La costruzione del segretario …

di d.l.

… nell’era della politica personale

Franceschini a FerraraMentre il furbissimo Cav prova ad appropriarsi pure di Obama, il Pd prova a costruire l’immagine giusta del suo segretario, con l’autorevole appoggio esterno di un po’ di media.
Corsera (Cazzullo), per esempio, oggi propone la storia di vita di Dario: nonno fascista e papà partigiano, riconciliazione all’italiana, cioè familiare, già dal lontano 1952.  Repubblica (Messina) parte (è il caso di dire) dal viaggio in treno di ieri, alla volta di Ferrara, per giurare obamianamente ma anche italianamente sulla costituzione, marinando perfino la mezz’ora di Lucia Annunziata (che sia pure un messaggio del tipo: realtà, padana  vs salotto tv, romano?).
Ancora. All’Unità si colloquia, sempre cominciando dalla storia dal treno, che di norma il segretario preferirebbe prendere in seconda. Perché quelle carrozze lì — si sa dalla notte dei tempi — sono un luogo elettivo per vedere-ascoltare l’Italia vera. Per il non-organo bis, infine, Dario convince tutti. Da subito.
Paradossalmente ma non tanto, poi, per costruire questa immagine possono funzionare perfino gli articoli contro.

Insomma, nella macchina del Pd post-assemblea costituente, dopo la vittoria schiacciante della nomenclatura (ma da Fassino in avanti quasi tutti si rifiutano perfino di vederla, questa nomenclatura) scattano i rituali: deve nascere un capo, benché a termine (ma anche no, forse).
Dunque si prova a delinearne un ritratto semi-ufficiale, e perfino a facilitare l’insorgere di una qualche corrente di affetto (e/o di identificazione) verso l’ex vice. Si prova a fare della “normalità” e perfino della (ex) democristianità di Dario un punto di forza (anche su ciò, il duetto Fassino-Annunziata è indicativo).

Potenza della swot analysis?  Per cui pure un segretario è almeno un po’ come una saponetta? Non saprei… Forse un po’ sì…
Quello che mi pare evidente, comunque, è il tentativo di lanciare l’idea rassicurante che poi, dopotutto, ’sti sostenitori delle primarie di cui tanto si era parlato non erano davvero il popolo del pd. E magari sono solo il popolo dei blogger piddini (e qui non siano negli Usa: non c’è più nemmeno Uolter a fare finta che).
Pertanto, la versione ufficiale di quello che è avvenuto l’altro giorno a Roma è che i militanti (?) sono entrati perplessi (e depressi) e sono usciti convinti (e orgogliosi) dalla Fiera. Anche se c’è chi la racconta in un’altra maniera, non proprio edificante. Senza dire dei fuorionda che poi diventano famosi.

Poi, ovviamente, ora ci sono le prime battaglie da guidare.
Quella sulle ronde, ovviamente, che richiede di mettere insieme le anime: quelle belle e quelle … pragmatiche. E poi c’è la sfida (assai più rognosa) del testamento biologico.
Sulla seconda che ho detto — almeno a detta dell’Avvenire, leggo in una breve di Repubblica –  ora l’accordo è più difficile. Perché Franceschini — per suscitare orgoglio di partito — ha sfoggiato una posizione molto polemica verso la maggioranza, così provocando un restringimento dello spazio per la ricerca di una soluzione di mediazione.
Per non parlare delle battaglie più interne al partito, sulla composizione delle prossime liste alle varie elezioni locali e alle europee.
Per cui, non resta che attendere e vedere l’effetto che (tutto ciò) fa.

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Credit. La foto intera sta qui.

Questo articolo è stato pubblicato il 23.02.09 @ 11:55 am nelle categorie: Politica italiana, Internet, Informazione, Politici, Polemiche

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18 Commenti per 'La costruzione del segretario …'

