C’era una volta (di nuovo) …

di d.l.

beuys - Capri-batterie 1985Lucio Amelio, per esempio.

Oggi invece ci sono Eduardo Cicelyn (al Madre) e Julia Draganovic e/o altri (al Pan). Però talvolta potrebbero pure non esserci, ché possono bastare direttamente sindaci e assessori.
Nel caso specifico — che probabilmente non meriterebbe tanto dibattito, non fosse che io detesto ogni forma di censura — la solita Iervolino e l’impareggiabile Oddati.

Però consolatevi. Amelio ci ha lasciato, e pure Patroni Griffi, ma tre dei famosissimi vecchi amici dell’Umberto (oltre al quarto, impegnato in più alto loco) sono tuttora in servizio permanente effettivo.
E se Raffaele La Capria, per l’occasione, si è limitato a suggerire agli studenti di studiare ché è l’unico modo per sopportare Napoli (in effetti, per le cronache ha detto: per amare questa fottutissima città), Franco Rosi la ha utilizzata per rendere noto che Gomorra (il film) non gli pare granché: non c’è analisi.
Antonio Ghirelli, infine, ha molto apprezzato (ma in altra sede, per dire la verità) il calendario politologico di Mauro Calise che è “una bella lezione di scienza politica e soprattutto di giornalismo moderno”.
Che si sappia.

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Credit. Dopo mille ore cambiare le batterie, 1985

Update. Del caso Cristo velato, si parla pure sul Mattino online (e sono più interessanti i commenti, discordi, dell’articolo) e da Makia. Oltre che in varie bacheche di Facebook (ma questo è quasi ovvio, visto che il “caso” si presta bene alle battute rapide).

Questo articolo è stato pubblicato il 21.03.09 @ 11:19 am nelle categorie: Napoli, Nomi, Campania, Politici, Istituzioni, Cultura, Polemiche

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5 Commenti per 'C’era una volta (di nuovo) …'

Julia Draganovic ha scritto:
March 21st, 2009 alle 6:01 pm

Il “Cristo velato” si chiama “Sacred Love” mi piace molto, l’ho letto come una riflessione sui tentativi di salvare che si trasformano in condanne di morte. Il crocifisso avvolto in uno strato di plastica trasparente, un preservativo, viene ripreso da una videocamera e poi proiettato su una parete (dimensione della proiezione ca 20 x 20 cm). Nella proiezione il preservativo, infine, e’ completamente irriconoscibile, risulta invece come un immagine di un Cristo Velato, avvolto nel sudario, un’immagine triste ma molto poetico.
Sebastiano Deva ha presentato quest’opera mercoledi scorso nell’ambito di Emergency Room, un format dell’artisto franco-danese Thierry Geoffroy, invitato da Laura Barrecca e me nell’ ambito delle mostra “MY SPACE. Cosa vuol dire pubblico?”. Emergency Room e’ una specie di display nel quale gli artisti invitati espongono ogni giorno un opera prodotto nelle 24 ore precedenti che si riferisce ad un’emergenza. Deva aveva risposto con quest’opera al ben noto commento del Kardinal Ratzinger (i preservativi non proteggono ma peggiorano l’epidemia di AIDS).
Parte del progetto Emergency Room e’ il dibattito attorno ai lavori esposti. Appena montati gli artisti spiegano pubblicamente le loro opere al che i colleghi artisti, i curatori e i visitatori del PAN rispondono. Sul lavoro di Deva abbiamo parlato in circa 35 persone - nessuno ha parlato di blasfemia…. Ieri sera mi ha chiamato un giornalista leggendomi il comunicato del Sindaco: devo dire che mi era veramente sfuggito che l’opera potesse urtare la sensibilita’ religiosa - forse perche’ sono protestante, forse perche vengo da un paese, dove il lavoro di Kippenberger (la rana al crocefisso) che a Bolzano ha fatto tanto scandalo, si vede nel Hamburger Bahnhof senza che nessuno ne vede un’offesa. Nonostante cio’ avrei approvato la proposta del Sindaco di rimuovere l’opera: Emergency Room invita ad una riflessione comune, ad un debattito aperto. Emergency Room evita le provocazioni perche’ fanno scattare reazioni emotive invece di invitare alla riflessione. Stammattina ho parlato con Thierry Geoffroy che condivideva le mie opinioni e, anzi, era molto preoccupato, che la fibbrilazione attorno a Sacred Love distrasse l’attenzione dai lavori attuali, che togliesse l’attenzione agli artisti che oggi producono, espongono e mettono a discussione altri lavori.
Solo dopo mi ha chiamato Sebastiano Deva che sui giornali aveva letto che il suo lavoro era stato rimosso. Nessuno aveva contattato ne’ l’artista ne’ noi curatori. Qui comincia la parte che ci dispiace: il tentativo di salvare la reputazione dell’arte e del PAN ha urtato la nostra sensibilita’ che come artisti e curatori abbiamo fra gli obbiettivi principali la salvezza dell’arte. Un aperto scambio di opinioni, cosi come previsto nell’Emergency Room, avrebbe portato allo stesso esito (la rimozione dell’opera) senza dover diffamare l’artista e la sua opera. Questo modo di fare ha invece confermato la preoccupazione di Deva: troppo spesso i tentativi di salvare sono presunziosi e danneggiano invece di aiutare.

