Ancora su Saviano e il savianismo
update 23 agosto
Ciro Pellegrino si sente chiamato in causa dall’articolo di Marco Lombardi (e iscritto di ufficio al partito degli antiSaviano). In realtà — dice in questo post, in qualche modo rispondendo alle cose qui sotto — la questione è più articolata. Per esempio: “C’è il diritto di attaccare un ibrido tra romanzo e reportage che non cita le fonti; c’è il diritto di arrabbiarsi se il ruolo civile di Saviano a Napoli non esiste“. Ma soprattutto, lui crede che “uno scrittore così esposto debba esercitarlo, fi-si-ca-men-te“, quel ruolo, “costi quel che costi“.
Onestamente, fermo restando il diritto di critica (ovvio, addirittura), che uno debba restare fisicamente a Napoli per combattere la sua guerra anticamorra — a tutti i costi — a me pare una pretesa un po’ eccessiva (e una critica un po’ pretestuosa). Proprio perchè non ci servono eroi.
Ma non sarebbe male discuterne ancora, comunque: qui, e/o da Ciro.
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Marco Lombardi, su Repubblica, suggerisce di ritagliare e conservare l’intervista di Gianluca Di Feo a Roberto Saviano pubblicata dall’Espresso. Perchè la città — dice — dovrebbe sentire come una priorità assoluta “il bisogno di riabbracciare al più presto il ragazzo Saviano. Il ragazzo, non lo scrittore, né l´eroe”.
Mi associo, ma pare che non sia così, e che l’intervista abbia invece riacceso le proteste di chi parla di savianismo (oltre ad altri sentimenti poco nobili).
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Repubblica - Napoli
19 agosto 2007
Il coraggio di Saviano
di Marco Lombardi
Su L´espresso in edicola, compare un´intervista a Roberto Saviano, che i napoletani dovrebbero ritagliare e conservare. L´autore di Gomorra racconta a Gianluca Di Feo che il verdetto è stato emesso: i casalesi hanno stabilito di ammazzarlo, lasciando in bianco solo la data dell´esecuzione. Tra Casapesenna, Casal di Principe e San Cipriano d´Aversa, il loro feudo, la memoria è granitica, il tempo la irrobustisce. Nei confronti di chi ha indirizzato un potente fascio di luce verso le fondamenta di un immenso potere economico-criminale, fino a due anni fa avvolto nell´ombra del folclore locale, non può esistere, perciò, risposta diversa dalla condanna a morte.
Saviano ha ventotto anni e la fotografia che sovrasta il servizio mostra un coraggio, una determinazione invidiabili. Da due anni vive sotto scorta, spostandosi in Italia come un capo di Stato estero in trasferta: inutile sottolineare i disagi, adoperando un eufemismo, dei familiari e di quanti gli vogliono bene. Non ha sfruttato l´immensa popolarità procurata da un milione e mezzo di copie vendute e dall´inevitabile fama mediatica, trasformandosi nel querulo protagonista di un talk show macabro, magari dal titolo “L´eroe”: tutto ammiccamenti, svelte lezioncine anticrimine e fan scatenati all´uscita degli studi. Credo che ambisca come nessun altro alla normalità, a camminare per le strade di una metropoli normale, mettiamo Napoli: un luogo nel quale il trenta per cento della ricchezza non sia prodotta dalla camorra.
Oggi apprendiamo di una taglia sulla sua testa che dev´essere incassata, perché ci ha rammentato la potenza delle parole, la devastante capacità che esse possiedono di svelare la miseria materiale e morale che ci circonda. Le parole; i discorsi nutriti di fatti e fomentati dall´indignazione civile. Dal 2005, Saviano è una specie di voce della coscienza che mormora in ciascuno di noi: ogni qualvolta, svegliandoci dal sonno, ci convinciamo di non abitare nel migliore dei mondi possibili. Certi politici alla Iervolino vorrebbero spegnerla, considerandola strumento di un pericoloso, offensivo bla-bla. Saviano agente di una spectre della diffamazione, il cui unico obiettivo è infangare la reputazione di Napoli. Egli li bacchetta opportunamente, accusandoli di «aver perso la carica riformista, che era stata una caratteristica continua del dopoguerra». Cita maestri dimenticati, da Fortunato a Rossi e Salvemini. Un ancoraggio a una tradizione di pensiero laica ed empirista: l´esatto contrario dell´opprimente cappa storicista che soffoca gran parte del discorso pubblico meridionale. Ai rappresentanti istituzionali, vanno associati taluni scriventi indigeni che, forti delle proprie miserie immaginative, spesso ambiscono a fondare un partito letterario antiSaviano. I programmi di entrambi curiosamente coincidono: basta con boss, droga, malaffare. Le poetiche napoletane devono scrollarsi di dosso l´ipoteca di narrazioni ossessivamente monotematiche, pena la sterilità o la serialità: due facce dell´identica medaglia.
Con vergognoso cinismo, alcuni esponenti dei due schieramenti si sono talvolta chiesti cosa farà da grande Saviano, dopo Gomorra. Una domanda che, da occupazione oziosa di incapaci o invidiosi, dovrà diventare una priorità di tutti i cittadini perbene, se ambiscono a considerarsi ancora maggioranza. Con un occhio a quest´intervista e l´altro fisso su quella città che dovrebbe sentire, quale assoluta priorità, il bisogno di riabbracciare al più presto il ragazzo Saviano. Il ragazzo, non lo scrittore, né l´eroe.
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May 15th, 2008 alle 4:01 pm
[…] Anzitutto, mi dispiace per il titolo del post. Bisognava pur condensare uno stato di rabbia. E mi dispiace aver scritto di Roberto Saviano in 1 post su due: non ce l’ho con lui e considero anzi degno di assoluta stima il suo impegno letterario. Ma bisognerà pure rispondere. Parto da una considerazione: a Decidiamo Insieme, il movimento dell’ex maestro di strada e candidato a sindaco Marco Rossi-Doria (che ho seguito da giornalista durante le ultime Amministrative a Napoli) piace il termine Savianismo. Rossi-Doria cita il termine Savianismo qui , riportando un articolo di oggi pubblicato su Repubblica. In estrema sintesi quest’articolo sostiene che criticare il giovane Saviano, scrittore di un bestseller, Gomorra, «voce della coscienza» minacciato dalla camorra e bandiera della lotta alla criminalità è da «oziosi incapaci e invidiosi»; tipico di persone dalle «miserie immaginative». Ok. Mi hanno iscritto al partito degli antiSaviano, voluto da qualcuno che evidentemente ci guadagna nella contrapposizione bianco-nero. Volevo postare un commento al pezzo riportato sul blog di Rossi-Doria; tecnicamente non ci riesco. Lo metto qui. E non ne parlo più. Forse. […]