Lo scandalo della gramigna

E’ ovvio che la cosa può essere letta come un segno tangibile della fine di una stagione. Chiusa (da tempo) l’era del decoro ritrovato, questa volta, è il trionfo dell’assenza di cura.
Farei tuttavia sommessamente notare che spesso a impedire il proliferare delle erbacce è l’uso (d’accordo, magari insieme al passaggio periodico di qualche curatore istituzionale del luogo). Perché quando in un posto ci sono parecchie persone che fanno qualcosa, negli interstizi fra le pietre non cresce l’erba (neppure quando si tratta di parchi, talvolta). Se mai, a voler essere pedanti, capita che si accumulino piccoli prodotti di scarto.
Il problema del vuoto — dite pure che sono fissata, non mi offendo — non è affatto nuovo, però: è lì dall’inizio della nuova (non)vita di quella piazza-simbolo. E la comparsa della gramigna, allora, a me pare semplicemente una specie di vendetta della natura per l’assenza di città.
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ps. Del resto, chi non è troppo giovane forse se lo ricorda, la piazza vuota del dopo-1993 ispirò perfino questa vegetazione (immaginaria, pubblicitaria).
Credit. La foto (A. Cangiano) fa parte della gallery che accompagna l’articolo. Ma c’è perfino il video, se preferite. Si attende l’inevitabile dibattito, ovviamente identico ad altri seimila precedenti.