Thomas Yancey ha scritto:
February 23rd, 2009 alle 12:05 pm

Daniela non me ne vorrà se posto anche qui un commento di oggi che avevo inserito nella “veltroneide – the end”, poiché mancava un “topic” adeguato. Ora questo articolo offre uno spazio più adatto.
Premetto che il giuramento di Franceschini a Ferrara non mi è parso un segnale di discontinuità dalla linea fatte di “chiacchiere” e di “parole d’ordine” che caratterizza da troppo tempo l’operato del centrosinistra. Ad ogni buon conto, parliamo di cose più concrete.
Il problema della mancanza di un’opposizione in Italia è particolarmente serio per molti motivi. Il più importante consiste nel fatto che il governo Berlusconi sta operando assai male, dopo i guasti già provocati nel quinquennio 2001-2006. Ai danni di una congiuntura internazionale eccezionalmente gravosa continua a sommarsi una visione politica ed economica del centrodestra assolutamente immobilistica, che favorirà ulteriormente l’aggravamento della crisi economica italiana.
Il Partito democratico ha già perso molte occasioni: una fra tutte, una posizione più mirata ai reali interessi del paese invece dell’atteggiamento ignavo se non addirittura complice nella “vicenda Alitalia”. La compagnia aerea avrebbe dovuta essere venduta all’asta al miglior offerente, senza restrizioni o vincoli diversi da quelli della qualità economica dell’offerta.
Esistono comunque altre proposte di politica economica che l’opposizione potrebbe fare immediatamente sue, senza aggravare i costi dello Stato e senza rischiare di appesantire la propria immagine fra i cittadini (come accadrebbe se si cavalcasse l’aumento dell’età pensionabile). Provo a fare un succinto elenco:
- proporre la riduzione di un punto per le aliquote sui redditi più bassi con la contemporanea abolizione della detassazione sugli straordinari, che si è rivelata un nuovo e inutile privilegio soprattutto per il settore pubblico;
- proporre di dividere la Rai in tre diverse aziende e venderle al miglior offerente, abolendo senza indugio il canone, che è un’imposta retriva e gravosa soprattutto per i ceti meno abbienti. Al contempo si dovrebbe chiedere insistentemente l’intervento dell’autorità antitrust per opporsi allo strapotere di “Mediaset”, pretendendo il rispetto della sentenza concernente “Rete 4”. E’ indispensabile inoltre l’abolizione di tutti i sussidi pubblici alla stampa, compresa (e soprattutto) quella di partito.
- proporre di assegnare fondi alle università migliori e di non allocarli a quelle che non fanno ricerca. La ripartizione dei fondi e la retribuzione dei docenti non può e non deve prescindere dall’impegno di questi nella ricerca;
- chiedere un federalismo fiscale teso fondamentalmente a promuovere una forte diminuzione della spesa pubblica.

d.l. ha scritto:
February 23rd, 2009 alle 12:15 pm

@ Thomas
ma figurati…
Magari vado a eliminare il commento di là, se è proprio uguale-uguale…
:)

F.T. ha scritto:
February 23rd, 2009 alle 1:04 pm

nulla sarebbe cambiato in concreto, ma, a proposito delle(mancate)primarie:

http://temi.repubblica.it/repubblica-sondaggio/?cmd=vedirisultati&pollId=1270

monica ha scritto:
February 23rd, 2009 alle 4:41 pm

@ Thomas
scusa, ma a me sembra che la detassazione degli straordinari fosse solo per il settore privato. posso sbagliarmi, ora controllo, magari fallo pure tu.
In secondo luogo, non è assolutamente realistico che l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni (competente in materia di limiti antitrust per il settore TV) si pronunci contro Mediaset … essa è infatti saldamente in mano a un presidente (si chiama pure lui Calabrò, un cognome, un incubo …) e a un consiglio di nomina politica che più politica non si può. sarebbe anzi ora che su quell’amministrazione fintamente indipendente si accendesse un bel faro … magari anche questa potrebbe essere una proposta …

Thomas Yancey ha scritto:
February 23rd, 2009 alle 4:57 pm

Gentile Monica, ti ringrazio dell’osservazione, perché mi consente di ampliare un concetto che per necessità di sintesi risulta di più difficile comprensione. Dato per acclarato che il decreto di detassazione degli straordinari e dei premi di produzione è stato uno degli innumerevoli interventi astrusi, barocchi e inutili di questo governo, ci sono da chiarire alcuni punti: in primo luogo, si tratta di una misura che aggiunge altri privilegi ed eccezioni al già complicato quadro fiscale italiano; il partito democratico avrebbe dovuto richiedere una riduzione pura e semplice delle imposte sul lavoro, mentre invece ha chiesto che il provvedimento fosse esteso anche ai dipendenti pubblici. Dato che la detassazione degli straordinari ha un senso solo come incentivo perché aumenti l’offerta di lavoro è allora del tutto evidente che avrebbe avuto senso esclusivamente nell’ambito delle imprese private. Una detassazione allargata anche al settore pubblico è insensata perché estende ulteriormente un inutile privilegio. A questo punto sono molto più utili altre forme di riduzione delle imposte sul lavoro.

monica ha scritto:
February 23rd, 2009 alle 5:50 pm

@ Thomas
ah, ecco, ora è tutto più chiaro …
peraltro non sapevo che il PD avesse chiesto di estendere la detassazione degli straordinari anche al settore pubblico. hai ragionissima, è una gran cavolata, probabilmente frutto delle pressioni dei corporativissimi sindacati della funzione pubblica. e del fatto che nel pubblico impiego gli straordinari sono di fatto un aumento dello stipendio normale concesso per una via impropria poiché spessissimo quella stessa quantità di “produzione” si può svolgere nelle ore di lavoro ordinario. Tanto è vero che le amministrazioni lo concedono ai singoli uffici “a pacchetto”: 20 ore mensili o 30 etc. etc.

