente le cose buone che resistono e a cui partecipiamo. La stessa campagna elettorale, ben al di là delle parti in causa e degli esiti, è attraversata, in tutti gli schieramenti, dalla dualità di questi sentimenti profondi. Il libro di Bocca ci libera dalle bugie, ma lo fa in modo così grossolano che ci getta in un luogo senza complessità né speranza, che si può raccontare forse a Cuneo ma non vivere a Napoli. E il libro di Saviano è sommamente meritorio perché costringe tutti almeno a pronunciare la parola camorra.
Ma, al contempo, ci mette di fronte a uno specchio deformante che aumenta a dismisura solo le brutture e che le mostra come una malattia rara, speciale, che però non ha relazione con tutto il resto. Il resto – la politica, gli affari, la società civile, noi tutti - così può nominare questo male mostrato e dirsi ben distinto, separato e immune.
Il presidente Giorgio Napolitano, che condivide l´altalena difficile dei nostri sentimenti, senza negare la crisi, manifesta tutto il suo allarme per una rappresentazione troppo negativa, che impedisce ogni riscatto. Così, viene a sostegno delle tante cose che funzionano malgrado tutte le avversità, dando vita a quattro giornate che popolano i media non più di cadaveri e di cumuli di rifiuti ma di ragazzi, docenti, imprenditori, abitanti dei quartieri, mamme, operatori sociali che mostrano al Paese, anche con gioia, come l´altra parte di Napoli resiste, inventa soluzioni, fornisce speranze.
Ma già pochi giorni dopo la pena e la fatica della città riprendono a prevalere e a sospingere gli umori profondi. E sembra di sentire la vecchia canzone di Sergio Endrigo: “La festa appena cominciata è già finita…”. È doloroso ma necessario perché solo la constatazione dei danni può costruire rimedi.
L´articolo di Alberto Statera su “Repubblica” di giovedì 11 gennaio è come l´eco di tutto questo. E indica di nuovo l´urgenza di una nuova politica che pensi a Napoli guardandola attraverso una lente un po´ europea. Chiedere conto a chi ha governato è condizione necessaria. Ma non sufficiente. Al contempo dobbiamo interrogarci su quali scelte possano alla lunga rendere meno fatue le fiammelle della speranza.
Vogliamo un nuovo deus ex machina e salvatore della patria o ci vuole un ricambio largo di classe dirigente che non sia più costituita intorno all´appartenenza e allo schieramento, ma sappia esprimere indipendenza e che si cimenti con la soluzione di problemi?
Crediamo nel decentramento effettivo e dunque siamo disposti a dislocare risorse e decisioni fuori dal controllo affidato ai vertici dei partiti e delle amministrazioni centrali oppure no?
Siamo disposti a separare davvero indirizzo politico e gestione nella cosa pubblica?
Siamo disposti a esplorare le cose in modo meno unilaterale e semplificatorio e a discutere con i cittadini su diverse soluzioni possibili in una città complicata, lavorando con loro per sviluppo prossimale?
Delle cose da realizzare o realizzate vogliamo guardare almeno un poco al merito, premiando quel che funziona, chiudendo quel che non funziona, indipendentemente da considerazioni di opportunità di parte?
Sappiamo o no di nuovo riconoscere la esclusione sociale di massa e la povertà come fattori che connotano la peculiarità e la estrema gravità della crisi napoletana?
Vogliamo riconoscerlo anche in modo nuovo, insieme alle persone escluse e non per loro conto: se è vero che non esiste cittadinanza senza reddito, è possibile ottenere reddito senza crescita della cittadinanza?

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Repubblica Napoli
Martedì 16 gennaio 2007

LE IDEE/L´altra Napoli anomalia senza identità
di Aurelio Musi

Ma che cos´è l´altra Napoli? Se ne è parlato e scritto tanto, dando sempre per scontato, quasi per tacito accordo, il significato dell´espressione. E ancora: perché non si fa mai riferimento a l´altra Roma, l´altra Milano, l´altra Torino? Le stimmate di una quasi genetica anomalia sono impresse nella carne dell´identità napoletana. Città arcaica e postmoderna che ha saltato a piè pari la modernità: è questa la rappresentazione ricorrente ieri come oggi nel sistema della comunicazione e condiziona commenti, riflessioni, analisi.
Non priva di qualche fondamento – anche il luogo comune deriva da un principio di realtà – quell´immagine è tuttavia il riflesso di una visione a senso unico della modernità che, invece di radicarla nei suoi contesti storici di riferimento e nelle sue possibilità di sviluppo, la assume come modello e tipo ideale.
L´altra Napoli è la categoria portante della recente inchiesta di Alberto Statera, è il filo conduttore di non poche rubriche delle pagine di cronaca di questo giornale, dai Volti di Napoli ai bei ritratti di napoletani all´estero disegnati da Goffredo Locatelli. Ma il suo uso è assai più risalente nel tempo. Basta sfogliare o consultare in Internet i due ultimi decenni della stampa quotidiana e periodica italiana e straniera. Fino al 1993, dopo aver detto peste e corna di Napoli, l´attenzione ricorrente dei cronisti e degli opinionisti si fermava sui santuari dell´eccellenza, l´Istituto di studi filosofici, il teatro di San Carlo, l´arte, la letteratura e il nuovo cinema napoletano, alcuni centri della ricerca scientifica di particolare rilievo internazionale. Poi, nell´era Bassolino, qualcosa cambiò: e qualcuno si avventurò sul terreno sdrucciolevole del rinascimento. Oggi è la volta dell´altra Napoli.
Altro ha per lo meno quattro significati. Esso vuol dire in primo luogo diverso. Nel contesto d´uso (l´altra Napoli) si vuole forse alludere al fatto che personaggi, fatti, episodi dell´economia, della cultura, della vita civile, dell´arte e dello spettacolo, della ricerca scientifica, assunti come rappresentativi, sono l´alterità positiva rispetto all´identità negativa, costituita da inefficienza economica, improduttività, malavita organizzata, gestione politica inadeguata e a volte corrotta, assenza di legalità e moralità? Ma, se è questo il significato, perché la presunta alterità non diventa o fa fatica a diventare parte costitutiva dell´identità? Perché le immagini dell´altra Napoli stanno lì come icone fulgenti, ma distinte e distanti, dall´identità e dal senso comune diffuso? Altro, in qualsiasi dizionario della lingua italiana, è indicato anche come “il secondo elemento di una coppia”, ossia non come l´assolutamente eterogeneo e diverso. Nel caso napoletano questo significato appare assai lontano.
Un terzo e un quarto significato sono indicati generalmente dai dizionari: altro come residuo, restante e come alternativo. L´inchiesta di Statera come un pendolo oscilla tra questi due significati: l´altra Napoli è residuale, perché è quello che resta dopo aver sottratto tutto il negativo, ed è la Napoli altra, cioè la Napoli buona, alternativa alla Napoli cattiva. Da questo punto di vista è assai eloquente la metafora del Vesuviello di Renzo Piano, il vulcano buono, «clone di cemento ricoperto da una giungla di verde, partorito su istigazione visionaria di un ex commerciante di biancheria», Gianni Punzo.
Così anche la gigantesca opera di Renzo Piano va ad aggiungersi alle tante icone dell´alterità napoletana. Giunge buon ultima a conclusione provvisoria di una lunga sequenza di frammenti che faticano a costruire un´identità. Ma possiamo continuare a consolarci con l´altra Napoli?

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