La città del pubblico (pensieri altri nonché altrui)
Cara Dani,
ti scrivo dal monolocale che xxx ha preso in affitto per 2 mesi… molto piccolo ma in buona posizione. Stamattina faccio un po’ mente locale su che cosa eventualmente raccontare venerdì a Roma e poi mi vado a fare un giro per la città. Che mi piace moltissimo. … Mi sembra molto simile a Napoli, ma senza l’ipocrisia tutta napoletana del decoro senza sostanza … accetta il disordine e lo regolamenta (per es. le strisce per il parcheggio — in una strada piuttosto stretta, dove però non si può fare a meno di parcheggiare — da uno dei 2 lati sono in parte disegnate sul marciapiede).
Queste le mie impressioni dopo i primi giorni. I mezzi pubblici sono perfetti ed estesi anche alla notte. Si vive bene, tranquilli, senza paura, anche in zone visibilmente disagiate.
Ieri pomeriggio sono stata a visitare la friche, un luogo di produzione artistica e culturale insediato nell’ex manifattura tabacchi, a due passi dalla ferrovia, con un accesso attraverso 2 tunnel non proprio invitanti.
Anche lì la sensazione è la stessa: un ambiente da centro sociale appena ripulito, studi di artisti vari, dalla danza al teatro al mondo multimediale, un ristorante che organizza delle serate autogestite, movimento libero all`interno.
C’è in ballo la candidatura a capitale della cultura 2013. E i conflitti conseguenti si leggono. La città è tappezzata di enormi manifesti che propagandano il forum e i lavori del progetto Euromed. Ci sono anche i contromanifesti: gli abitanti delle frange periferiche non sono così contenti del processo di recupero con conseguente espulsione dai luoghi originari di vita. E lo scrivono. Proprio nei luoghi più caldi, dove la trasformazione è avviata e prevista. C’è, quindi, da parte degli abitanti delle frange, una chiara opposizione anche agli artisti, usati come pillola indorata per scacciare i più deboli.
Insomma, qui si respira aria di città!
E’ una parte di una mail ricevuta ieri da un’amica, giovane (abbastanza) e precaria (donde il colloquio romano). Ve la propongo (con il suo permesso), proprio mentre si svolge la supergiunta, come spunto un po’ diverso per parlare di città, e vivibilità.
Poi ci sarebbe un altro spunto, per certi aspetti parente: il lungo (bello) articolo di Luca Rossomando, su Repubblica di oggi: sui cittadini che “si prendono” gli spazi pubblici.
Già sento il coro dei più realisti del re (presenti di sicuro anche fra i lettori di qui), che troveranno inaccettabile l’idea che ci si possa sostituire quando “lo stato” non fa. Rafforzato, peraltro, dalle voci di chi troverà disdicevole (idem come sopra) l’ultima parte del pezzo, dove il movimento antidiscariche — benché con qualche distinguo — viene visto anche come un modo di riappropriarsi dello spazio pubblico.
Tuttavia, non si vive solo di supergiunte e politici, e almeno io, almeno ogni tanto e per un attimo, ho bisogno di respirare.
Inoltre, personalmente trovo condivisibile — perfino “politicamente” — il cuore (mi pare) del ragionamento di Luca: che la vivibilità non è qualcosa che viene concessa, ma invece “le persone sono capaci di “pensare” un luogo e di trasformarlo di conseguenza … se c´è qualcuno capace di prendere l´iniziativa, di accendere una scintilla, di mettere in moto una voglia”, e che “gli amministratori, per definizione, dovrebbero limitarsi a creare le condizioni di questo risveglio: tenere in ordine la città, far funzionare i servizi”.
Senza insistere sul fatto che condivido l’idea di città che si legge in filigrana ma non troppo nel taccuino di viaggio della mia amica, ma lì forse vale pure che siamo amiche forse non proprio per caso.
Poi, volendo, da questi spunti si potrebbe perfino aprire un coltissimo dibattito sugli spazi pubblici come spazi del pubblico — o forse, oggi, di pubblici differenziati — ma non oso neppure proporlo, qui, essendo peraltro un tema che in ambiente più o meno “lavorativo” alcuni di noi frequentano abbastanza (per chi fosse interessato, comunque, cfr. per es.: qui dentro).
Inutile dire, infine, che il legame con l’attualità — anche locale — in realtà c’è. Se solo si guardasse davvero ai temi almeno ufficialmente sollevati (anche da Velardi, sì, benché con approccio molto più decoroso e securitario), e non esclusivamente alle guerre di cortile (del Pd, o non del Pd), o ai soldi da chiedere/distribuire.
Credit. L’immagine è quella in copertina di questo libro, che da tempo ho in mente di leggere (ora lo farò).



September 10th, 2008 alle 2:15 pm
Davvero bello l’articolo di Rossomando e condivisibile anche nella parte finale. Ci diciamo spesso che bisogna guardare ai fenomeni senza semplificazioni: beh, le manifestazioni di Pianura e Chiaiano sono questo, ci sono molte cose dentro, molte ragioni insieme ad alcuni torti, molte azioni costruttive, insieme ad alcune distruttive. E le seconde non possono spuntarla sulle prime.
Anche io volevo leggere Izzo, Dani. Lo prenderò, poi ci diciamo cosa ne pensiamo. Intanto ho trovato “Malacqua”: ce lo aveo in casa (merito di Irene)! (Scusate il tono un pò personale).
September 10th, 2008 alle 2:18 pm
“scusate”… perché?
dichiaro ufficialmente che almeno ogni tanto il tono “personale” è ammesso.
Senza esagerare
anche io condivido pure l’ultima parte di Luca. E’ solo che immagino sia quella più discutibile, che magari permetterà a chi vuole di sorvolare su tutto il resto …
September 10th, 2008 alle 4:51 pm
Non credo che ci siano argomentazioni valide per non condividere il buon senso dell’articolo di Rossomando.
Il rischio che qualcuno possa dire che non ci si può sostituire allo Stato non lo vedo. Gli esempi riportati credo che evidenzino soltanto una richiesta di attivazione dello Stato e l’indispensabilità di soddisfare dei bisogni minimi.
Tra l’altro quanto dice relativamente all’incapacità di amministrare l’ordinario trova riscontro nelle affermazioni di un assesore!
September 11th, 2008 alle 9:35 am
@dani
Tempo fa scrissi un progetto che definisti “buonista” che si chiamava “adotta un disservizio” tra le cose citate c’erano le strade, le proprie strade e luoghi in cui si vive, ma forse oggi meno persone sentono come propri i luoghi in cui si vive, sono sempre più luoghi di passaggio.
Solo chi li vive o chi li sente propri può avere slanci per prendersene cura, si potrebbe fare un concorso, “migliora la tua strada”, ma mi sembra sia già stato fatto…