Thomas Yancey ha scritto:
February 23rd, 2009 alle 6:38 pm

In fondo, Monica, c’è poco da meravigliarsi: il Pd eredita la concezione statalista propria del Pci e della stessa sinistra democristiana.
Il Pd nei fatti svolge una politica contraria alle piccole imprese private privilegiando invece le grandi imprese, in modo particolare quelle che agiscono simbioticamente con lo Stato mediante una fitta e complessa rete di posizioni dominanti, protezioni, sussidi e aiuti d’ogni genere.
Il Pd è contrario ad un autentico federalismo, competitivo e responsabilizzante perché esso colliderebbe con il potere e la pianificazione statale.
Il Pd non può accettare una presenza più discreta e più “arbitrale” dello Stato, favorendo una re-distribuzione più efficiente che migliori la comatosa economia italiana e contrasti effettivamente la crescente povertà; predica ed opera invece per una sempre maggiore presenza dello Stato.
I disastri di siffatta concezione sono ancora più evidenti laddove lo Stato dovrebbe davvero operare al meglio: nell’istruzione, dove difendono i privilegi invece che curarsi di garantire un’istruzione di qualità e più diffusa; nel campo della giustizia, dove fanno da guardaspalle ai magistrati in quanto dipendenti statali (e amici, quando lo sono), anziche adoprarsi per una giustizia più equa ed efficiente; nell’economia, dove, invece di occuparsi di “liberalizzare” tassisti ed estetiste e di concedere sussidi alla Fiat attraverso le rottamazioni, avrebbero fatto meglio a lavorare per una seria normativa anti-trust in tutti i settori; nel campo delle comunicazioni, dove avrebbero dovuto battersi per la migliore concorrenza possibile invece che finanziare giornali di partito e la disinformazione radiotelevisiva. E l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Tutto questo nasce dalla concezione statalistica del Pd e dei suoi dirigenti, si ha voglia di dichiarare riformismi e progressismi a destra e a manca.

angelo d'amore ha scritto:
February 23rd, 2009 alle 8:12 pm

FESTIVAL DEL PD: SOLO CANZONETTE

ne parlo nel mio blog

monica ha scritto:
February 23rd, 2009 alle 8:37 pm

@ Thomas

sono d’accordo solo in parte. La cultura statalista italiana del secolo scorso non è stata ereditata solo dal PD, ma appartiene anche al PDL. E’ solo questione di chi sta schierato con chi (con quali imprese, con quali cordate). Nel settore delle telecomunicazioni e delle TV, che un po’ conosco, mi pare evidente che anche il centrodestra protegge le imprese a cui è legato. E sul federalismo continuo a pensare che sia stato addirittura un errore la riforma del titolo V della Costituzione, contro la quale ho votato al referendum. Non ha responsabilizzato nessun livello istituzionale decentrato e non ha ridotto i costi (vedi vicende della sanità, materia di legislazione esclusiva delle regioni: la nostra è stata da tempo messa sotto tutela da parte dello Stato e rischia il commissariamento. che cos’è se non una nuova centralizzazione?). Ti porto, poi, un piccolo esempio personale: nell’amministrazione dove lavoro (lavoravo ;-) ) sono stati i vertici di centrodestra e i sindacati autonomi legati ad AN e a FI a contrastare ogni politica di valutazione del merito e della professionalità dei singoli dipendenti, e la CGIL interna - che ne sosteneva invece, coraggiosamente e controcorrente anche rispetto alla stessa confederazione la validità - è minoritaria tra i lavoratori. La verità è che siamo tutti italiani, o, meglio, italioti: concorrenza, merito, efficienza, rigore si predicano per gli altri, si contrastano con ogni mezzo quando possono toccare noi!