d.l. ha scritto:
March 21st, 2009 alle 9:42 pm

Grazie molte, Julia.
Avevo letto del senso di Emergency Room, ma effettivamente è curioso come della cosa in sé — in tanto parlare che oggi se ne fa — poi si finisca per non parlare.
E capisco perfettamente la parte che ti/vi dispiace (che poi è quella che irrita anche me).
Infine, a dire tutta la verità, trovo quasi disperato il tentativo di promuovere in questa città “scambi aperti di opinioni” intorno a delle opere d’arte (ma, in verità a qualunque oggetto).
Dunque, molti auguri per il seguito del tuo/vostro lavoro, che forse prima o poi riuscirò anche a vedere, almeno un po’…

Maurizio ha scritto:
March 22nd, 2009 alle 1:05 pm

Cara Daniela, a proposito di Sacred Love e della censura del sindaco, mi sono permesso, sul Mattino online, di servirmi di un notissimo iervolinismo: e ho scritto che, in fondo, era questione di artisti “sfrantummati”. Il che, senza alcun giudizio morale (Dio mio, qui mi tocca di essere d’accordo anche con Oddati), era solo una congettura, sinteticamente allegrotta, sull’oggetto in discorso. Diversamente, ora, in ragione delle polemiche che quell’oggetto ha suscitato, nonché col vantaggio di restituire a pieno titolo l’Amor Sacro al mai esauribile orizzonte dell’arte, vale la pena di spendere almeno una riflessione sull’opera di Deva. La seguente: se Sacred Love appartiene ad un format che, come scrive la Draganovic, prevede la sua messa in opera nello spazio di 24 ore, e, se nello stesso spazio di tempo è stato rimosso, proprio in ragione della sua brevissima vita –come dire? – museale, si delinea, allora, un suggestivo punto di partenza per collegare i destini dell’ opera d’arte con la vertigine del tempo reale, con l’estasi della comunicazione e, per dirla à la Masullo, con la repentina irruzione della contingenza. Si potrebbe scrivere un saggino, di cui per ora immagino solo il titolo e il sottotitolo: ”Sacred Love. Sulla breve eternità dell’opera d’arte”. Peccato che di questa possibilità non si sia accorta la Draganovic, e, meno che mai, l’Autore. Ma sarebbe stato chiedere troppo a chi, tra sindaco e assessori, “è in tutt’altre faccende affaccendato”. Infatti, la prima, a parte del fatto che il lavoro di Deva le “piace molto”, il che risulta un del tutto immotivato giudizio di valore, si è limitata a fornire, sul tuo blog, solo una concitata serie di giustificazioni tecnico-amministrative, in perfetta sintonia con la linea culturale (si fa per dire) del Comune di Napoli. Diversamente, il secondo è entrato coraggiosamente nel merito e, su il Cannocchiale online, ha scritto: “L’intervento doveva prevedere un gesto sicuramente duro, anche se poi si risolve in un’immagine di grande poeticità….”. Bravo, finalmente qualcuno che, mentre fa piazza pulita di qualunque possibile e documentabile approccio all’opera d’arte, rivendica tout court la poeticità degli oggetti che produce. Mi pare una sorta di “critica preventiva” e, scusami, ma è più forte di me, mi fa pensare a Bush. Fortunatamente, la Draganovic ha messo le cose a posto: infatti, mentre si dichiara pienamente impegnata per “la salvezza dell’arte”, scrive, sempre sul tuo blog, che “Deva aveva risposto con quest’opera (Sacred Love) al ben noto commento del Kardinal Ratzinger…”. Col che, e grazie alla Draganovic, le cose vanno a posto una volta trasferite in una sorta di territorio ideologico, che, con tutta probabilità, neppure Zdanov avrebbe avuto il coraggio di frequentare. E Sacred Love? Voglio dire, Sacred Love in carne e ossa? Beh…quello va in un altro ambiente con tanto di “Warning”. Forse è meglio che curatori e artisti stiano zitti: come tu dici, bastano il sindaco e gli assessori. Saluti.
p.s. a proposito di “sfrantummati”: se non ricordo male, P. Fabbri, in La svolta semiotica, parla dell’ottusità del frammento. Il che, in un modo o nell’ altro, spero che renda una qualche ragione del mio allegro e imprudente gergalismo.

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