Thomas Yancey ha scritto:
February 24th, 2009 alle 7:59 am

C’è molta verità nella tua parole, Monica. Ho dichiarato peraltro nel mio primo commento di essere sempre stato schierato nel voto da una certa parte (Pci, Pds, Ds, PD). Le mie critiche al Partito democratico sono “interne”. Ma il fatto che io scelga coloro che sono dotati di un solo occhio in una terra di ciechi non può farmi dimenticare il fatto che essi siano appunto monoculi.
Il tuo discorso sugli “italioti” mi sento di condividerlo solo quando sono così irritato da aver bisogno di generalizzare. Sarebbe inutile anche discutere se noi veramente pensassimo di essere tutti irrecuperabilmente ed eternamente cialtroni. Abbiamo sicuramente molti difetti, ma il fatto di nascere e crescere in Italia non fa di noi degli essere meno capaci dei francesi o degli inglesi. Altrimenti questo atteggiamento ci condurrebbe inevitabilmente su una china assai pericolosa. E non credo che tu intendessi questo.

Maurizio ha scritto:
February 24th, 2009 alle 9:17 am

La costruzione del segretario? Un’impresa titanica e un ottimo risutato: parla, forse capisce, in ogni caso, sembra vero.

monica ha scritto:
February 24th, 2009 alle 10:39 am

@ Thomas
grazie per tentare di ricondurmi alla ragione combattendo le generalizzazioni “qualunquiste” che prendono talvolta pure me, ma io sono MOOOOOOOOOLTO e persistentemente irritata dal fatto che non vedo in giro molti italiani su cui far leva per mettere fine a questa situazione …
Condivido completamente il fatto che non salva i monoculi il vivere nella terra dei ciechi. E’ solo che sono pessimista pure su quelli che ci vedono dall’altro occhio ;-)

Thomas Yancey ha scritto:
February 24th, 2009 alle 11:32 am

E’ difficile non condividere il tuo pessimismo, Monica. Sul carattere degli italiani ho alcune idee. Chiedo a Daniela e a tutti i lettori del blog di avere pazienza se mi permetto di esporle. Se dovessero trovare noiose le mie considerazioni possono saltarle tranquillamente a pie’ pari. Ma penso che è importante ricordare che ciascuno è figlio non di un padre o di una generazione, bensì di mille uomini e dei secoli che l’hanno preceduto. Noi siamo noi e gli altri sono gli altri, ma noi siamo anche il risultato di tutto quello che ci ha preceduto.
Il nostro popolo discende direttamente dall’antica Roma. Una civiltà potentissima, quella romana, dalla quale trae origine l’intero mondo moderno. Questo impero, dominatore massimo nell’antichità, fu minato alle fondamenta dall’azione di un solo uomo: Gesù Cristo, il paradosso più grande che la storia abbia conosciuto. In meno di tre anni, la dottrina di questo umilissimo carpentiere crea le premesse per il crollo dell’Impero romano e perché la società civile che seguirà diventi di fatto cristiana, quindi sua seguace.
Gesù appare in una terra che i dominatori di allora definivano la più tetra e la più pericolosa per le altre, un luogo che era soltanto una “spregiatissima accolta di schiavi” (Tacito). Per trent’anni nessuno sa chi sia, eccetto due o tre persone, silenziose quanto lui. Trascorsa quest’età, compare in pubblico e inizia la sua azione. Non si rivolge ad accademici, esteti, politici, ma solo a povera gente, pescatori, contadini, meretrici e reietti d’ogni genere. E’ chiaramente un uomo che conosce alla perfezione la tragedia dell’esistenza umana. Il suo intento è fornire una ragione di vita ai derelitti, agli oppressi. La sua dottrina non è filosofica né politica: si fonda piuttosto su quanto è stato rigettato da tutte le filosofie e da qualunque forma di pensiero precedente. Per Gesù Cristo è bene tutto ciò che il mondo ritiene un male; quel che per il mondo è bene, per lui è male. Essere poveri, sottomessi, umili, sopportare offese e prevaricazioni, sono giudicati un grande male dal mondo: per Cristo sono sommi beni. Quel che è giudicato felicità per il mondo, come ricchezze e onori, il dominio sugli altri, sono per Gesù il pericolo e il male più grande che possa affliggere l’uomo. Cristo è l’autentica antitesi del mondo.
Per lui la vita sulla terra non ha alcun senso in sé, non essendo altro che un fatto soltanto doloroso ed evidentemente transitorio. L’esistenza umana non ha soluzioni adeguate. Per Cristo, la terra è una dimora devastata e provvisoria: la vita ha il solo valore di costituire il punto di partenza verso la “Dimora” per eccellenza, il Regno di Dio.
La guerra che scaturisce fra il regno del mondo e quello di Dio è inesorabile quanto accanita. A mio modestissimo parere anche irrisolvibile e può comporsi esclusivamente in una questione di fede: credere o meno ad uno dei due regni.
Il punto nodale è l’estrema difficoltà di affidarsi completamente ad uno dei due regni, così opposti da essere antitetici: l’uomo riesce ad amare completamente solo se stesso, sa fare ciò che è utile e piacevole unicamente per lui? Oppure riesce ad amare prima di tutto Dio e poi tutti i suoi simili, a cominciare dai più malefici e inutili, sa fare il bene a chi fa il male, riesce a dare tutto ciò che ha senza risparmio e senza alcun odio, perché non dare e odiare sono le massime avarizie?
Credo esistano pochissimi esseri umani che sappiano compiere completamente questa scelta: quelli che definiamo demoni, come i dittatori più feroci, per esempio; e quelli che chiamiamo santi, come coloro che si sono spogliati di ogni bene terreno per dedicarsi a Dio.
Tutta l’altra umanità, così tanto più immensa, si dibatte in questa contraddizione. Talvolta propende per un regno, talaltra per l’opposto. Cercando molto spesso di conciliare entrambi.
Noi italiani abbiamo nel sangue i tanti secoli del dominio romano, ma siamo stati fra i primi seguaci di Gesù. La società stabile istituita da Cristo, la Chiesa, ha avuto il suo centro per eccellenza praticamente sempre a Roma. La contraddizione per noi è ancora più implacabile e di difficile soluzione. Non a caso siamo il popolo che si è riunito in Stato più tardi degli altri, senza però riuscire mai ad averne veramente il senso: tanti anarchici, anche molto bonari, ma che fanno comunque Stato a sé.
Ecco perché siamo più ambigui degli altri.

monica ha scritto:
February 24th, 2009 alle 12:49 pm

interessante interpretazione storica del carattere “italiota”, thomas.
devo dedurne che è la frazione mittleuropea del mio DNA a farmi avvertire acutamente il fastidio per l’ambiguità delle altre sue frazioni?

Thomas Yancey ha scritto:
February 24th, 2009 alle 1:53 pm

Poiché abbiamo subito molte dominazioni e dunque il nostro sangue contiene altrettante “frazioni” diverse dall’”italiota”, potrebbe anche essere questa una delle ragioni del fastidio che proviamo spesso addirittura per il nostro stesso carattere. Ma ciò potrebbe essere pure ulteriore causa di ambiguità. Insomma, penso che ci vorrà molto impegno da parte nostra per venirne a capo.

PAOLO PANTANI ha scritto:
February 24th, 2009 alle 2:04 pm

Non è così, non siamo geneticamente tarati, lo dico io che sono un ibrido, un meticcio, diciamo così,non proprio napoletano.
Il problema è di natura storico-politico.
Anzi proprio a Napoli Lorenzo Valla, grande umanista, filologo e presbitero aprì una scuola.
Nel 1440, durante il pontificato di Eugenio IV, scrisse un breve testo (pubblicato solo nel 1517), il De falso credita et ementita Constantini donatione. In esso Valla, con argomentazioni storiche e filologiche, dimostrò la falsità della Donazione di Costantino, documento apocrifo in base al quale la Chiesa giustificava la propria aspirazione al potere temporale: secondo questo documento, infatti, sarebbe stato lo stesso imperatore Costantino, trasferendo la sede dell’impero a Costantinopoli, a lasciare alla Chiesa il restante territorio dell’Impero romano (oggi si sa che la dimostrazione del Valla era giusta e che si tratta di uno scritto dell’VIII secolo o IX secolo,pretesto per far incoronare Carlomagno dal papa).
Intanto questo falso, “in hoc signo vinces”,la battaglia di Ponte Milvio e così via, consentì, per essere brevi, insieme al precedente Agostino, il ruolo del primato di Pietro, è un residuo storico medio-evale del nostro popolo.
Il povero Lorenzo riuscì a salvarsi da morte certa travestendosi e fuggendo a Barcellona, da dove fece poi ritorno a Napoli.
Morì cattolico e in pace con la chiesa, aveva ragione lui, tutto sommato, dopo poco tempo, venne la RIFORMA, fu Lorenzo a ispirare Lutero.

PAOLO PANTANI ha scritto:
February 24th, 2009 alle 2:08 pm

Successivo Agostino, è stato un “lapis”…,voglio sentire il telegiornale.

Maurizio ha scritto:
February 25th, 2009 alle 12:23 am

Sulla costruzione del segretario non riesco a dire più niente: fa ridere e basta. Sul fondamentale argomento di T. Vancey, penso che abbia ragione quando scrive “..mi mancava un topic adeguato”. Il che spiega il comment, pardon i comments.Saluti.


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